Turchia, la scommessa dei generali ribelli è fallita da: larepubblica.it

 

L’appello di Erdogan e l’appoggio di Germania e Usa al presidente turco, insieme al fatto che i militari si sono rifiutati di sparare sui civili, hanno determinato la sconfitta
di GIANLUCA DI FEO

Turchia, la scommessa dei generali ribelli è fallita
(ansa)
La prima battaglia si è scatenata tra i reparti scelti della polizia e quelli dell’esercito. Seguendo le regole classiche del colpo di stato, i militari hanno prima preso il controllo delle reti di comunicazione: la tv pubblica, le centrali che gestiscono le telecomunicazioni e internet. Poi si sono concentrati sulle roccaforti del potere di Erdogan. A partire dalla sede dell’alto comando, che formalmente dirige le forze armate ma che da circa otto anni viene designato dal presidente e quindi non gode della fiducia dei comandi intermedi. I generali ribelli hanno tentato una lotta contro il tempo, cercando di espugnare le postazioni del Sultano prima che la popolazione a lui fedele scendesse nelle piazze. Ma hanno fallito l’obiettivo più importante: la cattura o l’isolamento del presidente, che è riuscito a mobilitare il suo partito contro gli insorti e ottenere il sostegno delle potenze mondiali.
Colpo di Stato in Turchia, occupato l’aeroporto di Istanbul

Nell’ossessione per il pericolo di un colpo di mano, da anni Erdogan ha potenziato la polizia, dotandola di autoblindo in nome della lotta al terrorismo, ma rendendola di fatto un corpo di pretoriani. Agenti selezionati, vicini alle idee del partito presidenziale, motivati con buone paghe. E pronti a resistere per il loro capo. La stessa attenzione è stata dedicata ai servizi segreti, epurandoli dagli elementi meno sicuri e forniti di mezzi in grado di fronteggiare ogni evenienza. I reparti migliori sono posizionati nell’aeroporto di Istanbul, nel palazzo presidenziale e in prossimità dei ministeri di Ankara. Per colpirli, i golpisti hanno usato gli elicotteri Cobra, armati con cannoni a tiro rapido: equipaggi addestrati negli Stati Uniti, abituati a combattere nell’oscurità e contro i quali gli agenti non hanno difese. Sono gli stessi elicotteri che hanno mitragliato la centrale dell’intelligence, uccidendo 17 agenti. Carri armati invece hanno aperto il fuoco nella zona del parlamento, dove ha sede uno dei gruppi speciali della polizia che ha protetto l’assemblea dei deputati.

I golpisti sin dall’occupazione dei ponti sul Bosforo sembrano avere contato sulla gendarmeria, l’unità di polizia militare simile ai nostri carabinieri creata da Ataturk e che è stata custode delle istituzioni repubblicane prima dell’avvento di Erdogan. Sono 170 mila uomini, disposti in tutte le città chiave del paese, con uno spirito di corpo molto alto. Hanno mezzi blindati e squadre di commandos.
Colpo di Stato in Turchia, battaglia sul ponte tra esercito e sostenitori di Erdogan
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Non si capisce quanti reparti dell’esercito abbiano partecipato al putsch. Nella capitale ci sono una divisione meccanizzata e due brigate di commandos, che sembra abbiano lanciato il primo assalto del golpe. Intorno a Istanbul c’è un’intera armata, con il 3rzo comando integrato nella forza di reazione rapida della Nato: sono uomini abituati ad agire insieme agli americani e agli europei. Erano loro i carri armati Leopard che si sono posizionati nei luoghi chiave dell’antica capitale, senza aprire il fuoco. Nessuna notizia sul comportamento della maggioranza delle brigate, che formano le due armate schierate sulla frontiera siriana e iraniana. L’impressione è che siano rimaste in attesa degli eventi, cercando di capire chi fosse il vincitore. Alle due di notte infatti il comandante del 7mo corpo d’armata, che a Dyarbakir controlla un nucleo potente di unità impegnate nella lotta alla guerriglia curda, ha dichiarato la sua lealtà al governo.

Ambiguo l’atteggiamento dell’aviazione. All’ora X caccia hanno sorvolato la capitale, facendo sentire minacciosamente il rombo dei motori. Ci sono state voci non confermate di un bombardamento del parlamento. Ma un’ora dopo testimoni hanno descritto la distruzione di un elicottero golpista sul cielo della capitale, centrato dal missile di un F-16. E alle due di notte il premier ha annunciato una no-fly zone su Ankara: il segno che il governo aveva ripreso il controllo dei cieli.
Alla marina militare è stato attribuito un comunicato di distanza dai golpisti, che ha avuto un impatto limitato sugli eventi perché l’unica divisione di marines si trova a Smirne, lontano dal cuore del confronto.

