Convocazione Comitato Provinciale

Carissimi e carissimi il 20 Luglio Mercoledì è convocato il Comitato Provinciale ore 18 presso salone CGIL via Crociferi n.40

o.d.g

Raccolta firme referendum contro le modifiche costituzionali del Senato insieme al cordinamento per il No

Un grazie particolare a Giusy Vanadia, Emanuele Ungheri, Gabriele Centineo, Sara Costanzo, Marcella Giammusso, Paolo Parisi della segreteria e comitato provinciale per essersi impegnati con spirito di sacrificio

Un grazie al cordinamento per il No dove gli iscritti ANPI oltre che a partiti si sono sacrificati per raccogliere le firme tutti i sabati e le domeniche non metterò i nomi per paura di dimenticare qualcuno

Comizi nelle piazze della provincia di Catania e nella città per i mesi luglio e agosto

saluti per le vacanze

varie ed eventuali

Cordiali saluti

la presidente Santina Sconza

ANPInews n. 210

ANPInews n. 210

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

“Milano ricorda Paolo Borsellino e le vittime delle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio”: il 19 luglio iniziativa pubblica promossa dal Comune di Milano e dalla Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto. Aderiscono ANPI e Libera. Interverrà, tra gli altri, Carlo Smuraglia

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Le violenze negli USA: la prospettiva di una guerra civile?

 

Referendum, legge elettorale: un grande scompiglio sotto il sole di luglio

Castellina: «Il Partito Democratico è l’aborto del Pci» da: ildubbio.news

Il Partito comunista ha realizzato le cose migliori per questo paese. Ora c’è la morte: le periferie prima erano dense di vita collettiva e politica, oggi sono luoghi dove non c’è nulla

«Sinistra significa cercare ciò che nessuna rivoluzione è ancora riuscita a ottenere: coniugare l’uguaglianza con la libertà. Un obiettivo non ancora raggiunto, ma non vedo perché dovremmo rinunciare». E Luciana Castellina rinunciare non intende di certo. Figlia della generazione “giovane e bella” che ha visto sbocciare l’Italia repubblicana, è stata una protagonista della sinistra in tutte le sue forme: da politica come dirigente del Partito comunista, da intellettuale quando fondò Il manifesto, uscendo traumaticamente da quello che ancora oggi considera il suo partito, e ora da memoria storica, che guarda con disincanto dalla sua casa di Roma le macerie di una politica da rifondare.

Cominciamo dall’oggi. Guardando alla sinistra italiana, nel Partito Democratico di oggi vede una qualche eredità del suo Partito comunista?
Il Partito Democratico non è l’eredità del Pci, è l’aborto. Pur con tutta la buona volontà, non vedo nulla di quella storia. Certo, quando giro per l’Italia incontro tanti bravi compagni, che sono rimasti uniti per quello che loro considerano ancora “il partito”, ma io mi chiedo quale partito. Il Pd non esiste come struttura partitica viva nel Paese.

Quella del Pci è una tradizione che è andata dispersa, quindi?
Il Partito comunista italiano è un cadavere che giace abbandonato. Con la costituzione del Pd è stata spezzata una storia, un orgoglio e una soggettività, e lo si è fatto in modo mortificante. Anche questo ha contribuito a far germinare la cultura dell’antipolitica e dell’individualismo, che stanno distruggendo l’idea stessa di democrazia.

L’ultimo portatore della tradizione comunista, forse, è Massimo D’Alema.
Mah. D’Alema è una figura bizzarra, perché non è parte del Partito Democratico ma continua a dimenarsi al suo interno, combinandone di ogni genere. Lo considero una persona intelligente, ma politicamente le ha sbagliate tutte.

Eppure il suo leader, il premier Matteo Renzi, è indubbiamente una figura carismatica che ha riportato il centro-sinistra alla guida del Paese.
Mi viene difficile definire di sinistra un Governo che sostiene che il Parlamento debba intralciare il meno possibile, che i sindacati siano da ammazzare e che la governance vada affidata a tecnici e a fantomatici “esperti”. Per quel che riguarda la leadership, un leader non può esistere senza un partito. La politica di oggi è uguale ai programmi televisivi, che ragionano solo in termini di auditel e che cambiano per incontrare il gradimento del pubblico. E’ un gioco di specchi: la politica coincide con l’opinione pubblica, che segue ciò che il potere costituito le induce.

