Accordo Anpi-Arci per il no alla riforma del senato e per emendare la legge elettorale

9 Maggio 2016

“Il Pd è naturalmente di destra E l’informazione fa la schiava” da:libertàegiustizia.it

“Il Pd è naturalmente di destra E l’informazione fa la schiava”

Sostiene Luciano Canfora: “Il Pd è da tempo un partito di centro e il centro da sempre ha una vocazione trasformista, quello che sta accadendo non mi stupisce”. Filologo classico, storico, saggista nonché marxista, Canfora ha un disincanto lucidissimo, se non crudele, rispetto alla cosiddetta mutazione genetica del Pd renziano.

Professore, però lo sdoganamento di Verdini è troppo anche per chi è cinicamente realista.

Verdini è una persona che dà fastidio anche avere accanto, detto questo, prenda Hollande e Valls in Francia che fanno le stesse cose della Le Pen o di Salvini contro i migranti, fenomeno epocale.

Che c’entra questo?

La crisi del socialismo reale nel 1989-1991 fa entrare in crisi anche le socialdemocrazie europee. È un paradosso ma è così. Da quel momento lo Stato sociale, che è stato lo strumento fondamentale dei socialdemocratici per contrastare l’alternativa bolscevica, è stato difeso sempre meno efficacemente dall’attacco delle destre. Allo stesso tempo è arrivata la crisi economica, che durerà ancora.

Risultato?

Negli Stati cosiddetti ricchi, le socialdemocrazie si sono snaturate tutte e Renzi fa le stesse cose degli altri, magari con maggior disinvoltura gattopardesca e trasformistica.

Se il Pd è di centro, allora non è di sinistra.

A dir il vero, la esse di sinistra, il Pd l’ha persa già quando è nato con Veltroni. Prima era Pds e poi Ds. Il Pd è una formazione centrista per la gestione dell’esistente.

Quindi ben vengano Verdini e anche Alfano.

Quello che conta è far vincere i ricatti di Confindustria e non intaccare il profitto. Per quanto riguarda Verdini, ricordo che fu Vespasiano a dire che il denaro non puzza, non olet, quando mise la tassa sui gabinetti pubblici. Lo so, è una risposta cinica ma è così.

Ma non tutto si può risolvere con il realismo. Ci sarà un’alternativa.

Lo spero ma non è facile. Ci vorrebbe una grande campagna culturale profonda. La critica ci può salvare ma ci sono le nebbie del sistema informativo.

 C’è una disinformazione di massa.

C’è una schiavitù spontanea del sistema informativo. Un autoasservimento nei confronti di un gruppo dirigente che si ritiene vincitore. Tutti si sono gettati ai piedi di Renzi. Non era riuscito, ripeto, nemmeno a Berlusconi.

C’è poi la deriva della riforma costituzionale.

La riforma è un aborto, sia chiaro ma già ai tempi della Costituente, Togliatti riteneva il Senato un ingombro. La tradizione giacobina è basata su una sola Camera a suffragio universale e con il sistema proporzionale. Il problema è che questo è un compromesso al ribasso in cui cento notabili di paese andranno lì, al Senato, a spese dei contribuenti.

La minoranza del Pd si è consegnata mani e piedi a Renzi, dopo aver minacciato per mesi battaglia.

Ma quale battaglia, c’è stata solo una contrattazione all ’interno del partito per contare di più.

 Convenienze e tatticismi.

La vera questione però è un’altra. Tutto questo nasce dalla bubbola della governabilità attorno al principio maggioritario, introdotto dal referendum Segni. Vi è piaciuto il giocattolo? E adesso tenetevelo. Ecco se voi del Fatto volete fare una battaglia fondamentale dovete fare questa.

Il ritorno al proporzionale?

