Blair, un criminale di guerra da: ilmanifesto.info

IL RAPPORTO CHILCOT E LE FAMIGLIE DEI CADUTI. «Tony Blair peggio dei terroristi»

Il referendum sul Brexit ha avuto tra gli effetti più notevoli il discredito di gran parte del ceto politico inglese. Ora, il rapporto Chilcot dà una mazzata ulteriore alla credibilità di quella che un tempo era chiamata la «terza via», cioè la politica di destra travestita da modernizzazione della sinistra, identificata da sempre in Tony Blair (e ora rivendicata, ma anche in questo caso con scarso successo, da Matteo Renzi, che comincia a essere abbandonato da una destra che vedeva in lui il vero erede di Berlusconi).

Ciò che emerge dal rapporto va persino al di là delle menzogne raccontate a suo tempo da Bush e Blair per giustificare la guerra in Iraq del 20013: è la stupidità e l’incoscienza di un leader politico che, per piaggeria verso gli americani o altri motivi inconfessabili, getta il suo paese in un’avventura militare che ha prodotto direttamente o indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di persone, la destabilizzazione di un’intera area, l’infuriare di un revanscismo islamista che ora si abbatte sull’intero occidente. Le famiglie dei soldati inglesi caduti sostengono che Blair è peggiore dei terroristi. Visto l’esito delle sue iniziative militari, è difficile dar loro torto.

I conservatori inglesi non hanno molto da gioire per il fango che ora ricopre Blair. Infatti Cameron, il loro leader piccolo piccolo – anzi minuscolo, visto l’esito del referendum sul Brexit – ha fatto esattamente lo stesso in Libia, insieme a quell’altro bel tomo di Sarkozy. Ecco due guerre, quella irachena e quella libica, non solo criminali, come tutte le guerre, ma profondamente stupide, perché prive di qualsiasi strategia e di una minima analisi delle conseguenze anche per chi le avvia, e quindi autolesionistiche. L’evidente declino dell’Inghilterra, una piccola potenza che si illudeva di essere la stessa di un secolo fa, è iniziato nel 2003, proprio come il ridimensionamento strategico degli Usa.

Blair, secondo il rapporto Chilcot, avrebbe iniziato una guerra «avventata» insieme a Bush (per non parlare di tutti quelli che si sono accodati, come Berlusconi e Aznar). Ma la definizione è riduttiva. La guerra in Iraq è stata un effetto dell’ideologia neo-conservatrice che si è abbattuta dopo il 2001 sulle due sponde dell’Atlantico. Una corrente – come rivendicavano Cheney e Rumsfeld e i loro consiglieri – che non è mai stata interessata a fatti o obiettivi, ma a «valori», e cioè a ossessioni come l’eliminazione di Saddam Hussein o la sconfitta dell’Iran o altri stati «canaglia», ovvero ostili alla politica esterna neo-conservatrice. Il risultato ovvio, ma già prevedibile nel 2003, della fine di Saddam era il rafforzamento strategico dell’Iran, che oggi controlla gran parte dell’Iraq, così come le guerra in Siria e in Ucraina stanno portando al rafforzamento della Russia di Putin nel Mediterraneo e in Asia minore.

Ma dal rapporto Chilcot emerge indirettamente qualcosa di più grave e decisivo che non l’avventatezza, l’ipocrisia o l’ottusità dei leader americani e inglesi nel 2003 (e di gran parte dei loro successori). Emerge soprattutto la facilità con cui i leader delle cosiddette democrazie liberali possono prendere iniziative milutari, che comportano disastri e sofferenze in tutto il mondo, per ragioni oggettivamente miserabili: il sostegno alle aziende petrolifere o ai produttori di armi, il finanziamento delle proprie campagne elettorali, beghe di partito e così via. Niente di nuovo sotto il sole, ma oggi, quando il battito d’ali di una farfalla può far crollare grattacieli dall’altra parte del mondo, qualcosa di terrificante.