Due sono stati i punti di svolta. L’appello di Erdogan trasmesso attraverso lo smartphone, prima di imbarcarsi su un aereo. E la condanna dei leader mondiali, da Obama alla Merkel fino al vertice della Nato: un segnale chiaro per tutti gli ufficiali che avevano oscillato tra la tentazione di schierarsi al fianco dei ribelli. A Istanbul, la città di cui è stato per anni sindaco, il messaggio di Erdogan ha spinto la folla a scendere in piazza, circondando i carri armati. La polizia ha scortato i cortei, dirigendosi verso i ponti del Bosforo. Dopo un confronto a distanza, i blindati del putsch hanno fatto retromarcia. L’aeroporto internazionale è stato riaperto.

Più confusa la situazione nella capitale. I golpisti si sono ritirati dalla sede della tv nazionale, rilasciando i giornalisti che hanno ricominciato a trasmettere. Tutti i ministri chiave sono riusciti a comunicare e nonostante i combattimenti, anche il vertice dell’intelligence pare rimasto attivo.

La scommessa dei generali ribelli è fallita. Hanno tentato una mossa anacronistica, ignorando il cambiamento del paese. Il 70 per cento dei soldati sono ventenni di leva: non si tratta più dei figli di contadini ignoranti, che trent’anni fa hanno obbedito ciecamente agli ordini dei superiori. Sono giovani d’oggi, che difficilmente avrebbero aperto il fuoco sulla folla.

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L’adesione dell’ANPI alla Marcia Perugia-Assisi: “Non cedere alle tentazioni della vendetta: la pace è un dovere” da: ANPI Nazionale

15 Luglio 2016

Un arsenale di leggi economiche antinazionali e di leggi che violano le libertà democratiche da: resistenze.org

PADS | lien-pads.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

05/07/2016

Dichiarazione del Partito Algerino per la Democrazia e il Socialismo

Il governo ha appena fatto approvare degli emendamenti che accentuano nettamente il contenuto antinazionale e antidemocratico delle leggi in vigore sul piano economico e istituzionale. Un parlamento che non esprime in alcuna parte le aspirazioni popolari, le ha adottate senza alcun peso e senza alcuna discussione seria. L’operazione è stata condotta sotto la copertura di rendere le leggi conformi alla Costituzione revisionata.

Come il nostro partito aveva previsto, i principi democratici proclamati o riaffermati nella revisione costituzionale erano puramente decorativi nella misura in cui la traduzione nei fatti era rinviata a decreti attuativi.

I governanti hanno concesso nuovi benefici fiscali ai capitalisti locali e stranieri senza compensazione e molteplici meccanismi in materia di ingresso e uscita dei capitali. La classe operaia e gli strati sociali pagano il prezzo di questi benefici fiscali nel momento in cui le entrate dello Stato precipitano a seguito della caduta dei prezzi del petrolio. La pauperizzazione delle masse lavoratrici è il risultato della dilapidazione delle entrate petrolifere, della complicità dei funzionari dello Stato con le pratiche fraudolente della borghesia e dei circoli imprenditoriali, dell’assenza totale, per ragioni di classe, di serie politiche di rilancio industriale. La marcia verso l’abisso non è inevitabile. Un risultato favorevole agli interessi dei lavoratori dipenderà dalle loro lotte per un cambiamento rivoluzionario di classe.

Sul piano istituzionale le poche libertà democratiche formali riconosciute sono ulteriormente ridotte. I partiti che hanno raccolto meno del 4% alle ultime elezioni sono banditi per sempre dalla competizione elettorale. Le nuove leggi vietano rigidamente ai militari in pensione di esprimersi pubblicamente sulla situazione politica del paese o sulle scelte e metodi d’azione dei governanti. Sanzioni severe puniranno i trasgressori. Si prevede di chiedere ai candidati all’elezione presidenziale di presentare una dichiarazione sull’onore che sono di confessione musulmana. La libertà di coscienza è beffata. Così i circoli dirigenti esprimono la loro scelta di lusingare l’ultra-reazione nella speranza di ottenere il loro sostegno o di mettere in campo degli stratagemmi scellerati per scartare dei concorrenti indesiderati dal punto di vista dei loro interessi di casta attaccata ai propri privilegi economici e al monopolio dell’esercizio del potere.

