Film Cattivi vicini 2 da: ndnoidonne

Dalla fratellanza alla sorellanza come antidoto all’individualismo rampante. Il contrasto fra le nuove sensibilità sociali e la “vecchia scuola” machista e gaudente …

inserito da Adriana Moltedo

“Cattivi vicini” è un film diretto e sceneggiato da Nicholas Stoller, con protagonisti Zac Efron e Seth Rogen.
E un college film.

“Cattivi vicini” è una sitcom in forma di lungometraggio sboccata e piuttosto divertente.

Per la seconda volta dopo Cattivi vicini il party boy Teddy, rifiutando di diventare adulto, si scontra contro gli sposini Mac e Kelly che hanno invece scelto di mettere su famiglia e dimenticare i giorni selvaggi del college.

Mac e Kelly Radner, però, prossimi a diventare genitori per la seconda volta, sono disturbati dall’arrivo di una confraternita universitaria, il Kapa Nu, che di notte si dà alla pazza gioia tra schiamazzi, alcol e sesso. La novità è che questa volta si tratta di una “sorellanza” femminile; e che la coppia dovrà ricorrere al suo antico nemico, Teddy, per infiltrarla, dividerla e farla sloggiare.

Una commedia che sottrae le studentesse del college al ruolo passivo di comparse.

Le ragazze vogliono essere libere, da tutto quello che le ha tenute schiave da secoli. Vogliono decidere loro sul che fare e con chi. E si danno alla pazza gioia prima vendendo erba poi facendo party da sballo che procura loro dei bei soldini. Il club della sorellanza si allarga sempre dippiù fino a divenire incontrollabile.

Ora che Mac e Kelly Radner aspettano il loro secondo figlio, sono pronti a fare l’ultimo passo per diventare finalmente adulti: trasferirsi in periferia. Chiedono un prestito con il quale compreranno la nuova casa e vendono la loro. Hanno una caparra e un mese di tempo per concludere l’affare, e intanto i compratori controlleranno se è tutto Ok, altrimenti perderanno casa e soldi.

Ma dopo aver valutato il vicinato ed essersi decisi a vendere, scoprono che le loro nuove vicine sono un’associazione di studentesse universitarie ancora più fuori di testa di quanto Teddy e i suoi “confratelli” siano mai stati.

Stanche di un sistema scolastico restrittivo e sessista, le eccentriche ragazze del Kappa Nu hanno deciso di trasferirsi insieme in una casa in cui poter fare tutto ciò che desiderano.

Quando Shelby e le sue “sorelle”, Beth e Nora, trovano la casa perfetta non troppo distante dal campus, non tengono conto del fatto che si trovi in una strada troppo tranquilla per i party che hanno intenzione di tenere, epici tanto quanto quelli dei ragazzi.

Costretti a rivolgersi a un ex vicino per sconfiggere le nuove vicine, i Radner, insieme ai loro migliori amici Jimmy e Paula, sfoderano il carismatico Teddy come arma segreta.

Infiltrandosi nella confraternita femminile e seducendone i membri, il trentenne riuscirà a calare il sipario sulla casa delle Kappa Nu. Ma se pensano che il nemico si arrenderà senza lottare, hanno seriamente sottovalutato il potere della follia e dell’ingenuità della gioventù.

Quando le Kappa Nu stanno quasi per arrendersi sarà inaspettatamente Kelly Radner a spronarle a non mollare e nuove e vecchie generazioni usciranno liberate insieme.

Se buona parte del comportamento statunitense, è basato sul senso di fraternity come antidoto all’individualismo rampante, qui ci si avventura nel contrasto fra le nuove sensibilità sociali e la “vecchia scuola” machista e gaudente cui le ragazze della sorority cercano di attribuire uno spinta femminile, sottraendosi all’imperativo dell’appiattimento su stereotipi decisi dai maschi.

Dalla fratellanza alla sorellanza come antidoto all’individualismo rampante, qui ci si avventura nel contrasto fra le nuove sensibilità sociali e la “vecchia scuola” machista e gaudente cui le ragazze della sorority cercano di attribuire una spinta femminile.

Una vera forza della natura!

