La rivoluzione delle madri egiziane in prima linea per una buona scuola da. ndnoidonne

Le scuole sono finite due settimane fa. Ma non si placano le proteste delle madri che chiedono a gran voce una riforma del sistema scolastico e dei metodi di insegnamento.

inserito da Zenab Ataalla

Il Cairo. Cresce nel Paese il malcontento nei confronti di un sistema scolastico che sembra perdere i colpi ogni anno di più. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati su Facebook i gruppi che hanno annunciato di battersi affinchè le cose cambino. C’è il gruppo delle “La rivoluzione delle madri egiziane contro i curricula scolastici”. C’è il gruppo delle “madri che si ribellano contro l’educazione”. Entrambi contano dai dieci mila ai sedici mila iscritti. Per non parlare delle altre iniziative dei genitori rivolte alla buona scuola. Per i genitori, tra cui sono in prima linea le madri, non si tratta solo di rivedere i programmi di studio dei diversi gradi di istruzione dalle scuole elementari alle superiori.

Si tratta anche di vedere le modalità di insegnamento apprendimento delle materie. Ad esempio i genitori che hanno i figli alle scuole elementari lamentano un eccessivo carico di studio, ricordando come per la sola materia di Storia, i ragazzi e le ragazze dai sei ai sette anni devono studiare un periodo storico di larga portata che va dal 1800 al periodo post rivoluzione del 2011. Ma c’è anche la disapprovazione nei confronti di un metodo antiquato di studio, basato sulla memorizzazione delle nozioni e non sullo sviluppo della capacità critica e di analisi.
E l’universo scuola sembra non migliorare, se si prende in considerazione anche il malcontento degli insegnanti.

A causa di pessime condizioni di lavoro e di salari che rasentano la povertà, capita spesso che nelle scuole statali gli insegnanti si assentino per interi giorni, costringendo di fatto gli alunni a frequentare le lezioni private per passare l’anno ed incidere non poco sul bilancio familiare.
“Le madri rivoluzionarie” così sono state chiamate richiedono a gran voce una riforma del sistema scolastico. Vogliono una riforma globale che coinvolge l’istruzione in Egitto. Le madri vogliono programmi adeguati all’età degli studenti e studentesse egiziani perché “il problema non è nel numero delle pagine da studiare, ma è nell’avere contenuti che rispettino la mente degli studenti e delle studentesse e la loro età”, secondo quanto si legge in una dichiarazione del Centro per il diritto alla formazione in Egitto.

E non si è fatta attendere la risposta del ministero dell’Istruzione che in una nota ufficiale di qualche settimana fa ha dichiarato che già alcuni cambiamenti si avranno nel biennio 2016-2017, senza però specificare di quali cambiamenti si tratta.
Quello che è certo è che ad oggi il livello della scuola primaria è pessimo. A dirlo è anche l’Economic Forum’s Global Competitiveness 2015-2016 che colloca l’Egitto alla 139 esima posizione su 140 Paesi presi in esame.

Secondo poi all’agenzia di Stato Capmas nell’anno accademico 2014-2015 sono stati circa nove milioni gli studenti che hanno frequentato le scuole primarie statali, mentre quasi un milione sono stati quelli delle scuole private. Le cose devono cambiare ed anche in fretta perchè un Paese può crescere anche partendo dall’istruzione dei bambini e delle bambine che un giorno guideranno il Paese.

Foto di AlJazeera.com

Non è vero, come dice Renzi, che la pressione fiscale è diminuita. Ecco i numeri.Autore: redazione da: controlacrisi.org

