La relazione pericolosa tra felicità e politica da. ndnoidonne

L’esempio di Raggi e Appendino, felici di potersi autodeterminare nel candidarsi

Tiziana Bartolini

Le immagini con piazze gremite di popoli festanti sono consegnate agli archivi e al centro della scena ci sono i problemi da risolvere, ma per un po’ la politica ha mostrato di saper regalare felicità. A chi si è riconosciuto in un progetto, a chi ha vinto insieme al suo partito, a chi è stato eletto. Resteranno impresse nella storia nazionale, oltre che nei giornali di mezzo mondo, i volti sorridenti delle due giovani sindache di Roma e di Torino. Erano donne felici. Virginia Raggi e Chiara Appendino, entrambe madri e con una minima esperienza amministrativa alle spalle, hanno sentito che era il loro momento. E hanno scelto di assumere la responsabilità di una candidatura. Di nuovo incontriamo la felicità, e la vediamo nella possibilità di non avere paura perché si è libere di autodeterminarsi. Impossibile non riconoscersi, magari per un attimo, in quel sentimento di cui conosciamo le radici lontane. Sappiamo quanto è costato conquistare la libertà che ha consentito, anche al Movimento 5 Stelle, di arrivare ai risultati di oggi. Senza le donne, senza queste donne, sarebbe stato lo stesso Movimento? Certo che no. Così come non ci sarebbero state tante sindache, donne presidenti di municipalità e consigliere comunali. La recente tornata elettorale ha permesso di raccogliere i frutti di semine lunghissime. Se pensiamo che, solo una manciata di anni fa, una delle questioni da affrontare era il superamento della ritrosia femminile nel parlare in pubblico…. E che stia davvero arrivando il tempo delle donne ce lo dice anche la prima volta di una candidata alla Casa Bianca. Hillary Rodham Clinton, diventata Presidente degli Stati Uniti d’America, – come speriamo con il cuore e con il cervello – avrebbe a che fare con la presidente della Federal Reserve Janet Yellen, con la presidente del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde oltre che con Angela Merkel. Ci fermiamo, ma la lista sarebbe ancora lunga volendoci includere funzionarie di autorevoli istituzioni internazionali, manager o imprenditrici di livello. Non sappiamo se sono donne felici, ma certamente hanno goduto della libertà di giocare le loro partite. E un certo impatto da tutta questa energia ce lo aspettiamo, anche per colmare le fratture che si fanno sempre più profonde con la base della piramide femminile. Nei redditi e nei diritti, che sono parenti stretti. Sembra più facile, oggi, raggiungere alcuni vertici piuttosto che sconfiggere la disoccupazione o la violenza sessista. Lo stupro e l’uccisione in queste ore di Maria (10 anni) in provincia di Benevento si aggiunge alla vergogna inarrestabile dei femminicidi. Il lavoro da fare è ancora tanto e non ci si può concedere neppure una piccola pausa, ma bisogna imparare ad apprezzare i progressi piccoli e grandi. Abbiamo sempre pensato che la felicità l’avremmo ottenuta (anche) con tante donne nei luoghi del potere. Eppure, mentre raggiungiamo questo risultato, sembriamo non disporre degli strumenti per leggere il nuovo presente, che esiste grazie alle nostre lotte. Il cammino per arrivare sin qui è stato lungo, tortuoso e molto, molto faticoso. Una pausa possiamo concedercela, ma solo per cercare risposte a qualche insidiosa ma inevitabile domanda. Siamo davvero felici di vedere tante sindache, anche se non sono del nostro partito? Come chiediamo loro di interpretare ed affermare la differenza in politica? Attraverso quali categorie di giudizio valuteremo il loro operato? Abbiamo elaborato, noi donne, nuove griglie di osservazione unificanti e che trovino amalgama in una cornice culturale e politica capace di andare oltre il Novecento? Intendiamo provare a tracciarla senza dividerci?

Il momento della verità non è arrivato solo per il Pd alla ricerca di se stesso, per il centrodestra allo sbando o per gli eredi di Grillo alla prova di governo.

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