Prima della violenza / Appello per una Giornata nazionale contro la violenza maschile da: ndnoidonne

Mobilitazione degli uomini contro la violenza sessista. Prima del 25 novembre

inserito da Redazione

Prima della violenza
per una Giornata nazionale contro la violenza maschile

Un’adolescente violentata e gettata in una piscina, una ragazza uccisa e bruciata, una donna uccisa insieme ai figli da un uomo che poi uccide se stesso, una giovane nigeriana schiavizzata, uccisa a colpi di pistola: sono solo gli ultimi episodi di una lunga serie di violenze. Quando la violenza si fa più estrema l’indignazione pubblica e l’orrore superano la soglia dell’indifferenza quotidiana.Ma la realtà è molto più ampia e profonda ed è fatta di minacce, ricatti, abusi, relazioni di dominio.
La violenza degli uomini verso le donne, ormai ne siamo consapevoli, non si può liquidare come patologia di pochi marginali, né come il segno di culture lontane da noi: nasce nella nostra normalità. Anche quando è estrema parla una lingua che conosciamo e che mescola amore, controllo, dipendenza, onore, gelosia, frustrazione, potere… prima di divenire violenza. Enfatizzare l’emergenza nasconde il fatto che si tratta di un fenomeno strutturale e diffuso. Condannare la violenza senza riconoscere la cultura che la produce e la giustifica, è un gesto vuoto.
L’emozione che si è suscitata è un’opportunità per aprire gli occhi su questa realtà.
Ma l’indignazione, ai tempi di facebook, può essere una trappola: può esaurirsi in tre giorni, per poi passare al prossimo video virale, può soddisfarsi di urlare la richiesta di punizione, può ridursi a esercizio retorico. Specie se chi ha responsabilità politiche si accoda al coro della condanna ma poi lascia che i centri antiviolenza chiudano per mancanza di fondi.
Dopo le ultime, atroci, storie di violenza molti uomini hanno preso la parola pubblicamente, hanno promosso gruppi di discussione, appelli a un impegno comune, incontri in varie città. Sono stati pubblicati sui maggiori quotidiani e sui social interventi, riflessioni, analisi. Tutti ci pare mettano al centro una consapevolezza nuova: la violenza maschile contro le donne chiama in causa gli uomini, mette in discussione la nostra cultura, le nostre aspettative, le nostre frustrazioni, il nostro modo di stare al mondo e nelle relazioni. Anche diverse voci femminili hanno sollecitato una presenza e un impegno maschile più forte e netto.
Non lasciamo che questa nuova consapevolezza e assunzione di responsabilità durino tre giorni.
Proponiamo a tutti gli uomini che di fronte a queste violenze si sono sentiti colpiti e hanno sentito il bisogno di interrogarsi, di non fermarci qui: organizziamo incontri in ogni città a partire dalle sollecitazioni emerse in questi giorni, coinvolgiamo altri uomini, proviamo a scavare più a fondo e a mettere in gioco noi stessi.
Proviamo a darci un tempo di ascolto e dialogo, d’iniziativa e riflessione: tre mesi durante i quali trasformare l’indignazione in occasione di cambiamento. Costruiamo così, insieme una giornata nazionale in autunno contro la violenza. Raccontiamoci anche le tante iniziative tra uomini e tra uomini e donne già impegnate su questo difficile terreno.
Non partiamo da zero. In questi anni la consapevolezza nel nostro paese è cresciuta.Dieci anni fa nel settembre del 2006, un appello di uomini contro la violenza maschile raccolse molte centinaia di adesioni: da lì si è sviluppato un impegno che ha cambiato molti di noi. Tutto questo resta ancora troppo poco visibile e diffuso nella società e sui media, poco riconosciuto dalla politica e dalla cultura.
Non si tratta di ergersi a giudici di altri uominio a “difensori delle donne” ricreando un ambiguo paternalismo, o di attivarsi solo per sensi di colpa o senso del dovere, ma di interrogarci sui nostri desideri, sulla capacità di riconoscere la nuova autonomia e la nuova libertà delle donne, dirci se può essere un’occasione di cambiamento delle nostre vite.
La violenza maschile contro le donne è il frutto di una cultura, di una forma delle relazioni tra le persone che genera altre violenze.L’uccisione dettata dall’odio verso le persone omosessuali è parte di questa cultura. Oggi proviamo orrore e ripulsa di fronte alla strage di Orlando. Perché per molti uomini è intollerabile la libertà di una donna così come è intollerabile una sessualità diversa?
La violenza riafferma un dominio, un ordine gerarchico tra i sessi ma anche tra orientamenti sessuali. Anche la violenza omicida e omofoba in Florida è l’estrema espressione di una realtà molto più diffusa fatta di insulti quotidiani nelle nostre scuole e nelle nostre strade, di battute, imbarazzi, discriminazioni ed esclusioni.
La riproduzione e la riaffermazione di ruoli sessuali stereotipati, l’adesione a presunte attitudini maschili e femminili, l’imposizione di una norma nelle relazioni affettive, contribuiscono a generare questa violenza, impoveriscono la libertà di tutti e tutte, costringono le nostre vite in gabbie invisibili.
Crediamo che anche altre violenze, altre sofferenze abbiano a che fare con questa cultura della gerarchia, della paura e del dominio verso chipercepiamo diverso da noi.Così tolleriamo la sofferenza e la morte di chi fugge dalla guerra e dalla miseria in un mondo in cui crescono guerre, violenze, ingiustizie e disuguaglianze,considerando i migranticome minaccia, accettando che siano oggetto di violenze intollerabili ai nostri confini.Dimentichiamo di fatto la gravità della tratta di migliaia di donne schiavizzate per i consumi sessuali maschili. Accettiamo nuovi muri e recinti anziché impegnarci per un ordine internazionale più giusto e non dominato dalla guerra. La violenza razzista e nazionalista che ha ucciso a Londra la deputata JoCox è solo l’ultimo segno di un continente europeo avvelenato dall’odio e dall’intolleranza. Ci aggrappiamo a false identità collettive anziché scommettere sulla singolarità di ognuno e ognuna e sulla curiosità e l’apertura reciproca.
Trasformare questa cultura, vivere il cambiamento che le donne hanno già da molti anni determinato,sono anche un’occasione di libertà per noi uomini, possono arricchire e aprire le nostre vite.Possono rendere possibile un cambio di civiltà, che riguarda tutti e tutte.

