Noi ANPI non dimentichiamo la strage del 28 Maggio 1974 a Piazza della Loggia 1974 a Brescia

La rivisitazione della strage di Piazza della Loggia, attraverso l’attenta lettura che di essa ne fa Carlo Lucarelli. La trasmissione si avvale d’immagini d’epoca e ricostruzioni sceniche, scandisce tutta la progressione degli avvenimenti terroristici che hanno preceduto lo scoppio del 28 maggio 1974. Interessanti e numerose le testimonianze proposte: Paolo Corsini (sindaco di Brescia), Manlio Milani (presidente dell’Associazione vittime), Lucia Calzari (sorella di Clementina), Lorenzo Pinto (fratello di Luigi e vice-presidente dell’Associazione vittime), Beatrice Bazoli (figlia di Giulietta Banzi), Andrea Arcai (avvocato), Alfredo Bazoli (figlio di Giulietta Banzi), Giampaolo Zorzi (giudice istruttore), Giuseppe De Lutiis (storico), Pino Rauti (fondatore Centro Studi Ordine Nuovo), Vincenzo Vinciguerra (militante neofascista) e Andrea Ricci (avvocato di parte civile). L’occasione è utilizzata inoltre per procedere alla rilettura delle diverse inchieste giudiziarie che da quell’atto terroristico sono state originate. Notevole anche il quadro d’insieme degli anni della “strategia della tensione” che la puntata presenta con filmati ed interviste ai protagonisti di allora.

Attualità su ambiente e salute da: www.resistenze.org – proletari resistenti – salute e ambiente – 22-05-16 – n. 590

Pubblichiamo il primo capitolo del libro Attualità su ambiente e salute, edizioni Aracne, 2014 che racconta la lotta contro la nocività in fabbrica e nel territorio nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni negli anni 70′ e la nascita del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio. Il libro composto di sei capitoli tratta diversi argomenti ed è scritto da autori vari. Il primo capitolo racconta le lotte e la nascita del comitato.

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Lo sfruttamento dell’uomo imprenditore sull’uomo lavoratore, le lotte dei comitati spontanei di cittadini, le attività sindacali, le controversie legali, la prestazione sanitaria.

Michele Michelino e Daniela Trollio

Premessa

Il titolo di questo capitolo iniziale potrà sembrare troppo “assertivo” al nostro lettore, ma quanto segue non è solo un ragionamento, ma una “storia” vera, di uomini e donne di carne e sangue, che dimostra esattamente le conseguenze dello sfruttamento – malattie, sofferenze, morti – ma anche l’idea che vi sta dietro. E questa idea è che nella nostra società tutto è merce, l’uomo lavoratore in primo luogo e, come ogni merce, egli è fatto soprattutto per essere consumato fino alle estreme conseguenze purché questo porti benefici (che si chiamano profitti) all’uomo imprenditore.  Sfruttamento è un termine che può sembrare a molti ottocentesco: purtroppo la nostra storia, come quella di moltissimi altri, è invece una storia tremendamente attuale e moderna, una storia che l’uomo imprenditore continua a perpetuare, ma in cui l’uomo lavoratore si ribella e si organizza per non essere più merce da buttare.

Quello che leggerete è la storia – e soprattutto il “sapere” derivato dall’esperienza di lotta – del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio di Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia, la città delle grandi fabbriche, Comitato costituito da lavoratori che per anni hanno lavorato in queste grandi fabbriche e ne portano le cicatrici.

Sfruttamento, “monetizzazione della salute” e delega

Le lotte per migliorare le condizioni di vita e gli ambienti di lavoro degli operai e dei lavoratori, quelle contro la riduzione dei salari, contro la nocività e per il miglioramento degli ambienti di lavoro insalubri sono un patrimonio della lotta più generale della classe operaia.

Da sempre gli operai, insieme con la lotta sindacale, lottano anche per cambiare leggi ingiuste che legittimano il sistema sociale fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le lotte per la salute cominciano con l’avvento del capitalismo e i lavoratori hanno imparato a loro spese che i morti sul lavoro non sono mai una fatalità, ma il costo pagato dagli operai alla realizzazione del profitto.

I morti sul lavoro sono parte della brutalità e della violenza del sistema capitalista.

Protetti da leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, lo sfruttamento e il profitto, i capitalisti anche nel ventunesimo secolo continuano a godere dell’impunità e della licenza di uccidere.

La maggior parte degli infortuni sul lavoro, i morti sul lavoro e di lavoro causati dalle sostanze cancerogene impiegate nei processi di produzione spesso sono imputati alla disattenzione degli operai. La realtà è che datori di lavoro senza scrupoli, pur di risparmiare pochi centesimi, non esitano a far lavorare operai e lavoratori senza fornire adeguati dispositivi individuali e collettivi di protezione e molti infortuni gravi o mortali non dipendono dal “destino crudele” ma dalle sete di guadagno.

Noi operai nel sistema capitalista non siamo altro che forza-lavoro: carne da macello; ma non possiamo accettare di essere delle semplici merci in balia del padrone di turno, non possiamo accettare che sia il mercato a decidere quando e come dobbiamo lavorare costringendoci a salari da fame, alla disoccupazione o a pensioni miserabili dopo una vita di lavoro in cui abbiamo arricchito dei parassiti.

La morte di tanti nostri compagni di lavoro “colpevoli” solo di aver usato sostanze cancerogene nei luoghi di produzione senza essere a conoscenza dei rischi e dei pericoli che correvano ci ha portato alla consapevolezza e alla voglia di giustizia.

Noi continuiamo a lottare contro tutte le morti “innaturali”, anche se siamo coscienti che, solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi completamente dallo sfruttamento.

Anche nelle fabbriche italiane le lotte hanno origini lontane nel tempo e sono state provocate dalla brutalità delle condizioni di lavoro, causa continua di malattie, infortuni, invalidità, morte.

In Italia gli anni che vanno dal 1965 al 1970 hanno visto gli operai protagonisti di dure lotte che mettevano in discussione – tra le altre cose – anche gli ambienti di lavoro insalubri e ponevano con forza la necessità e l’urgenza di sottrarre il lavoratore al lento massacro cui era sottoposto. In quegli anni scioperi, fermate improvvise e spontanee di operai e di gruppi di lavoratori costretti a lavorare in ambienti angusti e nocivi, nelle fonderie, nelle forge e in ambienti a caldo, nei cantieri e nelle campagne, soprattutto nei mesi estivi quando la temperatura sul posto di lavoro diventa intollerabile, erano la prima forma di difesa e di ribellione. Nelle piattaforme – insieme al salario – si rivendicavano obiettivi che riguardavano l’organizzazione e l’ambiente di lavoro.

Tuttavia, in ogni occasione, alla conclusione della lotta era evidente lo scollamento che si manifestava tra quello che gli operai rivendicavano e i risultati raggiunti dai “loro” rappresentanti sindacali che, pur di non ostacolare la produzione, si accontentavano di “difendere” i lavoratori monetizzando la salute.

La crescente combattività operaia era smorzata dal sindacato che cercava di controllare la lotta operaia e che spesso era incapace o non voleva dare continuità e organizzazione a questa combattività.

La linea ufficiale delle organizzazioni sindacali per anni è stata quella della monetizzazione della salute.

Il sindacato e i partiti politici che lo controllavano, sotto la pressione e le lotte spontanee contro la nocività dei lavoratori, sono quindi stati costretti a interessarsi della salute assumendosene la “delega”, anche se nessuno l’aveva loro concessa, nel tentativo di togliere il protagonismo ai lavoratori.

Nello scontro col padronato i lavoratori sono stati costretti a sperimentare nuove forme di lotta. I lavoratori sanno che dalla loro parte hanno il numero, sono tanti, e comprendono che nell’unità c’è la loro forza d’urto, ma anche che nella fabbrica, per battere il dominio incontrastato del padrone, bisogna sviluppare una propria, autonoma e indipendente capacità critica della complessiva organizzazione capitalistica del lavoro.

Le lotte che iniziavano con il suono improvviso dei campanacci, dei fischietti o delle sirene che davano il segnale dell’inizio dello sciopero o della ripresa del lavoro, secondo le decisioni preventivamente concordate, erano anche momenti di discussioni collettive sul contratto, sulla brutalità delle condizioni di lavoro nella fabbrica, sul complessivo sfruttamento cui è sottoposto il lavoratore.

Per il padrone e gli istituti da lui chiamati a controllare la salubrità degli ambienti di lavoro la concentrazione di polvere, gas e fumi, il calore, la rumorosità, la luminosità, i ritmi e la fatica del lavoro, la situazione è sempre normale; per i lavoratori la situazione invece è molto diversa e sentivano, e tuttora spesso sentono, che questi istituti apparentemente neutri ma pagati del padrone, li imbrogliavano e continuano a imbrogliarli.

L’indagine operaia e l’organizzazione capitalistica del lavoro

L’indagine operaia nel corso del suo procedere si rivela sempre molto più ricca di significati e implicazioni politiche di quanto non fosse nelle nostre previsioni.

Se inizialmente la maggioranza di noi riteneva che la salute del lavoratore potesse essere tutelata attraverso l’adozione di strumenti protettivi (aspiratori, maschere, tute, ecc.) capaci di preservarci dalle nocività così come s’intende normalmente (calore, rumore, polveri ecc.), nel corso dell’indagine verificavamo come tutta l’organizzazione del lavoro nella fabbrica fosse essa stessa nocività.

In altre parole cottimo, ritmi, orario di lavoro, organici, qualifiche, dislocazione e tipo del macchinario, costituivano insieme con il  rumore, il calore, le polveri, quel tutto unico che significa sfruttamento del lavoratore.

Medicina preventiva, rapporto medico-lavoratore

Le visite periodiche, da parte dei medici di fabbrica si svolgevano in questo modo: «Si va all’infermeria, si viene pesati, viene fatto firmare un documento senza che nessuno spieghi cosa vi sia scritto. Il medico interroga il lavoratore sulle malattie subite nel recente passato, ausculta i polmoni, prova la pressione del sangue: la durata media della visita non supera i 6-7 minuti. Molte volte non c’è neppure fatta togliere la giacca».

Il lavoratore si reca alla visita per pura formalità: non conoscerà l’esito reale della visita, sa che quella “visita” non c’entra nulla con la tutela della sua salute, essa fa parte di un rapporto privato tra il medico e la Direzione volto ad accertare unicamente l’efficienza produttiva del lavoratore. Col medico di fabbrica ci si confida il meno possibile per il timore di essere dichiarati inidonei al proprio attuale lavoro e di essere spostati in un altro reparto, subendo una decurtazione di salario.

Nel frequente caso di disturbi e malattie ci si rivolge con fiducia al proprio medico curante, ma questi, per la cultura professionale che gli è stata generalmente impartita all’università, non conosce minimamente le condizioni di lavoro cui è sottoposto il suo paziente e quindi, non essendo in grado di stabilire un rapporto tra disturbi denunciati e ambiente di lavoro, non ha, in linea di principio, la possibilità di formulare una diagnosi corretta.

Il medico si trova di fronte a malattie di cui non è in grado di controllare le cause e quindi la sua sfera d’intervento è limitata ad alleviare il dolore del paziente con dei farmaci.

Questo vale per il passato, quando pensiamo all’Italia delle grandi fabbriche diffuse su tutto il territorio, con le centinaia di migliaia di operai che ci lavoravano, ma purtroppo anche per il presente.

E’ quindi necessario istituire un’efficiente medicina preventiva che, ricercando scientificamente il rapporto di causalità tra malattie tipiche della società industriale (disturbi cardiaci, reumatismi, bronchiti, tumori, ecc.) e ambiente di lavoro, intervenga sull’ambiente di lavoro per rimuovere le vere cause delle malattie.

Al tecnico della salute vanno quindi messi a disposizione tutti i dati sull’ambiente di lavoro: dati che scaturiscono dalle osservazioni sistematiche dei gruppi omogenei di lavoratori e dati rilevati con strumenti tecnici adeguati.