Questi attacchi contro le libertà democratiche sono condotti con una disinvoltura e una fuga in avanti avventurista che non si spiegano solo per la confusione dei gruppi dirigenti di fronte a un isolamento politico crescente e al deterioramento di giorno in giorno della situazione finanziaria esterna e interna del paese. Il potere copre i suoi colpi di mano in nome della “preparazione del dopo-petrolio” e la difesa degli interessi del paese di fronte all’ “instabilità” della regione. Ma non si osa nominare i responsabili della situazione: gli Stati imperialisti. Si omette di puntare il dito sulle proprie responsabilità: la sua attitudine conciliante e difensiva contro le loro ingerenze militari.

La finalità di questo pacchetto di emendamenti economici e politici indissolubilmente legati è:

– Accordare al massimo i desideri del Capitale nazionale e straniero sempre più intrecciati e rafforzare le basi di classe del regime;

– Garantire attraverso il saccheggio delle ricchezze del paese che la parte del leone restituirà ai gruppi più vicini ai circoli decisionali statali;

– Tentare di ottenere la comprensione degli Stati imperialisti che garantiscono la stabilità del potere delle fazioni dominanti della borghesia in cambio di una partizione equa di queste ricchezze e dei profitti dallo sfruttamento della classe operaia;

– Assunzione del controllo assoluto da parte dei partiti della coalizione al potere per evitare totalmente eventuali concorrenti anche se sono pienamente d’accordo con il loro orientamento borghese fondamentale;

– E soprattutto cercare di detenere qualsiasi movimento politico popolare di classe che inevitabilmente sarà chiamato ad affermarsi contro lo sfruttamento, l’aggravamento delle ineguaglianze di classe e alla catastrofe che si abbatterà sulle masse popolare a causa della continua lapidazione delle risorse del paese in una situazione di basse entrate di ‘esportazione di idrocarburi.

Parallelamente, il potere ha gettato in prigione i responsabili delle emittenti televisive satiriche del canale KBC che hanno ridicolizzato uomini del regime accusati di compromissione negli affari di corruzione. I tre giornalisti di questo canale e una funzionaria del ministero della Cultura languono in prigione da diversi giorni senza che alcun responsabile ufficiale del governo abbia ritenuto indispensabile spiegare i motivi della loro prigionia. Il potere ricorre ancora una volta alle procedure arbitrarie della detenzione “preventiva” a dispetto dei procedimenti giudiziari e delle leggi di depenalizzazione degli articoli di stampa. Questi affari di corruzione non sono nuovi. Essi sono stati portati sulla scena pubblica da perdenti organizzazioni nel quadro della lotta mortale tra differenti clan borghesi-mafiosi del regime attraverso giornali a loro legati. La vittoria del clan che ha preso il controllo delle leve decisionali si traduce in atti vendicativi destinati a forzare l’intera società e non solo la stampa, alla fedeltà verso essi.

I metodi utilizzati per reprimere le opinioni espresse rivelano l’arbitrarietà e aprono la strada alla sua generalizzazione. Tuttavia questo non deve portare all’amalgama, in nome di una lotta senza discernimento per la democrazia, tra opinioni che contribuiscono a denunciare la corruzione, il furto dei beni della nazione, la difesa delle aspirazioni delle masse popolari e quelle che propagandano l’ideologia oscurantista, tentando di riabilitare gli adepti criminali di questa ideologia o mirando a garantire il paese alle potenze imperialiste. Le opinioni reazionarie sono sviluppate sia nella stampa privata che nella stampa governativa.

Questo non significa neppure che dobbiamo chiudere gli occhi sul fatto che i giornalisti o i giornali oggetto di misure di intimidazione non abbiano attaccato il clan o il gruppo di clan al potere. Essi sono astenuti o si astengono dal denunciare il regime in quanto regime borghese, antidemocratico, antipopolare e parassitario, nel suo insieme. I circoli schiacciati negli ultimi mesi condividono le responsabilità con i governanti attuali per le politiche economiche e sociali distruttrici e antipopolari condotte con continuità da 30 anni.

La liberazione dei giornalisti arrestati per aver denunciato la corruzione e l’impunità è una richiesta democratica.