Dal cessate il fuoco in Colombia alla pace, desiderata, ma molto distante da. resistenze.org

Miguel Urbano Rodrigues | odiario.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/06/2016

Miguel Urbano, uno dei rivoluzionari che più ha scritto sull’eroica lotta delle FARC-EP e più ha divulgato la sua epopea fa, in questo momento di reflusso, un commento possibile sugli accordi recentemente firmati all’Avana, tra questa organizzazione rivoluzionaria e il governo della Colombia. Termina, confessando la sua difficoltà nell'”immaginare che tipo di “riconciliazione” (…) sarà possibile, in un contesto in cui la classe dominante non nasconde la sua fedeltà al neoliberismo ortodosso e all’intima alleanza con gli Stati Uniti”.

La firma all’Avana, il 23 giugno, da parte delle FARC-EP e del governo di Juan Manuel Santos, degli Accordi di Cessate il Fuoco e delle Ostilità Bilaterale e Definitivo, di Rinuncia alle Armi, e di Garanzie di Sicurezza e Lotta al Paramilitarismo è stata ricevuta con entusiasmo dal popolo colombiano e con allevio e soddisfazione dalla maggioranza dell’umanità.

Ma sarebbe una ingenuità concludere che la fine del conflitto armato porta alla patria di Marulanda la pace sociale e politica.

I discorsi pronunciati nella capitale cubana, alla presenza dei capi di Stato e alte personalità lì riunite e l’atmosfera da grande giornata tendono a generare speranze romantiche.

Oltre il comandante Timoleón Jimenez, capo dello Stato-Maggiore Centrale delle FARC, e Juan Manuel Santos, sono comparsi nella solennità il segretario-generale e il presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dell’Assemblea Generale dell’organizzazione, i presidenti di Cuba, del Messico, del Cile, del Venezuela, di El Salvador, della Repubblica Dominicana, rappresentanti speciali dei governi degli USA, dell’Unione Europea, della Norvegia, ecc.

Condivido la gioia generata dalla fine di una guerra iniziata oltre 60 anni fa in cui sono morti centinaia di migliaia di colombiani, la stragrande maggioranza civili, guerra che ha devastato il paese e approfondito le abissali diseguaglianze sociali.

Ma questo sentimento di giubilo non può cancellare una preoccupazione profonda, inseparabile dalla certezza che i grandi problemi che portarono le FARC-EP a optare per la lotta armata non sono inclusi nell’Accordo Finale da firmare in Colombia.

L’epopea fariana

Le FARC-EP sono una delle organizzazioni rivoluzionarie che più hanno segnato emozionalmente la mia vita come comunista.

Cimentai con alcuni dei suoi dirigenti amicizie che perdurano.
Già ammiravo la guerriglia-partito di Marulanda e sulla sua lotta avevo scritto molto quando conobbi all’Avana il comandante Rodrigo Granda allora chiamato Ricardo González.
Tra noi sorse immediata empatia che è evoluta in solida amicizia. Ho imparato molto da lui. Iniziai a muovermi meglio nella storia della Colombia, compresi il significato terribile del paramilitarismo.

Devo a Rodrigo Granda l’invito delle FARC-EP di passare alcune settimane nell’accampamento del comandante Raul Reyes a Caquetá e l’opportunità di accompagnare nella Regione le negoziazioni di pace con il governo di Pastrana. Ho assistito anche a La Macarena, il 24 giugno del 2001, ad un avvenimento indimenticabile: l’incontro per la liberazione unilaterale di 242 soldati e poliziotti catturati in combattimento dalle FARC. Conobbi quel giorno il comandante-capo Marulanda (che mi ha concesso una intervista) e, tra gli altri, i comandanti Jorge Briceño, Joaquin Gomez, Simon Trinidad, tutti oggetto di manifestazioni di apprezzamento e ammirazione da parte degli ambasciatori occidentali lì presenti.

Non si pensava in quei giorni che il presidente Pastrana, cedendo alle pressioni degli USA, dell’esercito e dell’oligarchia colombiana, in breve conducesse le negoziazioni di Los Pozos a un impasse, prologo dell’occupazione della Zona Demilitarizzata e del reinizio della guerra e le successive offensive (sconfitte) nell’ambito dei Piani Colombia e Patriota.