Impegniamoci ad organizzare come uomini per il prossimo autunno in tutt’Italia una giornata nazionale contro la violenza maschile che coinvolga il più possibile il mondo della scuola, dell’informazione, della cultura, della politica e dell’associazionismo, ed anche quei singoli uomini che già si sono espressi pubblicamente in quest’ultimo periodo, per diffondere al massimo la sensibilità e l’impegno fra tanti ragazzi e adulti ancora troppo silenziosi,isolati e confusi.
Una giornata che volutamente si svolga prima della Giornata internazionale del 25 novembre contro la violenza sulle donne, per prendere parola come uomini prima del richiamo rituale di una ricorrenza importante:per cambiare, per agire prima della violenza.

Per adesioni: pagina FaceBook   https://www.facebook.com/primadellaviolenza

Ejaz Ahmed (Ass. Nuove Diversità – Roma)
IsokeAikpitanyi ( Associazione vittime ed ex vittime della tratta – Genova)
Mario Caligiuri (Roma)
AntonioCanova (GUV Gruppo Uomini Viareggio)
Sandro Casanova (Maschile Plurale Bologna)
Marco Cazzaniga (Identità e Differenza, Spinea )
Stefano Ciccone (Maschile Plurale, Roma)
Riccardo Corrieri ( GUV Gruppo Uomini Viareggio)
Marco De Cave (Gruppo “CardioPoetica” Cori-Latina )
Andrea de Giacomo (Maschile Plurale, Napoli)
Renato De Nicola (Abruzzo Social Forum – Pescara)
Marco Deriu (Maschile Plurale Parma)
Franco Fazzini( GUV Gruppo Uomini Viareggio)
Gianni Ferronato (Castelfranco Veneto )
Gian Andrea Franchi (Pordenone)
Orazio Leggiero (Gruppo Uomini in gioco, Bari)
Alberto Leiss (Maschile in gioco, Roma)
Gabriele Lessi (Ass. LUI Livorno Uomini Insieme, Livorno)
Massimiliano Luppino (Roma)
Claudio Magnabosco( Rete degli uomini contro la tratta , la prostituzione e la violenza sulle donne – Genova)
Oliver Malcor (ParteciparteRoma)
Alessio Miceli (Maschile Plurale,Milano)
Domenico Matarozzo (Il cerchio degli uomini, Torino)
Alfredo Mario Morelli (Albano, Roma)
Gianguido Palumbo (associazione interetnica italiana MONDITA-Roma)
Beppe Pavan (Uomini in cammino, Pinerolo)
Jacopo Piampiani (Ass. LUI Livorno Uomini Insieme, Livorno)
Roberto Poggi (Cerchio degli uomini Torino)
Michele Poli (CAM – Ferrara)
Gianluca Ricciato (Maschile in gioco, Roma)
Francesco Seminara (Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne)
Mario Simoncini (Maschile Plurale Modena)