Sulla base della nostra esperienza noi riteniamo necessario un nuovo rapporto fra medico e lavoratore, un rapporto dialettico di reciproco arricchimento di cognizioni, un rapporto che li deve vedere entrambi necessari protagonisti di una medicina a favore dell’uomo che lavora.

Controversie legali e prestazione sanitaria, registro esposti amianto

Gli ex lavoratori esposti all’amianto costretti a lavorare in fabbriche e reparti lager, come altri lavoratori e cittadini sottoposti alle fibre killer, hanno un’aspettativa di vita minore di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione.

Per questo, dopo dure lotte dei lavoratori, fu approvata nel 1992 la legge 257 che metteva al bando l’amianto, stabiliva la sorveglianza sanitaria e risarciva i lavoratori concedendo loro alcune agevolazioni in materia pensionistica poiché morivano prima.

La legge fu approvata grazie alla mobilitazione dei lavoratori che manifestarono giorni e notti davanti al Parlamento che doveva approvare la legge. Allora i finanziamenti previsti dalla legge non riguardavano tutti i lavoratori esposti all’amianto, ma solo i lavoratori addetti alle miniere e fabbriche di cui si prevedeva la chiusura (circa 4.500 unità) e la legge era intesa come un ammortizzatore sociale. Le lotte dei lavoratori esposti all’amianto che rivendicavano lo stesso diritto allargò ulteriormente la platea, che nel 1993 si valutava in 50.000 unità.

Anche il registro dei lavoratori esposti o ex esposti amianto era limitato. Esso riguardava solo i lavoratori residenti nei territori, comuni e città, dove avevano sede le fabbriche, ma ignorava completamente i luoghi dove, invece, i lavoratori di queste aziende vivevano.

Ad esempio, la maggioranza dei lavoratori delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni,

Ansaldo, Breda, Falck, Marelli, Pirelli, non abitavano a Sesto San Giovanni ma in città e paesi delle provincie di Bergamo, Brescia, Milano, Varese, Piacenza, Pavia, oppure nei comuni limitrofi come Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Bresso, Segrate, Monza

A tutt’oggi i pochi studi epidemiologici fatti sono falsati perché non tengono conto di dove era situata la fabbrica in cui lavoravano, ma solo del territorio dove abitavano.

Con cavilli burocratici di ogni genere, l’INAIL e l’INPS (gli enti preposti istituzionalmente a certificare l’esposizione ed erogare la pensione corrispondente) continuano a non applicare la legge, negando quella certificazione che permetterebbe ai malati e ai lavoratori ex esposti all’amianto di andare prima in pensione, nonostante la loro esposizione sia certificata dai documenti del datore di lavoro e dall’ASL.

L’INAIL in molti casi si comporta peggio di un’assicurazione privata. Per far valere i loro diritti, i lavoratori e i cittadini sono così costretti a lottare e sostenere lunghe e costose cause in tribunale – con i loro scarsi mezzi – contro l’atteggiamento dell’INAIL lesivo della dignità, della salute, e dei diritti dei lavoratori.

Invece di indennizzare gli infortunati e le malattie professionali aumentando le rendite, l’INAIL risparmia i soldi (dei lavoratori) sulla loro pelle, usandoli per scopi non certo nobili come la speculazione finanziaria, nel più totale e complice silenzio di partiti e sindacati e istituzioni.  Questo ente ha accumulato un “tesoretto” di 25 miliardi di euro, e invece di usarli per le vittime, per i lavoratori infortunati e malati aumentando le quote previste per risarcire gli infortuni e le malattie professionali, li usa per altri scopi.

L’INAIL è anche un ente in palese conflitto d’interessi, essendo quello che deve riconoscere l’esposizione all’amianto e le malattie professionali ma anche quello che deve indennizzarle.

Per far riconoscere i diritti delle vittime e stanchi delle lungaggini burocratiche, il nostro Comitato e altre associazioni più volte hanno portato la loro rabbia e la loro protesta direttamente dentro e fuori dei palazzi del “potere” e i lavoratori e le lavoratrici, insieme coi famigliari delle vittime, “armati” di fischietti, coperchi di pentole, campanacci e sirene hanno “esposto” con forza le loro ragioni, perché il tempo non gioca a favore dei malati, e delle vittime e questi enti lo sanno molto bene.

Le proteste e le lotte sono servite per fare riaprire trattative interrotte con l’INAIL e anche far sentire e vedere ai giudici nei Tribunali la voglia di giustizia delle vittime.

L’esperienza – nostra e d’innumerevoli altri comitati e associazioni di vittime presenti su tutto il territorio nazionale – ha dimostrato che la partecipazione alle lotte dei diretti interessati che partecipano in prima persona senza delegare è l’aspetto vincente e che LA LOTTA PAGA!

Prevenzione primaria e sanzioni

In mancanza di serie e certe sanzioni, molti datori di lavoro, che si arricchiscono attraverso lo sfruttamento degli esseri umani, quando accadono infortuni mortali parlano dei morti sul lavoro come di “tragedie imprevedibili”. Le chiamano “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di alcuno, arrivando in alcuni casi a sostenere che la colpa degli infortuni sarebbe causata della disattenzione degli operai stessi.

In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli orfani “del lavoro”.

I datori di lavoro responsabili di questi assassini, da buoni “filantropi”, hanno istituito la “Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro” per ricordare alle potenziali vittime (i lavoratori) di stare più attenti, e mentre piangono lacrime di coccodrillo, continuano a fare profitti risparmiando sulla sicurezza.

La vita e l’umanità di certi industriali non sono dettate dai battiti del cuore, ma dalla velocità con cui il capitale si accumula – sfruttando i lavoratori – e riempie il loro portafoglio.

Per alcuni la perdita di vite umane nel processo produttivo è considerata fisiologica, al massimo un aumento dei costi dell’assicurazione INAIL.

A questi signori, quello che interessa non è eliminare questa mattanza, ma contenere il “fenomeno degli incidenti” sul lavoro, che si traduce per loro in una perdita economica.

Secondo l’ILO (l’International Labour Office), ogni giorno muoiono nel mondo più di seimila persone per infortuni e malattie professionali.

Nonostante le campagne pubblicitarie, a livello mondiale il numero dei lavoratori morti per infortuni sul lavoro e malattie professionali sono sempre da bollettino di guerra.

Le malattie professionali diluiscono invece le morti nel tempo: per esposizione o contatto con sostanze nocive e cancerogene nel processo di produzione l’ILO stima che ogni anno perdano la vita circa 438.000 lavoratori, cifra senz’altro in difetto rispetto alla realtà.

L’amianto, in particolare, è responsabile della morte di oltre 100.000 persone l’anno (più di 4.000 nella sola Italia), mentre la silicosi continua a colpire milioni di lavoratori e pensionati nel mondo.

Esiste una guerra non dichiarata fra sfruttati e sfruttatori in cui i morti, i feriti e gli invalidi si contano da una parte sola: quella degli operai e dei lavoratori che producono la ricchezza da cui sono esclusi. Così scriveva Giovanni Berlinguer (Medicina del lavoro in La salute nella fabbrica, edizioni Italia – URSS, Roma 1972, pag, 32):

Nel ventennio1946–1966 si sono verificati in Italia 22.860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e con 966.880 invalidi. Quasi un milione di invalidi, il doppio di quelli causati in Italia dalle due guerre mondiali, che furono circa mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e malattie professionali nel ventennio 1946–1966 è stata lievemente superiore ad 1 milione di casi annui, negli anni dal 1967 al 1969 la cifra è salita ad oltre 1,5 milioni di casi e nel 1970 ad 1.650.000 di casi“.

Sono passati più di 40 anni da questo studio, ma la condizione della classe operaia italiana è in continuo peggioramento.

Nella crisi si riducono i posti di lavoro, ci sono meno lavoratori occupati, diminuiscono lievemente i morti, ma in percentuale aumentano sia i morti sia gli infortuni.

L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari della coalizione che hanno perso la vita in Iraq sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni. Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati del patto occidentale nella 2° guerra del Golfo.

Secondo dati Eurostat (del 2005) ogni anno 5.700 persone muoiono a causa di incidenti sul lavoro. L’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che altri 159.500 lavoratori perdano la vita a causa di malattie professionali.

Sommando i dati si stima che nell’Unione Europea ci sia un decesso per cause legate all’attività lavorativa ogni 3 minuti e mezzo

Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento: nel 2002 erano il 71%, nel 2006 sono arrivate all’83%, mentre l’istituto calcola in 200mila gli incidenti sommersi e non denunciati.

Di lavoro si continua a morire

Questi dati ci dicono che avremmo bisogno di prevenire gli “incidenti” con leggi, sanzioni e una medicina preventiva in grado di rintracciare le cause che producono malattie e morte e di eliminarle.

Questo non succede perché non è l’interesse della società del profitto.

In questa società gli esseri umani sono trattati come merce, come cose, e la natura ridotta a qualcosa da saccheggiare selvaggiamente; da qui la causa delle “catastrofi naturali” – siano terremoti, crolli, inondazioni – che di naturale non hanno proprio niente.

Una società che ha il suo fondamento nella Costituzione Repubblicana, Costituzione che nell’art. 32 recita “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività“, arrivando a dichiarare che la stessa iniziativa privata – pur essendo libera – “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 II comma cost.) richiederebbe norme e leggi, un sistema sociale e una medicina veramente al servizio degli esseri umani per prevenire questi “disastri”, cosa che non avviene.

L’amianto e tutte le sostanze cancerogene provocano danni che sono all’origine di numerosi tumori.

Ormai il mondo scientifico è in grandissima maggioranza ben cosciente che non esistono soglie di sicurezza o di tolleranza alle sostanze cancerogene.

Sebbene sia necessario, non basta predisporre dispositivi di protezione individuali o collettivi per la riduzione del rischio, ma bisogna adoperarsi affinché il pericolo sia ridotto a zero. L’esposizione alle fibre di amianto o di altre sostanze cancerogene riduce l’aspettativa di vita di chi è stato esposto facendo vivere lui e la sua famiglia nel terrore di ammalarsi.

L’esposizione alle sostanze cancerogene nei luoghi di lavoro e nella società colpisce generalmente gli strati sociali più sfruttati. Infatti, sono i più poveri che non possono pagarsi il grande clinico che rassicura e toglie almeno l’ansia di ammalarsi.

Il movimento operaio e popolare si deve battere per il “rischio zero”. Deve lottare per imporlo alle associazioni padronali e allo stato. Non possiamo accettare, sotto il ricatto del posto di lavoro, di rimetterci la salute e la vita, e di ipotecare il futuro per le nuove generazioni inquinando senza più rimedio il pianeta.

Le lotte del movimento operaio, dei lavoratori e dei cittadini organizzati in Comitati e Associazioni, hanno contribuito a rompere il muro di omertà e complicità con i responsabili di questi assassinii, facendo pressione sulle istituzioni, “costringendole” in molti casi a perseguire i responsabili. In questi anni abbiamo visto una giustizia che, spesso, difendeva solo una parte dei cittadini: quella degli industriali.

Di solito, vediamo governi e istituzioni (di qualsiasi colore politico) che – mentre proclamano di essere al di sopra delle parti – riconoscono come legittimo il profitto e legalizzano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dimostrando di essere in realtà dei “comitati d’affari”, arrivando nella migliore delle ipotesi a punire con una semplice ammenda gli omicidi e i morti sul lavoro e di lavoro.

Nel nostro paese i diritti sanciti nella Costituzione sono tuttora subordinati ai poteri forti e sono applicati solo se compatibili con essi.

Non si può subordinare la salute e la vita umana alla logica del profitto, ai costi economici aziendali o ai bilanci dello stato. Una società che mercifica tutto, e che trasforma in profitto la malattia, la vita e la morte, senza rispetto per la vita umana, è una società barbara, in cui gli operai e i lavoratori continueranno a morire sul lavoro e di lavoro e le sostanze cancerogene presenti in fabbrica e sul territorio, se non si eliminano, continueranno ad uccidere gli esseri umani e la natura.

