ANPI news n.197

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

MERCOLEDI’ 20 APRILE, A MILANO, CELEBRAZIONE INAUGURALE DELLA SEZIONE ANPI “TEATRO ALLA SCALA”. INTERVERRANNO IL SINDACO DI MILANO, GIULIANO PISAPIA, IL DIRETTORE MUSICALE DEL TEATRO ALLA SCALA, RICCARDO CHAILLY, E IL PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ANPI, CARLO SMURAGLIA

 

 

  

 

 

PRESA DI POSIZIONE DEL COMITATO NAZIONALE ANPI – RIUNITOSI IERI 13 APRILE – SULLA VICENDA “RONDOLINO”

 

 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Ultimo giro per la riforma del SenatoAnpinews n 197

Far fiorire la democrazia: firma anche tu per il referendum contro l’Italicum da: micromega

Far fiorire la democrazia: firma anche tu per il referendum contro l’Italicum

Il 9/10 aprile c’è stata una grande ‘fioritura’ in tutt’Italia. Sono sbocciati 100 fiori ma non sono rose o fiori di pesco. Certo ci sono anche quelli, come ogni anno a primavera. Ma quella che c’interessa è la primavera politica che sta sbocciando. Migliaia di cittadini si sono messi in movimento e si sono ritrovate insieme tante persone che neanche si conoscevano prima. Si sono ritrovate dinanzi alle centinaia di banchetti che sono sbocciati in tutt’Italia per la raccolta delle firme sulle proposte di referendum, a cominciare dai due referendum abrogativi dell’italicum che puntano a restituire la sovranità al cittadino elettore.

Dove firmare. Il sito della campagna

Il 9/10 aprile è iniziato un viaggio, migliaia di cittadini si sono messe in marcia, da Bolzano a Siracusa, dalle grandi città ai villaggi di montagna, ai borghi marinari. Un esercito di formiche si è messoin moto, portando ciascuno il suo chicco di grano per andare a comporre il pane della democrazia e dare un nuovo alimento alla nostra vita come comunità politica costituita in Stato, che si riconosce in un destino comune. Quel destino che i padri costituenti vollero garantire alle generazioni future, ancorandolo ad una serie di beni pubblici repubblicani: l’eguaglianza, la pace, l’istruzione, la salubrità dell’ambiente, la dignità del lavoro; valori che da molti anni languono nei palazzi della politica, quando non sono apertamente ripudiati.

Tutti si rendono conto che la democrazia non gode di buona salute nel nostro paese. Il punto di caduta è la crisi delle istituzioni rappresentative testimoniata, a tacer d’altro, dalla totale perdita di fiducia degli italiani nei partiti politici (3%) e nel Parlamento (8%). Un Parlamento addomesticato e mutilato nella rappresentatività e nella legittimazione sostanziale non ha più fornito, se non in misura marginale, canali di comunicazione efficaci con la società italiana e non costituisce più lo strumento attraverso il quale si esprime – in via principale – la sovranità popolare.

In questa situazione il referendum abrogativo, con tutti i suoi innegabili limiti, rimane ex post l’unico strumento di correzione per ripristinare una partecipazione democratica effettiva. Però la vicenda del referendum sull’acqua pubblica, i cui risultati sono stati erosi e smantellati da Governo e Parlamento, rendendo vana la pronuncia del popolo sovrano, dimostrano che anche l’istituto del referendum non può svolgere quella funzione correttiva delle scelte delle istituzioni rappresentative ed integrativa della volontà popolare, che gli è stata attribuita dalla Costituzione, se non si riaprono i canali della rappresentanza e dell’agibilità politica delle istituzioni.

Per questo i due referendum abrogativi dell’italicum e, sullo sfondo, il referendum per bloccare la riforma costituzionale, sono il paradigma senza il quale tutta la mobilitazione sociale che parte in questi giorni sui temi della dignità del lavoro, della tutela dell’ambiente, del ripristino dei valori repubblicani della scuola pubblica, rischia di arenarsi anche se tutti i referendum proposti andassero a segno. Perché il problema è la democrazia. La qualità della democrazia dipende dalla centralità del Parlamento nel sistema istituzionale e dalla sua capacità di essere, attraverso la rappresentanza, di nuovo canale di collegamento con la società e luogo di raccordo e di sintesi del pluralismo sociale.

L’Italicum disegna un sistema politico oligarchico, in cui – per legge e non per volontà popolare – un solo partito controlla il Parlamento (ridotto ad una unica Camera politica) ed il Governo, senza bisogno di ottenere il consenso della maggioranza degli elettori. L’Italicum trasforma le elezioni in una procedura competitiva per l’investitura di un capo politico, risolve la democrazia nel diritto dei cittadini di scegliere da chi vogliono essere comandati. Il giorno stesso del voto sapremo a quali individui è stato conferito il potere di prendere le decisioni politiche senza contrappesi, ed è irrilevante che siano prescelti da una minoranza di elettori.

È giunto il momento di dire no, di rifiutare quest’ulteriore passo che sancirebbe in maniera irreparabile la trasformazione della Repubblica in Principato e la definitiva sconfitta di quel progetto di democrazia che i padri costituenti avevano promesso al popolo italiano quando scrivevano che la sovranità spetta al popolo e che tutti i cittadini  hanno diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.

La sovranità appartiene al popolo recita il principio primo della Costituzione italiana. È giunto l’ora di restituire al popolo italiano quella sovranità da lungo tempo sottratta.

Per questo oggi si mette in moto un esercito di uomini e donne che volontariamente si sono riuniti decisi a riscattare la dignità delle istituzioni repubblicane.

Due quesiti per liberarci dell’Italicum 

Primo quesito: abolizione dei capilista bloccati e delle multicandidature

La Corte costituzionale, giudicando sulla legittimità costituzionale del porcellum,  con la sentenza n. 1/2014 ha dichiarato incostituzionale il sistema elettorale delle liste bloccate, osservando che “ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. (..) Le condizioni stabilite dalle norme censurate sono, viceversa, tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost.”

L’italicum, contraddicendo le indicazioni della Corte costituzionale, ha reintrodotto in un’altra forma, il sistema delle liste bloccate. Creando collegi di piccole dimensioni (in media 5/7 seggi) e rendendo bloccati i capilista, i partiti si sono assicurati la possibilità di nominare direttamente almeno due terzi dei parlamentari.

Con questo quesito si vuole espungere dalla legge elettorale il privilegio riservato ai capi dei partiti di “nominare” la maggior parte dei parlamentari e restituire ai cittadini elettori il diritto di scegliere, nell’ambito delle liste che partecipano alla competizione elettorale la persona da cui farsi rappresentare. Il referendum ristabilisce  il diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, ripristinando la libertà del voto, come prescrive l’art. 48 della Costituzione.

Secondo quesito: abolizione del premio di  maggioranza e del ballottaggio

La Corte costituzionale, giudicando sulla legittimità costituzionale del porcellum, con la sentenza n. 1/2014 ha abolito il premio di maggioranza, concesso, senza soglia alcuna, alla minoranza politica più forte, in quanto comporta “una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare”, calpestando la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto “che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo l’art. 1, secondo comma, Cost.” Ha osservato la Corte che tale meccanismo determina “un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.)”.

Anche sotto questo aspetto l’italicum contraddice le indicazioni della Corte Costituzionale perché, pur fissando una soglia minima (40%) per l’attribuzione del premio di maggioranza (che comporta comunque l’assegnazione di un premio rilevantissimo),  ha reso tale soglia rimovibile attraverso il meccanismo del ballottaggio. I voti ricevuti dalla lista che viene premiata attraverso il ballottaggio si possono collocare anche molto al di sotto del 40%. Per di più vietando le coalizioni ed attribuendo il premio esclusivamente alla lista, l’italicum rende più incisiva la distorsione fra la volontà espressa dagli elettori e la composizione dell’Assemblea parlamentare.