Come dovrebbe essere, invece?
La politica è costruzione di senso, di un progetto e dunque di un soggetto consapevole. E qui incontriamo il problema sociale dei nostri tempi: la collettività, che non riesce a ritrovare il proprio protagonismo.

Lei ha vissuto gli anni più intensi della storia del Partito comunista e della sinistra italiana. Che cosa ricorda di quegli anni?
Il Partito ha vissuto una storia più ortodossa e una più eretica, che poi è stata la mia. Nell’insieme, però, tutto ciò che di buono si è ottenuto in questo paese viene dal Partito comunista italiano. Ricordo gli anni Cinquanta, difficilissimi e con lotte terribili, ma anche anni di costruzione e di grande entusiasmo. Poi gli anni Sessanta, in cui la sinistra italiana si è aperta alle correnti politiche e culturali internazionali, generando un dibattito vivace, sfociato poi nella bellissima stagione del 1968. In questi anni abbiamo combattuto per impedire il degrado del Pci, che si stava burocratizzando e arroccando nelle istituzioni e nei poteri locali, perdendo contatto con le lotte. Gli anni Settanta sono stati invece l’inizio della fine.

Ricorda quando ha preso la prima tessera del Pci?
Io mi sono iscritta nel novembre 1947, l’anno delle elezioni amministrative a Roma. Venivo dalle battaglie del partito a livello giovanile con il Fronte della gioventù, e a spingermi a prendere la tessera è stato un episodio di cronaca. In quell’anno un militante della Democrazia Cristiana venne ammazzato a piazza Vittorio, mentre attaccava dei manifesti. Dell’omicidio furono accusati tre ragazzi comunisti, arrestati e poi scarcerati, e fu forse la prima delle provocazioni di quel periodo di grandi contrasti. Non si scoprì mai chi uccise quel giovane, ma per me quello fu il segnale che i tempi belli del Dopoguerra e delle speranze erano finiti e che cominciava un periodo duro, di scontro anticomunista. Lì ho capito che non si poteva più solo simpatizzare ma bisognava impegnarsi completamente.

Quella è stata anche la stagione dei grandi leader di partito. Chi ricorda con più nostalgia?
Sicuramente Palmiro Togliatti. Fu un personaggio di statura straordinaria, di cui oggi non si parla più. Io l’ho conosciuto: parlava come un professore di liceo e scriveva in modo molto difficile, portava sempre un vestito blu a righe con il doppio petto e gli occhiali. Aveva tutto tranne che l’aspetto di un leader carismatico come lo intendiamo oggi, eppure la sua morte ha provocato il primo vero moto spontaneo e nemmeno previsto dei militanti del Pci. Un milione di persone si riversò a Roma per il suo funerale, una mobilitazione immensa che non si era mai vista, vent’anni prima di Berlinguer.

Un nome, quello di Enrico Berlinguer, che più di Togliatti è rimasto nella memoria collettiva della sinistra di oggi.
Berlinguer è stato fatto passare per una sorta di zio buono e un po’ scemo. In questo senso, l’informazione ha fatto un servizio terribile alla sua memoria. Per ciò che posso dire io, il giudizio migliore su di lui me lo diede una militante, che mi disse: «Parla così male che è assolutamente certo che dica la verità». Questo per dire come non era certo l’arruffapopoli che ad alcuni piace descrivere.

Com’è stato essere donna in un partito come il Pci?
Quando ferveva il dibattito sul voto femminile, la parte più retrograda del partito era contraria perché temeva che, dando il voto alle donne, queste avrebbero ascoltato il parroco e votato per la Democrazia Cristiana. Fu Togliatti ad imporsi, rivendicando il protagonismo politico femminile: il Pci ha consapevolmente costruito una soggettività delle donne, pur scontando un’origine culturale profondamente contadina.

