“La Renzi-Boschi è piena di contraddizioni e superficialità.Vi spiego perché”. Intervista a Domenico Gallo Autore: vittorio bonanni da. controlcrisi.org

Già magistrato e senatore della Repubblica, attualmente giudice presso la Cassazione, Domenico Gallo è tra gli esponenti di spicco del Comitato per il no al referendum costituzionale che dovrebbe approvare o meno le riforme del governo Renzi. A lui abbiamo chiesto di commentare l’iniziativa di circa 200 tra giuristi e costituzionalisti, tra questi Franco Bassanini, Salvatore Vassallo, Tiziano Treu ed altri, che sono usciti alla scoperto sostenendo la riforma di Renzi ed esponendo, punto per punto, le ragioni che starebbero dietro questa condivisione. A questa, come è noto, se ne è poi affiancata un’altra alla quale hanno aderito intellettuali e artisti. A Gallo abbiamo chiesto di commentare con noi le loro argomentazioni.

Dottor Gallo, cominciamo con il primo punto esposto dai firmatari di questo “manifesto per il sì”, dove si sostiene il superamento dell’”anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato” e l’introduzione, con il nuovo Senato, di “un modello di rappresentanza al centro delle istituzioni locali” un po’ come succede in Germania. Che cosa ne pensa?
C’è scritto che “il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali”. In realtà non rappresenterà un bel niente perché in effetti chi sarà realmente rappresentato sarà il ceto politico delle istituzioni territoriali. Nel modello tedesco, nel “Bundesrat” per intenderci, sono realmente rappresentate le istituzioni territoriali, dove appunto chi fa parte della seconda camera va con il mandato di esprimere l’orientamento e la volontà di quelle istituzioni. Nel nostro caso avremo invece dei soggetti rappresentativi soltanto del ceto politico delle regioni e di altri enti locali. Una rappresentanza che non ha senso nel momento in cui – con la riforma – le Regioni vengono spogliate dei loro poteri. Con la riforma del titolo V era stata notevolmente accresciuta l’autonomia legislativa delle Regioni, e ciò avrebbe potuto giustificare una Camera delle Regioni. Ma se questa autonomia si riduce non c’è più l’esigenza di rappresentare le istituzioni territoriali nel momento in cui queste realtà non hanno più questi poteri e le Regioni sono ridotte a delle superprovince.

Siamo dunque di fronte ad una riforma che ricentralizza…
Molti poteri infatti ritornano nelle mani dello Stato centrale.

Come giudica questa novità?
Si può essere d’accordo o meno, ma una volta che si fa una svolta che riaccentra nello Stato i poteri concessi alle Regioni, non ha nessun senso creare una rappresentanza di enti territoriali che non contano più niente.

A questo proposito che cosa pensa della riforma del Titolo V della Costituzione che di fatto, come dicevamo, ricentralizza le competenze puntando anche sul fatto che l’esperienza delle Regioni non è stata delle più virtuose sia in termini di corruzione che di confusione legislativa?
Indubbiamente la riforma del 2001 conteneva numerosi errori e questo dimostra che non si possono fare appunto delle riforme a colpi di maggioranza senza prima averle meditate e senza prima aver realizzato un consenso ragionevole su di esse. Ora gli errori della riforma del 2001 vengono solo parzialmente corretti, mentre se ne fanno altri più gravi. Perché in pratica le Regioni sono, come abbiamo già detto, spogliate dei poteri in precedenza concessi e soprattutto vengono private di ogni possibilità di intervento nel governo del territorio. E se c’è una prerogativa che la Regione dovrebbe conservare è proprio la possibilità di interloquire nel governo del territorio. Togliere questo potere favorisce una politica di centralizzazione che consente di fare operazioni che passano sulla testa della popolazione. Parliamo di trivelle, grandi opere, condoni edilizi, magari realizzati anche in territori di interesse paesaggistico strategico, situazioni di grande rilevanza per i territori nelle quali le Regioni non potranno mettere becco. Siamo insomma di fronte ad una fortissima ricentralizzazione e quel poco di autonomia che viene lasciata è sottoposta ad un pericolo continuo perché su proposta del governo lo Stato può intervenire in materie non riservate alla sua legislazione esclusiva, quindi anche in materie regionali “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” – e su questo non ci sarebbe niente da obiettare – ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Questo concetto dell’interesse nazionale è giuridicamente inafferrabile, per cui questa norma è stata definito “la clausola vampiro”, con la quale il governo praticamente può annullare – a sua discrezione – ogni autonomia delle Regioni, appunto succhiando loro il sangue.