Con questo quesito si vuole ristabilire l’inviolabilità del principio della sovranità popolare, ripristinando l’eguaglianza degli elettori nell’esercizio del diritto di voto, come prescrive l’art. 48 della Costituzione.

Il sito del Comitato promotore è www.referendumitalicum.it

MicroMega online, 10 aprile 2016

Casaleggio: o della democrazia narcisista da: il manifesto

di PAOLO ERCOLANI

 

Le idee più geniali e grandiose, soprattutto in ambito politico, sono condannate a un destino già segnato: l’umana incapacità ad applicarle, con conseguente velleitarismo e irrilevanza che conducono la stessa idea a una più o meno pacifica morte per estinzione.

Oppure un successo iniziale, spesso dovuto alla contingenza (per esempio il fallimento clamoroso delle idee alternative, magari fino a quel momento dominanti), che spinge i portatori della nuova idea a convincersi della sua assoluta «verità», fino ad auto-nominarsi sacerdoti del dogma, apostoli di una nuova religione in nome della quale vengono bollati come infedeli e nemici del verbo tutti coloro che a quella religione non aderiscono (o peggio ancora la criticano).

Utopie

Si tratta di due esiti spesso non in contrasto, nel senso che possono accadere entrambi in forme e con tempistiche differenti.

Questo fatto rende non del tutto separabili (ma quindi solo distinguibili) l’idea grandiosa ma velleitaria e quella rivoluzionaria.

Un esempio della prima, storicamente, è dato dalle utopie cinque-seicentesche di Thomas More e Tommaso Campanella (che a loro volta possono essere fatte risalire a Platone): si tentava di prefigurare una felice comunità di uguali, dove ogni forma di conflitto era debellata, le regole valevano rigorosamente per tutti allo stesso modo e gli individui si trovavano in un contesto di perfetta uguaglianza sociale ed esistenziale.

Un esempio di idea rivoluzionaria, capace quindi di incidere sulla realtà storico-sociale ma con esiti comunque auto-distruttivi è data dalla rivoluzione francese e dai grandi moti sociali che da essa hanno preso il là (moti ottocenteschi, socialismo, comunismo).

Con la fine del Novecento ci è stato scorrettamente (e furbescamente) raccontato che era finita l’epoca delle idee grandiose, delle grandi narrazioni o utopie in grado di prefigurare un mondo completamente diverso da quello in cui stiamo vivendo.

La cosiddetta «fine delle ideologie», in realtà, ha rappresentato al tempo stesso il capolavoro e l’affermazione completa dell’ideologia unica del sistema tecno-finanziario: per cui a dominare e a imporre i propri dogmi indiscutibili è la teologia economica (in alleanza stretta con le nuove tecnologie mediatiche) il cui dato sostanziale prevede la subordinazione e strumentalizzazione dell’essere umano in vista di scopi che sono esclusivamente quelli del progresso e del profitto infiniti.

Che le ideologie, le grandi narrazioni e utopie, insomma le idee grandiose di un mondo diverso, non fossero per nulla finite (e probabilmente non avranno mai fine se non con l’estinzione dell’uomo), ce lo ha dimostrato fra gli altri Gianroberto Casaleggio.

Certo, mutatis mutandis, in contesti profondamente cambiati, con una caratura e uno spessore ovviamente diversi, ma il fondatore del Movimento 5 stelle ha rappresentato una sorta di incrocio contemporaneo fra Tommaso Moro e Jean-Jacques Rousseau.

Lo stesso Movimento nato dalla sua inventiva e iniziativa, contiene tanto dell’ideale grandioso ma irrealizzabile espresso dalle utopie egualitarie del Cinque-seicento (la comunità dei pari priva di conflitti), quanto della foga rivoluzionaria e messianica di cui si è vestita la rivoluzione francese (la democrazia di uguali in cui si pretende di abolire la distinzione di classe).

La Rete

Se lo strumento di Tommaso Moro era la penna (e quella carta stampata nata pochi decenni prima), se lo strumento della rivoluzione francese era la lotta ideologico-politica, il grande attrezzo con cui Casaleggio voleva scardinare il mondo vecchio e parassitario di una casta politica corrotta, incompetente e auto-referenziale avrebbe dovuto essere, nelle sue intenzioni, la rete di Internet.

Se si potesse stilare una graduatoria, dovremmo senz’altro annoverare quella di Casaleggio fra le utopie perfette. Nel senso che non gli manca alcun ingrediente atto a costituire un’idea grandiosa condannata al velleitarismo e/o alla tragedia.

Ci sono le caratteristiche classiche: il perfettismo (siamo in grado di creare il mondo perfetto, completamente emendato rispetto al disastro in cui ci troviamo); la demagogia (il potere sarà solo e soltanto dei cittadini, senza alcuna gerarchia); il fanatismo (ogni critica o dissenso è degna di essere ricoperta di insulti e maledizioni in quanto proveniente da un nemico oggettivo della causa comune).

Alle caratteristiche classiche si aggiunge lo strumento assolutamente nuovo: la Rete.

Sì, perché al contrario di quello che si dice, Casaleggio non aveva portato la politica in Rete, ma la Rete (con tutto il suo carico di in distinzione, quindi anche di incompetenza, ignoranza, superficialità, volgarità, rozzezza) in politica.

Grazie a questo strumento straordinario e pervasivo ci si è illusi di poter realizzare un obiettivo sempre ricercato a partire dalla modernità ma mai raggiunto: la democrazia diretta. Grazie ai potenti (e immediati, e diretti, e pervasivi) mezzi della Rete saranno direttamente i cittadini a prendere le decisioni, mentre i parlamentari da loro eletti si limiteranno a svolgere la funzione di «portavoce» della volontà popolare.

E qui arriviamo all’altro elemento nuovo dell’utopia di Casaleggio, perfettamente in linea coi tempi che viviamo: il narcisismo.

È la politica, manco a dirlo: utopistica, fondata sull’assunto «il protagonista sei tu!». Le decisioni sono le tue, il tuo parere conta, il tuo click è fondamentale.

La democrazia del narcisismo

Quel narcisismo così ben esplicitato dai social network (attraverso la possibilità di potersi esprimere su ogni campo dello scibile umano e godere di una platea) lo si è voluto tradurre nel campo ben più importante dell’agire politico (quello che dovrebbe essere volto al bene della comunità): chiunque, purché supportato dai pochi click o gradimenti raccolti solo e soltanto attraverso il blog di Grillo può diventare consigliere, assessore, ministro e persino capo del governo.

È la logica grezza e perversa propria dell’indistinzione della Rete. Quella per cui, nella vita reale, ci preoccupiamo che il medico che deve curarci sia bravo, il meccanico a cui affidiamo la nostra automobile competente, l’insegnante di nostro figlio preparato. Mentre chi deve andare a governare il nostro comune o il nostro paese può e deve essere chiunque, in base soltanto a quella logica stolta e demagogica propria dei visionari messianici e invasati.

L’unica dote richiesta a tutti, il vero sigillo del militante del Movimento 5 stelle è l’«onestà».

Gli onesti incompetenti

Un concetto in grado di solleticare gli animi, di scaldare il cuore, perfino di commuovere e rappresentare un collante empatico fra i sacerdoti della comune «Verità».

Sennonché essa non va bene nella vita, figuriamoci in politica. Qualunque persona minimamente dotata di senno sa bene che a fare l’onestà (o la disonestà) di una persona sono le circostanze, il momento, le possibilità. Da un amministratore della cosa pubblica bisogna aspettarsi piuttosto competenza, preparazione e impegno. E punirne l’eventuale disonestà, certo. Ma misurarne il valore in base all’onestà sarebbe come voler decidere chi mandare alle olimpiadi di atletica in base a quante docce si fa alla settimana.

Con questo giungiamo alla conclusione, a quello che non si vuole (e forse non si può) dire della vicenda Casaleggio.