Sì, perché con questo astensionismo avremo solo governi della minoranza votante. Il già citato Verdini se lo augura, ha detto in tv che non c’è nulla di male nell’astensionismo. Lui non fa che ripetere con tracotanza ciò che i politologi sostengono. La sostanza è la stessa. Il Pd diventerà la nuova Dc sotto forma di Partito della Nazione. Quando Alcide De Gasperi fece il partito democratico cristiano poteva contare almeno su un elemento eversivo in più.

Cioè?

Il pensiero sociale della Chiesa che criticava i presupposti del capitalismo. Per Renzi invece c’è solo la gestione dell’esistente, anche grazie al trasformismo. Renzi ha già lo schema con cui tentare di vincere le prossime elezioni politiche. Tagli alle tasse e un po’ di salari sociali.

Il Fatto Quotidiano,  8 Ottobre 2015

Zagrebelsky: Massoneria affaristica, lobby e finanza. Temo la rete di potere inquinato e connivente da: ilfattoquotidiano.it

Zagrebelsky: Massoneria affaristica, lobby e finanza. Temo la rete di potere inquinato e connivente
“I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”.

L’ha detto Piercamillo Davigo in un’intervista al Corriere della Sera, ripetendo una frase che è stata un grande classico in tanti suoi interventi pubblici negli ultimi anni. Si sono indignati i politici, ma non i cittadini. E comunque la cronaca sembra dargli ragione.
In una settimana abbiamo dovuto raccontare ai lettori dell’ arresto del sindaco di Lodi Simone Uggetti (Pd) per turbativa d’ asta; dell’arresto di Antonio Bonafede, consigliere comunale del Pd a Siracusa, mentre stava per imbarcarsi su traghetto con 20 chili di droga; dell’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del consigliere regionale e presidente del Pd in Campania, Stefano Graziano; dell’incredibile vicenda del Consiglio regionale della Sardegna, dove in cella si sono incontrati il vicepresidente del Consiglio regionale Antonello Peru (Forza Italia), arrestato per una vicenda di presunti appalti truccati, e Giovanni Satta (centristi) che quando è stato fermato per traffico internazionale di stupefacenti ancora non era consigliere regionale. Lo è diventato – da detenuto – dopo che a seguito di vari ricorsi, l’ ufficio elettorale della Regione gli aveva assegnato il seggio.
La questione morale incombe, è un’emergenza ormai cronica. Abbiamo chiesto a Gustavo Zagrebelsky com’ è possibile che quelle affermazioni di Enrico Berlinguer (“I partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune”), 35 anni dopo suonino così attuali.

Dalla politica ci dicono che la responsabilità penale è personale, che bisogna essere garantisti: i corrotti sono casi isolati, cioè singole mele marce. Cosa ne pensa?
La responsabilità penale è personale, ma la corruzione non è semplice illegalità individuale. Coinvolge necessariamente più soggetti, come dice la parola: la co-rruzione implica una co-operazione. I giuristi parlano di reato plurisoggettivo. Per vivere deve necessariamente allargarsi: i corruttori sono indotti a estendere progressivamente il raggio della corruttela per ottenere coperture e per questo moltiplicano le complicità dei corrotti che, a loro volta, diventano corruttori. C’ è una forza diffusiva che la semplice illegalità di per sé non possiede. La corruzione è un sistema, non è la somma di singole illegalità. Esempio: se un contribuente fa una dichiarazione fiscale falsa, siamo di fronte a un’ illegalità, che si può colpire processando l’ evasore. Ma se il contribuente si mette d’ accordo con il suo consulente fiscale, che si mette a sua volta d’ accordo con la Guardia di Finanza e con l’ Agenzia delle Entrate, tutto questo crea un sistema diffuso di corruzione.