Dunque le regioni escono dopo queste modifiche fortemente bastonate dal governo centrale….

Ne escono sicuramente ridimensionate. E il fatto che abbiano accettato questa riforma, o almeno che non tutte le regioni la contestino, dimostra se non altro il livello mediocre del ceto politico delle Regioni stesse. Questo ceto politico ha accettato che le Regioni venissero denudate dei loro poteri principali in cambio un piatto di lenticchie, ovvero che qualche suo rappresentante possa essere promosso senatore.

Nel secondo punto sottolineato dai sostenitori della riforma Renzi, che, leggo testualmente, così recita: “i procedimenti legislativi vengono articolati in due modelli principali a seconda che si tratti di revisioni costituzionali o di leggi di attuazione dei congegni di raccordo tra Stato e autonomie dove Camera e Senato approvano i testi su basi paritarie, mentre si prevede in generale una prevalenza della Camera politica permettendo al Senato la possibilità di richiamare tutte le leggi impedendo eventuali colpi di mano alla maggioranza ma lasciando comunque alla Camera l’ultima parola. La questione della complicazione del procedimento legislativo non va sopravvalutata perché non appare diversa la situazione in tutti gli stati composti. In ogni caso e di nuovo in continuità con le esperienze comparate la riforma prevede la prevalenza della Camera politica”. Insomma si tende a sottolineare come il Senato in qualche caso possa continuare a giocare un certo ruolo. Qual è la sua valutazione?
L’articolo 70 della Costituzione parla della funzione legislativa con nove parole. Il nuovo articolo 70 è formato da 440 parole. Se noi, diciamo così, usciamo fuori dal bicameralismo paritario, per forza di cose dobbiamo fare delle specificazioni e non ci possiamo limitare appunto alle 9 parole. Però le procedure indicate sono diverse tant’è che si parla addirittura di sette od otto procedimenti legislativi differenti. E questo crea una grande confusione, un gran caos nelle fonti di produzione del diritto e io mi chiedo come si possa approvare per esempio una legge mille proroghe con queste modalità. E con quali procedure? Altro che semplificazione dunque! Siamo di fronte ad una sorta di caos normativo dal quale non si può uscire e che può creare una infinità di conflitti circa la procedura di approvazione di ogni legge, che andranno poi alla Corte Costituzionale.

Nel quarto punto i sostenitori del sì sottolineano come vengano messi dei limiti alla decretazione d’urgenza introdotti nell’articolo 77 della Costituzione. I poteri normativi del governo verrebbero riequilibrati con una serie di più stringenti limiti appunto alla decretazione d’urgenza introdotti direttamente nell’articolo citato “per evitare l’impiego elevato che si è registrato nel corso degli ultimi anni e la garanzia al contempo di avere una risposta parlamentare in tempi certi”. Che valutazione dà di questo punto?
I limiti che loro pongono nell’articolo 77 sono stati già in qualche modo identificati dalla Corte Costituzionale, quindi la riforma non aggiunge niente di nuovo. E’ probabile che ci sarà un diminuito ricorso ai decreti legge perché in pratica tutta la legislazione ordinaria viene assimilata ai decreti legge nel momento in cui viene introdotto l’obbligo per il Parlamento di approvare le leggi che interessano il governo nella data fissa dei 70 giorni. E quindi a questo punto non c’è più bisogno del decreto legge perché le leggi appunto diventano quasi dei decreti legge. E in questo modo però il governo si impadronisce dell’agenda del Parlamento perché viene dettata e requisita dal governo e quest’ultimo dunque non può più organizzare liberamente il proprio lavoro.
Un vulnus dunque all’autonomia del Parlamento….
Certamente.

Un altro punto riguarda ancora il rafforzamento, sempre secondo i sostenitori del sì, degli istituti di democrazia diretta, come il referendum….
Questo è assolutamente falso. Non c’è nessun rafforzamento di questi istituti, anzi avviene il contrario. Perché innanzitutto per la legge di iniziativa popolare il plafond viene aumentato tre volte. Per quanto riguarda i referendum l’unica norma che poteva essere utile era quella di abbassare il quorum basandolo sui votanti e non sugli aventi diritto al voto, perché la gente vota sempre di meno e poteva essere giusto fare questa scelta. Invece questo non è stato fatto, è stata introdotta una novità senza senso, ovvero quella di aumentare ad 800mila il numero delle firme, apparentemente abbassando il quorum. Ma nel momento in cui si alza appunto il numero delle firme diventa tutto più difficile.

