Cara di Mineo, 12 indagati: 9 sono sindaci del calatino da:sudpress.it

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Nel mirino dei magistrati della procura di Caltagirone l’appalto da quasi 100 milioni di euro per la gestione del Centro di accoglienza. I reati ipotizzati sono abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente

La Procura di Caltagirone ha notificato la proroga delle indagini a 12 persone a vario titolo coinvolte nella gara per la gestione del Cara di Mineo (appalto da 96.907.500 euro). Le ipotesi di reato su cui indagano i magistrati sono abuso d’ufficio, turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. 

Tra gli indagati ci sono 9 sindaci del comprensorio con ruoli nel Consorzio dei Comuni “Calatino terra di accoglienza” (oggi in liquidazione): Anna Aloisi (Mineo, all’ epoca presidente del consorzio); Marco Sinatra (Vizzini, ex presidente dell’ assemblea dei sindaci soci); Nuccio Barbera (San Cono), Giuseppe Grasso (Castel di Iudica), Cosimo Marotta (Raddusa), Enzo Marchingiglio (Mirabella Imbaccari), Gianluca Petta (San Michele di Ganzaria), Giovanni Verga (Licodia Eubea), Franco Zappalà (Ramacca).

I tre componenti la commissione di gara, sono Luca Odevaine, Giovanni Ferrera (ex direttore generale del Consorzio) e Salvatore Lentini, capo dell’Ufficio tecnico di Vizzini.

La gara per la gestione del Centro di accoglienza era finita nel 2014 nel mirino dell’ Anticorruzione, oltre che nelle carte di Mafia Capitale e in una più ampia inchiesta dei pm di Catania.

Ttip, il trattato truffaldino Fonte: sbilanciamociAutore: Carlo Clericetti

Secondo uno studio effettuato con il modello Onu, il Ttip danneggerebbe l’Europa – privatizzando i servizi pubblici – soprattutto esproprierebbe i governi democratici della possibilità di decidere su quasi tutto

La sigla, Ttip, starebbe per “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, ma una traduzione più fedele al significato sarebbe “Trattato Truffaldino da Imporre ai Popoli”. Truffaldino per come è presentato (“farà aumentare la crescita e l’occupazione”), per il segreto in cui si è tentato di avvolgere le trattative, per la mistificazione delle conseguenze (“non ridurrà le norme per proteggere la salute”, “non riguarda i servizi pubblici”) e per il tentativo di subordinare le scelte dei governi agli interessi delle multinazionali.

Ormai molto se ne è scritto e per fortuna il segreto delle trattative è stato violato da fughe di notizie che hanno più che confermato quelli che prima erano soltanto sospetti. Tanto che perfino un governo conservatore come quello francese (come? sono socialisti? ma va’…), già sotto pressione per i sondaggi – confermati dai risultati delle ultime amministrative – che danno il partito sulla via della sparizione, ora si schiera contro la sua approvazione. Matthias Fekl, il segretario al Commercio estero che segue la trattativa, ha invitato l’Italia a fare fronte comune contro l’approvazione, ma l’atteggiamento del nostro paese non fa affatto sperare bene. Il presidente Matteo Renzi si è sempre dichiarato a favore dell’accordo senza riserve. Già nel 2014 aveva dichiarato che ” ogni giorno che passa è un giorno perso”, spalleggiato dall’allora vice ministro e oggi ministro dello Sviluppo Carlo Calenda; posizione ribadita in modo ancor più deciso dopo l’incontro a Washington, poco più di un anno fa, con Barack Obama, che all’accordo ha mostrato di tenere molto. E nel Pd, se c’è qualche oppositore tra i rimasugli della sinistra interna, abbondano però i sostenitori sfegatati, come ad esempio il deputato Giampaolo Galli un cui recente tweet ha provocato una valanga di reazioni in rete varianti fra il critico, l’infuriato o addirittura l’insultante. E’ quindi il caso di fare un breve ricapitolo a beneficio di chi avesse perso qualche puntata.