Il Pci ha anche dato al Parlamento la prima donna Presidente della Camera…
Io ho apprezzato Nilde Iotti soprattutto nella sua fase politica precedente, perché poi la retorica l’ha trasformata in una specie di busto marmoreo. Lei invece ha diretto con grande intelligenza la sezione femminile del Pci e il suo merito è stato di avere il coraggio di essere una donna normale, senza travestirsi né da guerrigliera né da suora missionaria.

Lei però il Pci lo ha abbandonato, quando fondò Il manifesto insieme a Pintor, Rossanda e Parlato.
E’ stata una scelta drammatica per me, che ero iscritta al partito da 25 anni. Il nostro però non è stato lo strappo con un mondo, perché il nostro obiettivo era quello di rifondare il Partito comunista. Ricordo ancora lo slogan: volevamo «scioglierci in un rigenerato comunismo italiano».

Anche l’informazione, in Italia, è cambiata molto da quel 1971.
Sicuramente oggi i quotidiani mi annoiano molto più di allora. Oggi i giornali dovrebbero essere più difficili, non rincorrere facilonerie. Per le cose facili c’è internet, se compro un giornale vorrei che qualcuno mi spiegasse ciò che non capisco, invece di infarcire le pagine di banalità.

Tornando a parlare dell’oggi, Roma ha appena eletto la prima sindaca donna del Movimento 5 Stelle e le periferie hanno definitivamente abbandonato la sinistra. Se lo aspettava?
Non mi ha meravigliato. Non nutro speranze su Virginia Raggi, ma del resto nemmeno Gesù Cristo potrebbe risollevare Roma. Basta andare a vederle, quelle periferie: prima erano densi di vita collettiva e politica, oggi sono luoghi dove non c’è nulla. Questa città è cambiata in modo tremendo: se penso a com’erano le mie borgate, dove andavo a lavorare per il partito negli anni Cinquanta! Erano luoghi tremendi, pieni di profughi, ladri, prostitute, affamati e analfabeti, ma fremevano di uno straordinario protagonismo che oggi si è completamente perso.

Eppure alcuni analisti vedono qualcosa del vecchio Pci nella struttura del Movimento 5 Stelle.
Falso, non bisogna confondere un partito di massa con il populismo. Il Pci era un partito del popolo che riusciva a interpretare la propria storia per darle un senso popolare e non d’élite. I 5 Stelle, invece, credono che il popolo siano le poche manciate di persone che rispondono ai loro sondaggi su internet.

E nella sinistra italiana qualcosa si sta muovendo?
La società italiana è dinamica, i movimenti stanno riprendendo forza, soprattutto quelli che si occupano di immigrazione, e anche la rete degli studenti di sinistra è una realtà meravigliosa. Si tratta, però, di una dimensione frantumata che va ricostruita, soprattutto dal punto di vista della comunicazione e della visibilità. Il vero obiettivo, però, rimane quello di riportare la gente ad amare la democrazia, ricominciando dall’Abc e riportando i giovani alla politica, che significa prima di tutto pensare il mondo in relazione all’altro e non a se stessi.

A proposito di democrazia, andrà a votare al referendum costituzionale di ottobre?
Assolutamente sì. Andrò a votare, parteciperò ai comitati e voterò no, proprio in nome della cultura democratica di cui abbiamo parlato.

L’Europa è il tema del suo ultimo libro, Manuale antiretorico dell’Unione Europea, in cui analizza le origini ma soprattutto il futuro di questa istituzione. Lei che giudizio dà?
Anzitutto io credo sia necessario sciogliere un equivoco. L’Europa e la sua istituzione – prima la Cee e oggi l’Unione Europea- sono due cose molto diverse. Si può amare molto l’Europa e detestarne invece l’istituzione. Del resto, che l’Ue fosse detestabile si vedeva già dalla sua costituzione, basti pensare che gli stessi federalisti della scuola di Altiero Spinelli la disconobbero subito come loro creatura. L’Unione nasceva con l’ideale di impedire le guerre nel continente, ma poi nel concreto divenne da subito parte in campo della Guerra Fredda, coincise con la Nato e con l’armarsi dell’Occidente. Per quanto riguarda un giudizio sull’oggi, l’Europa del trattato di Maastricht e Lisbona è se possibile anche peggiore di quella iniziale.