Scrissi e pubblicai in differenti paesi testi sulla mia esperienza personale nell’accampamento delle FARC-EP. Non è senza emozione che ricordo la convivenza con gli uomini e donne della guerriglia. Ho mantenuto un contatto permanente, via Internet, con il comandante Raul Reyes, fino alla tragica giornata in cui fu assassinato, con decine di compagni, durante il bombardamento di Sucumbio, in Ecuador, concepito da Juan Manuel Santos, ai tempi ministro della Difesa di Álvaro Uribe Velez. Non dimentico che settimane prima Reyes mi invitò a visitarlo, in qualche posto nell’Amazzonia colombiana.

Ho rincontrato molte volte Rodrigo Granda. L’ultima a Caracas, nel 2004, alla vigilia della sua cattura da parte di sbirri di Uribe, con la complicità di poliziotti venezuelani. La mia ammirazione per lui aumenterà di anno in anno.

Ho visto in lui un rivoluzionario esemplare per la vastità della sua cultura marxista, per il carattere, per la coerenza, per la disponibilità totale alla lotta. Su invito dell’avvocato fui praticamente un testimone della difesa, attraverso un comunicato, nel procedimento avviato contro di lui quando fu arrestato, prima del suo rilascio sotto l’influenza del presidente francese Sarkozy.

Fu con gioia che ricevetti la notizia del suo immediato ritorno alla lotta e la sua inclusione nella Delegazione di Pace delle FARC-EP all’Avana. Quando responsabile per le Relazione esterne della guerriglia all’estero, era noto per il suo talento diplomatico come El Canciller delle FARC.

Per cui evoco oggi l’amico fraterno e il rivoluzionario esemplare.

Precisamente perché in queste settimane in cui si festeggia la firma degli Accordi che hanno posto fine alle ostilità in Colombia mi domando, apprensivo, cosa penserà della cosiddetta “riconciliazione” Rodrigo e altri amici come i comandanti Alberto e Juan António e quale sarà la posizione del comandante Demétrio, ora deceduto, un intellettuale brillante, che chiamavano “il ministro dell’istruzione ombra” delle FARC?

Preoccupazioni e timori

Voglio registrare con chiarezza che ho approvato dall’inizio i Dialoghi di Pace all’Avana. Sedendosi al tavolo per il negoziato, le FARC hanno dato espressione concreta al profondo desiderio di pace della stragrande maggioranza del popolo colombiano. E’ stata questa aspirazione, sempre più generalizzata e intensa, che ha portato i presidenti come Belisário e Bettencourt e Pastrana Borrero ad aprire negoziazioni con le FARC per la fine del conflitto armato.

Lo Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP avrebbe negato il passato e l’ideologia rivoluzionaria della sua organizzazione se non avesse risposto favorevolmente a Juan Manuel Santos quando questo, in una svolta insperata, ha stabilito i contatti che condussero ad Oslo, in Norvegia, agli intendimenti preliminari che sfociarono nei Dialoghi di Pace dell’Avana e nell’elaborazione di una Agenda ambiziosa.

Ho seguito da lontano il difficile processo di pace, e gli sforzi per farli naufragare dall’inizio da parte dell’alto comando delle Forze Armate, dei latifondisti che controllano l’agricoltura, dei baroni del narcotraffico, di una parte della grande industria e dell’imperialismo statunitense nonostante l’ambiguità della sua posizione davanti al conflitto.

Le tremende difficoltà da superare nella negoziazione tra interlocutori tanto antagonisti come le FARC e il Governo Santos, sono state evidenti nella continuazione della guerra, nel finanziamento del Piano Colombia, nella fornitura di armi sofisticate all’esercito e alla Forza Aerea, nella complicità di influenti generali con importanti dirigenti paramilitari, nel frequente massacro di contadini da parte dell’esercito.

Nonostante le campagne contro la pace, la repressione permanente sotto la famigerata “Legge di Sicurezza Democratica”, l’Agenda approvata è avanzata anche se lentamente. Le FARC hanno conseguito di imporre all’Avana posizioni da loro sostenute nella discussione su temi centrali come la questione della terra, la partecipazione politica, il dibattito sulle minoranze, le discriminazioni, i milioni di sfollati, la degradazione dell’ambiente, la riforma di una giustizia corrotta, i risarcimenti alle vittime di guerra, lo sradicamento del traffico di droghe, ecc. Nella discussione di quest’altri temi le FARC hanno ottenuto dal governo concessioni che in molti casi sono andate oltre quello che ci si potesse aspettare.