Libertà, legalità, giustizia per tutti” rimangono parole astratte, principi vuoti di significato se le classi sottomesse non hanno i mezzi economici e politici per farli rispettare.

Anche se le leggi e la Costituzione Repubblicana affermano che l’operaio e il padrone sono uguali e hanno gli stessi diritti, la condizione di completa subordinazione economica fa si che la “libertà” e l'”uguaglianza” dei cittadini sia solo formale.

Tutela della salute

I limiti “ammessi” imposti per legge alle sostanze cancerogene non danno nessuna garanzia alla tutela della salute. La salute è continuamente esposta a rischi. Lo vediamo con il continuo aumento dell’inquinamento per polveri sottili e altre sostanze nelle nostre città e con il continuo superamento delle soglie.

Anni fa, in alcuni paesi della Lombardia, la soglia di atrazina nelle falde acquifere da cui si estraeva l’acqua potabile era di molto superiore ai limiti legali imposti dalla legge europea. Dato che non si poteva (o non si voleva) riportarla sotto la soglia di sicurezza e nei limiti previsti da tale legge, il legislatore ha pensato bene di risolvere il problema alzando i limiti di legge previsti, “legalizzando” così l’inquinamento, facendo diventare legale l’acqua inquinata.

La lotta per pretendere e imporre condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e nella società riguarda tutti.

Lottare per ambienti salubri e un mondo pulito significa lottare contro chi – pur di fare soldi sulla pelle dei lavoratori e cittadini – condanna a morte migliaia di esseri umani, anteponendo i suoi interessi privati a quelli collettivi della società come succede in ogni regione del nostro paese, dal Nord al Sud.

In una società civile la salute viene prima di tutto.

Sorveglianza sanitaria

La sorveglianza sanitaria prevista dalla legge 257/92 per i lavoratori esposti o ex esposti amianto in molte regioni italiane non è ancora applicata. In Lombardia abbiamo dovuto lottare per anni contro la Regione Lombardia e l’Asl per far valere questo diritto previsto dalla legge. Dopo anni di lotte, manifestazioni davanti alle sedi Asl e alla Regione, chiedendo l’applicazione della legge, siamo riusciti a farla applicare. E’ stata un’importante vittoria, perché insieme con quella dei lavoratori abbiamo ottenuto la sorveglianza sanitaria anche per i familiari degli esposti all’amianto.

Grazie alle lotte dei lavoratori, dei comitati e delle associazioni, la Regione Lombardia già nel 2007 aveva previsto la sorveglianza sanitaria anche per il coniuge della persona esposta.

“Prevenzione” è sempre stata la parola d’ordine del Comitato e – insieme alla prevenzione primaria che riguarda le bonifiche dell’amianto in tutto il territorio nazionale, e non solo – ci siamo posti anche l’obiettivo della sorveglianza sanitaria per i familiari degli esposti all’amianto. Noi abbiamo voluto partire dalle mogli, quelle più a contatto con l’amianto portato in casa dai mariti, estendendo anche a loro i controlli sanitari ed è motivo di orgoglio per tutti noi aver raggiunto anche questo risultato.

E’ cominciata così la sorveglianza sanitaria anche per le donne che non hanno mai indossato una tuta blu, ma hanno lavato per anni quelle dei mariti, come è successo a Carmela Maganuco, moglie di un operaio della Breda, scomparsa a 53 anni nel novembre del 2009 per un carcinoma esteso a entrambi i polmoni.

In un incontro alla Clinica del Lavoro di Milano organizzato dal Comitato, i medici, prima delle visite, hanno spiegato quali rischi correvano i familiari degli ex esposti all’amianto e le modalità con cui venivano effettuati i controlli, spiegazioni a cui seguiva un dibattito.

Ancora una volta, la lotta e la partecipazione massiccia degli associati del Comitato hanno dimostrato che risultati importanti si possono raggiungere se esistono consapevolezza e chiarezza sugli obiettivi da raggiungere.

La nostra storia per molti aspetti è simile a quella dei lavoratori di moltissime altre fabbriche. E’ simile nelle responsabilità dei vertici aziendali, che sapevano in anticipo della pericolosità dell’amianto, dei rischi che correvano i lavoratori degli omicidi annunciati e dei crimini ambientali provocati dall’amianto alla Breda Fucine e nelle fabbriche di Sesto San Giovanni (Mi), ma nulla hanno fatto per impedirli.

Sono diverse le sostanze cancerogene usate nei processi di produzione, ma ovunque è simile il ruolo che governo, istituzioni, magistratura, l’INAIL e l’INPS hanno finora avuto in queste vicende.

Nascita del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

Lotte operaie, verità storica e verità giuridica

Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia è stata, e continua a essere, una delle città più inquinate d’Europa. Anche oggi che i 42.000 posti di lavoro delle sue fabbriche sono stati eliminati, continuano a persistere gravi problemi ambientali con danni alla salute dei lavoratori e alla popolazione.

Già nel 1978 lo S.M.A.L. (Servizio di Medicina Preventiva per gli Ambienti di Lavoro) di Sesto denunciava – in vari rapporti inviati all’Assessorato alla Sanità, all’Ufficiale Sanitario, all’Ispettorato del Lavoro, ai sindacati (CGIL/CISL/UIL) – la pericolosità delle lavorazioni effettuate nei reparti della Breda: lavorazioni e scorie nocive (amianto, cromo, nickel, piombo, ecc.) che, oltre agli operai, avvelenavano tutta la popolazione. L’azienda, piuttosto che interrompere o rallentare la produzione per le necessarie bonifiche all’ambiente di lavoro, preferiva pagare le multe – irrisorie – e tirare avanti.

Nel 1992 – a conclusione di un’inchiesta operaia indipendente, alcuni operai che in seguito furono tra i fondatori del Comitato, riuscirono a collegare le lavorazioni effettuate in fabbrica con l’insorgere di molti tumori fra i lavoratori della Breda Fucine di Sesto San Giovanni, e nel 1997 è nato formalmente il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio che, da allora, si sta battendo per ottenere giustizia per i lavoratori morti, i loro familiari, i malati e quanti si ammaleranno, purtroppo, nel futuro. Negli anni il Comitato si è allargato ai lavoratori delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni che avevano produzioni similari e ai cittadini che a Sesto vivono.

Noi lavoratori siamo stati per anni confinati in reparti “mattatoi”, costretti a respirare i fumi e le polveri, esposti alle sostanze nocive e cancerogene, alle radiazioni delle saldature con protezioni “antinfortunistiche” fatte di coperte e lenzuola d’amianto che si frantumavano, disperdendosi nell’aria e poi entrando nei polmoni dei lavoratori.

Più volte, insieme coi nostri compagni di lavoro, abbiamo protestato per la mancanza d’aspiratori e delle condizioni di sicurezza, denunciando che – mentre tutti parlavano di robotica o di fabbrica automatizzata – in fabbrica ci si ammalava e si moriva.

Ogni volta, davanti alle proteste, la direzione aziendale minacciava la chiusura della fabbrica e i sindacati si appellavano al senso di responsabilità dei lavoratori affinché la produzione e l’estrazione del profitto non fossero interrotte.

I “sacrifici” non hanno evitato lo smembramento della fabbrica, la cassa integrazione e la chiusura della Breda.

Lo stesso processo è avvenuto nelle altre fabbriche sestesi, con la chiusura della Falck, dell’Ercole Marelli, della Magneti Marelli, dell’Ansaldo, della Pirelli e di tutte le altre grandi fabbriche.

Molti lavoratori, oltre a quelli della Breda, hanno avuto la salute rovinata, hanno perso la vita.

Ogni anno muoiono nel mondo per cause legate all’attività lavorativa 2 milioni di persone, mentre gli infortuni totali sono 270 milioni.

Nella” civile” Italia gli infortuni sul lavoro sono un milione (molti infortuni di lavoratori in nero non sono conteggiati dalle statistiche) e circa 1000 i morti (forse anche di più considerati quelli in itinere che muoiono sulle strade e la cui morte spesso non è riconosciuta come infortunio mortale, e viene riconosciuta solo dopo lunghi processi). A questi dati agghiaccianti vanno aggiunti i morti per malattie asbesto-correlate che ogni anno uccidono più di 4000 esseri umani.

E’ in questa situazione che si colloca la nostra lotta.

Per anni nella nostra ricerca della verità siamo stati ostacolati, derisi, repressi, in fabbrica dal padrone e dal sindacato e nella società dalle istituzioni che ci facevano passare in un primo tempo per pazzi e in seguito per terroristi, dicendo che ci inventavamo tutto, che ingigantivamo i rischi derivanti dall’esposizione delle fibre d’amianto e di altre sostanze cancerogene e che per questo spaventavamo la popolazione. Dopo anni di battaglie, 19 denunce archiviate e 84 lavoratori uccisi dal killer amianto, in un primo processo che siamo riusciti a far istruire, terminato il 12 febbraio 2003, i dirigenti Breda furono assolti perché ” il fatto non sussiste ” come se le 84 morti fino a quel momento accertati dal nostro Comitato non fossero mai esistiti.

Le testimonianze degli operai nel corso del processo invece avevano accertato altri fatti: l’amianto c’era, era utilizzato in modo massiccio, l’azienda era informata (dal Servizio di Medicina del lavoro, nei rapporti che questo fece nel corso di una decina di anni) dei rischi mortali che gli operai correvano (rischi puntualmente verificatisi), ma l’economia aziendale e i profitti venivano prima.

Questa è la verità storica emersa dalle testimonianze, ma ancora una volta la “verità giuridica” ha continuato per anni ad affermare il contrario, perché riconoscere questi fatti, avrebbe significato mettere sotto accusa un intero sistema industriale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo perché fondato sulla logica del profitto.

Nel settembre 2003 abbiamo portato sul banco degli imputati altri 12 dirigenti della Breda Ferroviaria/Ansaldo per rispondere dell’omicidio colposo di un operaio morto di mesotelioma della pleura. L’accusa al termine del processo chiese la condanna a 18 mesi di reclusione per 9 dei 12 dirigenti processati.

Il 5 gennaio 2005, il giudice, pur riconoscendo valide le nostre tesi e la colpa di 9 dei 12 dirigenti (tre sono stati assolti), concedendo “le attenuanti generiche, perché, incensurati, e anziani, avanti negli anni” sentenziò il “non doversi procedere per intervenuta prescrizione“. Così pur essendo stati riconosciuti colpevoli di questa morte, nessuno di loro ha mai pagato perché è intervenuta la prescrizione, anche se in seguito (nel 2006) riuscimmo a costringere la Breda/Ansaldo a risarcire la famiglia pochi giorni prima che fosse votato dal parlamento (in modo bipartisan dal centrosinistra e centrodestra), su proposta del governo Prodi, l’indulto che graziava le pene fino a tre anni e metteva fra i reati indultati l’omicidio colposo dei datori di lavoro che avevano mandato consapevolmente a morte i lavoratori.

Per anni un muro di omertà e di complicità da parte di Confindustria, Istituzioni, governi, partiti e sindacati ha ignorato il dolore dei lavoratori ammalati, dei loro famigliari, degli operai che nelle fabbriche e nel territorio si battevano perché la salute non fosse considerata una merce e non fosse fonte di profitto, soffocando la loro voglia di giustizia, anche se alla fine, nel nostro caso, i lavoratori non si sono arresi.

In questi anni migliaia di lavoratori italiani, i loro familiari e intere famiglie sono state sterminate dal pericoloso e silenzioso killer (amianto) e molti aspettano invano da molto tempo giustizia. In molti casi le cause si trascinano per anni, e per i processi penali questo significa prescrizione e quindi impunità per i datori di lavoro e i dirigenti responsabili della morte di centinaia di lavoratori, a parte pochi episodi in cui sono stati riconosciuti colpevoli.

L’unico diritto riconosciuto è quello di fare profitti, a questo sono subordinati tutti gli altri “diritti umani”. Le leggi, le norme, una giustizia che protegge in ogni modo i padroni, un intero sistema economico, politico e sociale fa sì che la salute e la vita umana, davanti ai profitti, passino in secondo piano.