( PER ADESIONI E CONTATTI SCRIVERE A: primadellaviolenza@gmail.com )
Nuove Firme arrivate fino all’1 luglio:

NUOVE FIRME:
33. Angelo Cifatte (Noi siamo Chiesa Liguria, Genova)
34. Edoardo Angione (Radio Bullets – Roma)
35. Saverio Frazzoli (Finale Emilia)
36. Roberto Nerla (Capraia e Limite – Fi)
37. Gualtiero Via (insegnante, genitore e marito, poeta, Budrio – BO)
38. Francesco Sciacovelli (Bari)
39. Mirco Zanaboni (Coordinamento contro la violenza di genere e il sessismo, Firenze)
40. GianantonioGarau (informatico)
41. Stefano Santachiara
42. Mario Setta (Il Sentiero della Libertà/FreedomTrail, Sulmona)
43. Giuseppe Saponara (Lainate – Mi)
44. Daniele Barbieri (Imola – Bo)
45. Pierino Baldassarre
46. Domenico Del Coco
47. Roberto DI Luzio (Corsico – Mi)
48. Emanuela Flora (Bruxelles)
49. Nicola Licci
50. Andrea Vitale (Associazione Teseo)
51. Antonio Zuliani (Associazione Psicologi Liberi Professionisti)
52. Stefano Corradino (Articolo 21)
53. Gian Mario Gillio (Giornalista)
54. Pietro Buscicchio (psicoterapeuta, Bari)
55. Luca Dini (Vanity Fair, Milano)
56. Mattia Fontanella (Bologna)
57. Domenico Sironi (Lonate Ceppino – VA)
58. Massimo Lusito (Milano)
59. Carlo Sabbatini (Milano)
60. Gianluca Carmosino (Redazione Comune, comune-info.net)
61. Giacomo Verde (Lucca)
62. Giorgio Silfer (viceconsole della Civitas Esperantica, Milano)
63. Luca Martini (Brescia)
64. Vanni Maggioni (Bergamo)
65. Fausto Bonini (Gualtieri – Re)
66. Maurizio Ortu (Carmagnola – TO)
67. Giovanni Gorni (Canzo – CO)
68. Marco Montagna (Milano)
69. Lorenzo De Santis (Roma)
70. Claudio Pellicoro (Firenze)
71. Paolo Lanciani (Metodi Attivi)
72. Gianfranco Iuliano (Fasano- Bari)
73. Gaetano D’auria (Asd Polisportiva, Rio nell’Elba)
74. Stefano Rigon (Vicenza)
75. Antonella Guastini (Telefono Rosa, Verona)
76. Gabriele Cuman
77. Danilo Giugni (Francia)
78. Dario Zurlo (Treviso)
79. Armando Lanaro (Ginevra, Svizzera)
80. Bruno Mazzone
81. Massimo Ventola (Comitato dei Genitori di Torre a Mare)
82. Paolo De Bonis
83. Abdessamad Eljaouzi ( Roma –Viroli-Frosinone )