Come le associazioni criminali.
Infatti. A differenza dell’ illegalità, la corruzione crea ordinamenti alternativi a quelli legali. Per questo, mi pare riduttivo parlare di “questione morale”: siamo di fronte a una “questione istituzionale”.
La mafia, per esempio, è una istituzione con regole interne, autorità di governo, agenti esecutivi e perfino tribunali. C’ è una legittimità mafiosa che si contrappone alla legittimità dello Stato. Bisogna partire dal presupposto che si tratta di conflitti tra ordinamenti. È illusorio pensare che si possa sconfiggere la corruzione esclusivamente con processi che necessariamente perseguono i singoli.
Come se si volesse vincere una guerra eliminando, uno ad uno, i combattenti dell’ altra parte, mentre i caduti sono sostituiti da nuove leve e i ranghi si rigenerano. Gli ordinamenti si sconfiggono con guerre d’ altro tipo; innanzitutto stabilendo una linea di demarcazione netta, un fronte, tra chi sta di qua e chi di là, cioè combattendo la “zona grigia” di chi sta un po’ di qua e un po’ di là.
Però la selezione della classe dirigente è affidata, non da oggi, al diritto penale. Ma la verifica penale non ha questa finalità, né il giudice è un’ autorità morale.
I giudici svolgono i loro compiti con riguardo a singoli fatti e singoli autori dei fatti. Il conflitto tra ordinamenti non può accontentarsi d’ una delega ai giudici. Coloro che si richiamano non ipocritamente alla legalità devono innanzitutto selezionare una classe politica priva di commistioni con l’ altro ordinamento, mettendo confini invalicabili tra vita e malavita.
Questo non può farlo la magistratura. Soprattutto in un momento come questo in cui tutti gli indizi portano a dire che il mondo della politica è estesamente penetrato dalla corruzione: significa che tra questi due opposti ordinamenti oggi non c’ è conflitto, ma connivenza. O, addirittura, che s’ è creato un meta-ordinamento diffuso, basato sulla convivenza.

Quali sono, allora, i rimedi?
Non possono essere solo le armi giudiziarie. Che ci devono essere, ma non sono risolutive. Mi chiedo, poi, se esiste davvero la volontà di combatterla, la corruzione. Scoppia uno scandalo e qual è la reazione? Se pur non si accusa la “giustizia a orologeria”, si esprime “piena fiducia nella magistratura”; ci si trincera dietro al “fino alla condanna definitiva nessuno può considerarsi colpevole”; si ritorce l’ accusa: anche voi avete i vostri corrotti. Tutto ciò mi pare dimostri una fondamentale ambiguità ai limiti dell’ acquiescenza. La delega ai giudici è uno sfuggire alle proprie responsabilità; la ritorsione dell’ accusa significa considerare la corruzione non un problema di integrità di sistema ma un’ occasione per una gara a chi è più o meno corrotto. Così, si finisce per adagiarsi. Il vecchio discorso “tutti colpevoli, nessun colpevole” significa “siamo tutti sulla stessa barca”. Per non affondare tutti insieme, dobbiamo darci una mano ed essere tolleranti, gli uni verso gli altri. Mi chiedo se i nostri politici che usano questi argomenti si rendano conto del senso di quello che dicono.
Credo di no.
Nel 2014 su 1100 consiglieri regionali, 521 erano sotto inchiesta; per 300 era stato chiesto il giudizio per spese pazze con i fondi ai gruppi.
Spesso sono quisquilie, disgustose ma quisquilie per le quali ben venga la repressione penale. Più preoccupanti sono le reti di connivenze che fanno capo a faccendieri e lobbisti vari, massoneria affaristica, finanza laica e vaticana, giornalismo al soldo, ecc. Questa è la potentissima rete della corruzione che tocca interessi finanziari, industriali, della comunicazione, degli armamenti, nazionali e internazionali. Che cosa c’ è dietro, per esempio, al fatto che in Parlamento non si è potuto discutere dell’ acquisto degli F-35? In una parola, la corruzione alligna nelle oligarchie. Per combatterla davvero, ci vuole democrazia.

