Il complicato puzzle dell’editoria italiana, ma è Renzi a mettere le tessere. All’interno l’intervista (audio) a Giuseppe Marchica, segretario del Sinagi (edicolanti) Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Non è un buon momento per l’editoria italiana. Anche se gli imprenditori del settore si danno molto da fare con fusioni e scalate, in realtà le aziende non stanno facendo altro che difendere i loro bilanci. Il clima è avvelenato. La Fieg rischia di saltare, un po’ come ai tempi dello scontro tra Marchionne e Confindustria. Il Governo, di fatto, tiene in pugno tutti. E tutti stanno molto attenti a non mettere nemmeno una virgola fuori posto per non scontentare il manovratore. Lo strumento di Renzi & Co. è la cosiddetta legge di riforma e, come spiega bene in questa intervista Giuseppe Marchica, segretario del Sinagi (sindacato degli edicolanti), gli editori stanno facendo la fila presso le varie commissioni parlamentari, per tentare di ottenere risorse, ben sapendo che la partita si chiuderà con una maggiore visibilità mediatica per il “partito della nazione” su molte testate e qualche briciola per loro.

“Uno dei fattori di fondo della crisi dell’editoria è la mancanza degli investimenti – sottolinea Marchica – . L’incremento dei lettori ‘elettronici’ ha smesso di crescere come prima ma, dall’altra parte, l’offerta editoriale della carta stampata è sempre quella. Se togliamo le riviste di gossip non è che si va molto lontano”. Gli editori tirano a campare. Anche uno che passa per essere come un “editore puro”, come Urbano Cairo, attualmente impegnato nella scalata della Rcs, in realtà viene dalla pubblicità e l’unico strumento che ha dimostrato di saper maneggiare è una politica dei prezzi usata “ad alzo zero” e tagli dei costi senza guardare in faccia a nessuno. E’ un modo come un altro da parte di chi ha un po’ di disponibilità di capitali di far fuori i concorrenti e conquistare qualche fetta di mercato in più. Senza contare, infine, i fantasmagorici giochi sugli effettivi numeri delle vendite in edicola pur di drogare il mercato della pubblicità. E’ anche per questo motivo che, nonostante le garanzie costituzionali sulla parità di trattamento, ci sono molti editori che stanno spingendo per la liberalizzazione delle vendite dei giornali. Risultato, trentamila edicolanti rischiano davvero grosso.A pagare lo scotto della crisi non saranno solo gli edicolanti, circondati su tutti i lati come un fortino assediato, ma anche le piccole testate, soprattutto quelle locali, che hanno di fatto così poco potere mediatico da scambiare con il Governo.
E’ stato l’ex senatore Vincenzo Vita, di Articolo 21, a lanciare l’allarme nei giorni scorsi: “Dall’Avvenire al Manifesto passando per le tantissime testate locali: c’e’ un mondo che rischia di avere un ulteriore contraccolpo se non cambieranno le cose che chiediamo”. Da un anno all’altro, e’ l’allarme dell’Alleanza delle cooperative editoriali, da 253 testate si e’ ora scesi a 182 e si continua a registrare una ulteriore diminuzione.
Roberto Calari, di Alleanza cooperative comunicazione, aggiunge: “Nella normativa sono presenti due gravi penalizzazioni per le testate quotidiane a diffusione nazionale come il Manifesto, il Foglio o Avvenire. E’ previsto il superamento della distinzione tra testata nazionale e locale, malgrado sia evidente a tutti che una testata nazionale abbia costi di carta, stampa e distribuzione incomparabili rispetto a una a diffusione locale.
La seconda penalizzazione riguarda il fatto che possono accedere ai contributi solo le testate che abbiano copie vendute non inferiori al 30% delle copie distribuite. Inspiegabilmente si e’ diminuita la percentuale vendita/distribuzione per i giornali locali (oggi al 35%), mentre si e’ aumentata quella per i giornali nazionali (oggi al 25%). L’unica possibilita’ per le testate nazionali sara’ rinunciare alla presenza nelle regioni dove si vende di meno (cosa che sta facendo l’Unità), generalmente al Sud, con un danno al pluralismo dell’informazione”. Per questo l’Alleanza chiede che il limite sia fissato al 30% per le testate locali e al 20% per quelle nazionali.
Il relatore della legge, Roberto Cociancich (Pd), non si sbilancia: “Potremmo emendare la normativa ma questo significherebbe farla tornare alla Camera e perdere tempo, mentre la richiesta e’ che si faccia presto per garantire risorse alle imprese”.

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