La risposta è la Brexit, allora?
Certo che no. La Brexit nasce da una pulsione diversa, lo scetticismo britannico verso un’istituzione che viveva come riduttiva del suo ruolo storico. Inoltre in Gran Bretagna c’è stata una fortissima polemica del sindacato operaio contro un’Europa che avvertiva come responsabile di un attacco al welfare, cosa per altro storicamente falsa perché è stata Margaret Thatcher a smantellarlo. Io credo che, nonostante tutto, una forma di istituzione europea vada mantenuta, perché necessaria come struttura politico-democratica che prenda le decisioni in un mondo sempre più globalizzato. In questo senso considero il ritorno alla sovranità nazionale come una pura follia, e chi crede il contrario non sa di che parla. Rimanere soli come stati nazionali significa cadere nell’oceano della globalizzazione e venire risucchiati.

E dunque che direzione dovrebbe prendere quest’Europa?
Io sono convinta però che la strada sia quella di creare macroregioni in cui ricostruire un meccanismo di controllo politico sull’Unione, il cui male maggiore è che lascia le decisioni fondamentali agli accordi tra capitale privato e multinazionali, mentre gli stati sovrani si occupano solo di regolamenti applicativi.

C’è un problema di democrazia, quindi.
Certo, e la Gran Bretagna ne è stata esempio. Lì abbiamo assistito a un voto antiestablishment e l’errore di chi governa è stato fare un referendum su un tema assolutamente complesso, su cui si sono scaricate l’emotività e la non conoscenza. La democrazia, però, non è questo: la democrazia deve essere colta, una struttura che nutre le articolazioni sociali e collettive e che dà ai cittadini gli strumenti per capire che cosa sta votando.

Potrebbe essere questo il ruolo della sinistra europea, di cui da anni si parla come cuore di una futura forza riformista?
Willy Brandt diceva che il Partito socialista europeo è il miglior posto dove andare a leggere i giornali dei propri paesi. In pratica non conta nulla, perché è una formazione puramente formale. La vera responsabilità della sinistra, però, è un’altra: non aver mai lavorato per una vera costruzione di un demos europeo. Per incidere sulle decisioni, infatti, sarebbe stato necessario costituire un soggetto politico-sociale, un’opinione pubblica che valicasse i confini nazionali dei singoli stati.

Costruire una felicità altra da: ndnoidonne

Le giovani e il femminile al cospetto della felicità, tra Simone Weil e Luisa Muraro passando per Carla Lonzi. Un caleidoscopico divenire