Nulla, sia chiaro, sulla sua persona. Specie ora che non c’è più. Non spetta a noi perdere il sonno per la sua dipartita, ma neppure accanirsi su quello che è anche un caso umano, ove ci sono affetti e famigliari che stanno patendo un dolore degno del massimo rispetto.

Ma molto si può concludere sulla sua figura pubblica. Ben lungi dall’essere un genio (per quanto gli vanno riconosciute notevoli capacità che sono e sono state sotto gli occhi di tutti) egli, con il suo movimento, ha rappresentato piuttosto il risultato sterile di un’epoca infausta e miserevole.

Ossia quell’epoca in cui come unica e credibile alternativa a un sistema politico mediamente corrotto, succube della finanza e incompetente, si innalza grandiosa, invasata e fanatica l’utopia perfetta. La democrazia narcisistica fondata sul nulla chiassoso dei social network.

Quindi perfettamente sterile (bene che vada) o al più foriera di conflitti e disastri che abbiamo già visto. E di cui siamo responsabili.

Fortezza Europa: Sabato 16 aprile manifestazione euromediterranea a Catania da: www.resistenze.org

 
NoMuos | nomuos.info

04/04/2016

Contro la Fortezza Europa per la smilitarizzazione della Sicilia!
No a Frontex, No alla Guerra, No al razzismo!
Sabato 16 aprile manifestazione euromediterranea a Catania

Le attività dell’agenzia Frontex sono sempre più visibili non solo in mare ma nel territorio siciliano. La scelta di aprire 5 hotspot ( a Catania se ne prepara uno “mobile”) nella nostra isola ed ancor di più le decisioni assunte a Malta a novembre 2015 perseguono l’orrore di dividere i migranti “economici” dai richiedenti asilo politico. Contrattando con i peggiori regimi liberticidi e corrotti in Africa e Medioriente i governi europei vorrebbero rimpatriare intanto 400.000 “irregolari”. Mentre l’UE impone al governo italiano l’ uso della forza per prendere le impronte digitali ai/lle migranti, applicando ottusamente l’odioso regolamento di Dublino.

La Sicilia è stata nel corso degli anni sempre più militarizzata: Sigonella, il Muos, i droni, i depositi di armi, i radar di Lampedusa l’hanno trasformata in un arsenale di guerra a cielo aperto. Allo stesso modo l’apertura dei CIE e del Cara di Mineo l’hanno resa il più grande lager d’Europa, dove donne e uomini migranti, attendono in media 18 mesi l’esame della commissione, subiscono violenze fisiche e psicologiche e in più aumentano le migranti indotte alla prostituzione.

Ci opporremo con tutti i mezzi ad un’ulteriore militarizzazione delle nostre coste e dei nostri mari, non possiamo restare a guardare mentre migliaia di donne, bambini e uomini muoiono nel Mediterraneo come se già non bastassero le uccisioni, le violenze subite dagli uomini e gli abusi sessuali perpetrati nei confronti delle donne in Libia.  La Fortezza Europa, soprattutto nel 2015, ha gettato la maschera: le polizie dei paesi europei dell’est hanno sparso centinaia di km di filo spinato lungo le frontiere ( picchiando chi le violava), quelli dell’Ovest hanno sospeso Schengen ed imposto l’esproprio dei miseri beni dei profughi per “ripagarsi l’eventuale asilo politico.. Lo spettro di una nuova apartheid prende corpo ed addirittura le destre xenofobe fanno le loro fortune elettorali, alimentando l’allarme “invasione” di probabili terroristi dell’Isis. A questa tragica realtà i governi europei sono capaci di rispondere blindando  i  confini  per impedire le partenze: versare 3 miliardi di euro al macellaio turco Erdogan per “accogliere” in nuovi lager i profughi siriani e kurdi è un ennesimo crimine contro l’umanità, ancor di più aggravato dal recente accordo Ue-Turchia. Ma l’UE e gli Usa sanno fare di peggio: preparano  un nuovo intervento armato in Libia ed  ancora considerano “terrorista” il PKK, alla guida della resistenza kurda , che finora ha sconfitto i terroristi dell’Isis.

Per salvare le vite umane occorrono: corridoi umanitari con il nord Africa ed il Medioriente (nei paesi limitrofi alle zone di guerra), un cambiamento radicale delle politiche sull’immigrazione e l’istituzione di un diritto d’asilo europeo.

L’apertura di una sede della famigerata agenzia Frontex a Catania rappresenta un insulto e una grande vergogna per tutta la popolazione siciliana. Catania è una città aperta all’accoglienza, antirazzista, da sempre ponte tra i popoli. L’agenzia Frontex e l’operazione Triton sono programmi militari dell’Unione Europea volti alla chiusura delle frontiere e al respingimento dei migranti, non hanno nulla a che vedere con l’accoglienza e il salvataggio delle vite di chi per fame, guerra e disperazione è costretto, a causa delle legislazioni liberticide europee, ad attraversare il mediterraneo su barconi insicuri e schiavo di trafficanti di esseri umani. Appaiono terrificanti i festeggiamenti di gran parte del mondo politico di fronte a questa vergognosa presenza e si manifesta per l’ennesima volta l’enorme ipocrisia di chi finge di piangere per le morti in mare e per le stragi di migranti e poi si rende complice di politiche, quali quelle di Frontex, che non fanno altro che alimentare  naufragi ed incoraggiare traffici di esseri umani. Frontex e Triton sono azioni di guerra ai migranti inaccettabili e razziste. L’utilizzo di uno spazio pubblico, come il Monastero di Santa Chiara, per ospitare la sede dell’agenzia militare Frontex ( soprattutto nella nuova versione di “polizia di frontiera europea”) è un insulto all’intera città che vede sempre più ridursi gli spazi sociali destinati a scuole, a servizi sociali, all’aggregazione. E’ vergognoso che  il Sindaco Bianco si permetta di regalare uno degli immobili più importanti della città per il coordinamento di operazioni militari per il respingimento di migranti, inventandosi che si tratti di “accoglienza”.

Catania e la Sicilia non meritano questo affronto, prepariamoci a respingere Frontex!

Frontex non ha diritto ad occupare alcun edificio, né qui né altrove. Chiamiamo alla costruzione di un mobilitazione unitaria euro mediterranea per il primo anniversario del naufragio del 18 aprile (la più grande tragedia nel Mediterraneo dal secondo dopoguerra)

Sabato 16 aprile

Ore 9,30/13  Workshop  c/o Palestra Lupo (piazza P.Lupo 25)
Ore 15 Manifestazione, partenza dal Porto
Ore 18 Assemblea c/o GAPA via Cordai 47

Domenica 17 ore 10 Incontro Interetnico di fronte al Cara di Mineo
Ore 18 assemblea cittadina sul naufragio del 18 aprile e sui desaparecidos delle frontiere c/o Palestra Lupo

Per il diritto d’asilo europeo ai rifugiati ed alla libera circolazione per tutti i migranti
No al regolamento di Dublino!  No a Frontex !
Apriamo le frontiere! Chiudiamo tutte le galere etniche (Cie, Cara, Hotspot)!
Nel Mediterraneo mai più naufragi:l’Europa fortezza è causa delle stragi!

Promotori: Rete Antirazzista Catanese, Coordinamento dei Comitati NoMuos, La Città Felice, Cobas Scuola(Ct), Catania Bene Comune, CarovaneMigranti Italia-México-Mediterraneo, Campagna LasciateCIEntrare, Garibaldi 101 (Na), Confederazione Cobas, Associazione Diritti e Frontiere-ADIF

Il 16 aprile a Catania contro Frontex, Guerra e Razzismo

PC (Sicilia)  | partitocomunistasicilia.it

09/04/2016

Il Comitato Regionale della Sicilia del Partito Comunista, membro della Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa, aderisce e partecipa alla manifestazione del 16 aprile a Catania “No Frontex, No Guerra, No Razzismo” convocata da diverse realtà antirazziste e no-war che si svolgerà a quasi un anno dal più grande naufragio del secondo dopo guerra nelle acque del Mediterraneo avvenuto il 18 aprile 2015, costato la vita a centinaia di uomini e donne di ogni età che in cerca di un futuro migliore hanno trovato la morte così come altre migliaia di esseri umani che strappati dalle loro terre a causa delle guerre e del saccheggio imperialista sono costrette a queste terribili attraversate per via terra o mare.

