Jobs Act, il più costoso flop di Renzi ha sbancato il bilancio statale Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli

jobsactapprovatoGli effetti degli incentivi a pioggia e la droga dei bonus di Renzi. Il “FlopsAct” può costare tra i 14 e i 22 miliardi e produrrà occupazione precaria e a termine. Il costo per ogni nuovo occupato può arrivare anche a 50 mila euro a testa. Uno studio di Marta Fana e Michele Raitano su «Etica ed Economia»

 

Cari e inutili. Sono gli sgravi contributivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato con i quali il governo Renzi ha pensato, inutilmente, di aumentare l’occupazione. In una nuova analisi sui costi e i benefici di questa dispendiossisima misura, pubblicata online sul «Menabò di Etica ed Economia, da Marta Fana e Michele Raitano emerge una nuova stima sul costo lordo per il bilancio pubblico nel triennio 2015-2017 che oscillerà, a seconda delle ipotesi, tra i 22,6 e i 14 miliardi. Non più dunque 11,8 miliardi ma undici in più nel caso in cui i contratti attivati nel 2015 dureranno 36 mesi, l’intero periodo della corresponsione dell’«esonero» contributivo alle imprese. Fana e Raitano formulano un secondo scenario più realistico, sulla base dei dati del ministero del Lavoro riguardanti i contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato tra il 2012 e il 2014 e cessati entro il terzo anno.

Fana e Raitano formulano un secondo scenario più realistico, sulla base dei dati del ministero del Lavoro riguardanti la durata dei contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato tra il 2012 e il 2014 e cessati entro il terzo anno. Nello specifico, il 13% dei contratti trasformati cessano mediamente entro il primo anno, il 17,7% entro il secondo, il 10,3% entro il terzo anno. Quindi in base all’evidenza storica il 41% dei contratti trasformati dura meno di 3 anni. Scadenza naturale perché, al 37esimo mese ci sarebbe l’obbligo di assumere il lavoratore, come stabilito da una direttiva europea, sostanzialmente neutralizzata dal «decreto Poletti» sui contratti a termine approvato prima del Jobs Act. Gli studiosi delineano anche un terzo scenario e avanzano l’ipotesi per cui il 20% delle assunzioni a tempo indeterminato duri 18 mesi, mentre il restante 80% raggiunga i 36 mesi. In questo caso l’onere lordo per le casse dello Stato sarebbe pari a 14,6 miliardi.

Una prospettiva che conferma la stima avanzata dai consulenti del lavoro secondo i quali mancano all’appello 3 miliardi. Il governo sarebbe paradossalmente vittima del suo successo: ha generato una richiesta di lavoro a termine finanziato dai contribuenti che non riesce a coprire. È tuttavia probabile che, al termine del triennio, l’impatto degli incentivi sul bilancio pubblico sarà inferiore visto che i contratti sono precari e prevedono una retribuzione al lavoratore inferiore alla media. Inoltre, a partire dal 2016, lo sgravio è diminuito da 8.060 a 3.250 euro per ogni assunzione a tempo indeterminato o trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. La nuova decontribuzione durerà 24 mesi e non 36 mesi. Una decisione necessaria anche per diminuire l’impatto degli incentivi sul bilancio.

Arriviamo ai risultati conosciuti della politica dei bonus sull’occupazione. Deludenti. Nel ricco dossier su «Etica ed Economia» si ripercorre il fallimento del Jobs Act, al netto della propaganda renziana finita anche sugli autobus delle principali città italiane in vista delle elezioni amministrative. Per l’Istat, nel 2015, i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato sono aumentati di 114 mila unità circa rispetto al 2014. Parliamo di meno dell’8% dei contratti finanziati dal governo. Prospettiva confermata dal bollettino di Bankitalia a gennaio: nel prossimo triennio, gli sgravi contributivi genereranno una nuova occupazione pari a circa 0,3 punti percentuali.

Undici miliardi di euro potrebbero portare a questo risultato a dir poco modesto. In questo scenario, il «contratto a tutele crescenti», pilastro del Jobs Act, contribuirà solo per l’1 per cento sull’occupazione complessiva. Tutto il resto lo faranno gli incentivi. Nel 2015, ricordano Fana e Raitano, i contratti che hanno beneficiato degli sgravi – incluse le trasformazioni dei rapporti a termine che sono la maggioranza e riguardano gli over 50 più dei giovani – sono 1.547.935 di cui solo un quarto (379.243) a dicembre 2015, quando le imprese hanno fatto una corsa per accaparrarsi il bonus renziano. Non è ancora chiaro quali saranno gli effetti della «droga» usata dal governo per gonfiare il mercato del lavoro quando gli incentivi si esauriranno. Quello che, al momento si sa, che ogni occupato in più costerà al contribuente tra i 25 mila e i 50 mila euro. Queste persone rischiano di tornare disoccupate nel 2018.