L’aspetto forse più noto è quello dei famosi “tribunali privati” a cui si possono rivolgere le multinazionali quando ritengono che i governi abbiano varato norme che danneggiano i loro affari. Dove questo meccanismo è stato accettato si sono verificati fatti al di là dell’assurdo, come la causa della Philip Morris al governo australiano per aver varato leggi anti-fumo o quella dell’americana Lone Pine al Canada per aver vietato il fracking, la tecnica di estrazione del gas che non solo gli ecologisti ritengono pericolosissima per l’ambiente. Su questo punto gli europei hanno elaborato una proposta alternativa, meno scandalosa, che gli Usa non hanno ancora accettato. Ma anche se la accoglieranno, come è possibile se dovesse rimanere l’ultimo ostacolo a un accordo, sarà stato neutralizzato (almeno in parte) solo uno dei fattori che rendono il trattato improponibile.

Come ad esempio la posizione americana rispetto alla sicurezza per gli alimenti e per le medicine. In Europa vale il “principio di precauzione”: hanno via libera i prodotti per i quali, per quanto possibile, è stato verificato che non nuocciono alla salute. Negli Usa per ottenere il via libera alla commercializzazione è sufficiente che per il prodotto in questione non ci siano rischi evidenti. Nel dubbio, in Europa la vendita viene vietata, in America no, almeno finché non si manifestino effetti dannosi. In pratica, un sistema che trasforma i consumatori in un popolo di cavie. Nell’agroalimentare si prevede il riconoscimento automatico delle rispettive regolamentazioni, salvo affrontare in seguito, in sede di risoluzione delle controversie e singolarmente, i problemi che venissero sollevati. Per esempio sui pesticidi: ben 82 di quelli autorizzati negli Usa sono invece vietati nell’Unione europea; o sugli animali allevati con ormoni, pratica anche questa consentita in Usa e vietata da noi. E si potrebbe continuare a lungo. C’è poi la questione dei nostri marchi Dop e Igp, che gli Stati Uniti, dove tre prodotti su quattro venduti con nome italiano non sono italiani per niente, non vogliono riconoscere.

Ancora: è vero che il Ttip non riguarda i servizi pubblici? Certo: ma è vero col trucco. E il trucco sta nella definizione di “servizi pubblici”, come spiega in questo articolo Marco Bersani di Attac. Non è servizio pubblico quello la cui erogazione può essere effettuata anche da soggetti diversi dall’autorità di governo, e nemmeno quello per la cui erogazione è previsto un corrispettivo economico, anche una tantum. Ne deriva che sanità, istruzione, servizi idrici e via elencando non rientrano nella definizione: non ci rientra quasi niente, tranne la difesa, l’ordine pubblico e la giustizia. Insomma, si tornerebbe più o meno allo Stato dell’800. Ulteriori norme si preoccupano di escludere gli obblighi di servizio universale, di impedire che vengano varate dagli Stati eventuali norme restrittive, di stabilire che qualsiasi appalto pubblico debba essere assegnato con una gara internazionale: “Questa clausola, ad esempio, renderà impossibile ad un ente locale riservare la gara d’appalto per le forniture delle mense scolastiche a produttori biologici e a km zero”. E’ solo uno dei possibili esempi, naturalmente.

Dunque diremmo addio ai servizi pubblici (visto che sarebbero tutti privatizzati), a tutta una serie di norme a protezione della salute, alla possibilità per uno Stato di decidere qualsiasi cosa in modo diverso da quanto prevede il trattato, anche se ritiene che ci sia in ballo un rilevante interesse pubblico. Ma se dovessimo accettare tutto questo, almeno diventeremmo molto più ricchi?

Ebbè, neanche questo “premio di consolazione”. Sugli effetti economici del Ttip sono stati fatti molti studi, che naturalmente valgono quel che valgono: anche l’adozione dell’euro, secondo gli studi di allora, ci avrebbe dovuto far entrare nel regno dell’abbondanza. Ma è interessante il fatto che anche le previsioni elaborate da centri studi favorevoli a Ttip concludano che i benefici avrebbero le dimensioni di una zanzara: solo che la chiamano elefante.