Da anni combattiamo il killer che per noi si chiama amianto. Ma in altri luoghi si chiama PVC, si chiama diossina, si chiama disastro ferroviaviario (strage di Viareggio) e ha tanti altri nomi ancora, veleni delle Terre dei fuochi” in Campania, TAV in Val di Susa, ecc.

Tuttavia, anche se le situazioni sono diverse, la causa principale è una sola: il sistema capitalista dove la logica del profitto prevale su tutto.

Il diritto alla salute è disatteso e va peggiorando sempre di più, sia nei luoghi di lavoro che in generale nella società perché, con la scusa della crisi, i primi tagli che vengono fatti sono quelli legati alla sicurezza sui luoghi di lavoro e del territorio. Lo stesso avviene a livello sociale: stanno privatizzando tutto, in primo luogo la sanità.

La verità è che oggi non esiste una Costituzione che tuteli i lavoratori, esiste una Costituzione che sancisce il diritto al lavoro, il diritto allo studio, alla salute, il ripudio della guerra, come l’art. 11, che però viene smentita ogni giorno nella pratica da chi santifica e difende il profitto, da padroni, governi e istituzioni, da chi chiude fabbriche trasferendole all’estero, licenzia, taglia scuole e ospedali e questi interessi privati o di casta vengono prima di tutti gli altri diritti.

Fino al 1992 l’amianto non era fuorilegge (è stato messo fuorilegge nel 1992, dopo dure lotte) e ai padroni conveniva pagare una multa – irrisoria – invece che bonificare i reparti, le fabbriche e i luoghi di lavoro.

Quindi padroni e dirigenti sapevano di mandare a morte i lavoratori, ma il problema della competitività aziendale, il problema della logica del profitto, veniva prima della pelle dei lavoratori. Quando noi lavoratori abbiamo scoperto che di questo erano complici tutti – perché c’era un sistema sociale, economico, politico, giuridico, che legittimava lo sfruttamento degli esseri umani e metteva in conto che noi dovevamo morire per ingrassare i padroni ecco che, allora, la paura è diventata prima rabbia e poi coscienza e organizzazione.

Quando si scopre che tutti sapevano e non hanno fatto niente per impedire queste morti annunciate, allora chiunque capisce che se sono tutti d’accordo è perché tutti hanno i loro vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori ed è a questo sistema che bisogna opporsi.

La nostra lotta ci ha fatto comprendere che non esistono istituzioni neutrali.

Ha dimostrato a molti lavoratori che la frase, scritta nelle aule dei tribunali italiani “la legge è uguale per tutti” non corrisponde a verità.  In questa società chi non ha soldi difficilmente può far valere le sue ragioni.

Noi comunque non ci arrendiamo. Anche se molti tribunali hanno emesso sentenze assolutorie verso i padroni, sostenendo che “uccidere i lavoratori in nome del profitto non è reato”, continueremo a lottare, fuori e dentro le aule dei tribunali, perché vogliamo e pretendiamo giustizia.

Per noi la verità storica è ormai stata accertata dai fatti: per quella giuridica continueremo a batterci.

La lotta per ottenere giustizia contro lo Stato Italiano e l’INAIL, che hanno permesso che migliaia di operai subissero gravi malattie a causa del lavoro, tutelando in nome del profitto la produzione di morte, è stata oggetto anche di una causa presentata alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo dalle associazioni (fra cui la nostra) che da anni si battono per la difesa della salute e della vita umana, per ottenere giustizia per tutte le vittime dell’amianto per tutelare la salute quale fondamentale diritto dell’individuo, per il diritto alla vita, perché crediamo che ogni persona abbia diritto a un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole.

Cause lunghissime di anni, che spesso terminano per la sopraggiunta morte dei lavoratori già minati nel fisico. Processi penali che durano decenni e che, anche in casi di condanna dei datori di lavoro per omicidio colposo, con la prescrizione concedono l’impunità ai responsabili della morte di centinaia di migliaia di lavoratori.

La nostra esperienza ci ha però insegnato che non basta avere ragione. Bisogna avere la forza e i numeri per farla valere.

Quando in questi anni la magistratura ci archiviava continuamente i processi, abbiamo continuato a lottare, aprendo nuovi fronti.

Il fronte politico-sindacale, cercando di dimostrare che la lotta dei lavoratori della Breda Fucine e delle altre fabbriche contro l’amianto e le sostanze nocive faceva parte della lotta del movimento dei lavoratori per la difesa della salute e che interessava tutti quelli che vivevano e vivono condizioni simili alla nostra.

Il fronte sociale, raccogliendo dati che dimostravano che l’amianto e le altre sostanze nocive uscendo dalle fabbriche si disperdevano nell’aria, nelle falde acquifere, avvelenando tutto il territorio, e traducendoli in lotta che riguardava tutta la società.

Abbiamo così stabilito relazioni e costruito momenti di dibattito e di lotta con molti comitati che si muovevano su problemi simili ai nostri, riuscendo a coinvolgere il quartiere e la città intorno alla fabbrica e ottenendo il sostegno degli abitanti, costringendo l’amministrazione comunale di Sesto San Giovanni a costituirsi parte civile nel processo contro i dirigenti della fabbrica Breda Fucine.

Il fronte giudiziario, inviando lettere di protesta con centinaia di firme ai magistrati che archiviavano i processi, organizzando assemblee e picchettaggi in tribunale con cartelli e striscioni, inviando migliaia di cartoline alla Procura della Repubblica di Milano con sopra scritto: “La morte sul lavoro non è mai una fatalità! La magistratura non deve archiviare i morti in Breda“, arrivando a occupare per oltre un’ora l’aula del tribunale il giorno in cui il giudice ha assolto i 2 dirigenti della Breda imputati della morte di 6 lavoratori e lesioni gravissime di un settimo.

Il fronte contro l’INAIL. Per anni quest’istituto si è comportato peggio di qualsiasi assicurazione privata. Non solo non ha riconosciuto ai lavoratori ex esposti all’amianto, i cosiddetti “benefici pensionistici” accampando pretestuose motivazioni, ma è arrivato a negare molte volte il riconoscimento di malattia professionale previsto dalla legge anche a quelli con placche pleuriche diagnosticate dalla Clinica del Lavoro di Milano. Solo negli ultimi anni grazie alle lotte e alle sentenze vinte dai lavoratori esposti ed ex esposti all’amianto, siamo riusciti a far valere le nostre ragioni e ad avere un briciolo di giustizia, anche se, per molti, tardiva.

Delega e auto-organizzazione

Noi ci siamo autorganizzati, non abbiamo delegato a nessuno la difesa dei nostri diritti. Abbiamo fondato il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio proprio perché noi siamo le vittime che vogliono e pretendono giustizia e vogliono impedire che episodi simili continuino a ripetersi in altri posti.

Non permettiamo a nessuno di parlare in nome e per conto nostro. Noi interloquiamo con chiunque, ma siamo indipendenti dal punto di vista teorico, politico, sindacale, organizzativo ed economico da tutti. Non abbiamo mai chiesto soldi a Comuni, Provincia, Regione, come fanno molte associazioni, per un semplice fatto: perché abbiamo capito che, fossimo stati dipendenti economicamente, politicamente o altro, nella misura in cui fossimo entrati in contraddizione, saremmo stati ricattabili.

In questi anni abbiamo assistito impotenti alla morte di tanti compagni, versato lacrime di dolore senza poter far nulla per aiutarli, se non stargli vicino fino alla fine con la nostra presenza, ma questo ha aumentato la nostra rabbia, e la voglia di giustizia. Siamo cresciuti nella lotta , perché è cresciuta la determinazione di chi lottava.

La lotta per la giustizia si è scontrata sempre con tutte le istituzioni e questo ha fatto comprendere a molti che il problema non era dovuto solo all’amianto, ma che questo era il problema di una società che trasforma la salute e la vita umana in una fonte di profitto, che privatizza tutto compreso la salute. Una privatizzazione della sanità dove solo chi ha i soldi può permettersi cure adeguate.

Anche con il sindacato  – CGIL-CISL-UIL – siamo entrati in conflitto.

Eravamo iscritti in maggioranza alla Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) e quando abbiamo scoperto che c’erano questi rapporti dei Servizi di Medicina Ambientale e del Lavoro (SMAL) e che FIOM-FIM-UILM e la stessa Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici (FLM) ne erano da tempo a conoscenza e che lo sapevano tutti meno gli operai, siamo entrati in contrasto anche con il sindacato e molti di noi sono stati espulsi, ma ci siamo auto-organizzati e siamo andati avanti.

Il profitto prima di tutto

Per questo sistema sociale è normale che gli operai muoiano in nome del profitto, l’unico problema è che il numero dei morti ogni anno sia contenuto.

Da due anni Confindustria, INAIL, governi, il Capo dello Stato gridano vittoria perché gli infortuni sono scesi sotto il milione e i morti sul lavoro sono passati da 1.200 a poco meno di 1.000, dimenticando spesso di dire che nel frattempo oltre 3 milioni di persone sono stati espulsi dai posti di lavoro, licenziati o cassintegrati.

Per i padroni e le istituzioni che i morti sul lavoro stiano sotto quota mille è un limite accettabile, è tollerabile.

Per noi non è tollerabile neanche un morto sul lavoro, perché lo consideriamo un crimine contro l’umanità, per questo chiediamo che sui morti sul lavoro e sui morti di lavoro o da lavoro, venga abolita la prescrizione.

Oggi per questi crimini la legislazione prevede, per l’omicidio colposo, un massimo di pena di tre anni. Non si è mai visto un padrone andare in galera in Italia, al limite lo mettono agli arresti domiciliari, come padron Riva, ma agli arresti domiciliari nelle loro ville che sono grandi come una cittadina, per cui pensate un po’ che fatica che fanno a scontare la pena.

Il nostro Comitato da sempre si batte per ottenere giustizia per i lavoratori morti e ammalati: per questo nei processi in cui si presenta parte civile, chiede un euro di risarcimento (1 euro).

Pur comprendendo che i famigliari delle parti offese possano accettare un risarcimento economico per il danno subito, noi consideriamo molto grave che le istituzioni (Inail, Asl, Regione, sindacati) accettino transazioni economiche mercanteggiando sulle malattie e sulla vita umana come si fosse al mercato delle vacche. I cavilli legali e le trattative private fra istituzioni e padroni responsabili degli assassini di lavoratori servono solo ad avvicinare la prescrizione garantendo l’impunità ai colpevoli.

Per noi la salute e la vita umana non sono in vendita e non hanno prezzo.

Gli assassini devono subire condanne e sanzioni esemplari che servano da monito a chi non rispetta le norme di sicurezza, perché sulla salute e la vita non si tratta.

Noi siamo da sempre contro la monetizzazione della salute e della nocività. Per noi la salute non si paga, ma si tutela e la nocività e le sostanze cancerogene si eliminano dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro e dalla società.

Noi non vogliamo solo giustizia per i lavoratori e i cittadini morti e malati, ma vogliamo una società civile, dove la salute e la vita umana e l’ambiente siano salvaguardati mettendoli prima del profitto.

Se i lavoratori e i cittadini vogliono affermare e difendere il loro diritto alla salute, alla giustizia, alla tutela dell’ambiente e della natura, non devono più delegare a nessuno la difesa dei loro interessi. Dobbiamo lavorare per costruire un grande movimento che unifichi tutte le lotte operaie e popolari, nella battaglia contro lo sfruttamento, per la difesa della salute e della vita umana. Bisogna lottare per imporre condizioni di sicurezza sui posti di lavoro e nel territorio, perchè altri non debbano subire e patire quello che hanno subito i nostri compagni e i loro familiari.

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
Via Magenta 88 – 20099 Sesto San Giovanni (Mi), telefax 02.26224099
Mail: cip.mi@tiscali.it – Sito Internet del Comitato:  http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

Nota: Alcuni spunti del presente scritto sono inseriti nel libro “Operai, carne da macello” di Michelino – Trollio e nel libro “1970 – 1983 la lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni” di Michele Michelino e sono reperibili gratuitamente in internet.