Record di tasse in Italia, con la pressione fiscale salita dal 39% del 2005 al 43,5% nel 2015: i contribuenti del nostro Paese sono i piu’ vessati in Europa e pagano piu’ imposte rispetto agli Stati Uniti. E’ impietoso il confronto fiscale su scala internazionale altri: in Germania la pressione fiscale e’ passata dal 38,4% al 39,6% del pil, il debito pubblico dal 66,9% al 71,2%; nella media dell’area euro il peso delle tasse e’ passato dal 39,4% al 41,%; il debito degli Stati dal 62,1% all’83,3%; in Gran Bretagna, il fisco e’ passato dal 35,7% al 34,8% e il ‘rosso’ nei conti dello Stato dal 41,5% all’89,2%; negli Stati Uniti, il prelievo fiscale e’ rimasto sostanzialmente invariato, dal 26,3% al 26,4% con il debito salito dal 66,9% al 113,6% del pil Usa. L’aggravio fiscale e il contemporaneo aumento delle entrate non si sono tradotti, per l’Italia, in un miglioramento dei conti pubblici. Negli ultimi 10 anni, famiglie e imprese hanno visto crescere enormemente il peso delle tasse senza riscontrare un andamento virtuoso delle finanze pubbliche: la pressione fiscale era al 39,1% del prodotto interno lordo nel 2005 ed e’ progressivamente salita fino ad attestarsi al 43,5% nel 2015; e contemporaneamente sono aumenti gli incassi per lo Stato, passati dal 42,5% del pil al 47,6%; un incremento di balzelli ed entrate a cui non ha fatto seguito un contenimento del debito, schizzato al 132,7% del pil nel 2015 rispetto al 101,9% del 2005. E’ quanto emerge da una analisi del Centro studi di Unimpresa secondo cui in Italia si registra il livello piu’ alto sia per le imposte sui consumi (Iva), con un’aliquota massima al 22%; sia per le imposte personali sul reddito (Irpef), con un’aliquota massima al 48,9%; sia per le imposte sul reddito delle societa’ (Ires), con un’aliquota massima al 31,4%.
Secondo lo studio di Unimpresa “Pressione fiscale e conti pubblici nel confronto internazionale”, che contiene elaborazioni di dati della Banca d’Italia, in Italia il giro di vite fiscale e le casse statali gonfie non hanno contenuto l’allargamento del buco nel bilancio dello Stato.
Nel 2005 la pressione fiscale era al 39,1%: da quel momento la corsa all’insu’ non si e’ mai fermata con il picco massimo al 43,6% raggiunto nel triennio 2012-2013-2014; lo scorso anno una lieve flessione al 43,5%. Una analoga impennata e’ quelle registrata sul versante delle entrate che 10 anni fa erano al 42,5% del pil e nel 2014 hanno raggiunto il livello piu’ alto al 47,7% per poi ridursi dello 0,1% al 47,6% nel 2015.
L’anno scorso, invece, e’ stato toccato il record del periodo sotto esame sul versante del rapporto tra debito e pil: 132,7%; nel 2005 la percentuale si attestava al 101,9% ed e’ poi scesa solo nel 2007, quando si e’ fermata al 99,9%. Un livello altamente superiore alla media registrata in Europa (sia nell’area euro sia tra i paesi che non adottano la moneta unica) e anche negli Stati Uniti d’America. Nella media dell’area euro (esclusa l’Italia) il rapporto tra debito e pil si e’ attestato all’83,3% nel 2015, quando la pressione fiscale era al 41% e le entrate pubbliche al 46,3%; nel 2005, il rapporto tra debito e pil era ad appena il 62,1%, il prelievo tributario al 39,4% e gli incassi statali al 44,3%. Impietoso il paragone con i paesi anglosassoni;i’: in Gran Bretagna, lo scorso anno il peso delle
tasse era al 34,8%, le entrate al 38,8% e il debito all’89,2%; negli Usa, 26,4% di tasse (2014), 33,1% di entrate (2014) e 111,7% di debito (2015). Anche limitando l’analisi ai paesi dell’area euro e piu’ vicini, il confronto vede l’Italia in cima alla classifica per il maggior peso tributario: in Germania lo scorso anno le tasse erano al 39,6% del pil, le entrate al 44,6% e il debito al 71,2%; solo la Francia e’ piu’ vicina ai nostri valori: il prelievo fiscale dei contribuenti transalpini si attesta al 47,8% (piu’ alto dell’Italia) e le entrate al 53,2%, ma l’aggravio tiene il debito al 95,8% del pil.

Ceta, la Campagna Stop-Ttip Italia pubblica la lettera in cui Calenda promette l’esautoramento dell’Italia: “Un atto grave” Autore: redazione da: controlacrisi.org

La Campagna Stop TTIP Italia è riuscita a ottenere la lettera inviata dal Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda alla Commissione Europea (qui il testo in inglese), dove conferma la disponibilità dell’Italia ad esautorare il suo Parlamento gli altri in Europa dal loro potere di ratifica dei trattati commerciali nel caso dell’accordo di liberalizzazione Europa-Canada (CETA). La posizione italiana rompe l’unanimità richiesta tra i Paesi europei per rigettare la richiesta della Commissione di far approvare al solo Parlamento Ue il trattato, su cui si deciderà nel Consiglio Europeo del 5 luglio.I Trattati europei stabiliscono che, soprattutto sugli investimenti, alcuni temi potrebbero ricadere in parte sotto la competenza esclusiva EU, in parte sotto quella dei singoli Stati nazionali. Ma il CETA, come il TTIP, è un accordo ampio e pieno di temi rispetto ai quali i Trattati possono essere interpretati in modi diversi. Per questo, a partire da una situazione simile di incertezza che si è proposta per l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Singapore, la Commissione ha chiesto un parere alla Corte di Giustizia Europea la cui sentenza arriverà a fine 2016 o all’inizio del 2017.