Eppure, almeno a prima vista, sembra un aggiustamento sensato…
No perché dobbiamo tenere presente che non ci sono più i grandi partiti di massa ad organizzare queste iniziative. Viviamo in realtà in una società sempre più liquida che renderà sempre più complicato raggiungere quell’obiettivo. Certo, nel passato poteva anche avere un senso quella modifica ma ora no.

Per quanto riguarda invece la cancellazione del Cnel, che rilevanza ha una scelta di questo tipo?

Dico che non c’era bisogno di cambiare 48 articoli per eliminare il Cnel. Dobbiamo ricordare che appunto il Comitato nazionale economia e lavoro è un organo che nella pratica si è rivelato inutile e quindi si può anche eliminare senza fare danno a nessuno. Questo però, pur non dando un giudizio negativo sull’obiettivo raggiunto, non può giustificare la riforma di 47 articoli della Costituzione. Si tratta di una questione assolutamente secondaria nell’economia della riforma. L’unica ragione è quella di vendere al pubblico di aver tagliato la politica, di aver tagliato il numero dei parlamentari, i costi.

Nell’ultimo punto si parla di riduzione dei costi della politica con 200 parlamentari in meno, un tetto alle indennità dei consiglieri regionali e via dicendo. Ma c’è chi contesta che questo si poteva fare senza creare un Senato non eletto e con tutti i problemi che abbiamo elencato…
Innanzitutto la questione dei limiti all’indennità dei consiglieri regionali non necessitava di una riforma costituzionale. Si poteva benissimo mettere in una legge ordinaria. E’ in realtà un modo per gettare polvere negli occhi.

Loro sostengono anche che “il testo non sarebbe, né potrebbe essere altrimenti, privo di difetti e discrasie ma non ci sono scelte gravemente sbagliate”. Per esempio rispetto al tipo di governo l’Italia resterebbe comunque una repubblica parlamentare. Dunque dicono sì, non è perfetta però non rappresenterebbe questa minaccia che tanti sostengono…
Il problema è che questo testo, se non esistesse la legge elettorale denominata italicum, sarebbe semplicemente una pessima riforma che sostituisce un bicameralismo paritario con un bicameralismo confuso e inconcludente. E realizza poi come unico risultato una ricentralizzazione dei poteri nelle mani dello Stato sottaendoli alle Regioni. Gli effetti dunque sarebbero limitati ma in realtà la vera riforma è quella elettorale. La revisione formale della Costituzione tende ad adeguare il funzionamento delle istituzioni alla riforma elettorale appunto.

Ovvero?

Se si sceglie un sistema elettorale che distorce fortemente la volontà degli elettori non si possono avere due camere elettive. Perché in una camera ci può essere una maggioranza e in un’altra ce ne può essere una diversa. Questa ipotesi avrebbe garantito l’ingovernabilità più assoluta. Mi pare comunque che nel documento dei 180 alla fine loro lo ammettono. Perché dicono al punto uno che il rapporto fiduciario rimane in capo alla sola Camera dei deputati risolvendo così i problemi derivanti da sistemi elettorali diversi. Loro riconoscono per l’appunto che con diversi sistemi non potrebbe funzionare questa riforma. Non potrebbe funzionare più il bicameralismo. Quindi il problema è che andava eliminato un ramo del Parlamento (il Senato) perché altrimenti non avrebbe funzionato quel modello di democrazia dell’investitura che poi rappresenta la causa e l’origine di questa riforma. L’oggetto della riforma costituzionale è quello di adeguare le istituzioni a questo modello di democrazia dell’investitura. Ma il modello di democrazia previsto dai costituenti era diverso, fondato sulla centralità del Parlamento e sulla partecipazione dei cittadini; non risolveva la democrazia nell’investitura del capo. Dunque è stato necessario eliminare un ramo del Parlamento mentre l’altro ramo viene sottoposto allo schiaffo del capo politico, il quale praticamente controlla la maggioranza e determina lui stesso l’elezione della “sua” maggioranza. Dunque abbiamo di fronte una fusione tra potere legislativo e potere esecutivo che per legge deve essere concentrato tutto nelle mani di un unico partito. Con l’italicum è stato introdotto un sistema che prevede il governo di un’unica forza politica per legge e questo ovviamente comporta la necessità di modificare il quadro dei rapporti tra Camera e Senato.

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