La lotta e la mobilitazione dei lavoratori sono indispensabili per far fallire questo arsenale di leggi antidemocratiche. I lavoratori saranno inevitabilmente i primi a subirne le conseguenze, indipendentemente dalle querelle che lacerano le differenti correnti politiche della borghesia al potere o all’opposizione su delle questioni di metodo di dominazione dei lavoratori o per la monopolizzazione della torta e dei privilegi politici.

I lavoratori non limiteranno le loro lotte all’espressione della solidarietà con le vittime di queste azioni arbitrarie. E’ necessario battersi per l’abolizione della legge sui partiti e sulle associazioni, l’abrogazione di tutte le disposizioni che ostacolano il diritto di sciopero, gli articoli della legge sull’informazione che impediscono loro di creare liberamente i propri organi di espressione. Devono combattere con le unghie e con i denti contro i metodi illegali di ostruzione all’esercizio del diritto di organizzazione e espressione. Questa lotta non può esser separata dalla lotta per il socialismo, per l’accumulazione delle forze necessarie a un cambiamento di classe del potere.

Ivan Pinheiro: “Il governo provvisorio è illegittimo e corrotto” da: resistenze.org

Partito Comunista Brasiliano (PCB) | pcb.org.br
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/07/2016

‘A Verdade’ ha intervistato Ivan Pinheiro, 70 anni, segretario-generale del Partito Comunista Brasiliano (PCB). Avvocato, Ivan ha iniziato la sua militanza politica fin dalla gioventù, nel movimento studentesco di Rio de Janeiro. Nel 1976, entrò nel PCB e fu eletto presidente del Sindacato dei Bancari, importante trincea di resistenza alla Dittatura Militare. In questa intervista, espone l’opinione del PCB sulla congiuntura nazionale, la lotta contro il governo golpista di Michel Temer e difende l’unità delle forze popolari nella costruzione di una alternativa a sinistra per la crisi capitalista.

A Verdade – Qual è la valutazione del PCB sulla congiuntura brasiliana?

Ivan Pinheiro – I governi del PT sono stati interessati alla borghesia fintanto che garantivano benefici al capitale “come mai prima nella storia del Paese“, nelle parole di Lula e allo stesso tempo agivano come efficienti pompieri sulla lotta di classe, cooptando entità sindacali e di massa e trasmettendo ai lavoratori l’illusione che il governo (e non le loro lotte) avrebbe garantito i loro diritti e il loro futuro.

Nel giugno 2013 ci fu il primo segnale di esaurimento di questo ciclo di conciliazione di classe, quando cominciarono a soffiare sul Brasile forti venti della crisi mondiale sistemica del capitalismo e gli indizi che il PT non controllava più, né smobilitava, i lavoratori e i settori popolari.

In questo quadro, per vincere le elezioni nel 2014, Dilma fece un discorso “sviluppista”, negando la crisi economica, affermando che era più facile “che una mucca tossisca” che revocare i diritti lavorativi. Vincendo le elezioni, passò a governare con un programma neoliberale del candidato del PSDB, chiamando Joaquim Levy al Ministero delle Finanze per fare aggiustamenti fiscali, tagli nei programmi sociali e nei servizi pubblici, flessibilizzare i diritti lavorativi e previdenziali, privatizzare in larga scala, etc. La presidente implementa la Legge Antiterrorismo per reprimere i movimenti popolari e il 18 dicembre 2015 firma l’Accordo Militare Brasile/Stati Uniti (1), insieme con Aldo Rabelo, allora ministro della Difesa, di un partito che si presenta come comunista.

Mentre il governo cede alle necessità del capitale, l’economia continua la recessione, creando un ambiente di ingovernabilità. Ma, già all’inizio del 2015, parte della borghesia comincerà a guidare la rimozione di Dilma perché – nonostante Lula e il PT sembrino accettare di cedere ulteriormente alle pressioni borghesi – le contraddizioni interne con alcuni settori petisti legati ai movimenti di massa complicavano la conciliazione. Durante il 2015, sono continuate le divergenze in seno alle classi dominanti in relazione all’impeachment. Ma, all’inizio del 2016, con l’annuncio di un ulteriore calo del PIL e l’approfondimento dell’ingovernabilità, il “comitato centrale” della borghesia chiude la questione della rimozione della presidente e impone l’illegittimo governo Temer per cercare di accelerare gli aggiustamenti che il PT faceva lentamente.