La Sicilia è tra le principali regioni che in questi anni ha ricevuto grandi ondate di profughi e immigrati, con il Mediterraneo trasformato drammaticamente in una gigantesca fossa comune mentre la nostra terra è divenuta luogo di intrappolamento, sfruttamento e affarismo (CARA, CIE, Hot-Spot) e di basi militari USA/NATO (Sigonella, Niscemi, Trapani/Birgi, Augusta ecc.). Milioni di esseri umani sono in questi momenti ammassati alle frontiere dell’UE in condizioni disumane così come nei campi profughi in Libano, Giordania, Libia ecc…; di fronte a tale immane tragedia che si sviluppa nei nostri mari e terre è necessario identificare le reali cause e radici di questi crimini che si trovano nel sistema capitalista stesso che genera povertà, saccheggio, sfruttamento e oppressione della classe operaia e dei popoli e l’acutizzazione delle contraddizioni inter-imperialiste, con le potenze imperialiste che si spartiscono il Mondo anche con la guerra come vediamo nel Mediterraneo Orientale, Medio Oriente, Nord Africa, in Ucraina e in quelle che si preparano in Estremo Oriente, in America Latina, Africa ecc.

La guerra è un elemento intrinseco al capitalismo imperialista, al suo processo di accumulazione e riproduzione ampliata, insieme all’elevazione del grado di sfruttamento della classe lavoratrice in particolare nelle crisi sistemiche acute come l’attuale. Essa si realizza per la spartizione delle zone d’influenza, delle quote di mercato da parte dei monopoli capitalistici attraverso i loro Stati, governi e eserciti per la conquista di posizioni nella competizione globale per l’accaparramento delle risorse energetiche, materie prime, rotte di trasporto delle merci, per l’esportazione di capitali, lo sfruttamento di manodopera a basso costo ecc. La reale natura di classe di queste guerre viene nascosta dietro mille pretesti e false motivazioni, di religione, di civiltà, di etnia, e paradossalmente per “motivi umanitari”, “lotta al terrorismo”, “controllo dei flussi migratori”, ecc. con il quale gli imperialismi USA-UE-NATO e i loro alleati regionali sfruttano cinicamente anche il prodotto dei loro crimini (dalla loro creatura ISIS ai profughi delle loro guerre) per intensificare le loro operazioni militari nella regione del Medio Oriente e Nord Africa e militarizzare i confini e il Mediterraneo attraverso l’agenzia Frontex dell’UE e le navi NATO. Operazioni che non hanno nulla di “umanitario” ma si inquadrano nella competizione inter-imperialista con altre potenze per la riconfigurazione dell’area in base agli interessi dei rispettivi monopoli e borghesie, in cui non c’è spazio alcuno per gli interessi dei popoli.

Siamo ogni giorno testimoni di interventi assassini contro civili, bombardamenti di città e villaggi, dei crimini degli imperialismi UE-NATO-USA e di altre potenze in Siria, Libia, Iraq, Mali, Yemen e in altri paesi del Medio Oriente e Africa che hanno un profondo impatto di distruzione e miseria sui popoli di questi paesi. Questi sono i motivi per cui migliaia di persone sono condotte ad un forzato sradicamento in cerca di un rifugio e una vita migliore in condizioni decenti, umane. Guerre che dilaniano i popoli per gli interessi dei monopoli capitalistici causando l’emigrazione forzata con le sue drammatiche conseguenze disumane e di morte che sono responsabilità propria delle politiche europee che mirano a profughi e immigrati come “esercito di riserva” da sfruttare per abbassare il “costo del lavoro” e i diritti, e come merce di contrattazione tra Stati per la suddivisione delle quote in base agli interessi delle proprie borghesie.

La cosiddetta “politica migratoria dell’UE” è una nuova spietata guerra contro i popoli, i profughi e immigrati. Essa soddisfa infatti esclusivamente le necessità dei monopoli di ripartire e selezionare forza lavoro a buon mercato, per garantire e aumentare i loro profitti. Gli Hot-spot sono funzionali a questo. Il recente accordo di “deportazione” firmato dall’UE con la Turchia conferma la natura stessa dell’UE quale strumento del capitale monopolista e nemico dei popoli, che promuove la libera circolazione dei capitali e mai la libera circolazione delle persone, un’alleanza di Stati al servizio del capitale monopolistico e dei suoi interessi, una prigione dei popoli assolutamente incapace di offrire ai popoli che la formano e a quelli vicini un orizzonte di pace e diritti.

Le ondate di immigrati e rifugiati, sofferenti la fame, la miseria e le persecuzioni, continueranno e sono destinate a crescere finché permangono e si acuiscono le cause materiali che le determinano. Occorre lottare contro la repressione e la discriminazione nei confronti di profughi e immigrati, per l’abolizione del regolamento Dublino II, di Schengen, Frontex e gli Hot-Spot, per un’accoglienza e assistenza dignitosa e la libertà di circolazione e trasferimento sicuro nei paesi di destinazione, per l’estensione e la parità di diritti sociali e lavorativi, ma soprattutto è necessario che i popoli rafforzino la loro battaglia comune in ogni paese contro il sistema capitalista che genera e alimenta il problema dell’immigrazione e della guerra. Per far questo è necessario combattere per il rovesciamento delle nostre borghesie e lo svincolamento da ogni alleanza interstatale imperialista (come UE e NATO), contro le ingerenze imperialiste di qualunque tipo negli affari interni dei popoli, le aggressioni militari, per la chiusura immediata delle basi USA/NATO nei nostri territori e il non coinvolgimento del nostro paese in questi piani, in legame con i popoli aggrediti e forze politiche che in modo autonomo dalle manomissioni borghesi interne e esterne, lottano sotto le proprie bandiere per l’autodeterminazione e emancipazione nella prospettiva socialista, per i propri diritti sovrani e democratici, contro il fondamentalismo religioso e le ingerenze/aggressioni imperialiste.

La soluzione nel nostro paese sta nell’unità di classe e la lotta comune dei lavoratori italiani e immigrati, senza distinzione di razza, colore, lingua e religione, contro l’avversario comune: il capitale, l’UE, la NATO, e il loro personale politico per un sistema senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Solo una lotta di massa centrata in questa direzione e contro i tentativi della classe borghese e dei suoi governi di utilizzare la questione immigrazione come mezzo per abolire i diritti dei lavoratori e per intensificare lo sfruttamento della classe operaia nel suo insieme, potrà cancellare anche le condizioni dell’ascesa di qualsiasi tipo di credenze razziste, xenofobe, nazionaliste, scioviniste e fasciste che avvelano i pensieri e azioni delle masse.

Il Partito Comunista denuncia e lotta contro l’aggressività imperialista, gli interventi e le guerre di USA, NATO e UE, le responsabilità dell’imperialismo italiano e di tutti i governi borghesi che a vario livello partecipano in esse e alla spartizione del bottino condividendo le responsabilità in tutti questi anni con i loro eserciti, prestando ogni tipo di assistenza e ripetendo i pretesti utilizzati per giustificare lo scatenamento di questi interventi imperialisti in prosecuzione con la guerra che hanno scatenato contro i diritti e bisogni dei lavoratori e dei settori popolari nei nostri paesi. Nell’interesse dei lavoratori, dobbiamo unire in modo indipendente le forze del proletariato a livello internazionale per organizzare e condurre la guerra della nostra classe contro il sistema capitalista da cui scaturiscono le crisi, guerre imperialiste, i rifugiati, l’emigrazione forzata e la povertà, in modo che i popoli siano protagonisti ovunque del proprio destino, in pace e prosperità, liberi dalla catastrofe del mondo capitalista.