Vero, ma la riforma costituzionale non va in direzione opposta, garantendo immunità a politici regionali tutt’altro che insospettabili e promossi senatori?
Il Senato dei 100 è un pasticcio in sé e una catastrofe funzionale: altro che semplificazione. L’ immunità parlamentare nella storia della Repubblica ha subìto un rovesciamento. In origine proteggeva la libertà della funzione parlamentare. Oggi, spesso serve a proteggere il parlamentare. Cioè: mentre una volta si era protetti perché ci si dava alla politica, oggi ci si dà alla politica perché si vuole essere protetti. Insomma, in diversi casi il titolo preferenziale per essere messo in lista è stato avere grane con la giustizia. Sarà così anche per i nuovi senatori?
Il presidente emerito Napolitano ha citato voi “professori del no” in un’ intervista al Corriere : “Vedo tre diverse attitudini. Quella conservatrice: la Costituzione è intoccabile. Quella politica e strumentale: si colpisce la riforma per colpire Renzi. E quella dottrinaria ‘perfezionista’. Dubito che tutti i 56 costituzionalisti e giuristi che hanno firmato il manifesto contro siano d’ accordo su come si sarebbe dovuta fare la riforma. Ma è una posizione insostenibile: perché il No comporterebbe la paralisi definitiva”.

Vuole rispondere?
Vincenzo Cuoco – commentatore della rivoluzione napoletana del 1799 – diceva che le Costituzioni sono abiti che devono essere indossati da un corpo. Questo corpo è ciò che chiamiamo la Costituzione materiale, fatta di convinzioni politiche, tradizioni, comportamenti, rapporti e anche di corruzioni.
Le costituzioni non sono belle o brutte in sé, ma sono adatte o inadatte al corpo che deve indossarle. Se il corpo è quello della statua modellaria di Prassitele – diceva Cuoco – la Costituzione indossata farà una bella figura. Ma se il corpo è deforme, l’ abito servirà soltanto a coprire le deformità. Non si corregge il corpo con la veste. A differenza del presidente Napolitano, penso che, parlando di conservatori, perfezionisti e innovatori, si finisce per perdere di vista la vera posta in gioco: le degenerazioni della vita politica materiale, degenerazioni che non si combattono, ma si occultano soltanto mettendo loro sopra una veste nuova. Il cosiddetto “combinato disposto” della legge elettorale e della riforma costituzionale è per l’ appunto questa veste nuova, sotto la quale si nascondono tendenze, da tempo in atto, a separare la politica dalla partecipazione dei cittadini e ad accentrarla in centri di potere sospesi per aria o appesi in alto. La chiamano democrazia perché ogni cinque anni ci faranno votare? Ma votare su che?

In verità lei una proposta di riforma l’ ha formulata.
Sì. L’ ho inviata alla ministra Boschi, come si era concordato. Ma è sparita. Anche il presidente Napolitano l’ha ricevuta, ma era assai diversa da quella ch’egli sosteneva e sostiene. Così è stato un buco nell’ acqua. Solo mi dispiace che si dica che chi è contrario a questa riforma non ha saputo e non sa proporre nulla di alternativo. È vero il contrario. Per onore della verità.

 

Il Fatto Quotidiano, 5 Maggio 2016

SCIABOLATE. MARIA ELENA BOSCHI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI da: alganews

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DI LUCIO GIORDANO

Ohibò, Maria Elena ha perso la trebisonda. Sempre più nervosa , sempre più scura in volto, la Boschi ha dimenticato  il candore dei giorni migliori e ormai non passa comparsata che non sferri attacchi a testa bassa ai suoi avversari politici  e contro chi non la pensa come lei. L’aveva fatto giorni fa a 8 mezzo contro il malcapitato Ferruccio De Bortoli, il quale  aveva risposto per le rime. E ricapitato, ieri a Desenzano del Garda. La osservo da un po’. Lineamenti tirati, nessun lampo di candore, niente sorrisi. Alice non abita più qui, verrebbe da dire.