«Gli economisti che progettano sgravi e incentivi hanno una visione “naive” dell’impresa e una concezione dell’economia superata» si legge in una notadel dossier online. Le politiche degli incentivi, quelli a pioggia e quelli condizionati ai nuovi assunti, non funzionano. Renzi sta disperdendo preziose risorse pubbliche per un generico sostegno alla domanda aggregata. «Questa è una politica di stampo vetero-keynesiano». Anche Michele Tiraboschi, alla guida di Adapt, converge sulla stessa valutazione: «Il Jobs Act è il più costoso dei flop» ha scritto ieri sul bollettino del centro studi.

Brasile, “abbiamo bisogno del vostro sostegno”. L’incontro a Torino tra Prc e PCdoB Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Abbiamo bisogno del vostro sostegno e della vostra solidarietà nella lotta che stiamo conducendo contro il tentativo di colpo di stato in atto in Brasile da parte dei grandi potentati brasiliani e stranieri”, così ha esordito Olgamir Amancia Ferreira delle direzione nazionale del PCdoB (Partido Comunista do Brasil) nell’incontro che si è svolto a Torino nella sede del Partito della Rifondazione Comunista. Tanti i compagne e le compagne presenti all’incontro aperto da Ezio Locatelli a nome e per conto della segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista.Olgamir Ferreira ha riferito sulla situazione in Brasile: “nel corso degli ultimi 14 anni, a partire dalla presidenza Lula, sono stati portati avanti programmi pubblici di contrasto alla povertà, alla disoccupazione, alle disuguaglianze sociali, per il diritto allo studio, alla casa, a forme di assistenza e redistribuzione sociale. I grandi potentati, la grande finanza, le multinazionali brasiliane e straniere vogliono cancellare questi programmi e privatizzare tutto. Per i loro sporchi disegni orchestrano squallide campagne denigratorie che nulla hanno a che vedere con la realtà. La corruzione sta dentro le fila della destra. Con questa destra non è possibile alcun compromesso. Abbiamo avanzato critiche ad alcune concessioni fatte dal governo, ma non dubitiamo sull’importanza di mantenere in carica il governo della presidente Dilma. Il Brasile è una democrazia giovane. Bisogna lottare perché la dittatura non ritorni”.

All’invito della compagna del PCdoB ha risposto Locatelli, che, due anni fa in Brasile, ha vissuto in presa diretta i giorni della vittoria elettorale della presidente Dilma – una vittoria da subito contrastata dalle destre – dopo aver fatto campagna elettorale a Brasilia e in Mato Grosso per i candidati del PCdoB presenti nella coalizione di Dilma. “Quanto sta succedendo in Brasile – ha detto Locatelli – è di importanza strategica non solo per il popolo di quel Paese ma per l’insieme dei movimenti sociali e di sinistra che in tutto il mondo lottano contro il neoliberismo, contro i potentati economici che pensano di dettare legge, di imporre i propri privilegi. Alle compagne e ai compagni brasiliani in lotta contro lo strapotere e il revanscismo di latifondisti, grande finanza, multinazionali esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà . L’impegno è a mobilitarci contro il tentativo di colpo di Stato in atto”. Rifondazione Comunista organizzerà nei prossimi giorni un presidio davanti all’ambasciata brasiliana a Roma.

Petrolio in Basilicata, Cittadinanza attiva si costituirà parte civile al processo da: controlacrisi.org Autore: redazione

Cittadinanzattiva si costituirà parte civile nel processo sullo scandalo del petrolio che ha coinvolto la Basilicata. “Elementi gravissimi, che, se fossero confermati, mettono in luce da un lato le responsabilità amministrative relative ai mancati controlli, e dall’altro come i cittadini e l’ambiente siano stati esposti a gravi rischi per interessi privati. Per questo ci costituiremo parte civile. Cittadinanzattiva è impegnata da anni nella lotta alla corruzione e il ripristino della legalità e della certezza del diritto, come anche nel recente processo in corso a Roma per Mafia Capitale”. Queste le dichiarazioni di Maria Antonietta Tarsia, segretario di Cittadinanzattiva Basilicata, e Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, in merito agli arresti per possibili reati legati all’estrazione del petrolio in Basilicata.
“La gravità delle accuse e il possibile avvelenamento di vaste aree del territorio lucano richiedono interventi urgenti per la tutela di chi possa già aver subito danni alla propria salute e per chi ne potesse avere in futuro”, hanno aggiunto.
“Chiediamo un intervento urgente delle ASL affinché effettuino un monitoraggio sui siti e nelle aree interessate non solo per accertare eventuali danni già presenti a persone o cose, ma anche per valutare eventuali possibili rischi futuri, e mettere in campo tutte le misure necessarie a prevenirli o a gestirne gli effetti”.