Perché allora la profonda preoccupazione che mi ha portato a prendere conoscenza dei documenti firmati all’Avana?
Ho dedicato ore alla loro lettura.

La natura del regime non è posta in causa. Le FARC-EP non potevano ovviamente esigere la fine del capitalismo, obiettivo del suo programma rivoluzionario. I rapporti di forza esistenti non permettevano di discutere il tema.

Ma non è questa inevitabile omissione che mi inquieta.

L’Accordo sul Cessate il Fuoco e l’abbandono delle armi (dejación in spagnolo) stabilisce che nell’arco di 180 giorni l’armamento delle FARC-EP sarà consegnato alle commissioni di supervisione indicate dall’ONU e dalla CELAC.

Il dominicano Narciso Isa Conde, nell’articolo pubblicato il 24 giugno nella Repubblica Dominicana, afferma che questa decisione “equivale al disarmo totale e unilaterale dell’esercito popolare più poderoso della Colombia della Nostra America in cambio di garanzie di sicurezza attribuite da un sistema sommamente ostile” (…)

Sono spesso distante dalle opinioni dell’autore, ma in questo caso condivido pienamente l’apprensione che manifesta in relazione al disarmo delle FARC e all’insufficienza di garanzie sull’impegno ufficiale di eliminare il paramilitarismo.

Marx ha avvertito che la Storia mai si ripete alla stessa maniera. Le circostanze in Colombia sono oggi molto differenti da quelle esistenti nel 1985. Ma è impossibile dimenticare il genocidio dell’Union Patriottica.

E’ allarmante che il comandante di una regione di Vale do Cauca, nello stesso giorno in cui venivano firmati gli Accordi dell’Avana ha, in una intervista a una radio locale, affermato che la sua ideologia è quella di Carlos Castanho. Bisogna ricordare che il fondatore e primo capo delle bande paramilitari fu un assassino, responsabile di mostruosi crimini contro l’umanità.

Sono a conoscenza che il governo di Santos non ha reagito alle inammissibili dichiarazioni di questo ufficiale superiore dell’Esercito.

Negli Accordi preliminari dell’Avana ci sono anche delle omissioni sulla permanenza delle otto basi militari degli USA nel territorio colombiano e le relazioni speciali che il governo di Bogotá mantiene con lo stato neofascista di Israele, la cui polizia segreta, il MOSSAD, agisce in Colombia come casa propria.

Le FARC hanno dovuto rinunciare alle rivendicazioni di una Costituente e accettare un referendum su cui non erano d’accordo.

Queste concessioni sono non solo comprensibili ma inevitabili. Nei Dialoghi dell’Avana le FARC-EP hanno negoziato in un epoca di reflusso storico. L’imperialismo è tornato all’offensiva in America Latina e agisce in modo aggressivo in Medio Oriente, Europa e Asia Orientale.

La delegazione fariana ha affrontato i rappresentanti del Governo di Santos cosciente che i rapporti di forze gli erano molto sfavorevoli. In un breve spazio di tempo ha perso dirigenti fondamentali. Raul Reyes è stato assassinato in Ecuador, Jorge Briceño e Alfonso Cano anch’essi morti in combattimento. Manuel Marulanda, l’eroe dal profilo omerico, è morto nel suo accampamento.

Le più recenti tecniche elettroniche per la localizzazione delle unità guerrigliere, anche nelle dense foreste della regione Amazzonica, hanno creato problemi difficilmente superabili alle strategie delle FARC-EP.

La mia solidarietà permanente e illimitata con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo non mi impedisce, anzi, mi impone il dovere di affrontare con grande preoccupazione il futuro immediato.

Il linguaggio di alcuni paragrafi dell’Accordo di Cessate il Fuoco firmato da loro e lo scambio di messaggi con l’alto comando dell’Esercito non mi sembrano inoltre compatibili con l’ideologia dell’organizzazione rivoluzionaria.