Sulla sponda lombarda del lago, la ministra ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, in difesa del suo partito prendendosela con  Fratoianni and company:  “Sappiamo che parte della sinistra non voterà le riforme costituzionali e si porranno sullo stesso piano di Casa Pound e noi con Casa Pound non votiamo”. Mentre scandiva le parole sembrava serena ma in realtà schiumava rabbia. Comprensibile tutto questo, per carità, in particolar modo dopo lo scandalo Banca Etruria in cui è coinvolto il suo papà. Ma la cosa dispiace ugualmente.

Vorremmo ricordare alla Boschi che arrabbiarsi fa male al cuore, Alza i livelli di colesterolo e la pressione. Calma, dunque, Maria Elena. E come faceva una volta,  sorrida di più, che la vita è bella . Ah, solo una cosa, per la precisione. La sinistra non vota come Casapound, ma come l’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani. Il suo partito, quello renziano, con la destra radicale invece ci governa. E governa anche con un signore condannato a due anni per evasione fiscale e con un partito in cui l’elenco degli indagati è lungo una quaresima. Non so se mi sono spiegato.

L’ultimo summit della cupola Le intercettazioni integrali del Ros da: livesiciliacatania

di

 

La riunione della cupola catanese prima degli arresti. IL VIDEO INTEGRALE

 https://www.youtube.com/watch?v=txPJDsGoXaU

CATANIA – E’ l’ultimo summit della nuova cupola di Cosa nostra catanese prima degli arresti. E’ il 15 aprile 2016, pochi giorni dopo la scure del Ros colpirà 28 indagati. Nella cucina della Masseria dei fratelli Antonio e Paolo Galioto ci sono le cimici del Raggruppamento Operativo Speciale e fuori ci sono le telecamere. I boss mangiano la pizza, parlano di religione e di malasanità: ma tra un boccone e l’altro si discute anche di affari da “100 mila euro”. L’uomo d’onore di Paternò Francesco Amantea è chiaro: “Gli devi dire all’imprenditore che prima mette mano ai suoi progetti… pigli centomila euro e ci bagniamo…ci bagniamo la bocca”.

Uno degli ultimi tasselli dell’inchiesta Kronos, a cui il mensile S in edicola ha dedicato uno speciale, sono le oltre sessanta pagine di trascrizioni delle conversazioni captate durante l’appuntamento richiesto da Salvatore Seminara (U Zu Turiddu) per chiarire alcune “vicende”. All’incontro c’è il capo dei Nardo, Pippo Floridia e Franco Amantea, secondo solo al nuovo capomafia Francesco Santapaola. Il video integrale del Ros (GUARDA) mostra l’arrivo del boss di Cosa nostra ennese (indicato dagli inquirenti come il nuovo reggente della famiglia di Caltagiorne). Si parla della spartizione delle estorsioni. Dell’agguato (fallito) avvenuto pochi giorni prima nei confronti di Giovanni Pappalardo e Salvatore Di Benedetto, due tra gli uomini di fiducia dello Zu Turiddu.

Prima dell’entrata in scena del boss Seminara le orecchie telematiche del Ros captano quella che il Gup Rosa Alba Recupido nell’ordinanza di custodia cautelare definisce “la preoccupazione di trovare una versione concordata” circa l’appuntamento correlato all’attentato dei due boss. Perché Spampinato e Di Benedetto stavano andando a un incontro mentre stavano quasi per essere ammazzati. E’ sempre Amantea che spiega: “quello era venuto all’appuntamento solo che è stato seguito dalla speciale…se n’è scappato e ha buttato pure il telefono, ha buttato tutte cose..”. La cosa importante è comunque, come dice Antonio Galioto rivolgendosi a Pippo Floridia: “Dobbiamo intanto…dobbiamo negare… l’evidenza stessa tra noi stessi…la dobbiamo negare, Pippo, oggi…”. Alla fine il boss dei Nardo incarica l’uomo d’onore di Paternò di parlare con Seminara e di risolvere, in un modo o nell’altro la questione: “Franco…per questa discussione parlagli tu..hai capito?”