Il viaggio insicuro del camper della polizia “Questo non è amore” da: ndnoidonne

Per tre mesi la Polizia di Stato sarà impegnata con camper in quattordici province italiane con l’obiettivo di avvicinare le potenziali vittime della violenza di genere

inserito da Maddalena Robustelli

Al Viminale l’altro giorno è stato presentato il camper contro la violenza di genere, iniziativa rientrante nel progetto del Ministero degli Interni Questo non è amore, un autoveicolo con il quale si avvierà una campagna itinerante. Per tre mesi la Polizia di Stato sarà impegnata in quattordici province italiane, il primo ed il terzo sabato del mese, con l’obiettivo di avvicinare “le potenziali vittime, cercando di favorire l’emersione del fenomeno in un’ottica di prevenzione”, grazie ad un pool di esperti delle forze dell’ordine presenti nel camper, pronti a ricevere le eventuali testimonianze delle donne vittime di violenza sessuata. Dopo questo periodo di prova si tireranno le fila dell’esperimento ed alla luce dei risultati acquisiti il suddetto ministero valuterà l’opportunità di rendere il progetto valevole su tutto il territorio nazionale. Sono stati anche predisposti continui aggiornamenti sugli eventi collegati a tale iniziativa, da visionare sul sito della Polizia di Stato o su twitter con l’hashtag #questononèamore.
L’annuncio di questo progetto è stato pubblicizzato sugli organi di stampa e sulle reti televisive nazionali con interviste al ministro Alfano, alla presidente della Camera dei deputati Boldrini, nonché alla ministra con delega alle Pari Opportunità Boschi ed alla sindaca di Roma Raggi. Ma il clamore mediatico assegnato a tale evento in prima analisi stride con la realtà che in questi ultimi giorni è sotto gli occhi di tutti, ossia la chiusura di molti centri antiviolenza per mancanza dei fondi pubblici stanziati per le annualità 2015-2016. Il fenomeno della mancata erogazione dei finanziamenti pubblici cala la scure su quelli di Corsico, Pisa, Roma, Napoli e Palermo, solo per citarne alcuni. E dire che si tratta della quota del 20% sul totale delle erogazioni stabilite dalla legge 119/2013 sul femminicidio, perché la rimanente parte vede come destinatarie le Regioni che a loro volta avrebbero dovuto elargire i fondi a progetti individuati e finalizzati al contrasto della violenza di genere.
Già nel luglio del 2014, allorchè erano stati approntati i criteri di ripartizione dei finanziamenti, si erano levate voci di protesta per la scelta, prettamente politica, di attribuirne la parte più consistente alle Regioni, penalizzando in maniera rilevante i centri antiviolenza privati gestiti in modo tale da offrire servizi indipendenti alle donne in difficoltà che ad essi si rivolgevano. Invece di definire criteri qualitativi di assistenza, tali da individuare le strutture effettivamente idonee ad assicurare quel genere di tutela, si scelse allora di favorirne la nascita di nuove, al solo fine di ricevere i finanziamenti pubblici provenienti dal Fondo nazionale predisposto al riguardo. Si procedette successivamente alla conta numerica dei centri antiviolenza dichiarati tali, frammentando le risorse da distribuire, con la conseguenza di rispondere in maniera incongrua alla domanda avanzata dalle associazioni con comprovata esperienza nel settore. A ciò si aggiunge l’aggravante di computare e valutare allo stesso modo le istanze dei centri di prima accoglienza con quelle delle associazioni predisposte ad offrire assistenza continuativa e con le esigenze delle case rifugio.
Dal 2014 ad oggi si potrebbe dire che nessun controllo pubblico di qualità sia stato svolto sul lavoro messo in campo in tema di sostegno alle vittime di violenza di genere, se è vero, come è vero, quanto acclarato dall’organizzazione internazionale indipendente ActionAid, che tramite una sua piattaforma open DonnecheContano ha reso noto lo scorso novembre i risultati di una sua indagine al proposito. Ne risulta che solo sette amministrazioni locali fanno sapere in modo chiaro e trasparente come stanno utilizzando i fondi stanziati dal governo. Per cinque Regioni è stato possibile reperire la lista dei centri antiviolenza che hanno ricevuto o riceveranno i fondi stanziati per il biennio 2013/2014: Veneto, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia. Oltre che per queste Regioni, le liste sono disponibili per le due ex province di Firenze e Pistoia. Per altre amministrazioni, i dati sono deducibili reperendo altri atti amministrativi (Abruzzo) o per via del numero ridotto di strutture presenti (Valle d’Aosta e Basilicata). Per il resto delle Regioni, non è stato invece possibile reperire alcun dato. Se questa è la realtà, è evidente che ne discenda la necessità di una mappatura puntuale dei centri antiviolenza ed uno specifico riscontro sui fondi adeguati al loro funzionamento, dati da pubblicare sia sui siti delle Regioni che su quello del Dipartimento alle Pari Opportunità.
Accanto al dato inconfutabile della crisi a cui sono soggette le realtà di supporto alle vittime della violenza sessuata, c’è però un altro elemento che indurrebbe a ritenere poco giustificato il clamore generato sull’iniziativa del camper itinerante. Se sette su dieci delle donne morte di femminicidio avevano denunciato in maniera preventiva i soprusi subiti, ne discende che manca un anello tra il dichiararsi contro la violenza di genere ed il conseguente agire, come ha bene specificato un’amica di una delle ultime vittime, Bernadette Fella. “Come affrontare il problema della protezione di queste donne? Se a fronte di una denuncia, il magistrato non dispone il carcere -come sottolinea SOS Stalking- né gli arresti domiciliari, né altre misure, come il braccialetto elettronico, la tutela delle vittime è totalmente azzerata”. Proprio per il caso di Bernadette il Procuratore della Repubblica di Modena ha dichiarato che “non c’erano campanelli d’allarme” ben ridondanti, come se i denti rottigli con un pugno non avessero fatto alcun rumore nel cadere a terra. Mentre invece per il femminicidio di Enza Avino i giudici del Riesame non disposero gli arresti domiciliari per il suo aguzzino sul presupposto che “non vi era però ragione per non limitare al minimo i sacrifici imposti all’indagato, con l’applicazione di una misura che fosse la meno deteriore per la sua sfera familiare e lavorativa».
In Italia non c’è, quindi, “un vero e proprio processo di protezione dal momento della denuncia in poi- sostiene Titti Carrano, presidente di DiRe, rete che coordina in Italia 75 centri antiviolenza -, dovremmo avere un posto letto nelle case rifugio ogni 7500 abitanti ed un centro d’emergenza ogni 50.000 e invece a fronte di 5700 posti letto necessari ne possiamo contare solo 500”. Entrando poi nel merito dell’iniziativa del camper della Polizia di Stato la presidente Carrano precisa che occorrano interventi di largo raggio “per costruire azioni ed ottenere risultati, mai prescindendo dal confronto con le associazioni delle donne e con i centri antiviolenza che conoscono e fronteggiano questa tragedia per davvero”. Cosicchè al capo della Polizia, Gabrielli, che in occasione della presentazione ai media del progetto Questo non è amore ha avuto modo di sottolinearne lo scopo, ossia “di recuperare quel sommerso che il dato statistico non può cogliere”, si potrebbe ironicamente avanzare un suggerimento. Più che di un camper ci sarebbe bisogno di un sommergibile, capace di abissarsi nel cupo mare della violenza di genere per poi risalire in superficie con idee più chiare, ma soprattutto con fatti più stringenti in materia di effettivo contrasto a questo drammatico fenomeno sociale.