ABBATTERE IL SISTEMA IMPERIALISTA
FUORI L’ITALIA DALL’UE E DALLA NATO
CON IL POTERE OPERAIO-POPOLARE E IL SOCIALISMO
PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

FGC: Il 17 aprile vota SI da: www.resistenze.org

Fronte della Gioventù Comunista (FGC) | gioventucomunista.it

30/03/2016

Il Fronte della Gioventù Comunista invita a votare Sì al referendum del 17 aprile, chiamando la gioventù a recarsi alle urne e respingere il tentativo dei settori politici del governo, e delle rispettive organizzazioni giovanili, di boicottare il referendum e la partecipazione popolare. Un Sì che vuole infliggere un colpo al sistema di profitto dei grandi monopoli internazionali che in Italia usufruiscono delle condizioni più vantaggiose del mondo, pagando appena il 10% di royalties allo Stato per le concessioni petrolifere. Non si tratta quindi di un attacco ad una fantomatica produzione nazionale di idrocarburi, ma ad un sistema che consente alle multinazionali del petrolio e del gas di depredare parte delle ricchezze del popolo italiano, garantendosi larghi profitti, a discapito della salute e della sicurezza dei mari e della nostra popolazione. Una condizione che contribuisce a danneggiare importati settori economici del paese che danno lavoro a decine di migliaia di persone, dalla pesca al turismo, colpendo con particolare forza i lavoratori, le piccole imprese e cooperative già schiacciate dalla concorrenza monopolistica. Per questa ragione il FGC sostiene con convinzione il voto favorevole e invita i giovani a votare e far votare Sì.

Denunciamo la vergognosa campagna di oscuramento mediatico che il referendum sta subendo, insieme con la volontà del governo di comprometterne l’esito evitando l’accorpamento con le prossime elezioni amministrative. Riteniamo censurabile l’atteggiamento di larghi settori della maggioranza di governo, compreso il Presidente del Consiglio, che stanno invitando a disertare le urne per non far raggiungere il quorum. Un atteggiamento tanto più vergognoso dal momento che proviene da esponenti di un partito che si definisce “democratico” e che al contrario opera strutturalmente per distruggere ogni forma di partecipazione attiva dei lavoratori e delle masse popolari alla vita politica e alle decisioni del Paese.

Tuttavia, pur non inficiando la nostra convinzione sul voto favorevole al referendum, non possiamo esimerci da alcune considerazioni critiche sul merito e sul metodo dell’utilizzo dello strumento referendario in questa condizione. Nel fronte del Sì appaiono prevalenti alcuni argomenti che sono parziali e sbagliati, espressione di una visione prettamente ambientalista, ma non sufficiente dal nostro punto di vista. Affermare ad esempio che “il turismo è il petrolio dell’Italia” è un ragionamento sbagliato, che dà sponda al processo di deindustrializzazione e impoverimento complessivo del Paese. Sostenere le energie rinnovabili non è esaustivo se ad esse non si lega una modalità di gestione delle risorse che eviti – come largamente sta accadendo – che anche questo settore si concentri nelle mani dei monopoli privati, consumando suolo agricolo a danno dei piccoli contadini spesso raggirati e truffati.

La complessità della questione e la necessità di una visione strategica radicalmente opposta a quella dei settori economici e politici dominanti richiede un cambiamento complessivo di rapporti di forza, di gestione del potere che un solo referendum non è ovviamente in grado di garantire. La parzialità del quesito ne è indice, così come dovrebbe esserlo un ragionamento complessivo sul ruolo del referendum. In Italia le grandi campagne referendarie hanno avuto alle spalle la presenza e il sostegno di partiti di massa, di organizzazioni sindacali, ricreative, culturali che hanno garantito la partecipazione popolare alle votazioni. Questi rapporti di forza favorevoli sono stati il presidio più grande contro ogni mutamento dell’esito della volontà popolare. Oggi al contrario si corre il rischio di trasformare questo referendum in un boomerang, di finire per sposare solamente lotte intestine al PD e ai settori dominanti del paese, o nel migliore dei casi non si ha comunque la certezza del rispetto dell’esito del referendum, come accaduto recentemente per l’acqua pubblica.

Per questo il FGC nell’attività di sostegno, nel lavoro nei comitati, ribadisce la sua posizione: solo la costruzione del partito comunista potrà assicurare continuità nelle lotte, impulso affinché esse siano indirizzate nella rottura degli interessi monopolistici, legando le aspirazioni migliori dei lavoratori e dei giovani ad un progetto di cambiamento rivoluzionario della società. Solo lavorando per cambiare gli attuali rapporti di forza, sarà possibile ottenere posizioni più avanzate, solo spezzando il sistema di dominio del capitale ottenere vittorie definitive, per il popolo italiano e per la salvaguardia dell’ambiente

Viva le donne saharawi da: www.resistenze.org

FDIM/WIDF | Federazione democratica internazionale delle donne
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/04/2016

Dichiarazione Finale della IV Conferenza Internazionale “Il diritto della Donna a Resistere: la situazione dimenticata delle donne saharawi”

La IV Conferenza Internazionale “Il diritto della Donna a Resistere”, si è celebrata a Boujdour, il 2 e 3 aprile 2016, sotto il titolo “La situazione dimenticata delle donne saharawi”, con la partecipazione di delegazioni dell’Algeria, della Nigeria, della Namibia e dello Zimbawe e di delegate di diversi paesi, di istituzioni nazionali e organizzazioni continentali e internazionali.

La IV Conferenza Internazionale ha cominciato i suoi lavori organizzando un Foro di solidarietà coi prigionieri politici di Gdim Izik in sciopero della fame, intervenendo con messaggi di solidarietà anche delle partecipanti di Algeria, Nigeria, Namibia, Zimbabwe, Spagna, Svezia tra le organizzazioni che partecipano alla conferenza e che hanno espresso il loro appoggio ai prigionieri politici esigendo un intervento urgente da parte della comunità internazionale per liberare tutti i prigionieri politici saharawi dalle prigioni marocchine, riaffermando anche la loro determinazione a proseguire negli incontri  internazionali.

Nella IV Conferenza Internazionale si sono discusse le prime esperienze sostanziali di base delle donne nella resistenza durante i movimenti di liberazione africani e il loro ruolo nella costruzione dopo l’indipendenza, con la presentazione delle esperienze di paesi come la Namibia, l’Algeria, la Nigeria, lo Zimbawe e l’esperienza delle donne saharawi nei territori occupati e nei campi profughi, campi di dignità per quaranta anni. Il secondo tema è il ruolo delle cooperative nella promozione della resistenza e l’esperienza delle organizzazioni che promuovono le capacità politiche ed economiche nelle donne africane, algerine, oltre all’esperienza delle cooperative delle donne saharawi.

La IV Conferenza ha elogiato la fermezza e la resistenza delle donne saharawi e il ruolo principale nella lotta del popolo saharawi per l’autodeterminazione e l’indipendenza la partecipazione attiva nella costruzione delle istituzioni dello Stato e ha richiamato il resto del mondo, soprattutto le africane, ad ampliare lo spazio di solidarietà con le donne in situazioni di resistenza di fronte all’occupazione e di permettere loro di contribuire come socie attive nello sviluppo, nella giustizia e nella pace. La IV Conferenza ha fatto un appello alle Nazioni Unite, in special modo al Consiglio di Sicurezza, per accelerare l’applicazione delle decisioni e delle raccomandazioni relative al conflitto del Sahara Occidentale, per l’organizzazione di un referendum libero e democratico che permetta al popolo saharawi di decidere liberamente il suo destino, completando così il processo di decolonizzazione dell’ultima Colonia nel continente africano.

La IV Conferenza richiama alla necessità di proteggere i diritti umani dei saharawi nei territori occupati del Sahara Occidentale monitorando ed informando sulla brutalità del regime marocchino, oltre a fermare il saccheggio delle risorse naturali del territorio dall’occupazione illegale e lo smantellamento del muro della vergogna che costituisce un crimine contro l’umanità.