A 50 anni dalla Rivoluzione culturale proletaria proponiamo alcuni scritti da: Mao Tse-tung, Opere, Edizioni Rapporti sociali, Milano, 1991. da:www.resistenze.org – materiali resistenti in linea – iper-classici – 22-05-16 – n. 590

Mao Tse-tung | bibliotecamarxista.org

Parte prima

Sul bisogno di una grande rivoluzione culturale

17/03/1966

Resoconto del discorso pronunciato in una riunione allargata della Commissione permanente dell’Ufficio politico.

La nostra politica di prendere in carico, dopo la Liberazione, gli intellettuali esistenti ha avuto dei vantaggi ma anche degli svantaggi. Oggi il potere reale nel campo della scienza e dell’educazione si trova nelle mani di intellettuali borghesi.

Più la rivoluzione socialista va in profondità, più loro oppongono resistenza e rivelano il loro volto antisocialista e ostile al partito. Wu Han e Chien Po-tsan sono membri del Partito comunista cinese, ma sono anche anticomunisti, praticamente appartengono al Kuomintang. Attualmente, in molti luoghi, la comprensione di questo problema è ancora molto limitata, la critica nel campo della cultura non si è ancora sviluppata.

Ovunque bisogna fare attenzione in quali mani si trovano le scuole, i giornali, le riviste e le case editrici; bisogna criticare sinceramente e correttamente le autorità culturali borghesi. Dobbiamo formare le giovani autorità scientifiche nelle nostre file. Non si deve aver paura che le persone giovani possano ferire “l’ordine sovrano”, non dobbiamo soffocare i loro manoscritti. Non è necessario che la Commissione di propaganda presso il Comitato centrale diventi un reparto per il lavoro in campagna.

Del gruppo fanno parte anche Wu Han, Liao Mo-sha e Teng Tuo, sono anch’essi nemici del partito e antisocialisti.

Nel campo della letteratura, della storia, della filosofia, del diritto e dell’economia bisogna fare una grande Rivoluzione culturale; bisogna fare decisamente della critica: quanto marxismo esiste davvero in questo campo?

Innalziamo la grande bandiera rossa del pensiero di Mao Tse-tung; partecipiamo attivamente alla grande rivoluzione culturale socialista

18/04/1966

Editoriale del Quotidiano dell’Esercito popolare di liberazione

Il presidente Mao Tse-tung ci ha insegnato che le classi e la lotta di classe sussistono ancora nella società socialista. In Cina, egli ha detto, “la lotta di classe tra il proletariato e la borghesia, tra le differenti forze politiche e tra il proletariato e la borghesia nel campo dell’ideologia sarà ancora una lotta lunga, sottoposta a vicissitudini e che, in certi momenti, potrà diventare molto acuta”.

La lotta per promuovere l’ideologia proletaria ed eliminare l’ideologia borghese sul fronte culturale è un aspetto importante della lotta tra due classi (il proletariato e la borghesia), tra due vie (la via socialista e la via capitalista) e tra due ideologie (l’ideologia proletaria e l’ideologia borghese). Il proletariato cerca di trasformare il mondo secondo la propria concezione e così fa anche la borghesia.

La cultura socialista deve servire gli operai, i contadini e i soldati; deve servire la politica proletaria; deve servire a consolidare e a sviluppare il sistema socialista in previsione del suo graduale passaggio al comunismo. La cultura borghese e revisionista serve la borghesia, i proprietari terrieri, i contadini ricchi, i controrivoluzionari, i cattivi elementi e gli elementi di destra per spianare la strada alla restaurazione del capitalismo.

Se il proletariato non occupa le posizioni del fronte culturale, esse saranno fatalmente occupate dalla borghesia. Si tratta di una lotta di classe acuta. Poiché le residue forze borghesi nel nostro paese rimangono ancora un fattore con il quale dobbiamo competere, poiché esiste ancora un gran numero di intellettuali borghesi, poiché l’influenza dell’ideologia borghese è ancora molto forte e i loro metodi per combatterci diventano sempre più indiretti, insidiosi e sornioni, sarà per noi difficile accorgerci che la lotta prosegue e forse potremo anche cadere vittime delle pallottole, indorate di zucchero, della borghesia e perderemo le nostre posizioni se allenteremo anche per poco la nostra vigilanza. In questo campo, non è ancora deciso chi trionferà, tra socialismo e capitalismo.

La lotta è ineluttabile. Se non riusciremo a condurla in modo giusto, potrebbe portare al sorgere del revisionismo.

Il nostro Esercito popolare di liberazione, le forze armate del popolo create e dirette dal Partito comunista cinese e dal presidente Mao, è lo strumento più leale del partito e del popolo, è il sostegno principale della nostra dittatura proletaria.

Il ruolo importante che esso ha svolto per la causa rivoluzionaria del proletariato deve continuare a svolgerlo in questa grande Rivoluzione culturale socialista.

Dobbiamo acquisire una conoscenza più approfondita della lotta di classe nel campo ideologico e, insieme a tutto il popolo del nostro paese, dobbiamo innalzare più in alto la grande bandiera rossa del pensiero di Mao Tse-tung e condurre, inesorabilmente e fino in fondo, la Rivoluzione culturale socialista, in modo che il lavoro letterario e artistico delle nostre forze armate contribuisca potentemente a dare la priorità alla politica e a incoraggiare il processo rivoluzionario del popolo.

Un’aspra lotta di classe sul fronte della cultura

Questi ultimi sedici anni hanno visto svilupparsi un’aspra lotta di classe sul fronte culturale.

Nelle due tappe della nostra rivoluzione, la tappa della nuova democrazia e la tappa socialista, ci fu una lotta tra le due classi e le due linee sul fronte culturale, cioè la lotta tra il proletariato e la borghesia per la direzione di questo fronte. Nella storia del nostro partito, le lotte contro l’opportunismo “di sinistra” e l’opportunismo di destra comprendono anche le lotte tra le due linee sul fronte culturale.

La linea Wang Ming era una corrente ideologica borghese che causò seri danni all’interno del nostro partito. Durante il movimento di rettifica che ebbe inizio nel 1942, il presidente Mao dette prima una confutazione teorica completa della linea politica, militare e organizzativa di Wang Ming, seguita immediatamente da una confutazione teorica completa della linea culturale incarnata da Wang Ming.

Sulla nuova democrazia (1940) e Discordi alla conferenza di Yenan sulla letteratura e l’arte (1942) del presidente Mao sono il bilancio storico più completo, più dettagliato e più sistematico di questa lotta tra le due linee sul fronte culturale; la concezione del mondo e la teoria marxista-leninista sulla letteratura e l’arte trovano in queste opere il loro seguito e il loro sviluppo.

Dopo che la nostra rivoluzione entrò nella fase socialista, lotte importanti sul fronte culturale furono ingaggiate una dopo l’altra sotto la direzione dello stesso Comitato centrale del Partito comunista cinese e del presidente Mao Tse-tung, lotte quali la critica del film La vita di Wu Hsun (1), la critica del libro Saggio su “Il sogno della camera rossa” (2), la lotta contro la cricca controrivoluzionaria di Hu Feng (3), la lotta contro gli elementi di destra, come pure la grande Rivoluzione culturale socialista degli ultimi tre anni. Le due opere del presidente Mao, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo (1957) e Discorso pronunciato alla Conferenza nazionale di propaganda del Partito comunista cinese (1957) sono i bilanci più recenti dell’esperienza storica dei movimenti per l’ideologia, la letteratura e l’arte rivoluzionarie in Cina e in altri paesi; esse rappresentano un nuovo sviluppo della concezione del mondo e della teoria marxista-leninista sulla letteratura e l’arte.

Queste quattro brillanti opere costituiscono una parte importante del grande pensiero di Mao Tse-tung; esse sono attualmente il punto più elevato della concezione marxista-leninista sulla letteratura e sull’arte; ci forniscono le indicazioni più valide per il nostro lavoro letterario e artistico e sono sufficienti per soddisfare le nostre necessità di proletari per un lungo periodo del futuro.

Nei sedici anni che hanno fatto seguito alla fondazione della nostra repubblica è sempre esistita nei nostri ambienti letterari e artistici una linea nera antipartito e antisocialista che si schiera contro il pensiero di Mao Tse-tung. Questa linea nera è un insieme di idee borghesi e revisioniste moderne sulla letteratura e l’arte e di ciò che è stato chiamato “la letteratura e l’arte degli anni ’30”. Queste idee si trovano espresse in teorie riassunte da espressioni quali “scrivere la verità” (4), “larga via del realismo” (5), “approfondimento del realismo” (6), “personaggi indecisi” (7), “sintesi del pensiero dell’epoca” (8), “opposizione al ruolo decisivo del soggetto” (9) e “opposizione all’odore della polvere da sparo” (10).

La massima parte di queste idee sono state respinte nei Discorsi alla conferenza di Yenan sulla letteratura e l’arte da parte del presidente Mao. Nel mondo del cinema, alcuni avanzarono la proposta di “rompere con i canoni e ribellarsi all’ortodossia”, in altre parole, di rompere con i principi del marxismo-leninismo e del pensiero di Mao Tse-tung e di abbandonare la giusta via della guerra rivoluzionaria popolare. Questa tendenza borghese reazionaria e revisionista moderna ha influenzato o dominato la nostra letteratura e le nostre arti al punto che, nelle opere scritte dopo la Liberazione sulla guerra popolare, sulle forze armate popolari e su altri soggetti di carattere militare, troviamo soltanto un piccolo numero di opere buone o di opere fondamentalmente sane, che esaltano veramente i nostri eroi rivoluzionari e servono gli operai, i contadini, i soldati e il socialismo; molte opere sono mediocri, mentre alcune sono opere pericolose antipartito e antisocialiste

Certe opere deformano i fatti storici, si basano sulla descrizione di linee errate e non della linea giusta; altre dipingono eroi che violano la disciplina oppure li inventano semplicemente per far fare loro una fine artificialmente tragica. Altre ancora non presentano nemmeno personaggi eroici, ma personaggi “indecisi” che sono in realtà arretrati, mortificano l’immagine degli operai, dei contadini e dei soldati. Descrivendo il nemico, esse non smascherano la sua natura di classe come sfruttatore e oppressore del popolo e giungono perfino a renderlo seducente. Infine, alcune opere parlano solo d’amore e di storie romantiche, lusingando i gusti volgari, proclamando che “l’amore” e la “morte” sono soggetti eterni. Bisogna opporsi energicamente a tutta questa feccia borghese e revisionista.

La lotta tra le due linee sul fronte letterario e artistico nella società si riflette fatalmente nelle forze armate poiché esse non vivono nell’isolamento e non possono fare eccezione alla regola. Le nostre forze armate sono lo strumento principale della dittatura proletaria. Senza le forze armate popolari guidate dal partito, la nostra rivoluzione non avrebbe potuto trionfare. Non avrebbero potuto esistere né dittatura del proletariato né socialismo e il popolo non avrebbe conquistato nulla. Inevitabilmente, il nemico tenta quindi di sabotarci con tutti i mezzi e da ogni parte; inevitabilmente egli utilizza l’arte e la letteratura come arma per corromperci. Noi dobbiamo essere più vigili. Tuttavia non tutti sono di questa opinione.