Una rassegna di alcuni di questi studi è stata fatta da Jeronim Capaldo, economista della Tufts University attualmente all’Unctad, che ha anche fatto delle sue proiezioni utilizzando il modello delle Nazioni Unite. Un commento dello studio di Capaldo e altre spiegazioni utili per capire il contesto di questi esercizi sono in un articolo di Alberto Bagnai. Ebbene, ecco quali sarebbero gli effetti (ipotetici) sul Pil di Europa e Usa con una completa attuazione del Ttip.

La stima più ottimistica, quella del Cepr, parla di un aumento del Pil europeo dello 0,49% in 13 anni (lo studio è del 2014). Fa lo 0,03% all’anno. C’è bisogno di commentare?

Quindi, anche secondo le stime di chi al Ttip non è contrario, per la crescita non serve. Servirà allora a qualche altra cosa, magari a far aumentare l’occupazione? Beh, veramente no, neanche quello. Anzi, a stare alle proiezioni elaborate con il modello delle Nazioni Unite l’occupazione in Europa diminuirebbe, di circa 600.000 posti.

Secondo quel che risulta da questo modello il Ttip farà anche diminuire i redditi da lavoro in Europa, al contrario di quanto ipotizza il Cepr secondo cui, invece, i redditi medi delle famiglie aumenterebbero di 545 euro (sempre in 13 anni). Ma, anche se la prendessimo per buona, chi ci dice che questo aumento “medio” non sia come il famoso pollo di Trilussa, ossia che andrà effettivamente in tasca a chi lavora? Se andasse tutto ai profitti – cosa che, con i tempi che corrono, non ci sentiremmo di escludere – la media sarebbe salva, la soddisfazione di chi lavora un po’ meno.

Da che cosa dipendono queste differenze rispetto agli effetti del Ttip? Dalle ipotesi di base dei modelli, e in particolare da quella relativa all’attività economica, che per il modello Onu è influenzata essenzialmente dalla domanda aggregata, per gli altri dall’efficienza produttiva. Il modello Onu, inoltre, tiene conto degli effetti delle variazioni dei flussi commerciali anche sugli altri paesi, cosa di cui gli altri modelli non si occupano.

I flussi commerciali, comunque, sono stimati in crescita tra Europa e Usa, ma con effetti netti tutto sommato modesti. Per il Cepr, l’aumento netto del totale delle esportazioni sarà dell’8% negli Usa e del 5,9% nella Ue. Ma, osserva Capaldo, “questi aumenti degli scambi commerciali transatlantici vengono raggiunti a scapito del commercio interno della Ue. Implicitamente ciò significa che le importazioni dagli Usa e dai paesi non-Ttip tramite gli Usa, sostituiranno buona parte dell’attuale commercio tra i paesi Ue”. Di qui gli effetti negativi in Europa, dove la domanda di prodotti a maggior valore aggiunto verrebbe spiazzata da quella per prodotti a basso valore aggiunto, dove l’Ue è meno competitiva, oltre al fatto di renderla più esposta a eventuali shock americani. Dallo studio di Capaldo risulta tra l’altro che la Francia sarebbe tra i paesi che subirebbero più danni, e forse questo ha qualcosa a che fare con le decise prese di posizione di Hollande e Fekl, che magari avranno visto quello o altri studi analoghi.

Resta da capire perché, stando così le cose, si stia ancora discutendo del Ttip. La risposta più logica è che gli europei hanno sempre trovato difficile dire di no all’America, e l’America a questo trattato ci tiene molto: l’esercizio con il modello Onu ci chiarisce anche il perché, visto che ne risulta che è la sola che ci guadagnerebbe. E in questa ottica ancor meno stupisce che la Francia si sia messa alla testa della ribellione, dato che è la sola, fin dai tempi di De Gaulle, che non ha paura di scontrarsi con gli Usa. L’Italia invece ha sempre fatto sua la risposta di Garibaldi (“Obbedisco”!) e Renzi con (quasi) tutto il Pd è appunto su questa linea.

I robot e il futuro della globalizzazione Fonte: sbilanciamociAutore: Vincenzo Comito

Una nuova ondata di innovazioni nel settore della robotica e dell’intelligenza artificiale. Con quali conseguenze sull’occupazione?

