“Mare di nessuno”/Quinta puntata. Quelle navi fantasma per pesca e traffici illegali inseguite per mesi negli oceani di mezzo mondo Autore: francesca marras da. controlacrisi.org

È durato 110 giorni l’inseguimento del peschereccio Thunder, lungo un percorso di 10.000 miglia nautiche, e si è concluso nell’Aprile 2015 con il suo affondamento. Protagoniste dell’azione sono state le navi della Sea Shepherd, organizzazione internazionale senza fini di lucro che persegue l’obiettivo di proteggere e preservare l’habitat naturale e le sue specie negli oceani.
Con la quinta puntata dell’inchiesta di Controlacrisi “Mare di Nessuno” ci focalizziamo su questa imbarcazione, dedita alla pesca massiccia illegale, partendo sempre dai reportage del giornalista Ian Urbina “The Outlaw Ocean series” (qui).

“As the Thunder, a trawler considered the world’s most notorious fish poacher, began sliding under the sea a couple of hundred miles south of Nigeria, three men scrambled aboard to gather evidence of its crimes. In bumpy footage from their helmet cameras, they can be seen grabbing everything they can over the next 37 minutes — the captain’s logbooks, a laptop computer, charts and a slippery 200-pound fish. The video shows the fishing hold about a quarter full with catch and the Thunder’s engine room almost submerged in murky water”, scrive Ian Urbina, raccontando gli ultimi istanti prima dell’affondamento della nave, quando gli uomini della Sea Shepherd sono saliti sulla Thunder ormai collassata per riprendere con una telecamera quanto più possibile: i giornali di bordo del capitano, un computer portatile, cartine…

Secondo quanto riportato da Urbina, intorno alla pesca illegale ruota un business globale di 10 miliardi di dollari all’anno. Un business incentivato indirettamente dalle autorità dei Paesi, che si impegnano a controllare le proprie coste, ma raramente si spingono nelle acque internazionali. Ricordiamo a questo proposito la normativa marittima che impone alle imbarcazioni di rispettare le leggi nazionali dei Paesi di cui portano la bandiera, i quali dovrebbero a loro volta controllarne la buona condotta in mare.

La nave Thunder è stata costruita nel 1969 in Norvegia, ha cambiato molti nomi nel corso degli anni (Vesturvón, Arctic Ranger, Rubin, Typhoon I, Kuko, e Wuhan N4) e ha portato la bandiera di diversi Paesi (Gran Bretagna, Isole Faroe, Seychelles, Belize, il Togo, la Mongolia) e, più recentemente, della Nigeria.
Il peschereccio bracconiere, che nei mesi precedenti all’inseguimento ha viaggiato con un equipaggio formato da 40 marinai (indonesiani, spagnoli e cileni), si dedicava alla pesca massiccia, con un tipo di rete chiamato “tramaglio”, di una specie particolare: il “branzino cileno”, considerato un pesce pregiato perché venduto a prezzi molto alti nei ristoranti americani. La pesca con alcuni tipi di rete, di cui abbiamo parlato anche nella terza puntata di Mare di Nessuno (qui), è considerata illegale in alcuni Paesi e danneggia gravemente l’ecosistema marino, in quanto non permette una pesca selettiva.

La Thunder figurava nella lista nera delle imbarcazioni con la peggiore condotta in mare, tanto da essere stata bollata con una “Purple Notice” redatta dall’Interpol, ossia una notifica che la inseriva tra le navi peggiori, alla pari di altre quattro imbarcazioni nel mondo. Il suo fatturato è stato stimato intorno ai 76 milioni di dollari negli ultimi dieci anni.
Dopo essersi reso latitante viaggiando con il radar spento per muoversi indisturbatamente nei mari, il peschereccio è stato cancellato dai registri della Nigeria, di cui portava la bandiera, diventando ufficialmente “stateless” e perseguibile da parte delle autorità marittime di qualunque Paese.
L’inseguimento si è concluso, nell’aprile 2015, con l’affondamento della nave Thunder e con il salvataggio del suo equipaggio da parte degli attivisti della Sea Shepherd; i superiori sono stati arrestati e tre ufficiali sono stati accusati di alcuni crimini, tra cui inquinamento e contraffazione. Inoltre alcuni governi, come quello spagnolo, hanno avviato delle indagini contro i proprietari del peschereccio, accusati di pesca illegale, evasione fiscale e riciclaggio di denaro.
Rimangono sospette le cause dell’affondamento, anche perché gran parte del pesce pescato è stato trascinato nei fondali dal peschereccio, così come i computer di bordo e le attrezzature da pesca. Secondo la Sea Shepherd l’equipaggio della nave non avrebbe messo in atto alcune manovre che sono invece consuete per ritardare il più possibile l’affondamento, come chiudere tutte le porte e i portelli per favorire il galleggiamento. Secondo quanto emerge dalle dichiarazioni dei membri della Sea Shepherd, invece, risulta che nessuna porta fosse stata chiusa e che la stiva contenente il pescato fosse stata aperta di proposito.
Il dubbio è che l’affondamento possa essere stato causato volontariamente dall’equipaggio per nascondere le prove delle sue attività illegali.

Quarta puntata e precedenti 

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