Fonte: agenzia direAutore: redazione Il contratto di lavoro? Un vecchio arnese da museo. La ricerca della Fondazione di Vittorio

“La contrattazione integrativa di 2° livello riguarda ancora solo il 21,2% delle imprese con almeno 10 dipendenti, mentre il contratto nazionale continua a coprire l’88,4% del totale delle retribuzioni di fatto”. E’ quanto emerge da uno studio elaborato, su dati Istat, dalla Fondazione Di Vittorio, sulla contrattazione integrativa e le retribuzioni nel settore privato.
Per la fondazione della Cgil, “il Ccnl si conferma, dunque, elemento insostituibile di autorita’ salariale sia per quantita’ di applicazione nelle imprese che per percentuale di copertura retributiva”.
Dallo studio si evince che “la percentuale di contrattazione collettiva integrativa di 2° livello in Italia nelle imprese con almeno 10 dipendenti e’ del 21,2%, di cui l’8,3% e’ contrattazione territoriale”.La ricerca dimostra, inoltre, come la diffusione del 2° livello di contrattazione sia ovviamente maggiore nelle imprese piu’ grandi e minore in quelle piu’ piccole. “Nelle imprese con almeno 500 dipendenti e’ pari al 69,1% (di cui 3,6% territoriale); in quelle comprese tra 200 e 499 dipendenti, scende al 60,5% (di cui 3,9% territoriale); nelle imprese fra 50 e 199 addetti, si passa al 38,5% (di cui 6,6% territoriale); in quelle fra 10 e 49 dipendenti, si scende fino al 17,5% (con una quota di territoriale all’8,7%)”.
L’indagine evidenzia, anche, un forte divario territoriale che penalizza il Mezzogiorno.