L’impeachment non è stato un colpo di Stato classico, anche perché non si trattava di un governo di sinistra, nemmeno riformista. Nei 13 anni di governi petisti non c’è stato alcun avanzamento strutturale o istituzionale. Ma è ovvio che la destra ha usato e abusato delle manipolazione mediatiche e giuridiche scandalose ed evidenti manovre istituzionali e parlamentari nel quadro “legale” della democrazia borghese. In realtà, una dittatura delle classi dominanti. Il PT ha scavato con le proprie mani la sua fossa, scegliendo, fin dai primi passi di Lula, l’alleanza con i partiti di centro-destra.

Come analizzate il Governo Temer?

La nascita dell’illegittimo governo provvisorio Temer deve esser usata didatticamente per i comunisti per combattere le illusioni di classe tra i lavoratori, come la falsità che è possibile riformare e umanizzare il capitalismo, che in questo sistema c’è una “democrazia”, uno “Stato democratico di Diritto”. Notare che il partito che ha “tradito” il PT era il suo principale alleato. Nel governo destituito, il PMDB aveva il vice-presidente, il presidente della Camera e del Senato e sette ministeri! Dobbiamo combattere Temer con tutta l’energia, non dargli tregua un solo minuto per respirare, per impedire che applichi le ricette di una crisi di governabilità. La mia impressione personale è che il colpo della borghesia è fallito e nuove manovre istituzionali si stanno preparando. Ma non possiamo sottovalutare, né attendere sperando in soluzioni all’interno del sistema, poiché l’agenda neoliberale avanza nel Parlamento.

A mio modo di vedere, le forze anticapitaliste e popolari non devono spendere energie per il ritorno di un governo social-liberale petista, sia con il ritorno di Dilma o con l’elezione di Lula. Durante tutta questa crisi, è stato evidente che il percorso del PT verso la destra è una cammino senza uscita. Per garantire la governabilità, Dilma è giunta al punto di proporre pubblicamente un patto nazionale con l’opposizione di destra e a far di tutto per creare un nuovo “centro” con le sigle più fisiologiche e corrotte. Non dimentichiamo che lo zar dell’economia nel governo Temer è lo stesso Henrique Meirelles, presidente del Banco Centrale negli otto anni di Governo Lula che, nell’auge dell’impeachment, cercava di convincere Dilma a nominare questo banchiere come ministro delle Finanze per tranquillizzare i “mercati”, i creditori e gli investitori nazionali e stranieri.

Non dobbiamo nemmeno alimentare illusioni riformiste, come le proposte che circolano nella sinistra, di nuove elezioni, riforma politica o costituente. Con il possibile fallimento del vergognoso Governo Timer, queste alternative istituzionali saranno il salvagente per la borghesia: con l’egemonia che mantiene nella società, eleggere un “nuovo” governo del capitale, adesso legittimato dalla “volontà popolare”, per continuare con la sua offensiva contro i diritti sociali e lavorativi.

Come vede il PCB l’importanza dell’unità delle forze popolari e le alternative per la crisi?

Il centro della nostra lotta oggi deve esser FUORI TEMER, intendendo questo come la resistenza all’offensiva del capitale, che attribuisce ad esso il compito di flessibilizzare maggiormente i diritti dei lavoratori, generalizzare le esternalizzazioni, privatizzare quello che resta di pubblico e approfondire i tagli nei programmi sociali e lo sfruttamento del proletariato, di saccheggiare il bilancio pubblico, tutto per garantire la ripresa del tasso di profitto dei grandi monopoli, che avverrà al prezzo di una maggiore repressione delle lotte popolari e delle restrizioni dei diritti di organizzazione e manifestazione.

Con l’aggravamento della crisi mondiale del capitalismo, che colpisce il Brasile adesso in forma drammatica, avverrà un’acutizzazione delle contraddizioni tra il capitale e il lavoro, pertanto, della lotta di classe, adesso senza cooptazione del movimento sindacale e di massa e con maggiore possibilità di unità d’azione delle forze di sinistra socialista. Qualunque sia il governo di turno (ritorno di Dilma, permanenza di Temer o un nuovo presidente eletto), l’offensiva del capitale proseguirà. Ma si sono create le condizioni per una grande crescita del movimento di massa. Nel movimento sindacale e operaio, credo in una esplosione simile a quella che avvenne tra il 1975 e 1985, quando i lavoratori spazzarono i crumiri dei sindacati. Avverrà una grande crescita delle lotte per la terra, per la casa, per il lavoro, diritti civili, salute, istruzione e trasporti pubblici e contro le discriminazioni di qualsiasi tipo.