Ho difficoltà ad immaginare che tipo di “riconciliazione” – parola adesso molto utilizzata – sarà possibile, in un contesto in cui la classe dominante non nasconde la sua fedeltà al neoliberismo ortodosso e all’intima alleanza con gli Stati Uniti.

Da qui lo sfogo di un comunista portoghese che ha fatto sua la lotta eroica delle FARC-EP

Vila Nova de Gaia, 29 giugno 2016

La Russia accetta i colloqui con la NATO dopo il vertice di Varsavia da: resistenze.org

 
Andrei Akulov | strategic-culture.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/07/2016

Mosca ha aderito all’incontro del Consiglio Russia-NATO dopo il Vertice dell’Alleanza atlantica dell’8 e 9 luglio a Varsavia. La decisione è stata annunciata dopo i colloqui tra il Ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault con il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov a Parigi il 29 giugno.

L’anno prossimo ricorre il 20° anniversario dell’Atto di Fondazione Russia-NATO e il 15° anniversario del Consiglio Russia-NATO. Il Consiglio è stato creato nel 2002 come meccanismo consultivo. La NATO ha sospeso tutte le pratiche di cooperazione civile e militare con la Russia dopo la crisi ucraina scoppiata nel mese di aprile 2014, anche se i canali di dialogo politico e per le comunicazioni militari sono rimasti aperti. L’organizzazione ha tenuto nel mese di aprile la sua prima riunione formale tra l’inviato della Russia e l’alleanza atlantica in quasi due anni, ma i colloqui sono poco serviti per allentare le tensioni.

La Francia e altri paesi hanno fatto appello per un altro incontro al fine di ricostruire la fiducia tra le due parti. La riunione del Consiglio avrà luogo dopo il Vertice di Varsavia in modo che la Russia abbia il tempo di esaminare le decisioni lì assunte. Ayrault ha detto che la Francia desidera che il Vertice dimostri trasparenza nei confronti della Russia attraverso il dialogo. Non vuole un incontro “conflittuale”.

Questo è un chiaro spostamento dallo scontro verso la diplomazia.

In realtà, la NATO a guida statunitense ha fatto molto per provocare la Russia.

Quasi 60.000 soldati di paesi NATO e nazioni partner hanno partecipato a quattro serie di manovre nei paesi baltici, in Romania e Polonia. La manovra più provocatoria fra queste esercitazioni è stata Anakonda-16, tenutasi a giugno sul territorio della Polonia. Il “training” ha coinvolto circa 31.000 soldati provenienti da 24 paesi: la più grande esercitazione in Polonia dal crollo del Patto di Varsavia nel 1991.

Anakonda-16 è completata da Baltops-16, Saber Strike-16 e Swift Response-16. Il ritmo crescente di esercitazioni ai confini della Russia è percepito come preludio ad una più ampia presenza permanente. Mai ingenti forze ostili si sono accumulate così vicino alle frontiere occidentali della Russia dopo la Seconda guerra mondiale. Gli incrociatori statunitensi che partecipano alle esercitazioni della NATO dispiegano sempre più spesso le loro forze troppo vicino ai confini della Russia del Baltico e del Mar Nero. Gli incidenti in mare sono diventati un evento frequente. Il 28 giugno, il Ministero della Difesa russo ha rilasciato una dichiarazione dicendo che una nave della marina degli Stati Uniti era passata troppo vicino ad una delle sue navi nel Mar Mediterraneo.

Il 14 giugno, i Ministri della Difesa della NATO hanno formalmente approvato il progetto di dispiegare quattro battaglioni multinazionali in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia.

Gli Stati Uniti aumenteranno la presenza militare in Europa orientale schierando una brigata corazzata.

Secondo la proposta di bilancio per l’anno fiscale 2017 dell’European Reassurance Initiative, la spesa militare degli Stati Uniti in Europa supererà i 3,4 miliardi di dollari, di gran lunga superiore ai 786 milioni del bilancio corrente. L’esercito si impegna a riparare e aggiornare le armi già pre-posizionate e collocarle in siti in Belgio, Olanda e Germania. Tali scorte saranno sufficienti per un’altra brigata corazzata.