Marta Facchini

La felicità è un sistema complesso. È questo il messaggio di una recente pellicola del cinema italiano, regia di Gianni Zanasi. La trama è semplice: il protagonista, impersonato da un impeccabile Valerio Mastrandrea, è un imprenditore dalla giacca grigia, faccia seria e impenetrabile, che ha un lavoro che con la felicità ha ben poco a che fare. La vita fa poi lo sgambetto: prende il protagonista in contropiede, lo manda in crisi e lo costringe a ripensare un’intera esistenza. Lo mette davanti al necessario risvolto emozionale e affettivo delle relazioni. E, in queste nuove affinità elettive, lo fa camminare su un’altra strada.
Anche io penso la felicità come un sistema complesso. Non riesco a definirla in un solo modo. Me la immagino in una composizione multiforme. Non sta mai in un solo posto, cambia direzione. Si ferma, poi ricomincia a muoversi. È un caleidoscopio. Produce metamorfosi, è sempre in connessione con l’altro da sé stessa. Così come credo sia difficile riflettere su cosa le nuove generazioni di donne intendano per felicità. Idea confermata se ricordiamo come, spesso, i discorsi di ampio respiro, anche se pronunciati con l’intento di chiarire, possono correre il rischio di semplificare in maniera eccessiva. E lo fanno soprattutto se non dimentichiamo le difficoltà insite nel richiamare una generica categoria femminile. Siamo tante, conteniamo moltitudini, e siamo attraversate da differenze. Noi siamo “mai tutte” ma sempre eccedenti. Mai funzionali e non rispondenti alle rappresentazioni imposte del femminile.
Per parlare a partire da sé, parto da Simone Weil. E nel farlo riprendo una riflessione sollecitata tempo fa da Luisa Muraro, anche lei chiamata a interrogarsi su cosa si possa intendere per felicità. La filosofia francese è a New York, ottobre 1942, quando si chiede perché esistono alcune questioni su cui nessuno più si interroga. Tra queste, perché in nessuno sia possibile estirpare il desiderio di essere felice. Una domanda che spinge l’autrice ad affermare come la felicità non sia una cosa da desiderare senza ragione e in maniera incondizionata. L’assenza di condizioni condurrebbe fuori strada, farebbe cadere in falsi miti. Non è un caso che a essere chiamato in causa sia proprio Platone, il primo ad affermare che felicità e bene si eguagliano, alla fine. Ciò nonostante, anche se a certe condizioni, per la Weil la felicità rimane un bisogno essenziale dell’anima.
Le condizioni di cui parla Simone Weil, io le ho trovate nelle pratiche del femminismo. È nel femminismo, nel desiderio di vivere politicamente e nella creazione di un’alternativa forma di politica, che trovo una forma di felicità. Del resto, nei femminismi, questa ricerca della felicità mi sembra di leggerla proprio nell’originaria produzione di uno spostamento rispetto alle narrazioni dominanti. Sta nel superamento della subalternità. Si annida nel cuore delle radici nelle pratiche delle donne. All’origine, già solo nella contestazione dei tempi in cui, alle donne, la felicità era imposta.
Felicità come passione politica e condivisione di corpi in divenire, di cui credo ci sia ancora bisogno. E in modo prorompente. È il desiderio di immaginare e costruire un altro tempo. Esattamente perché penso che il femminismo sia un divenire, vedo nel suo movimento anche quello di una felicità che si compone. È la costruzione di una libertà altra perché, come diceva Carla Lonzi, “non c’è dubbio che la liberazione della donna non può rientrare negli stessi schemi (…) si vanifica il traguardo della presa del potere”. Una libertà nuova, fatta di relazioni e incarnata nei corpi, che supera l’affermazione degli egoismi. Per me, la felicità è la possibilità di una rivoluzione.