Donne militari veterane si sono messe a disposizione dell’esercito per addestrare le donne o per stare in prima linea in caso di un’eventuale guerra

Mujeres Saharauis | mujeressaharauis.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/04/16

Tavola rotonda sulla recente celebrazione della quarta conferenza internazionale sulla resistenza delle donne, realizzata dal 2 al 3 di aprile negli accampamenti.

L’iniziativa entra nella cornice della programmazione della Televisione saharawi e nella quale le donne saharawi hanno raccontato la discussione effettuata sulla situazione attuale del conflitto e delle sfide che affronta la popolazione rifugiata, specialmente le donne, di fronte alla nuova escalation militare sostenuta dal Marocco e dal suo scontro con l’ONU

Durante il programma che ha contato su un’ampia rappresentanza di tutti i settori militari, di polizia e altre professioni, le donne hanno riaffermato la loro disponibilità a difendere la loro causa con tutti i mezzi di resistenza disponibili. Da sottolineare il messaggio di unità militari (di riserva) composte da donne veterane che si sono messe a disposizione dell’esercito per addestrare donne o per stare in prima linea in caso di un’eventuale guerra.

Polisario mette in massima allerta di combattimento le sue truppe

Bir Lehlu | SaharaPressService
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

21/03/16

L’Alto Comando dell’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi (ELPS*), ha decretato di aver messo in massima allerta di combattimento le Forze armate saharawi durante la sua riunione celebrata nella località di Bir Lehlu, nei giorni 20 e 21, sotto la direzione del Ministro della difesa, Sig. Abdelahe Lehbib.

La riunione ha esaminato lo stato operativo dell’Esercito Popolare di Liberazione alla luce dei gravi avvenimenti che hanno visto protagonista l’occupante marocchino nell’espellere il componente politico, amministrativo e civile della MINURSO.

L’Alto Comando dell’ELPS ha ordinato l’avvio di esercitazioni militari a livello di tutte le regioni militari per elevare la preparazione e capacità combattiva dei combattenti saharawi per affrontare ogni tipo di imprevisto ed eventualità ed eseguire manovre nel settore meridionale e ha annunciato una riunione di quadri militari.

Lo Stato Maggiore Generale dell’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi ha allertato i cittadini saharawi nei Territori liberati sulla gravità della situazione e sulla necessità di prendere precauzioni.

*) Nota del traduttore (cfr resistenze.org – popoli resistenti – saharawi – 18-12-11 – n. 390):

Il 20 maggio 1973, dieci giorni dopo la sua fondazione, il Fronte POLISARIO portò a termine la sua prima azione armata contro l’esercito coloniale. L’attacco, che ebbe come obiettivo una postazione militare nel deserto, segnò la nascita dell’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi,(ELPS) e l’inizio di una guerra che, in poco tempo, superò la capacità di controllo dell’amministrazione spagnola.

Le azioni dell’ELPS, molte di esse con fini propagandistici, fecero crescere il prestigio del Fronte POLISARIO tra la popolazione civile ed i soldati nativi che servivano nelle file coloniali. Alla fine del 1973, l’ELPS contava già più di cento combattenti e negli anni 1974 e 1975 incrementò la sua attività, facendo si che l’esercito spagnolo ripiegasse gradualmente verso le principali città costiere. Durante quest’ultimo anno, intere pattuglie di militari saharawi passarono all’ELPS, che prese sotto il suo controllo numerose località abbandonate dagli spagnoli.

Quando il governo franchista consegnò il Sahara Spagnolo a Marocco e Mauritania, con gli Accordi Segreti di Madrid nel novembre 1975, le forze nazionaliste saharawi controllavano già la maggior parte del territorio della colonia.

Globalizzazione e decadenza industriale. Intervista a Domenico Moro da: www.resistenze.org

Pasquale Vecchiarelli e Andrea Fioretti | lacittafutura.it

01/04/2016

Globalizzazione e decadenza industriale è il titolo dell’ultimo libro dell’economista Domenico Moro. In questo libro Domenico analizza alcuni temi fondamentali legati allo sviluppo del capitalismo degli ultimi 50 anni. Il baricentro della sua analisi sta proprio nelle modificazioni strutturali che hanno prodotto questa nuova fase chiamata fase transnazionale della produzione industriale e come tali modificazioni diventano la leva per il formarsi di nuove sovrastrutture politiche e accordi internazionali finalizzati al controllo dei profitti e al dominio sul mercato in questa “nuova” era sociale . Ne parliamo con l’autore. Prima parte.

D. Domenico, il punto di partenza della tua analisi non poteva che essere lo sviluppo delle forze produttive e le caratteristiche della crisi che hanno prodotto la fase attuale detta del capitalismo transnazionale, ci potesti dire, magari usando delle parole chiave, quali sono le caratteristiche principali di questa fase?

R. Alla metà degli anni ’70 il centro del capitalismo (Usa, Europa occidentale e Giappone) si è trovato in un grave crisi economica e politica per il riemergere della sovrapproduzione di capitale e della conseguente caduta del saggio di profitto, e per il successo delle lotte delle classi subalterne nel centro e nella periferia del sistema capitalistico mondiale. Allo scopo di rispondere a questa crisi, a partire dalla fine degli anni ’80 il modo di produzione capitalistico ha cominciato il passaggio da una fase di “capitalismo monopolistico di stato” a una fase di “capitalismo globalizzato”, che ora si è completata. La caratteristica principale di quest’ultima è l’aumento dell’interconnessione, dell’integrazione e della internazionalizzazione dei capitali. Si afferma un nuovo tipo di grande impresa transnazionale, caratterizzata dall’essere dislocata in più paesi, oltre che sul piano della produzione, anche sul piano della direzione e di altre importanti funzioni e dall’essere partecipata da capitali multinazionali. Per il capitale internazionalizzato la crescita del Pil domestico dei singoli Paesi di origine ricopre ora un interesse molto più limitato che nel passato. Il livello dei suoi profitti dipende dalla capacità di investire capitali liberamente in tutto il mondo, realizzando economie di scala a livello internazionale, anche attraverso fusioni e acquisizioni all’estero. Di conseguenza, agli occhi del capitale globalizzato le tradizionali politiche keynesiane, basate sul debito pubblico, e le forme di mediazione sociale, basate sulla democrazia parlamentare, che gli erano collegate, risultano non solo inutili ma anche dannose. Questa è, in estrema sintesi, la base strutturale delle modificazioni sociali, politiche e istituzionali cui assistiamo da circa un ventennio in Italia e nell’area euro.

D. Giorgio Cremaschi su queste pagine dichiarava: “O c’è la rottura con ue ed euro o ci saranno solo sconfitte” .  Domanda secca: Contro l’Euro o contro l’Europa? In altri termini ti chiediamo di spiegarci meglio che differenza sussiste tra queste due entità.