La dimostrazione di forza è diventato un preludio al prossimo Vertice di Varsavia, dove gli alleati europei saranno invitati ad approvare una posizione sempre più ostile e pericolosa.

Inoltre, la NATO, con il suo sforzo di difesa missilistica, continua a minare la sicurezza europea. Il 12 maggio, si è svolta una cerimonia a Deveselu, una struttura di supporto navale statunitense nel sud della Romania, per marcare la certificazione operativa (capacità operativa iniziale – IOC) del sistema Aegis Ashore, che comprende tre batterie (24 missili) di SM-3 intercettori Block IB. Il 13 maggio, è stata avviata in Polonia un’altra fase del progetto (il sito di difesa missilistica degli Stati Uniti a Redzikowo vicino al Mar Baltico).

La saggezza di tale politica è in discussione.

La giornalista francese Christine Bierre, redattore capo del giornale Solidarité & Progres, ha detto che la situazione ricorda la Guerra Fredda.

Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha accusato l’alleanza di essere “guerrafondaia” contro la Russia. Ha parlato contro le recenti esercitazioni militari della NATO in Polonia e nei Paesi Baltici, descrivendole come “minacce di guerra”. “L’unica cosa da evitare ora è di infiammare la situazione con una forte dimostrazione di forza e belligeranza”, ha detto al giornale Bild am Sonntag.

“Chi pensa che una parata simbolica di carri armati porti sicurezza, si sbaglia”, ha aggiunto.

Edward Lozansky e Gilbert Doctorow, entrambi noti esperti statunitensi sulla Russia, in un articolo del Washington Times, hanno denunciato la demonizzazione della Russia da parte dei media e hanno fatto appello per l’inizio di una “perestroika” negli Stati Uniti.

Gli autori hanno suggerito che, come nell’URSS a metà degli anni 1980, gli Stati Uniti oggi hanno un disperato bisogno di “glasnost” e “perestroika”, trasparenza e discussione aperta, al fine di abbandonare una politica estera disastrosa che minaccia sia gli Stati Uniti che la sopravvivenza globale nel 21° secolo.

George Kennan, un diplomatico americano, politologo e storico, i cui scritti hanno ispirato la Dottrina Truman e la politica estera degli Stati Uniti di “contenimento” dell’Unione Sovietica, ha avvertito nel 1996 che l’espansione della NATO in territorio ex sovietico sarebbe stato un “errore strategico di proporzioni potenzialmente epiche”.

Ci saranno molti argomenti all’ordine del giorno nel Vertice della NATO, tutti relativi alla sicurezza, la quale, senza Mosca, risulta irraggiungibile. Altri problemi impallidiscono di fronte a questo. La Russia è il paese che può contribuire in modo significativo alla risoluzione dei problemi della NATO o esacerbarli gravemente. Non è più una minaccia comune che unisce l’Alleanza. C’è un certo disagio circa il ruolo degli Stati Uniti come leader non ufficiale che rivendica il diritto di assestare attacchi preventivi e di aggirare le Nazioni Unite. Nel 2003 ha attaccato l’Iraq contro la volontà di molti altri membri della NATO, come la Germania e la Francia, per esempio. I pianificatori militari USA hanno semplicemente aggiunto il potenziale dell’Alleanza a quello degli Stati Uniti nella pianificazione degli scenari. Possono farlo di nuovo, nonostante l’assenza di uniformità di vedute all’interno del blocco.

Vi è allo stesso tempo un desiderio all’interno dell’Unione europea, riflesso nella Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD), di avere una propria autonomia militare europea al comando esclusivamente europeo e soggetta unicamente al controllo politico europeo.

Si tratta di una tendenza a fare i conti, cosa che ha una grande influenza sulla pianificazione della NATO. La presenza militare degli Stati Uniti in Europa non potrà mai raggiungere gli stessi livelli della Guerra Fredda. Di conseguenza, i leader dell’Unione europea devono essere pronti a fare di più per la sicurezza comune dell’Europa, soprattutto in termini di dialogo politico con tutti i paesi vicini, come la Russia.

Oggi manca chiaramente quella ragione d’essere della NATO che era unificante nel secondo dopoguerra mondiale.