La relazione pericolosa tra felicità e politica da. ndnoidonne

L’esempio di Raggi e Appendino, felici di potersi autodeterminare nel candidarsi

Tiziana Bartolini

Le immagini con piazze gremite di popoli festanti sono consegnate agli archivi e al centro della scena ci sono i problemi da risolvere, ma per un po’ la politica ha mostrato di saper regalare felicità. A chi si è riconosciuto in un progetto, a chi ha vinto insieme al suo partito, a chi è stato eletto. Resteranno impresse nella storia nazionale, oltre che nei giornali di mezzo mondo, i volti sorridenti delle due giovani sindache di Roma e di Torino. Erano donne felici. Virginia Raggi e Chiara Appendino, entrambe madri e con una minima esperienza amministrativa alle spalle, hanno sentito che era il loro momento. E hanno scelto di assumere la responsabilità di una candidatura. Di nuovo incontriamo la felicità, e la vediamo nella possibilità di non avere paura perché si è libere di autodeterminarsi. Impossibile non riconoscersi, magari per un attimo, in quel sentimento di cui conosciamo le radici lontane. Sappiamo quanto è costato conquistare la libertà che ha consentito, anche al Movimento 5 Stelle, di arrivare ai risultati di oggi. Senza le donne, senza queste donne, sarebbe stato lo stesso Movimento? Certo che no. Così come non ci sarebbero state tante sindache, donne presidenti di municipalità e consigliere comunali. La recente tornata elettorale ha permesso di raccogliere i frutti di semine lunghissime. Se pensiamo che, solo una manciata di anni fa, una delle questioni da affrontare era il superamento della ritrosia femminile nel parlare in pubblico…. E che stia davvero arrivando il tempo delle donne ce lo dice anche la prima volta di una candidata alla Casa Bianca. Hillary Rodham Clinton, diventata Presidente degli Stati Uniti d’America, – come speriamo con il cuore e con il cervello – avrebbe a che fare con la presidente della Federal Reserve Janet Yellen, con la presidente del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde oltre che con Angela Merkel. Ci fermiamo, ma la lista sarebbe ancora lunga volendoci includere funzionarie di autorevoli istituzioni internazionali, manager o imprenditrici di livello. Non sappiamo se sono donne felici, ma certamente hanno goduto della libertà di giocare le loro partite. E un certo impatto da tutta questa energia ce lo aspettiamo, anche per colmare le fratture che si fanno sempre più profonde con la base della piramide femminile. Nei redditi e nei diritti, che sono parenti stretti. Sembra più facile, oggi, raggiungere alcuni vertici piuttosto che sconfiggere la disoccupazione o la violenza sessista. Lo stupro e l’uccisione in queste ore di Maria (10 anni) in provincia di Benevento si aggiunge alla vergogna inarrestabile dei femminicidi. Il lavoro da fare è ancora tanto e non ci si può concedere neppure una piccola pausa, ma bisogna imparare ad apprezzare i progressi piccoli e grandi. Abbiamo sempre pensato che la felicità l’avremmo ottenuta (anche) con tante donne nei luoghi del potere. Eppure, mentre raggiungiamo questo risultato, sembriamo non disporre degli strumenti per leggere il nuovo presente, che esiste grazie alle nostre lotte. Il cammino per arrivare sin qui è stato lungo, tortuoso e molto, molto faticoso. Una pausa possiamo concedercela, ma solo per cercare risposte a qualche insidiosa ma inevitabile domanda. Siamo davvero felici di vedere tante sindache, anche se non sono del nostro partito? Come chiediamo loro di interpretare ed affermare la differenza in politica? Attraverso quali categorie di giudizio valuteremo il loro operato? Abbiamo elaborato, noi donne, nuove griglie di osservazione unificanti e che trovino amalgama in una cornice culturale e politica capace di andare oltre il Novecento? Intendiamo provare a tracciarla senza dividerci?

Il momento della verità non è arrivato solo per il Pd alla ricerca di se stesso, per il centrodestra allo sbando o per gli eredi di Grillo alla prova di governo.

HYURO e Marziota, donne unite per la resistenza dell’Arte da: ndnoidonne

Due donne che amano l’Europa e coscienti del ruolo dell’arte nell’arricchimento dell’anima. Ecco le ragioni del concerto “Musica come atto di Resistenza”

inserito da Carmen Oria

Due donne che amano l’Europa e coscienti del ruolo dell’arte nell’arricchimento dell’anima delle persone, si danno da fare per donare qualcosa di speciale ai suoi cittadini come è successo nel concerto “Musica come atto di Resistenza”.
Per la Festa Europea della Musica si sono associate HYURO e Monica Marziota che hanno sangue della “Fine del Mondo” – meglio dire – del “Nuovo Continente”.
Due artiste che attraverso l’arte diventano protagoniste di un messaggio di riflessione sul modo di vivere in contatto con la bellezza dell’esistenza umana, che a volte manca.
Ognuna nel suo mestiere di street artist e di singer e songwriter si confrontano per far conoscere la loro sensibilità artistica, rendendola pubblica ed accessibile a tutti.

Il destino ha fatto sì che HUYRO e Monica Marziota si conoscessero durante l’inaugurazione della mostra “Convivencia” organizzata a Roma dalla Dorothy Circus Gallery (DCG) e che può essere visitata fino al 23 luglio prossimo.