“La percentuale di imprese con almeno 10 dipendenti coperte dalla contrattazione collettiva integrativa per ripartizione geografica
dimostra, infatti, che si passa dal 26,8% del Nord-est, al 23,5% del Nord-ovest, al 19,8% del Centro, al 13,1% delle Isole, per
finire all’11,6% del Sud”. Dallo studio della Fondazione Di Vittorio emerge anche un altro elemento fondamentale: “Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e’ applicato nel 99,4% delle imprese e ha coperto, nel 2015, l’88,4% del totale delle retribuzioni di fatto. Percentuale che sale addirittura al 93,5% per gli operai.

Fonte: agenzia direAutore: redazione “L’Europa spende due miliardi per respingere i migranti”. Il paradosso nel dossier Caritas/Focsiv/Missio

Dal 2000 ad oggi, tra spese per la gestione dei flussi migratori – 13 miliardi di euro – e soldi pagati dai migranti ai trafficanti – 16 miliardi – sono stati spesi 2 miliardi di euro l’anno per militarizzare ed esternalizzare le frontiere, costruire muri e salvare le persone
in mare, provocando, indirettamente, 29mila morti. Soldi che potevano essere spesi invece per realizzare canali umanitari e
costruire integrazione.Sono i dati piu’ emblematici tratti dal report del centro di ricerca ‘Themigrantsfiles’, e citati nel ‘Dossier Grecia, paradosso europeo, tra crisi e profughi’ presentato ieri ad Atene, realizzato da Caritas italiana, Focsiv e Missio, promotori del seminario in corso fino ad oggi.
“La Grecia e’ una metafora di queste politiche, emblema del paradosso e della schizofrenia europea. L’Europa e’ malata e bisogna curarla, noi dobbiamo fare qualcosa per cambiare questa situazione”, ha detto Chiara Bottazzi, operatrice di Caritas italiana ad Atene e responsabile comunicazione Arca del Mediterraneo, presentando il dossier. Dopo l’arrivo di 1 milione di persone nel 2015 sulla rotta balcanica oggi rimangono bloccati in Grecia, a causa dell’accordo tra Ue e Turchia del 20 marzo, 58mila profughi, soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan. Punto di non ritorno la chiusura delle frontiere con Fyrom-Macedonia, con 58mila persone bloccate in Grecia: 42mila nei campi e 8.600 sulle isole. Ma per il governo soltanto 51mila profughi possono essere ricollocati nei campi. Tre le scelte consentite ma di fatto i tempi sono lunghissimi e incerti: richiesta d’asilo in Grecia; rilocazione in altri Paesi; rimpatrio. L’accordo Ue-Turchia trattiene gli ultimi arrivati, tra cui in aumento donne e bambini, negli hotspot, che sono di fatto centri di detenzione. Dal 24 maggio, con lo sgombero del campo di Idomeni, 8mila persone sono state distribuite in altri campi a nord o sono tornati ad Atene, ma mancano beni e servizi di prima necessita’. Anche la barriera tra Turchia e Grecia costruita sul fiume Evros, un reticolato di filo spinato per cui la Grecia ha pagato 3 milioni di euro nonostante la crisi economica, non ha impedito al flusso di arrestarsi “ma e’ rimbalzato e fluito altrove, verso le isole greche”, ha precisato Bottazzi.Le pagine conclusive del Dossier sono dedicate alle proposte all’Ue che verranno discusse in questi giorni. Tra le tante:
“rendere prioritario l’approccio umanitario nella protezione dei confini esterni- ha sintetizzato Paolo Beccegato, vicedirettore
di Caritas italiana- corridoi umanitari, rafforzamento e implementazione delle convenzioni e dei protocolli, supporto ai Paesi di frontiera, arresto della vendita di armi alle parti in conflitto e rilancio delle politiche di aiuto allo sviluppo ma non subordinate a logiche di contenimento flussi”