Alcuni affermano che il problema dell’orientamento della letteratura e dell’arte nelle nostre forze armate è gia risolto e che resta da risolvere soltanto il problema di elevare il nostro livello artistico. Questa opinione sbagliata e pericolosa non si basa su un’analisi concreta. Infatti una parte della letteratura e dell’arte delle nostre forze armate segue il giusto orientamento e ha raggiunto un livello artistico relativamente elevato; alcune opere seguono il giusto orientamento, ma il loro livello artistico resta basso; altre rivelano gravi difetti o errori, sia nell’orientamento politico, sia nella forma artistica; qualche altra infine secerne semplicemente veleno antipartito e antisocialista. Nel corso dei grandi sconvolgimenti che si sono verificati nella lotta di classe sul fronte letterario e artistico dopo la Liberazione, alcuni lavoratori impegnati in questo settore in seno all’esercito, messi alla prova, hanno fallito, avendo commesso errori più o meno gravi. Il che dimostra che il lavoro letterario e artistico nelle forze armate è stato influenzato poco o molto dalla linea nera antipartito e antisocialista. Dobbiamo dunque, conformemente alle direttive del Comitato centrale del Partito comunista cinese e del presidente Mao Tse-tung, partecipare attivamente alla grande Rivoluzione culturale socialista, eliminare radicalmente questa linea nera e la sua influenza sulle forze armate. Quando noi ce ne saremo sbarazzati, potrà anche accadere che ne compaiano altre. La lotta deve allora proseguire. Si tratta di una lotta ardua, complessa, di ampio respiro che durerà decine di anni, forse dei secoli. È essenziale, per lo sviluppo rivoluzionario delle nostre forze armate, per l’avvenire della nostra rivoluzione e per l’avvenire della rivoluzione mondiale che noi conduciamo inesorabilmente e fino in fondo la grande Rivoluzione culturale socialista.

Una nuova fase nella grande Rivoluzione culturale

Dopo il settembre del 1962, quando il presidente Mao, alla decima sessione plenaria dell’ottavo Comitato centrale del partito, raccomandò a tutto il partito e a tutto il popolo cinese di non dimenticare mai le classi e la lotta di classe, la lotta per promuovere l’ideologia proletaria e per eliminare l’ideologia borghese sul fronte culturale si è sviluppata in maniera considerevole.

In questi ultimi tre anni si è sviluppata una nuova fase nella grande Rivoluzione culturale socialista. L’esempio più rimarchevole è la comparsa dell’Opera di Pechino su temi rivoluzionari contemporanei. Coloro che lavorano alla riforma dell’Opera di Pechino, guidati dal Comitato centrale del partito e dal presidente Mao e armati del marxismo-leninismo e del pensiero di Mao Tse-tung, hanno sferrato una coraggiosa e tenace offensiva contro la letteratura e l’arte della classe feudale, della borghesia e del revisionismo moderno. Questo attacco ha radicalmente rivoluzionato l’Opera di Pechino, cittadella ritenuta un tempo imprendibile, sia nel suo contenuto ideologico sia nella sua forma artistica, dando vita a un cambiamento rivoluzionario nei circoli letterari e artistici.

Opere di Pechino su temi rivoluzionari contemporanei quali La lanterna rossa, Sha-kia-pang, La Montagna della tigre presa d’assalto, Sul reggimento della tigre bianca, il balletto Il distaccamento rosso femminile, la sinfonia Sha-kia-pang hanno ottenuto tutti un grande successo tra le larghe masse degli operai, dei contadini e dei soldati e sono state applaudite con entusiasmo dagli spettatori cinesi e stranieri. Queste realizzazioni senza precedenti avranno un’influenza profonda e di vasta portata sulla nostra Rivoluzione culturale socialista. Esse dimostrano in maniera evidente che anche la cittadella più imprendibile, l’Opera di Pechino, può essere espugnata e rivoluzionata; che le forme artistiche estranee o tradizionali come il balletto, la musica sinfonica e la scultura possono anch’esse essere riformate per servire la nostra causa; questi successi accrescono la nostra fiducia nel trasformare in maniera rivoluzionaria le altre forme dell’arte. Nello stesso tempo essi assestano un colpo decisivo a diverse teorie conservatrici quali quella del “valore di cassa”, del “valore delle divise estere” e all’affermazione secondo cui “le opere rivoluzionarie non sono articoli di esportazione”.

Le molteplici attività di massa degli operai, dei contadini e dei soldati sui fronti ideologico, letterario, artistico sono un altro esempio notevole della grande Rivoluzione culturale socialista di questi ultimi tre anni. Gli operai, i contadini e i soldati scrivono attualmente un gran numero di buoni articoli filosofici che espongono il pensiero di Mao Tse-tung tramite esempi tratti dalla loro pratica; essi producono anche molte eccellenti opere letterarie e artistiche per esaltare la grande vittoria della nostra rivoluzione socialista, il grande balzo in avanti sui diversi fronti della nostra edificazione socialista, i nostri nuovi eroi e la brillante direzione del nostro grande partito e del nostro grande dirigente, il presidente Mao. Il gran numero di poemi, scritti dagli operai, dai contadini e dai soldati, che compaiono sui giornali murali e sulle lavagne rivestono un valore eccezionale poiché sia nel loro contenuto sia nella loro forma sono il riflesso di un’epoca del tutto nuova.

In questi ultimi anni un’eccellente situazione si presenta anche nel lavoro culturale delle nostre forze armate. Quando il compagno Lin Piao ha preso nelle sue mani gli affari della Commissione militare del Comitato centrale del Partito comunista cinese, egli ha prestato la massima attenzione al lavoro letterario e artistico e ci ha impartito numerose e importanti direttive. La risoluzione sul rafforzamento del lavoro politico e ideologico nelle forze armate, approvata nel 1960 alla riunione allargata della Commissione militare, specifica chiaramente che il lavoro letterario e artistico nelle forze armate “deve essere strettamente legato ai loro compiti e alla loro situazione ideologica, deve servire la causa dello sviluppo dell’ideologia proletaria e della liquidazione dell’ideologia borghese, deve servire al consolidamento e all’accrescimento della capacità combattiva”.

La maggiore parte dei nostri letterati e artisti che lavorano nelle forze armate danno la priorità alla politica, studiano e applicano in maniera creativa le opere del presidente Mao, vivono con le unità di base dell’esercito nelle campagne o nelle officine, partecipano attivamente al Movimento di educazione socialista, si fondono con gli operai, con i contadini e con i soldati, continuano a temprarsi e a rieducarsi ideologicamente ed elevano il loro livello di coscienza proletaria. In tal modo essi hanno potuto produrre alcune buone commedie quali La guardia sotto il neon, eccellenti romanzi come Il canto di Euyang Hai, reportage, poemi e canti per i soldati, musiche, danze e altre opere di notevole valore. Si sono fatti avanti numerosi scrittori che promettono bene.

Naturalmente questi sono soltanto i primi frutti della nostra Rivoluzione culturale socialista, i primi passi di una lunga marcia di 10.000 li. Per salvaguardare e migliorare questi risultati, per condurre la Rivoluzione culturale socialista fino in fondo, dobbiamo raddoppiare gli sforzi per un lungo periodo. I letterati e gli artisti delle nostre forze armate devono migliorarsi per portare il loro contributo.

Esaltare la “novità” socialista, affermare l'”originalità” proletaria, produrre buoni esempi

Per creare una letteratura e un’arte socialiste nuove dobbiamo produrre opere esemplari e i compagni dirigenti devono vegliare personalmente su ciò. Soltanto elaborando siffatti esempi e attraverso un’esperienza coronata da successo in questo settore i nostri argomenti si riveleranno validi e saremo in grado di rafforzare le posizioni che abbiamo conquistato.

Dobbiamo avere il coraggio di spianare un nuovo cammino, di esaltare la “novità” socialista e di affermare “l’originalità” proletaria. Il compito fondamentale della letteratura e dell’arte socialiste è di sforzarsi di dar vita a eroici personaggi operai, contadini o soldati armati del pensiero di Mao Tse-tung. Il presidente Mao ha detto: “Delle due cose, l’una: o si è uno scrittore o un artista borghese e allora non si esalta il proletariato, ma la borghesia; oppure si è uno scrittore o un artista proletario e allora si esalta non la borghesia, ma il proletariato e tutto il popolo lavoratore”. Così la lotta di classe tra il proletariato e la borghesia sul fronte letterario e artistico si accentra su questo problema: quale classe esaltare, in quale classe scegliere gli eroi, gli uomini di quale classe porre in posizione preminente nelle opere letterarie e artistiche? In ciò consiste la linea di demarcazione tra la letteratura e l’arte delle differenti classi.

Le belle qualità degli eroi operai, contadini o soldati armati del pensiero di Mao Tse-tung riassumono il carattere di classe del proletariato. Noi dobbiamo sforzarci di creare immagini eroiche di operai, di contadini e di soldati. Dobbiamo creare dei tipi e non attenerci a personaggi e ad avvenimenti reali. Ascoltiamo il presidente Mao: “La vita, quando si riflette nelle opere letterarie e artistiche, può e deve essere più sublime, più intensa, più concentrata, più tipica, più vicina all’ideale e, quindi, deve possedere un carattere di maggiore universalità rispetto alla realtà quotidiana”. Ciò significa che i nostri scrittori devono concentrare e sintetizzare i materiali offerti dalla vita e accumulati durante un lungo periodo per creare differenti generi di personaggi tipici.

Per creare con successo dei personaggi eroici, dobbiamo combinare il realismo rivoluzionario con il romanticismo rivoluzionario, non il realismo critico con il romanticismo borghese.

Gli scrittori delle forze armate devono considerare un compito glorioso la descrizione delle guerre rivoluzionarie, la propaganda delle idee del presidente Mao sulla guerra popolare e la creazione di eroi delle guerre rivoluzionarie.

Quando scriviamo sulle guerre popolari, dobbiamo prima di tutto avere chiaramente compreso la natura delle guerre: la nostra è giusta, quella del nemico è ingiusta. Le nostre opere devono mostrare l’asprezza della nostra lotta e la grandezza del nostro sacrificio, manifestando l’eroismo e l’ottimismo rivoluzionario. Mentre descriviamo la crudeltà della guerra, non dobbiamo soffermarci sui suoi orrori. Mentre descriviamo l’asprezza della lotta rivoluzionaria, non dobbiamo spingere i dettagli delle sue sofferenze molto lontano. La crudeltà di una guerra rivoluzionaria e l’eroismo rivoluzionario, la difficoltà della lotta rivoluzionaria e l’ottimismo rivoluzionario sono unità degli opposti, ma noi dobbiamo cogliere chiaramente l’aspetto principale della contraddizione: altrimenti, se noi poniamo l’accento in maniera sbagliata, la tendenza del pacifismo borghese farà la sua comparsa. Mentre descriviamo la guerra rivoluzionaria popolare, si tratti all’inizio di una guerra partigiana completata da una guerra mobile o si tratti fin dall’inizio di una guerra mobile, dobbiamo far risaltare correttamente il rapporto tra le forze regolari, i partigiani e la milizia popolare, il rapporto tra le masse armate e le masse non armate poste sotto la direzione del partito.

Non è cosa facile creare buoni esempi di letteratura e di arte proletaria. Strategicamente dobbiamo disprezzare le difficoltà di questo compito, ma tatticamente dobbiamo tenerle in seria considerazione. Creare una buona opera è un lavoro arduo e i compagni che dirigono questo lavoro non devono mai adottare un atteggiamento burocratico o disinvolto a questo riguardo, ma devono lavorare con accanimento, dividendo le soddisfazioni e le difficoltà degli scrittori. Essi devono quanto più è possibile lavorare con materiale di prima mano. Non devono temere né l’insuccesso, né gli errori, ma riconoscerli e lasciare che i loro autori si correggano. Essi devono basarsi sulle masse, ascoltare le loro opinioni e affidarsi a loro, passare attraverso una pratica ripetuta per un lungo periodo onde migliorare continuamente il loro lavoro e sforzarsi di integrare il contenuto politico rivoluzionario alla migliore forma artistica possibile. Nel corso della pratica, essi devono fare in tempo utile il bilancio della loro esperienza, impadronendosi gradualmente delle leggi delle diverse forme d’arte. Altrimenti sarà loro impossibile creare buoni esempi.

Esistono numerosi temi storici e temi contemporanei rivoluzionari importanti, i quali esigono che si proceda urgentemente alla loro descrizione in modo sistematico e pianificato e che si formi, nel fare ciò, un nucleo di scrittori e di artisti veramente proletari.