Nel sottopassaggio di Via delle Conce, nel quartiere romano di Ostiense, la pittrice argentina, radicata in Spagna, ha creato il suo intervento outdoor “Autogestione” come parte del progetto Spray For Your Rights della DCG che la contraddistingue come una delle più interessanti e innovative street artist europee; anche se HYURO continua a produrre dipinti e disegni su tela.
Tra gli acquerelli della mostra l’italo-cubana Monica Marziota laureata in Canto Lirico al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, si è ispirata all’opera “Baile como Acto de Resistencia” per intitolare il suo concerto “Musica come atto di Resistenza” tenutosi alla Casa Argentina in saluto alla Festa Europea della Musica dove l’ospite d’onore è stato il Maestro Andrea Morricone.

Il pluripremiato compositore per la colonna sonora “Nuovo cinema Paradiso” scritta assieme a suo padre Ennio, ha interpretato al pianoforte brani conosciuti ed altri inediti della sua ultimissima produzione musicale, alcuni vocalizzati da Monica Marziota che nel 2013 è stata il soprano solista del Concerto di Natale a Santa Maria sopra Minerva diretto dal Maestro con l’orchestra “Roma Sinfonietta”.

Durante l’esecuzione musicale è stata esposta la riferita opera della pittrice, il cui immaginario è fortemente radicato in una riflessione personale dell’essere umano, specialmente sulle donne all’interno della società contemporanea dove HYURO genera un lavoro che punta a sradicare tutti quei preconcetti e gli stereotipi solitamente associati al maschile e al femminile nella società d’oggi.

Come parte della kermesse il chitarrista argentino Nicolás Fuster e la Marziota hanno fatto omaggio a quei brani della musica latinoamericana che, con una grande influenza europea, hanno creato un’epoca nella cultura cinematografica mondiale.

Nel teatro di Casa Argentina tutto esaurito, Fuster e Monica – che è stata la cantante solista del tour italiano “Vientos de Tango” tra il 2012 e il 2013 del ballerino argentino eletto tra i tre più grandi ballerini di tango di tutti i tempi Miguel Ángel Zotto – hanno ricordato alcuni dei Tangos e Boleros più emblematici; generi che assieme all’Habanera e la Milonga hanno dato vita al fenomeno musicale “Ida y Vuelta”, dopo aver viaggiato dall’America verso l’Europa e viceversa.
Alba Beatriz Soto Pimentel, Ambasciatrice della Repubblica di Cuba e Irma Rizzuti, Consigliere e Addetto Affari Culturali della Repubblica Argentina, hanno dato il benvenuto agli artisti partecipanti nel giorno del solstizio di estate (21 giugno) a questa manifestazione popolare gratuita con il loro patrocinio, dell’Istituto Italo Latino-Americano e la DCG.
Hanno messo in risalto le virtù di questo avvenimento mondiale come uno dei simboli dell’unione culturale tra i Paesi ed i popoli per sperimentare e stimolare la creatività come è successo nella serata che ha combinato musica italiana e latinoamericana con le arti visive attraverso l’opera mostrata della Master in Produzione artistica Tamara Paola Guirovich (HYURO).
Eleganza, grinta e professionalità” è stato l’elogio della maggioranza del pubblico all’organizzatrice e protagonista del concerto per la Festa Europea della Musica Monica Marziota, figlia d’arte nata a L’Avana ed arricchita con la storia del suo nonno materno Julio Valdés “Cobarde” cantante, compositore e direttore d’orchestra di musica popolare cubana, che ha fatto parte di quella generazione d’oro della musica cubana rappresentata dal “Buena Vista Social Club“.

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Carmen Oria. Giornalista cubana, laureata alla Facoltà di Giornalismo dell’ Università de L’Avana, con vasta esperienza nei diversi linguaggi dei mass media come agenzia di stampa, radio, web e TV. Per più di due decenni è stata una professoressa universitaria. Attualmente vive a Roma e pubblica come collaboratrice nei diversi webs cubani, latinoamericani ed italiani; anche nei giornali e riviste.

*Photo credits: Massimo Breazzano e Carmen Oria