Su questo la Campagna Stop TTIP è categorica: “è necessario che si attenda la sentenza finale della Corte di Giustizia su Singapore, e che si richieda un analogo giudizio su TTIP e CETA, rimandando la firma dell’accordo prevista per novembre 2016. Nel frattempo crediamo una forzatura inaccettabile sia la posizione del Ministro Calenda, unica in Europa, sia la possibile applicazione provvisoria di alcuni pezzi dell’accordo, senza un previo via libera di Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali”.

“Un’interpretazione che forza lo stesso Trattato di Lisbona e che non considera le prerogative della Corte di Giustizia Europea” sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia, “e che di fatto mette fuori gioco il nostro Parlamento non consentendo un confronto franco e aperto sulle questioni di cui tratta l’accordo commerciale. Calenda dice nella lettera che il Governo ha fatto un’analisi tecnica e politica prima di fare questa forzatura: è nostro diritto sapere chi ha consultato e quali sono state le conclusioni della valutazione nel dettaglio. Chiediamo ai parlamentari europei e nazionali preoccupati come noi di questa deriva un’interrogazione urgente al Governo su questo passaggio. Le procedure europee ridimensionano il ruolo delle assemblee elettive rispetto agli esecutivi, con questa scelta il Ministro Calenda rende il ruolo dei nostri eletti puramente decorativo”.

“Un atto grave” aggiunge Elena Mazzoni del coordinamento della Campagna Stop TTIP Italia “che si inserisce prepotentemente nel dibattito sulla necessaria e auspicata trasparenza dei trattati commerciali. Il fatto che il Governo sottolinei che la posizione di sostegno all’esclusività della Commissione è da considerarsi caso per caso, non ci rassicura che sul TTIP le cose saranno diverse, considerato che CETA e TTIP hanno la stessa struttura e interessano gli stessi ambiti e settori”.

“Oltre quattro milioni di firme sono state raccolte in Europa per opporsi a TTIP e CETA”, chiarisce Marco Bersani del coordinamento della Campagna Stop TTIP Italia “a dimostrare che c’è una crescente attenzione dell’opinione pubblica sugli effetti di questi accordi e sul modo con cui sono negoziati. La scelta del Ministro Carlo Calenda risponde certamente alle esigenze di Confindustria, ma non tiene in debito conto la richiesta di trasparenza e dibattito pubblico che viene dai cittadini, ancor più sul CETA, l’accordo con il Canada, di cui il Governo non ha fatto minimo cenno negli ultimi anni”.

Giornata mondiale del rifugiato, flash mob a Roma il 20 giugno promosso da Amnesty international Autore: redazione da: controlacrisirg

Un flash mob a Roma il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato. Lo promuove Amnesty International Italia (piazza della Rotonda, davanti al Pantheon – ore 11) per chiedere “percorsi sicuri e legali” per i profughi. All’iniziativa hanno finora aderito organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti di rifugiati, migranti e richiedenti asilo, come Arci e Oxfam.
“Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani e persecuzioni- si legge in un comunicato- hanno messo a rischio la propria vita in cerca di sicurezza e protezione. Hanno vissuto abusi, estorsioni e violenza nei paesi d’origine e lungo tutto il percorso. Molti di loro hanno perso la vita nel tragitto”.Nel mondo e in Europa, denuncia Amnesty, “si continua ad affrontare la crisi dei rifugiati in maniera caotica e disumana, costruendo muri, rafforzando posizioni securitarie e facendo accordi scellerati e illegali con paesi non sicuri, come la Libia e la Turchia”. Di qui la richiesta al governo italiano, come parte dell’Unione europea, di “incrementare i posti disponibili e accelerare il processo di reinsediamento di rifugiati in Italia ed Europa da paesi di prima accoglienza come Libano e Kenya usando vie legali e sicure, favorendo i ricongiungimenti familiari e privilegiando la protezione delle persone piu’ vulnerabili”. Amnesty chiede inoltre di “garantire condizioni di
accoglienza dignitose e umane alle persone che arrivano in Italia; impegnarsi a livello europeo e globale per promuovere misure e iniziative di cooperazione tra i paesi piu’ ricchi che garantiscano il diritto d’asilo e la creazione di vie legali e sicure affinche’ nessuno piu’ debba rischiare la vita in cerca di protezione”.

La Città Felice e il Circolo Nievski Mercoledì 22 giugno 2016 – ore 18.30 Invitano alla presentazione del N. 44 di Casablanca Le Siciliane

La Città Felice e il Circolo Nievski

Mercoledì 22 giugno 2016 – ore 18.30
presso Circolo Nievski
Scalinata Alessi Catania

Invitano alla presentazione del N. 44 di
Casablanca
Le Siciliane

Ne discutono
Graziella Proto, Enza Scuderi, Anna Di Salvo, Alfonso Di Stefano, Gianmarco Catalano, Mirella Clausi, Giusi Milazzo, Teresa Modafferi