Costruire una felicità altra da: ndnoidonne

Le giovani e il femminile al cospetto della felicità, tra Simone Weil e Luisa Muraro passando per Carla Lonzi. Un caleidoscopico divenire

Marta Facchini

La felicità è un sistema complesso. È questo il messaggio di una recente pellicola del cinema italiano, regia di Gianni Zanasi. La trama è semplice: il protagonista, impersonato da un impeccabile Valerio Mastrandrea, è un imprenditore dalla giacca grigia, faccia seria e impenetrabile, che ha un lavoro che con la felicità ha ben poco a che fare. La vita fa poi lo sgambetto: prende il protagonista in contropiede, lo manda in crisi e lo costringe a ripensare un’intera esistenza. Lo mette davanti al necessario risvolto emozionale e affettivo delle relazioni. E, in queste nuove affinità elettive, lo fa camminare su un’altra strada.
Anche io penso la felicità come un sistema complesso. Non riesco a definirla in un solo modo. Me la immagino in una composizione multiforme. Non sta mai in un solo posto, cambia direzione. Si ferma, poi ricomincia a muoversi. È un caleidoscopio. Produce metamorfosi, è sempre in connessione con l’altro da sé stessa. Così come credo sia difficile riflettere su cosa le nuove generazioni di donne intendano per felicità. Idea confermata se ricordiamo come, spesso, i discorsi di ampio respiro, anche se pronunciati con l’intento di chiarire, possono correre il rischio di semplificare in maniera eccessiva. E lo fanno soprattutto se non dimentichiamo le difficoltà insite nel richiamare una generica categoria femminile. Siamo tante, conteniamo moltitudini, e siamo attraversate da differenze. Noi siamo “mai tutte” ma sempre eccedenti. Mai funzionali e non rispondenti alle rappresentazioni imposte del femminile.
Per parlare a partire da sé, parto da Simone Weil. E nel farlo riprendo una riflessione sollecitata tempo fa da Luisa Muraro, anche lei chiamata a interrogarsi su cosa si possa intendere per felicità. La filosofia francese è a New York, ottobre 1942, quando si chiede perché esistono alcune questioni su cui nessuno più si interroga. Tra queste, perché in nessuno sia possibile estirpare il desiderio di essere felice. Una domanda che spinge l’autrice ad affermare come la felicità non sia una cosa da desiderare senza ragione e in maniera incondizionata. L’assenza di condizioni condurrebbe fuori strada, farebbe cadere in falsi miti. Non è un caso che a essere chiamato in causa sia proprio Platone, il primo ad affermare che felicità e bene si eguagliano, alla fine. Ciò nonostante, anche se a certe condizioni, per la Weil la felicità rimane un bisogno essenziale dell’anima.
Le condizioni di cui parla Simone Weil, io le ho trovate nelle pratiche del femminismo. È nel femminismo, nel desiderio di vivere politicamente e nella creazione di un’alternativa forma di politica, che trovo una forma di felicità. Del resto, nei femminismi, questa ricerca della felicità mi sembra di leggerla proprio nell’originaria produzione di uno spostamento rispetto alle narrazioni dominanti. Sta nel superamento della subalternità. Si annida nel cuore delle radici nelle pratiche delle donne. All’origine, già solo nella contestazione dei tempi in cui, alle donne, la felicità era imposta.
Felicità come passione politica e condivisione di corpi in divenire, di cui credo ci sia ancora bisogno. E in modo prorompente. È il desiderio di immaginare e costruire un altro tempo. Esattamente perché penso che il femminismo sia un divenire, vedo nel suo movimento anche quello di una felicità che si compone. È la costruzione di una libertà altra perché, come diceva Carla Lonzi, “non c’è dubbio che la liberazione della donna non può rientrare negli stessi schemi (…) si vanifica il traguardo della presa del potere”. Una libertà nuova, fatta di relazioni e incarnata nei corpi, che supera l’affermazione degli egoismi. Per me, la felicità è la possibilità di una rivoluzione.

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