Nell’ultimo periodo si va assistendo nel mondo ad una nuova ondata di innovazioni nel settore della robotica e dell’intelligenza artificiale. Tale processo deve essere inserito poi in un più vasto e più generale fenomeno in atto, quello di un forte sviluppo delle tecnologie digitali, sviluppo che prende ogni giorno nuove forme e tende a diventare sempre più pervasivo.

Il processo di crescita della robotica era stato in qualche modo rallentato in passato dalla scarsa elasticità degli apparati, nonché dal loro costo rilevante. Ma ora si affaccia sul mercato una nuova generazione di macchine, molto più flessibili di prima, di più ridotte dimensioni, imbottite di programmi di intelligenza artificiale, meno costose (Cosnard, 2015; Tett, 2015) e così, da qualche tempo, i tassi di crescita del settore si vanno facendo molto più sostenuti.

Secondo un’analisi del Boston Consulting Group, il prezzo medio dei robot, dopo la riduzione degli ultimi anni, tenderà a diminuire ancora grosso modo del 20% nei prossimi dieci, mentre le loro prestazioni potranno crescere del 5% all’anno ancora per molto tempo (Bland, 2016).

Così, ora si prevede che il settore aumenterà il suo fatturato nel 2016 e negli anni successivi del 17% all’anno, per raggiungere in valore i 135 miliardi di dollari nel 2019 (Waters, Bradshaw, 2016).

Sino a non molti anni fa i due principali produttori degli apparati erano il Giappone e la Germania, con altri paesi europei che avevano anch’essi molto da dire (Svezia, Italia, tra gli altri); ma ora avanzano altri protagonisti. Così la Cina tende a diventare l’attore più importante per quanto riguarda sia il mercato che la produzione del settore (attualmente il valore delle due variabili supera di poco nel paese il 25% del totale mondiale, con tendenza però ad una forte crescita), seguito a una certa distanza dal Giappone, con gli Stati Uniti che mantengono invece la leadership nel campo del software e con l’Europa, a parte la Germania, che fa fatica a tener dietro, pur non mancando di un certo livello di know-how e di esperienze produttive.

Nel 2015 la Cina ha poi depositato la richiesta di circa 33.000 brevetti nel comparto, il 35% del totale a livello mondiale, il Giappone circa 14.000, gli Stati Uniti 12.000, la Corea del Sud 7.000, l’Europa meno di 5.000 (Waters, Bradshaw, 2016).

Con tale nuova crescita delle attività, è ripreso con forza il dibattito relativo alle conseguenze del suo sviluppo sull’occupazione; la letteratura in proposito è abbondante. Si fronteggiano due scuole principali, la prima che sostiene che l’avvento delle macchine porterà, se non si interviene adeguatamente, ad una sua rilevante caduta (vedi in proposito, ad esempio, l’ormai classico testo di Frey, Osborne, 2013), la seconda, più ottimistica, che pensa che, mentre si ridimensionano i vecchi tipi di lavoro, se ne creano parallelamente di nuovi, che riescono a riempire i vuoti.

La prima scuola sembra comunque quella che riesce a raccogliere i maggiori consensi.

Automazione e localizzazione delle fabbriche

Ma in questo scritto vorremmo concentrare l’attenzione su di un altro tema, più trascurato sino ad oggi nelle analisi, quello relativo alle conseguenze della nuova ondata di automazione sui processi di globalizzazione e sulla divisione internazionale del lavoro.

Si può partire dalla considerazione che la nuova generazione di robot è in grado di tagliare ormai i costi di produzione di un’impresa non solo in presenza di salari al livello statunitense o tedesco, ma anche di quelli cinesi e persino di quelli indiani, vietnamiti e di altri paesi con retribuzioni molto basse (Tett, 2015).

A questo punto si potrebbe verificare una forte spinta a una localizzazione in occidente della maggior parte dei nuovi insediamenti produttivi delle imprese e ad una rilocalizzazione sempre in tale area di produzioni già a suo tempo trasferite nel Sud del mondo. Questo, almeno nel caso in cui la motivazione principale della delocalizzazione sia o sia stata una questione di costi di produzione (Tett, 2015).