A mezzogiorno arriva Seminara. La discussione prima di entrare nel cuore delle questioni “incombenti” è una sorta di salto nel passato. Si commentano i vari periodi di detenzione: si parla di nomi importanti della famiglia di Cosa nostra catanese. Come Angelo Santapaola (cugino di Nitto ammazzato nel 2007) e Santo La Causa (ex reggente e oggi superpentito). Poi Seminara va dritto al problema. All’accusa di appropriazione indebita. “Dovevano venire con questo signore che avrebbe portato a me questi soldi, quindi, un’accusa di questa, a parte tutto il resto, come si fa a portarla?!”. Zu Turiddu, settant’anni, si lamenta dell’ultimo incontro dove alcuni sarebbero arrivati accompagnati da una scorta armata: “Noialtri per incontrarci che abbiamo bisogno dell’esercito appresso?”. I toni sono altalenanti, soprattutto tra Pippo Floridia e Turi Seminara. E’ sulla spartizione dei proventi che inizia la registrazione video di sei minuti del Ros (GUARDA), le parole del boss calatino sono precise. I soldi vanno alla cassa di Palermo. Alla cupola. “Intanto metti la zona di Palermo che deve portare i soldi a noialtri? Ti deve portare i soldi a te? Ma io penso di no!” “Oppure c’è una nuova legge che Palermo li porta a Catania?”

Seminara chiede di poter incontrare chi lo ha accusato di aver preso i soldi. “E glielo spiego io, io non ho preso nè una lira, nè conosco questo fitusu che gli ha detto che ha portato questi soldi a me, non ho avuto mai rapporti, quindi lo prendono, mi deve fare la cortesia che io non mi posso muovere, e me lo portano in presenza mia e me lo fanno dire nella faccia a me che questo mi ha portato questi soldi!”. La situazione sembra chiarirsi da questo punto di vista, ma Seminara torna sull’attentato ai due uomini di fiducia di Palagonia. Pippo Floridia fa spallucce e dice di non “poter dire nulla” sul fatto. A quel punto lo Zu Turiddo solleva interrogativi: “Solo che noialtri gli mettiamo scompiglio a Palagonia oooo ci mettiamo pace? Perchè in un momento non è che chi si alza prima la mattina, o parte uno di fuori e da ordini ad un altro di là! Io penso che non è bello…”.

Ma discutendo di Giovanni Pallardo e di U Sciarrotu (Salvatore Di Benedetto, ndr) la discussione va a finire su una vicenda di una estorsione (Pippo Floridia si fa scappare “estor” e poi si ferma) in alcuni magazzini per i trasporti. A un certo punto i due sarebbero andati dall’imprenditore a proporre di alzare l’ammontare delle fatture per poter pagare loro. Pippo non ci ha visto più, perché in quell’azienda” c’è un paesano mio e quello che fa lavorare”. Per Floridia non ci si può fidare. “Perchè ora sto capendo che quelli si sono venduti. Questi qua arrivati a questo punto è dal primo giorno che camminano sempre con la menzogna e continuano sempre a dire menzogne!”. Anche l’agguato per il boss dei Nardo sarebbe un’invenzione.

Il summit, l’ultimo appunto, finisce con l’attestazione di Seminara che “erano tutti una famiglia” e che i “confini”, pure esistenti – scrive il Gip – non erano determinanti. I boss riconfermano – si legge ancora nell’ordinanza – la stima reciproca e sollevano ancora dubbi sull’affidabilità di Di Benedetto e Pappalardo. Seminara, però, dopo questo incontro avrebbe incontrato i due picciotti. E lo scopo sarebbe stato quello di mettere tutti contro tutti. E in una guerra U Zu Turiddu poteva, forse, far scappare i Nardo e diventare il “re” incontrastato del calatino.

Noi non dimentichiamo Peppino Impastato ammazzato dalla mafia