Liberare il pensiero, superare la superstizione

Durante la Rivoluzione culturale socialista bisogna distruggere e bisogna costruire. Senza radicale distruzione non può esserci vera costruzione. Per portare avanti la Rivoluzione culturale socialista e per creare una letteratura e un’arte socialiste nuove dobbiamo liberare il nostro pensiero e superare ogni credenza acritica.

Dobbiamo superare la nostra ammirazione acritica per quella che viene indicata come “la letteratura e l’arte degli anni ’30”. In quell’epoca il movimento letterario e artistico di sinistra seguiva la linea opportunista “di sinistra” di Wang Ming in politica; la sua organizzazione era esclusivista e settaria; la sua teoria della letteratura e dell’arte era praticamente quella dei critici letterari democratici borghesi della Russia zarista come Belinsky (11), Chernyshevskij (12), Dobrolyubov (13), le cui idee non erano marxiste, bensì borghesi.

La rivoluzione democratico-borghese è una rivoluzione nella quale una classe sfruttatrice si oppone a un’altra. Soltanto la rivoluzione socialista del proletariato è la rivoluzione che finalmente distrugge tutte le classi sfruttatrici. Noi non dobbiamo dunque assumere le idee di un rivoluzionario borghese qualsiasi come principio guida dei nostri movimenti ideologici o letterari e artistici proletari. Ci furono anche delle opere letterarie e artistiche buone negli anni ’30, quelle del movimento letterario e artistico militante dell’ala sinistra diretta da Lu Hsun. Ma verso la fine degli anni ’30, alcuni dirigenti dell’ala sinistra, influenzati dalla linea capitolazionista di destra di Wang Ming, abbandonarono il punto di vista di classe del marxismo-leninismo e presentarono lo slogan di una “letteratura di difesa nazionale”.

Si trattava di parole d’ordine borghesi. Fu Lu Hsun a coniare la parola d’ordine proletaria “letteratura popolare della guerra rivoluzionaria nazionale”. Alcuni scrittori e artisti di sinistra, specialmente Lu Hsun, indicarono anche che l’arte e la letteratura dovevano essere al servizio degli operai e dei contadini e che questi ultimi dovevano creare una letteratura e un’arte ad essi appropriate. Tuttavia non venne trovata alcuna soluzione sistematica per il problema fondamentale, come integrare gli operai, i contadini e i soldati nella letteratura e nell’arte, poiché la grande maggioranza di questi uomini erano discepoli della democrazia e del nazionalismo borghesi. Alcuni non ressero alla prova della rivoluzione democratica mentre altri non riuscirono a compiere il passaggio alla rivoluzione socialista.

Noi dobbiamo superare la venerazione cieca per la letteratura classica cinese e straniera. L’arte e la letteratura classiche della Cina e dell’Europa (compresa la Russia) hanno esercitato un’influenza considerevole sui circoli letterari e artistici del nostro paese e certuni le considerano come modelli e le accettano in pieno. Ma il presidente Mao ci ha insegnato che “la trasposizione e l’imitazione, senza la minima critica, delle opere antiche e straniere, corrisponde al dogmatismo più sterile e più nocivo nella letteratura e nell’arte”. Le opere antiche e straniere devono essere studiate anch’esse e rifiutare di farlo sarebbe sbagliato; tuttavia lo dobbiamo fare criticamente, in modo che l’antico serva il nuovo e lo straniero il nazionale.

Per quanto concerne le opere letterarie e artistiche rivoluzionarie sovietiche relativamente buone apparse dopo la Rivoluzione d’Ottobre, anch’esse devono essere analizzate e non ciecamente venerate né, ancora meno, servilmente imitate.

L’imitazione cieca non può mai trasformarsi in arte. La letteratura e l’arte possono venir fuori soltanto dalla vita, loro unica sorgente. Tutta la storia dell’arte e della letteratura, dei tempi antichi o moderni, della Cina e dell’estero, lo dimostra.

Praticare il centralismo democratico, applicare la linea di massa

Tutti i responsabili del lavoro letterario e artistico, come pure gli artisti e gli scrittori, devono mettere in pratica il centralismo democratico, devono vegliare affinché “tutti abbiano da dire la loro” e si devono opporre a coloro che affermano “è valido per tutti quanto io ho detto”. Noi dobbiamo applicare la linea di massa e continuare a dare la priorità alla politica. Un tempo, gli scrittori scrivevano un libro e, restando sordi alle critiche delle masse, costringevano la direzione ad approvare. Questo modo di agire non è assolutamente giusto.

I quadri responsabili della letteratura e dell’arte devono sempre ricordarsi dei due seguenti punti relativi alla creazione letteraria e artistica: primo, essi devono ascoltare le opinioni delle masse; secondo, devono analizzare queste opinioni, accettare quelle giuste e respingere quelle che sono errate. Non esistono opere artistiche e letterarie perfette, ma se una è fondamentalmente buona, noi dobbiamo mettere in luce le sue imperfezioni e i suoi punti errati, affinché possano essere corretti.

Le opere cattive non devono essere nascoste, ma rese note per essere sottoposte al giudizio delle masse. Non dobbiamo temere il giudizio delle masse, ma avere piena fiducia in loro poiché esse possono darci dei consigli molto preziosi. Ciò aiuterà coloro le cui idee sono confuse ad accrescere la loro capacità di comprensione.

Incoraggiare una critica di massa, rivoluzionaria e militante della letteratura e dell’arte

Dobbiamo incoraggiare la critica di massa, rivoluzionaria e militante della letteratura e dell’arte, dobbiamo spezzare il monopolio della critica della letteratura e dell’arte detenuto da quegli “specialisti” che seguono una linea errata e si dimostrano incoerenti. Dobbiamo porre l’arma della critica della letteratura e dell’arte nelle mani delle masse degli operai, dei contadini e dei soldati; dobbiamo unire le critiche provenienti dai critici di professione alle critiche provenienti dalle masse. Dobbiamo rafforzare il carattere combattivo di questa critica e combattere l’encomio volgare privo di principi. Dobbiamo riformare il nostro stile letterario, incoraggiare la redazione di articoli brevi e leggibili, fare della nostra critica letteraria e artistica un’arma quale il pugnale o la bomba a mano, imparando a usarla abilmente in una lotta “corpo a corpo”. Naturalmente dobbiamo scrivere al tempo stesso degli articoli sistematici, più lunghi e di un livello teorico più alto. Dobbiamo presentare gli avvenimenti e dire le nostre ragioni, non impaurire il lettore ricorrendo a un linguaggio tecnico.

Ecco l’unico mezzo per disarmare la cosiddetta “critica letteraria e artistica”. Le critiche devono appoggiare calorosamente le opere buone mettendo in luce in maniera benevola le loro deficienze, mentre deve essere fatta una critica basata sui principi delle opere cattive. Nel campo teorico le opinioni sbagliate sulla letteratura e l’arte che sono molto tipiche devono essere completamente e sistematicamente criticate. Non dobbiamo temere di essere rimproverati per avere “brandito il bastone”. Quando ci si accusa di rozzezza e di semplicismo, dobbiamo compiere la nostra analisi. Alcune nostre critiche, fondamentalmente giuste, non sono abbastanza convincenti, poiché l’analisi e le prove portate sono insufficienti. Questo deve essere corretto. Alcuni che cominciano con l’accusarci di rozzezza e di semplicismo, abbandonano la loro accusa quando arrivano a una maggiore comprensione.

Dobbiamo mantenere una critica artistica e letteraria costante, poiché si tratta di un metodo importante per condurre la lotta nel campo letterario e artistico e di un mezzo valido per il partito nella direzione della letteratura e dell’arte. Senza una critica letteraria e artistica giuste, non possiamo mantenere una linea giusta nella letteratura e nell’arte, né creare una grande varietà di opere di qualità.

Utilizzare il pensiero di Mao Tse-tung per rieducare i quadri e riorganizzare gli scrittori e gli artisti

Per portare a fondo la Rivoluzione culturale socialista dobbiamo rieducare i quadri responsabili della letteratura e dell’arte e riorganizzare gli scrittori e gli artisti. Già nel periodo della lotta sui monti Chingkang sotto la direzione dello stesso presidente Mao e delle brillanti direttive della risoluzione della conferenza di Kutien (14), l’Esercito rosso degli operai e dei contadini creò un distaccamento rosso di scrittori e di artisti.

Durante la Guerra di resistenza contro il Giappone, avendo il nostro partito e il nostro esercito acquisito una più grande forza politica e militare, il nostro distaccamento di scrittori e di artisti fece anch’esso notevoli progressi. Nelle basi d’appoggio e nelle forze armate formammo un numero notevole di letterati e artisti rivoluzionari. In particolare dopo la pubblicazione dei Discorsi alla conferenza di Yenan sulla letteratura e l’arte essi si attennero a una linea giusta, s’integrarono agli operai, ai contadini, ai soldati e giocarono un ruolo attivo nella rivoluzione. Tuttavia dopo la Liberazione, quando entrammo nelle grandi città, alcuni non resistettero all’influenza deleteria delle idee borghesi e vi si avvicinarono. I letterati e gli artisti che in quel tempo si unirono alle forze armate portarono con sé l’influenza delle diverse idee borghesi sulla letteratura e l’arte. Un piccolo numero di essi non si trasformò mai e si attenne con ostinazione alla posizione borghese.

La nostra arte e la nostra letteratura sono arte e letteratura proletarie, arte e letteratura del partito. Ciò che ci distingue prima di tutto dalle altre classi, è la nostra fedeltà allo spirito del partito proletario. Noi dobbiamo comprendere a fondo che i portavoce delle altre classi sono anch’essi fedeli al loro spirito di partito, che è fortemente radicato. Nei principi che reggono la nostra creazione artistica e letteraria come pure nella nostra linea organizzativa e nel nostro stile di lavoro, dobbiamo restare fedeli allo spirito del partito proletario e combattere la corruzione dovuta alle idee borghesi. Dobbiamo tracciare una linea di demarcazione netta tra le nostre idee e le idee borghesi; non dobbiamo tollerare alcuna coesistenza pacifica con esse.

I letterati e gli artisti delle nostre forze armate affrontano diversi problemi ma,per lo più, la questione è di acquisire una comprensione più profonda e di ricevere più indicazioni per accedere a un livello più elevato. Dobbiamo considerare le opere del presidente Mao come le nostre direttive più qualificate, studiare coscienziosamente e assimilare i suoi insegnamenti sulla letteratura e sull’arte ed essere particolarmente attenti nel metterle in pratica e nell’applicare in modo creativo quanto apprendiamo nel pensiero e nell’azione per arrivare a possedere veramente a fondo il pensiero di Mao Tse-tung. Dobbiamo applicare le direttive del presidente Mao e “andare per un lungo periodo, senza riserve e spassionatamente, tra le masse degli operai, dei contadini e dei soldati, nel crogiuolo della lotta, alla sorgente unica e prodigiosamente ampia e ricca”, dobbiamo fonderci con gli operai, con i contadini e con i soldati, trasformare il nostro pensiero, elevare il livello della nostra coscienza politica e servire con passione i popoli dell’intera Cina e del mondo, senza nessuna velleità di acquisire fama o profitti, né avere paura della durezza dello sforzo o della morte.

Studiare le opere del presidente Mao, lavorare per la rivoluzione e trasformare il nostro pensiero deve costituire il compito di tutta la nostra vita. Soltanto così possiamo mettere in pratica le direttive del compagno Lin Piao: essere pronti a uscire vittoriosi da qualsiasi dura prova nel nostro pensiero, nella nostra vita e nelle nostre attività professionali. Soltanto così il nostro lavoro letterario e artistico serve meglio gli operai, i contadini e i soldati, serve meglio il socialismo e aiuta a consolidare e a elevare la capacità combattiva delle nostre forze armate.