Ha faticato a trovare un accordo tra i suoi membri sui ruoli che aveva definito per se stessa. Le operazioni che l’alleanza ha condotto negli ultimi anni sono state di carattere estremamente controverso, come ad esempio il bombardamento della Jugoslavia nel 1999. In Afghanistan la missione ha incontrato molti intoppi in quanto vi era evidentemente la mancanza di volontà di condividere il peso dei combattimenti. La campagna in Libia è finita in un fallimento. Allo stesso tempo, la NATO ha fatto del suo meglio per tenere la Russia lontana da qualsiasi partecipazione ai processi decisionali nelle sfere su cui entrambe le parti avevano convenuto di cooperare su un piano di parità.

Qualsiasi cosa divida la Russia e la NATO, le tensioni sono troppo alte. La situazione sta scivolando fuori controllo. Il rilancio del dialogo attraverso il Consiglio Russia-NATO è l’opportunità da cogliere. La Russia non deve eludere un dialogo con la NATO. “Il dialogo è molto importante. Ancora una volta, vorremmo sottolineare che la Russia non è a favore del congelamento del dialogo con la NATO”, ha detto l’addetto stampa della presidenza, Dmitry Peskov.

Secondo Peskov, “Il dialogo, nonostante tutte le divergenze esistenti, è necessario, in quanto non vi è alcuna alternativa ad esso”.

Ovviamente la Russia e la NATO hanno molte possibilità di cooperazione: la situazione in Afghanistan, la prevenzione della proliferazione di armi di distruzione di massa, il contrasto alla pirateria, la cooperazione nella regione artica, la lotta al terrorismo, per citarne alcune.

Le nazioni della NATO devono aprire linee stabili di comunicazione con la Russia al fine di evitare un’ulteriore escalation delle tensioni in Europa, ha detto Philip Breedlove, ex capo del Comando europeo degli Stati Uniti e Comandante supremo alleato in Europa.

Non c’è tempo da perdere, ha sottolineato il generale in pensione. “Francamente, penso che abbiamo bisogno di un dialogo sostanziale; la domanda è se il nostro governo lo voglia. Questo non lo so”.

I commenti di Breedlove fanno eco a quelli dell’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Chuck Hagel, che a maggio ha detto ai giornalisti che il prossimo presidente deve sedersi con il leader russo Vladimir Putin per un dialogo faccia a faccia.

In effetti, questo è il momento in cui la politica della NATO nei confronti della Russia deve adattarsi alla realtà e cercare un dialogo, almeno per evitare incidenti indesiderati e provocazioni. Uno sguardo indietro alla storia mostra che la diplomazia ha dato buoni risultati. Ha funzionato bene anche al culmine della Guerra Fredda. E’ giunto il momento di riattivare la strada del negoziato. L’atteso incontro del Consiglio Russia-NATO offre l’opportunità. Sarebbe una follia perderla.

Coordinamento Democrazia Costituzionale Catania LUNEDÍ 11 alle ore 19.00 presso il Circolo R.L. in via L.Capuana, 89

 


Carissim@,

dopo la chiusura della fase raccolta firme, URGE riunirci  per procedere ad una valutazione del lavoro svolto. Dobbiamo incontrarci per programmare iniziative, proporre  strategie d´informazione per lanciare ed organizzare la “Campagna per il NO”, in vista del Referendum.
Ci vediamo LUNEDÍ 11 alle ore 19.00 presso il Circolo R.L. in via L.Capuana, 89 con il seguente ODG.:
1) Resoconto raccolta firme. Valutazione politica.
2) Iniziative per la Campagna per il NO.
3 ) Proposta per una o piú date in cui  convocare un´assemblea regionale, preferibilmente ad Enna (epicentro della Sicila ) , successiva alla riunione nazionale del 16 pv a Roma.
4) Varie ed eventuali.
Il Comitato catanese proseguirá la riunione per discutere delle spese sostenute e da sostenere e dei rimborsi.
Ci vediamo LUNEDÍ 11 alle 19.00.
Per la segreteria CDC
GCV

Online il nuovo numero di patria indipendente www.patriaindipendente.it

E’ online da qualche minuto il nuovo numero di www.patriaindipendente.it