Tale processo risponderebbe in qualche modo anche alla richiesta di una parte almeno dell’opinione pubblica dei paesi ricchi a frenare i processi di delocalizzazione, come appare evidente, ad esempio, dall’andamento della campagna elettorale presidenziale statunitense.

Ricordiamo come, d’altra parte, spesso, oltre al problema dei costi di produzione, siano presenti anche altre motivazioni per gli insediamenti produttivi esteri, in particolare la volontà di stare in un certo paese o in una certa regione per motivi di mercato, per la presenza in loco di materie prime, l’esistenza di barriere all’entrata, o quella di esistenza nel paese di particolari competenze e conoscenze, di adeguate infrastrutture, ecc..

Così, nonostante il forte aumento in atto da molti anni ormai della dinamica salariale cinese, gli investimenti esteri vi tendono ancora a crescere, in relazione, tra l’altro, alla sempre più pressante necessità di essere presenti in un mercato che appare ormai il più importante del mondo, o al massimo il secondo, per moltissimi prodotti e servizi. Va, comunque, ricordato che si verifica contemporaneamente da qualche tempo una deriva di investimenti da tale paese verso aree a minore costo del lavoro per le attività a basso valore aggiunto.

Naturalmente tale tendenza allo spiazzamento del lavoro umano da parte dei robot potrebbe giocare a favore delle imprese dei paesi ricchi, ma non certo di quella dei lavoratori degli stessi.

I differenti destini di Cina ed India

Si può aggiungere anche che, sul piano dell’occupazione, il numero delle persone minacciate di essere eliminate dai processi produttivi dalla nuova ondata di automazione appare maggiore nei paesi emergenti che non in quelli sviluppati, non solo perché a questo punto i primi non presenterebbero alcun vantaggio ulteriore in termini di costi di produzione, ma anche per il fatto che in essi il livello medio delle qualificazioni è più basso e quindi più soggetto ad essere toccato da queste tendenze.

Tali sviluppi non sembrano spaventare molto i cinesi, che vedono la loro forza lavoro diminuire di anno in anno a causa delle ben note tendenze demografiche locali: la popolazione attiva del paese dovrebbe passare dal miliardo di unità del 2015 ai 960 milioni del 2030 agli 800 del 2050 (Bland, 2016) e quindi i processi di automazione potrebbero contribuire in misura notevole a supplire alla mancanza di personale.

Il problema si presenta in modo diverso e molto più drammatico per molti altri paesi emergenti a partire dall’India, nei quali la dinamica demografica è molto più sostenuta e che contavano, per larga parte, sui processi di industrializzazione per progredire e fornire un’occupazione ai loro cittadini. Oggi in effetti i robot distruggono lavori che in Cina hanno portato a suo tempo molte decine, se non centinaia di milioni di persone, fuori dalla povertà; ma un paese come l’India, che sta cercando soltanto ora a industrializzare il paese, si trova in sostanza in una trappola dalla quale appare difficile uscire.

L’India, il Vietnam, la Cambogia e molti altri paesi, quindi, che speravano di seguire l’esempio della Cina e prima ancora di Giappone o Corea del Sud, spostando milioni di persone dall’agricoltura alle fabbriche low-cost che dovevano produrre per l’esportazione, si trovano oggi così di fronte alla minaccia di una “deindustrializzazione prematura” (Dani Rodrik) e comunque, come ha scritto qualcun altro, devono affrontare una corsa contro il tempo nel cercare di industrializzarsi prima che l’invasione dei robot renda il tutto impossibile.

Impresa che sembra peraltro, ormai, molto difficile da perseguire.

Testi citati nell’articolo

-Bland B., China robot revolution, http://www.ft.com, 28 aprile 2016

-Cosnard D., L’industrie attend un’invasion de robots, Le Monde, 30 settembre 2015

-Frey C. B., Osborne M., The future of employment: how suscetible are jobs to computerisation ?, Oxford Martin School, University of Oxford, 17 settembre 2015

-Tett G., Freezing out the factory worker, http://www.ft.com, 4 dicembre 2015

-Waters R., Bradshaw T., Rise of robots is spreading an investment boom, http://www.ft.com, 3 maggio 2016