R. Ritengo che il vero problema su cui concentrarci in questo momento sia l’integrazione valutaria, più che la Ue in sé stessa, per quanto questo organismo sia tutt’altro che neutrale dal punto di vista di classe. L’integrazione valutaria europea non è una semplice appendice della Ue. La moneta unica è la leva strategica per ristrutturare i processi d’accumulazione del capitale europeo in modo coerente con la fase di globalizzazione, scaricando la crisi di sovrapproduzione sul lavoro salariato e sui settori non internazionalizzati del capitale. Nello stesso tempo l’integrazione valutaria rappresenta l’anello debole dell’integrazione europea sul quale insistere, a causa delle molte contraddizioni che produce in modo sempre più evidente a larghi settori sociali. Tre sono gli aspetti più deleteri dell’euro: a) l’alienazione del controllo del bilancio pubblico dai parlamenti nazionali ad organismi sovrannazionali; b) l’autonomia della Banca centrale europea, con la conseguente impossibilità a controllare i tassi d’interesse sul debito pubblico e la sua utilizzazione come arma di pressione per imporre le controriforme di struttura; c) l’introduzione di cambi fissi che porta alla deflazione salariale. L’euro è una gabbia che ha ostacolato e ostacola l’organizzazione di una efficace controffensiva del movimento dei lavoratori europeo contro il neoliberismo. Inoltre, l’euro, creando divergenze nelle economie tra i Paesi europei, aumenta le divisioni all’interno della classe lavoratrice europea. Per queste ragioni credo che l’obiettivo del superamento e della disgregazione dell’area euro debba essere posto al centro non solo delle lotte dei lavoratori dei singoli paesi europei ma anche come fondamento della ricostruzione di un nuovo internazionalismo europeo. Questo non vuol dire che l’uscita dall’euro risolverebbe ogni problema o che non comporterebbe delle difficoltà. Vuol dire che la lotta contro questa Europa e contro l’euro è un elemento per noi imprescindibile e che l’uscita dall’euro è una condizione necessaria anche se non sufficiente per la ripresa di una più ampia critica al capitalismo e alle politiche neoliberiste che ne esprimono gli interessi. Per questo è necessario collegare alla critica all’euro e alla proposta di fuoriuscita dall’euro una serie di proposte programmatiche: dalla ripresa degli investimenti pubblici nella produzione diretta di beni e servizi (anche al di fuori del mercato), alla realizzazione di un polo pubblico bancario, alle ripubblicizzazioni e reinternalizzazioni di imprese privatizzate e di servizi pubblici esternalizzati, alla abolizione della indipendenza della banca centrale.

D. Sempre Cremaschi, in riferimento alle posizioni espresse da Stefano Fassina su questo giornale, dichiarava: “Trovo incredibile che le forze della sinistra che ancora oggi sostengono Tsipras non intendano trarre alcun insegnamento dalla sua esperienza. Non esiste una dialettica tra piano A e piano B come invece si propone Fassina. Il piano A, la riforma in senso anti liberista delle istituzioni europee è quello sul quale si è infranta la speranza del popolo greco. Le istituzioni europee o sono liberiste o non sono.” Beh effettivamente è difficile dargli torto, tu cosa ne pensi?

R. Bisogna tenere conto che la Grecia è un Paese piccolo con una economia debole, basata essenzialmente sul turismo e sui noli. Priva di una vera industria manifatturiera, ha un debito commerciale notevole che si aggiunge a quello pubblico rendendone difficile la gestione e riducendo la capacità del Paese di opporsi ai ricatti dell’Europa. L’Italia è in una condizione diversa, avendo la seconda struttura manifatturiera d’Europa e un surplus commerciale che è andato crescendo negli ultimi anni, senza contare che il nostro debito è detenuto in gran parte all’interno. Non ci possiamo, però, nascondere che ai limiti oggettivi della Grecia si è aggiunto un grave errore soggettivo commesso da Syriza e dal premier Tsipras, consistente nel fatto di ritenere che fosse possibile risolvere la situazione semplicemente portando la trattativa dal livello tecnico delle istituzioni europee (cosiddetta tecnocrazia di Bruxelles e Francoforte) al livello politico dei governi. Così non è stato e il governo greco è stato costretto ad accettare i diktat europei. Il punto è che non è possibile bypassare i meccanismi oggettivi costituiti dall’euro e che l’Europa – intesa come istituzioni sovrannazionali – e gli esecutivi dei Paesi europei esprimono la stessa unità di intenti. Anche per questo credo sia parziale, come fanno alcuni, concentrare la critica sulla Germania e sul suo governo. In sintesi, l’esperienza di Syriza e di Tsipras ci dice che non è possibile uscire dalla crisi da sinistra senza superare l’euro. Ciò oggettivamente fa sì che il Piano B sia diventato oggi il piano A.

D. Le istituzioni del capitalismo internazionale (UE, BCE, FMI) dettano le ricette, i governi cucinano le stesse minestre con ingredienti differenti. E’ proprio così? E qual è il ruolo degli stati nazionali in questa fase allora?

R. Il fatto che ci troviamo in una fase di capitalismo globale non significa che gli stati nazionali perdano la loro funzione e il loro ruolo. Anzi, è proprio la globalizzazione ad acuire i contrasti e la concorrenza fra capitali che si avvalgono dell’appoggio degli apparati statali. Gli stati e i capitali sono uniti quando si tratta di attaccare i lavoratori europei, e divisi quando si tratta di spartirsi le risorse e i mercati. Quindi, mentre gli stati deboli e economicamente dipendenti si disgregano, gli stati più forti e imperialisti si rafforzano e sono più attivi di prima a livello internazionale e militare per la conquista di mercati di sbocco ai capitali e alle merci eccedenti e per la spartizione delle materie prime della periferia. Ciò vale anche per l’Europa, in cui si assiste alla crescita delle divergenze e dei contrasti fra gli stati-nazione che la compongono su molti temi, dall’economia, alla sicurezza, all’immigrazione, ecc. Gli stati europei hanno delegato, e in quanto stati sovrani in modo non definitivo, soltanto alcune funzioni di carattere economico, allo scopo di bypassare i parlamenti nazionali e realizzare quelle controriforme generali che altrimenti, senza l’integrazione europea, non sarebbe stato possibile realizzare. Inoltre, bisogna dire che a prendere le decisioni più importanti sono organismi che riuniscono i premier e i ministri economici europei, i quali, ritornati in patria, si nascondono dietro il classico “ce lo chiede l’Europa”. Il fatto più importante è che l’integrazione europea ha permesso l’attuazione del principio della governabilità, cioè la prevalenza sui legislativi degli esecutivi, che, attraverso le leggi elettorali maggioritarie, sono espressione diretta delle istanze del vertice del capitale, quello più internazionalizzato. Il principio di governabilità è stato negli ultimi quarant’anni il leitmotiv dell’azione del capitale. Significativa a questo proposito l’introduzione di Gianni Agnelli a La crisi della democrazia del 1975, che vedeva nella diffusione della democrazia di massa un serio limite al proprio potere e ai propri profitti.

Globalizzazione e decadenza industriale. Intervista a Domenico Moro

Pasquale Vecchiarelli e Andrea Fioretti | lacittafutura.it

08/04/2016

Seconda parte

D. La Costituzione come perno centrale sul quale incardinare un’alleanza con la piccola borghesia in funzione progressista per l’uscita dall’UE e dall’Euro è una novità o un film visto? In altri termini , esiste una questione relativa alla sovranità popolare contrapposta alla sovranità nazionale ?

R. Per non pochi di quanti si collocano a sinistra attaccare l’euro e l’Europa vuol dire ritornare al passato e soprattutto cedere al nazionalismo, confondendosi magari con partiti di destra estrema e xenofoba come la Lega. In verità, è stato l’euro a introdurre elementi di divisione tra lavoratori europei e a ridare fiato ai nazionalismi, portando i paesi europei non alla convergenza economica, come era stato promesso, ma alla divergenza. Basta pensare all’odio che oggi corre, di nuovo dopo la Seconda guerra mondiale, tra greci e tedeschi. Inoltre, la convergenza bipartisan a livello europeo tra centro-destra e centro-sinistra, cioè tra Partito popolare e Partito socialista europei, riguardo all’accettazione dell’integrazione europea e dell’austerity ha lasciato un enorme campo libero alle formazioni della destra, che ne hanno approfittato, crescendo elettoralmente. C’è una analogia tra la situazione attuale e quella del 1914. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la socialdemocrazia europea determinò la débacle del movimento operaio con il voto ai crediti di guerra, oggi la débacle del movimento operaio europeo è determinata dall’appoggio della socialdemocrazia europea al processo di integrazione europea. Dunque, oggi la ricostruzione di un nuovo internazionalismo tra i lavoratori europei passa per la lotta contro l’Europa dei capitali e attraverso la disgregazione dell’area euro, così come allora la ripresa dell’internazionalismo passò per la lotta contro la guerra e per la disgregazione dei governi che l’avevano promossa. I partiti di destra e populisti e la loro critica all’euro sono espressione di settori di piccola borghesia e del capitale usciti perdenti dalla riorganizzazione globale. Invece, la nostra critica esprime gli interessi del lavoro salariato, ed è per questo che il nostro obiettivo non può limitarsi a un generico ritorno alla sovranità nazionale. Il nostro obiettivo deve essere il recupero e l’allargamento della sovranità popolare e democratica, cioè la capacità di influire sulle decisioni da parte delle classi subalterne, combattendo il principio di governabilità e il primato degli esecutivi nazionali e degli organismi sovrannazionali imposti dal capitale. Questo obiettivo è non solo condizione necessaria al superamento della crisi da sinistra, ma anche condizione necessaria alla ripresa del percorso di trasformazione della società europea in senso socialista in questa epoca storica.