Un nuovo successo della grande Rivoluzione culturale socialista si profila e prende ora la forma di un movimento di massa. Questa grande corrente rivoluzionaria spazzerà via i rifiuti di tutte le vecchie idee borghesi sulla letteratura e sull’arte, inaugurerà una nuova era nell’arte e nella letteratura socialiste proletarie. In questa eccellente situazione rivoluzionaria, dobbiamo essere fieri di essere completamente rivoluzionari. La nostra rivoluzione socialista è una rivoluzione per eliminare tutte le classi sfruttatrici e tutti i sistemi di sfruttamento, per estirpare tutte le idee delle classi sfruttatrici, nocive al popolo. Dobbiamo avere piena fiducia e coraggio per iniziare quello che non è mai stato tentato prima.

Dobbiamo elevare ancora più in alto il grande vessillo rosso del pensiero di Mao Tse-tung e, sotto la guida del Comitato centrale del partito, del presidente Mao e della Commissione militare del Comitato centrale del partito, dobbiamo partecipare attivamente alla Rivoluzione culturale socialista, portarla inflessibilmente a termine; dobbiamo sforzarci di creare una letteratura e un’arte socialiste nuove, degne del nostro grande paese, del nostro grande partito, del nostro grande popolo, del nostro grande esercito.

Note

1) La vita di Wu Hsun è un film che calunnia la tradizione rivoluzionaria del popolo cinese e propaganda il riformismo borghese e il capitolazionismo. Wu Hsun, lacchè dei proprietari terrieri sotto la dinastia dei Ching, vi è presentato come un “grande uomo” che si sarebbe sacrificato perché i figli dei contadini poveri potessero avere la possibilità d’istruirsi.

Il 20 maggio 1951 il Quotidiano del popolo pubblicò un editoriale (vedasi vol. 11 delle Opere di Mao Tse-tung) che stigmatizzava severamente il carattere reazionario de La vita di Wu Hsun e faceva appello a tutto il paese perché criticasse questo film. Dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese fu questa la prima grande campagna di critica dell’ideologia reazionaria borghese.

2) Il Saggio su “Il sogno della camera rossa” di Yu Ping-po è uno studio di un’assurda minuziosità, fatto con spirito idealista borghese, del romanzo Il sogno della camera rossa. Nel settembre 1954 si sviluppò su scala nazionale una campagna di critica di questo saggio (vedasi vol. 12 delle Opere di Mao Tse-tung ), che costituì una lotta ideologica tra il pensiero proletario e il pensiero borghese, una lotta contro l’idealismo borghese.

3). Hu Feng era un traditore che riuscì a infiltrarsi nelle file rivoluzionarie. Dopo la Liberazione egli organizzò una setta segreta controrivoluzionaria nei circoli letterari e artistici. Nel 1954 indirizzò al Comitato centrale del Partito comunista cinese lo scritto La mia autocritica, un volume che è un attacco velenoso contro la politica del partito e il pensiero di Mao Tse-tung in materia di letteratura e arte. Nel maggio e nel giugno del 1955 il Quotidiano del popolo pubblicò successivamente tre serie di documenti e di materiali sulla cricca controrivoluzionaria di Hu Feng (vedasi vol. 12 delle Opere di Mao Tse-tung ) e gli intrighi controrivoluzionari di questa cricca furono completamente smascherati e annientati.

4) La teoria di “scrivere la verità” è una teoria revisionista in materia di creazione letteraria. Hu Feng predicava di “scrivere la verità” ed era appoggiato in ciò da Feng Hsueh-feng. Dietro il paravento di questa parola d’ordine, essi si opponevano a che la letteratura e l’arte socialiste avessero un carattere di classe e riflettessero una tendenza politica. Si opponevano a che la letteratura e l’arte servissero a educare il popolo nello spirito del socialismo. Essi si compiacevano di rovistare negli angoli scuri della realtà socialista trasformandosi in pattumiere della storia. Predicando la teoria di “scrivere la verità” essi cercavano di presentare la società socialista sotto una luce particolarmente oscura.

5) La teoria della “larga via del realismo” venne lanciata da alcuni elementi antipartito e antisocialisti dei circoli letterari e artistici, i quali si opponevano ai Discorsi alla conferenza di Yenan sulla letteratura e l’arte del presidente Mao Tse-tung, affermando che essi erano superati e che bisognava aprire una nuova e più larga via. È questa la natura della “larga via del realismo” avanzata da Tsin Chao-yang e altri. Secondo loro la via più giusta e più larga, quella di servire gli operai, i contadini e i soldati era ancora troppo angusta, era solo un “dogma stagnante”, “aveva tracciato davanti alla gente un piccolo immutabile sentiero”.

Essi predicavano che gli autori scrivessero ciò che sembrava loro buono secondo “la loro propria esperienza di vita, la loro educazione e il loro temperamento come pure secondo la loro individualità artistica” e che, allontanandosi dall’orientamento segnato dagli operai, dai contadini e dai soldati, si mettessero alla ricerca di “un campo visivo infinitamente largo che consentisse di sviluppare l’iniziativa creativa”.

6) Al tempo in cui predicava di “illustrare personaggi indecisi”, Shao Chuan-lin presentò una tesi indicata come “approfondimento del realismo”. Questa tesi chiedeva agli scrittori di rivelare “le cose antiche” che pesano sulle masse popolari e di riassumere “il fardello morale che pesa da millenni sui contadini produttori individuali” creando così delle immagini di “personaggi indecisi” aventi un carattere complesso. Questa tesi chiedeva agli scrittori di dedicarsi a soggetti “comuni”, suscettibili di far “vedere le grandi cose attraverso le piccole” e “cogliere il mondo mediante un chicco di riso”. Secondo lui, le opere letterarie non sono realiste se non quando descrivono “personaggi indecisi”, “in preda a conflitti interni”, quando riassumono “il fardello morale che da millenni pesa sui contadini produttori individuali” e quando descrivono il loro “doloroso passaggio” dall’economia individuale all’economia collettiva. Soltanto così il realismo si “approfondirà”. Invece, esaltare l’eroismo rivoluzionario delle masse popolari, descrivere immagini eroiche non è né vero, né realista. L'”Approfondimento del realismo” era una merce direttamente importata dal realismo critico borghese e dunque una teoria reazionaria.

7) La teoria dei “personaggi indecisi” è un modo di vedere sbagliato di cui Shao Chuan-lin, che fu uno dei vicepresidenti dell’Associazione degli scrittori cinesi, fu il principale iniziatore. Tra l’inverno del 1960 e l’estate del 1962, egli formulò più volte questo pensiero. Il suo scopo era quello di diffondere un sentimento di scetticismo e di indecisione di fronte al socialismo e al tempo stesso di ostacolare la descrizione di eroi dell’epoca socialista nelle opere letterarie e artistiche.

8) La “Sintesi del pensiero” dell’epoca è una teoria antimarxista-leninista di cui Chou Ku-cheng divenne il rappresentante. Costui negava che il pensiero dell’epoca fosse quello che la spinge nella sua marcia in avanti e che il rappresentante di questo pensiero fosse la classe avanzata la quale dirige l’epoca stessa. Egli sosteneva che il pensiero dell’epoca non può essere che la “confluenza” delle “differenti ideologie delle diverse classi” e che in questa confluenza si riunissero “ogni specie di pensieri pseudorivoluzionari, non rivoluzionari e anche controrivoluzionari”. La “confluenza” del pensiero dell’epoca non è quindi nient’altro che la teoria del tutto reazionaria della “riconciliazione di classe”.

9) La teoria della “opposizione al ruolo decisivo del soggetto” è un’idea letteraria e artistica antisocialista. Tra gli zelanti propagandisti di questa idea figurano in primo luogo Tien Han e Hsia Yen. Nella scelta e nella trattazione di un dato soggetto, uno scrittore proletario deve prima di tutto prendere in considerazione se esso va nel senso degli interessi del popolo. Se si sceglie e si tratta un certo tema, è per contribuire all’espansione di tutto ciò che ha carattere proletario e all’eliminazione di tutto ciò che riveste un carattere borghese ed è per incoraggiare le masse a seguire la via socialista. I teorici della “opposizione al ruolo decisivo del soggetto” consideravano questi punti di vista come regole ferree che “dovevano essere completamente eliminate”. Con il pretesto di allargare la gamma dei temi letterari, essi proponevano di rompere con “i canoni rivoluzionari” e di ribellarsi contro “la giusta via della guerra”. Essi affermavano che si parlava troppo di rivoluzione e di lotta armata nel cinema cinese e che si poteva fare qualcosa di nuovo soltanto rompendo con questi principi e tradendo questa via. Alcuni proponevano di scrivere sulla “simpatia umana”, sull'”amore dell’umanità”, sulla “piccola gente” e “sulle piccole cose”.

10) La letteratura del revisionismo moderno si dilunga con compiacimento sugli orrori della guerra e propaganda la “filosofia della sopravvivenza a ogni costo” e la capitolazione al fine di paralizzare la volontà di lotta dei popoli e venire incontro alle necessità dell’imperialismo. Anche in Cina c’era chi proclamava che la nostra letteratura puzzava di polvere, che la scena del nostro teatro non era altro che una selva di fucili e che tutto ciò era antiestetico. Costoro raccomandavano agli scrittori di farla finita con i “canoni rivoluzionari” e di ribellarsi contro la “giusta via della guerra”. L”opposizione all’odore della polvere da sparo” è in realtà un riflesso della corrente revisionista nei circoli letterari e artistici cinesi.

11) V.G. Belinsky (1811-1848) fu un democratico russo, critico letterario, filosofo ed esteta. Si oppose alla servitù della gleba e all’autocrazia zarista nella sua critica letteraria.

12) N.G. Chernyshevsky (1828-1889) fu un democratico russo, critico e scrittore. Sostenne le idee democratiche rivoluzionarie e si oppose allo zarismo e alla servitù della gleba.

13) N.A. Dobrolyubov (1836-1861) fu un democratico russo e critico letterario. Fu attivocontro lo zarismo e la servitù della gleba.

14) Vedasi nel vol. 2 delle Opere di Mao Tse-tung la Risoluzione del nono Congresso del partito del 4° corpo d’armata dell’Esercito rosso

Brasile, l’allarme di Dilma: “Dopo il golpe stanno smantellando riforme economiche e privatizzando le compagnie di Stato” Autore: redazione da: controlacrisi.org

La ex Presidente, anche se la procedura deve essere completata, Dilma Rousseff attacca il Capo del governo ad interim Michel Temer, che ha preso il suo posto dopo la destituzione temporanea di qualche settimana fa: stanno “smantellando” il modello economico creato negli ultimi anni, avrebbe detto secondo la stampa locale. Tale modello consiste nel trattenere una parte dei proventi generati dalle ingenti riserve petrolifere del paese, per alimentare i programmi educativi.
Queste riserve – stimate in decine di miliardi di barili – si trovano nei giacimenti pre-sale, cosi’ definiti poiche’ posti a 7mila metri di profondita’ nell’oceano Atlantico: quindi al di sotto dell’acqua, di uno strato di roccia e infine di uno di sale. Il governo aveva deciso anche di conservare una parte dei barili di greggio.
Come ricordano le fonti, Temer ha voltato le spalle a Rousseff ben prima della sua sospensione. Suscito’ ad esempio polemiche un
audio “accidentalmente” inviato dal suo cellulare, nel quale l’allora vicepresidente si esercitava a pronunciare un ‘discorso alla nazione’, simulando la sua successione a capo di Stato.
Temer negli ultimi giorni, oltre ad aver annunciato la privatizzazione delle principali compagnie di stato, ha inoltre avanzato la proposta di aprire allo sfruttamento delle riserve pre-sale anche ad altre compagnie, ponendo fine cosi’ al monopolio di quella di stato Petrobras.
“E questo non e’ niente” ha commentato ancora Dilma Rousseff nei giorni scorsi: il nuovo Presidente ha anche annunciato misure di austerita’ volte a ridurre il deficit e strappare il paese alla recessione in cui e’ entrato dal 2014. A subire i primi tagli il settore dell’educazione e della sanita’ pubblica. Questa riforma potrebbe entrare in vigore gia’ a partire da luglio.