I comunisti e le forze popolari di orientamento anticapitalista devono contribuire all’unità d’azione in queste lotte. E’ necessario che queste forze promuovano una riunione nazionale, il prima possibile, per creare le condizioni di costruire un Fronte Anticapitalista e Anti-imperialista e realizzare, nel primo semestre del 2017, un Incontro Nazionale della Classe Lavoratrice e dei Movimenti Popolari – indipendente dal nome che avrà questo evento – affinché possiamo dare ampiezza nazionale a un grande movimento di resistenza all’offensiva del capitale che accumuli la nascita di una alternativa del proletariato nella costruzione del potere popolare e per aprire il cammino al socialismo.

Nota: http://www.planalto.gov.br/ccivil_03/_Ato2015-2018/2015/Decreto/D8609.htm

La lotta di classe in Messico da: wwwresistenze.org

James Petras | petras.lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

01/07/2016

L’espansione capitalistica e l’esplosione della lotta di classe in Messico seguono una traiettoria specifica. Gli investimenti esteri su larga scala e a lungo termine in minerali e terra tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo, fondati su una alta intensità di sfruttamento, posero le basi per la Rivoluzione messicana.

La correlazione di forze si spostò drasticamente a favore degli eserciti contadini guidati da Emilio Zapata e Pancho Villa. La successiva contro-rivoluzione, dagli anni Venti a metà degli anni Trenta invertì temporaneamente il processo e vide la nascita di una nuova élite post-rivoluzionaria, alleata delle multinazionali petrolifere degli Stati Uniti.

Il secondo sconvolgimento sociale ebbe inizio a metà degli anni Trenta e proseguì fino alla fine del decennio. Vasti movimenti di lavoratori del petrolio con coscienza di classe e dei contadini senza terra espropriarono e nazionalizzarono i giacimenti petroliferi e i latifondi, fondando le cooperative rurali indigene “ejido”.

All’inizio degli anni Quaranta, la lotta di classe dal basso fu contenuta dalla leadership politica corrotta del PRI, il sedicente “partito rivoluzionario”.

Dai primi anni Quaranta alla fine dei Sessanta, il Messico fu governato da una élite economica che ha approfondito i legami e la dipendenza dagli Stati Uniti, pur mantenendo alcuni dei progressi sociali della precedente ondata rivoluzionaria.

L’equilibrio di potere si spostò drammaticamente verso l’elite negli anni Ottanta. La lotta di classe dall’alto acquisì influenza iniziando a invertire l’intera eredità rivoluzionaria del passato.

Il petrolio fu privatizzato, le cooperative sciolte, i sindacati “incorporati” dallo Stato. L’intero mercato del Messico passò sotto il controllo degli Stati Uniti attraverso il NAFTA.

Di fronte all’offensiva capitalistica, gli operai, i contadini e le comunità indigene si ribellarono con un’ondata di rivolte regionali, settoriali e popolari.

Nelle competizioni elettorali riportarono successi, ma l’elite negò questi esiti vittoriosi.

Le rivolte dell’esercito contadino guadagnarono le comunità rurali, ma vennero violentemente represse o “contenute” quando si diffusero.

Marce moltitudinarie, proteste e barricate di studenti e professori a Città del Messico hanno sfidato con successo le prerogative dittatoriali del presidente, ma furono soffocate con uccisioni di massa da parte dell’esercito e dei suoi squadroni della morte.

I sindacati guidati dai lavoratori dell’energia, del petrolio, dagli insegnanti e da operai di fabbrica avanzarono la richiesta di agende sociali, subendo però una massiccia repressione da parte dello Stato.

La lotta di classe in Messico conserva una potente capacità di coinvolgere milioni di persone in una azione diretta, ma manca l’unità politica e sociale nazionale per impadronirsi del potere statale.

Il Messico è il paese latinoamericano con il maggior numero di lotte popolari, ma con la minima capacità di dar vita a un movimento rivoluzionario unitario.

La lotta di classe in Messico è molto frammentata, anche se si profonde in sforzi eroici per impegnarsi in lotte sociali regionali, provinciali e di fabbrica.

In Messico, l’alleanza tra gli investitori stranieri, gli affaristi miliardari e la macchina statale controlla il potere dello Stato. I movimenti operaio, contadino e popolare esercitano l’egemonia a livello locale e settoriale.

La correlazione di forze tra “capitale e lavoro” rimane soggetta a disputa permanente. La storia e la pratica corrente ci dicono che il flusso e riflusso della lotta di classe è al momento incerto.