D. A Madrid si è svolto a febbraio un meeting internazionale su un Piano B in Europa. Alcune posizioni di esponenti di spicco e promotori come Varoufakis , e Stefano Fassina in Italia, esprimono una posizione che non sembra fare i conti fino in fondo con l’ultima esperienza greca, che pure pongono a critica, e pensano a una “riforma” della UE. Eppure all’interno dello stesso meeting questa non è stata la posizione predominante perchè altri autorevoli esponenti come Oskar Lafontaine, Costa Lapavitsas o Zoe Konstantopoulou (la ex-presidente del Parlamento greco) hanno posto al centro una posizione a favore della rottura dell’Unione Monetaria. Quale è la tua posizione in questo dibattito?

R. In primo luogo bisogna chiarire che alcuni mesi fa era stato redatto un documento intitolato “per un Piano B in Europa” e firmato da Varoufakis, Melanchon, Lafontaine e Fassina. A Parigi a gennaio si tenne un primo convegno, dove erano presenti Melanchon, Lafontaine e Fassina mentre mancava Varoufakis. All’incontro di Parigi, al quale partecipai anch’io, la questione della necessità/possibilità del superamento dell’euro mi è parso emergesse chiaramente, anche se con delle differenze tra i presenti. Invece, nel febbraio successivo, a Madrid, dove dei firmatari originari era presente solo Varoufakis, la questione dell’uscita dall’euro mi pare che sia stata messa in ombra. Per Varoufakis la risoluzione dei problemi sta nella democratizzazione dell’Europa. La debolezza di questa impostazione risiede nella sua astrattezza, cioè nel fatto che non affronta quei meccanismi istituzionali, vale a dire l’architettura europea e dell’euro, che sono strutturalmente congegnati allo scopo di consentire il governo delle élite capitalistiche europee sui processi economici e politici. Anche le altre proposte che sono uscite da Madrid si concentrano sul debito e sono in definitiva molto deboli. La proposta di audit sui debiti locali, regionali e infine nazionali può essere utile per criticare gli sprechi e per redistribuire le risorse. Tuttavia, non risolve il problema della riduzione della ricchezza sociale e della compressione delle risorse pubbliche e soprattutto la questione della alienazione del controllo su bilancio e debito pubblico a favore di organismi sovrannazionali, che rappresenta il vero ostacolo ad una gestione corretta del debito. Infine, la disobbedienza ai trattati porterebbe di fatto al di fuori dell’euro, esponendo chi la praticasse agli stessi ricatti cui è stata sottoposta la Grecia di Tsipras e senza la chiarezza necessaria ad affrontarli. In sostanza a me pare che si voglia evitare di affrontare il vero problema, l’appartenenza all’area euro. In questo modo, si finisce per considerare l’Europa, che poi è questa Europa dei capitali e non una qualche Europa immaginaria, come l’unico orizzonte possibile entro il quale circoscrivere la propria azione, condannandosi così alla marginalità politica.

D. Noi pensiamo che la questione dell’Europa sia cruciale perché, come già teorizzato in passato, bisogna combattere contro tutti gli imperialismi ma in primis contro quello di casa propria. Detto questo, la problematica dell’uscita dalla UE oggi non può che assumere solo una dimensione strategica perchè rimane da risolvere una problematica più stringente per i comunisti: l’organizzazione per la presa del potere e il rilancio di una prospettiva di superamento del capitalismo. Con l’attuale organizzazione credo sia difficile immaginare di poter guidare qualsiasi processo di rottura con il polo imperialista europeo. Sei d’accordo? E quindi su che terreno porre questa questione?

R.L’organizzazione per la presa del potere non si realizza per una spinta volontaristica, come se bastasse volerla o convincersi della sua giustezza per farla. La sua realizzazione richiede un processo di costruzione lungo e laborioso. Infatti, bisogna tenere conto che il campo di chi aspira al rovesciamento dei rapporti di produzione per instaurare il socialismo non è mai stato così diviso e frammentato e così poco radicato nella realtà sociale. E non si tratta di una situazione solo italiana, tanto per essere chiari. Durante il fascismo il radicamento era ancora minore di quello attuale ma esistevano dei nuclei dirigenti organizzati e soprattutto punti di riferimento forti. Questi erano dati non soltanto dalla presenza dell’esempio e dalla forza statuale dell’Urss ma anche dalla condivisione di un sistema di conoscenze, di metodi e di idee che permettevano di spiegare e affrontare quella fase del capitalismo. Esisteva cioè un paradigma di riferimento che guidava l’azione. Quel paradigma si è progressivamente disgregato, lasciando dietro di sé alcuni residui rinsecchiti, come fa la marea quando rifluisce. In parte quel paradigma si è trasformato in una serie di ideologie parziali che si sono sostituite al marxismo e non offrono una visione generale e quindi non permettono nè di pensare nè di organizzare una trasformazione generale dei rapporti di produzione.

Negli ultimi venti anni gran parte dei gruppi dirigenti della sinistra sono rimasti legati a quel paradigma o a quel che ne rimaneva nelle sue più differenti varianti o alle sue trasformazioni eclettiche, mentre il mondo attorno cambiava. In sostanza si è preteso di andare avanti procedendo con la testa rivolta all’indietro. Ad esempio, malgrado il blocco sociale keynesiano fondato sulle politiche espansive e sul debito pubblico si fosse ormai disgregato, si è continuato a pensare che la formula del centro sinistra e la partecipazione ai suoi governi fossero ancora praticabili. Ugualmente si è continuato ad avere come prospettiva l’europeismo, malgrado questo concretamente favorisse tutt’altra cosa rispetto a quanto idealizzato. C’è, quindi, bisogno di ridefinire un nuovo paradigma attraverso una applicazione insieme creativa, originale e rigorosa delle categorie marxiste. Il primo passo è svolgere e soprattutto condividere una analisi del passaggio dalla vecchia forma di capitalismo a quella nuova, come ho cercato di fare nel mio libro, che in definitiva ruota attorno alla categoria di capitale globalizzato. È su questa base che vanno definiti e, sottolineo, condivisi un profilo politico-ideologico forte e un posizionamento politico chiaro e alternativo rispetto al centro-sinistra e all’integrazione valutaria europea. È solo sulla base di queste premesse che possiamo e dobbiamo fare “politica”.

Troppo spesso abbiamo dato la preminenza all’invenzione di formule politiche e elettorali come se queste in sé stesse potessero avere un effetto salvifico. Le alleanze, politiche e elettorali, certo sono importanti. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che è la politica il terreno su cui si combatte la battaglia e che la tentazione più facile cui si corre il rischio di soggiacere, in una fase di minoritarismo, è proprio quella di rinchiuderci in noi stessi, nel tentativo di difendere una identità minacciata. Ma, d’altro canto, ciò che definisce una alleanza e la sua forma sono i suoi contenuti. Ed è evidente che senza un profilo e un posizionamento definiti l’intrapresa di ogni alleanza è destinata o ad abortire o a tradursi in subalternità al capitale.