Svetlana Aleksevich: il Premio Nobel a una voce fuori dal coro da: ndnoidonne

A Svetlana Aleksevich assegnato il Nobel per la Letteratura. Riconoscimento anche per i valori della democrazia e della cultura di un piccolo paese

Cristina Carpinelli

Svetlana Aleksevich

Il premio Nobel per la Letteratura è andato nel 2015 alla giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksevich. La filologa svedese Sara Danius, neo segretaria permanente dell’Accademia reale di Svezia, ha letto in diretta mondiale le motivazioni ufficiali: “per la sua scrittura polifonica, e per un lavoro che è un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo” (…). Svetlana Aleksevich è la 14esima donna a vincere il Nobel per la Letteratura da quando è stato assegnato per la prima volta nel 1901. “Meraviglioso. Mi sono subito sentita circondata da grandi ombre, come Bunin o Pasternak, è un sentimento da un lato fantastico e dall’altro inquietante” ha detto la scrittrice commentando il premio, e in una breve telefonata con il network Stv ha ringraziato la Svezia perché “ha compreso il dolore russo”. Dopo l’assegnazione dei premi Nobel a grandi pilastri della letteratura russa (Bunin, Pasternak, Sholokov, Solzhenitsyn, Brodskij), l’Accademia svedese ha pensato a una donna, Svetlana Aleksevich, anche lei come le altre, una figura russa che, suo malgrado e sulla sua pelle, ha finito per fare storia, non solo della letteratura. Ecco perché questo è anche un Nobel “politico”.
La Aleksevich ha dedicato il premio alla sua terra nativa, la Bielorussia, “schiacciata dalla storia”. “Non è un premio per me – ha affermato – ma per la nostra cultura, per il nostro piccolo paese, che è stato messo nel tritacarne della storia”.

La vittoria dell’autrice di La guerra non ha un volto di donna (tradotto da Bompiani, 2015) è un riconoscimento ai valori della democrazia, della libertà e del libero pensiero. Com’è noto Svetlana Aleksevich si è posta sempre in termini critici nei confronti del regime di Lukashenko, e per questo i suoi libri sono stati banditi dal paese. “Fanno finta che io non ci sia, non pubblicano i miei libri, non posso fare discorsi da nessuna parte, non ricordo se la tv bielorussa mi abbia mai fatto una chiamata, neppure il presidente bielorusso” ha dichiarato amareggiata la scrittrice. Lukashenko l’ha persino accusata di essere un’agente della Cia.
Lei è principalmente una cronista e i suoi libri sono dei reportage. Un approccio a cui la giornalista bielorussa si mantiene fedele da più di trent’anni, quasi a negare recisamente il concetto stesso di finzione. L’autrice, infatti, non inventa, non rielabora, e non narra, si limita a trascegliere e assemblare in una sorta di montaggio i monologhi o soliloqui delle persone da lei incontrate. Eppure il suo stile fonde un approccio documentario alla materia resa con una fluidità e densità emotiva proprie del romanzo classico russo. Per Sara Danius “La sua (…) non è una storia fatta di eventi, ma una storia di emozioni. Ciò che ci offre nei suoi libri è un mondo emotivo, in modo che gli eventi storici che tratta nei suoi libri, come ad esempio il disastro di Chernobyl’ o la guerra sovietica in Afghanistan, siano pretesti per esplorare l’individualità del singolo”. I romanzi della Aleksevich hanno come contenuto le migliaia d’interviste condotte soprattutto su donne e bambini, trasfigurate in un magmatico racconto che le fonde. Ecco cosa dice la stessa scrittrice, a proposito del suo romanzo Preghiera per Chernobyl “Questo libro non parla di Chernobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno. O quasi per niente. A interessarmi non era l’avvenimento in sé, vale a dire cosa era successo e per colpa di chi, bensì le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. Il mistero. Chernobyl’ è un mistero che dobbiamo ancora risolvere. Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti”.

La scrittrice ha più volte ricordato che a ispirarla nel suo particolare “stile” letterario – definito “romanzo collettivo” o “romanzo testimonianza” – è stato lo scrittore bielorusso Ales’ Adamovich con il suo libro ‘La guerra sotto i tetti’ (1960). Altra ispiratrice di Svetlana, in quanto a genere letterario, è stata Sof’ja Fedorchenko, un’infermiera di Kiev che nel 1917, di ritorno dal fronte galiziano, pubblicò Il popolo in guerra. Un romanzo, la cui forma letteraria è definita dalla stessa Aleksevich “delle voci umane”, in quanto veicolo in forma scritta della c.d. vox populi. È, infatti, un testo che raccoglie racconti e riflessioni di soldati russi sulla guerra e la pace.
In singolare filiazione con la Fedorchenko, Svetlana Aleksevich scrive il romanzo U vojny ne zhenskoe litso (La guerra non ha un volto di donna), dove la Grande Guerra Patriottica è, però, raccontata dalle donne: perlopiù volontarie (infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldatesse di fanteria, addette alla contraerea e carriste, sminatrici, aviatrici, tiratrici scelte) accorse al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza contro uno spietato aggressore.
La guerra “al femminile – dice la scrittrice – ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue”. Attraverso centinaia di conversazioni e interviste, Svetlana ha raccolto le parole di queste testimoni, facendo rivivere fatti e sentimenti serbati troppo a lungo in silenzio. Ha così svelato il segreto di una guerra che le aveva per sempre segnate; non solo per le atrocità direttamente vissute sul campo, ma anche per le umiliazioni subite al termine del conflitto. Sbarazzandosi di formule retoriche e di propaganda, questo libro è, infatti, una dissacrazione dell’eroica figura delle combattenti sovietiche, le quali terminata la guerra dovettero dolorosamente scontrarsi con le aspettative della società patriarcale. Dopo aver sfruttato il sacrificio di queste eroine, si pretendeva che queste tornassero a svolgere i soliti ruoli tradizionalmente “femminili”. “Non ci sapevamo vestire, truccare, né muovere, la nostra giovinezza era trascorsa al fronte, e le altre ci davano delle prostitute, perché avevamo combattuto fianco a fianco con gli uomini”.
Valentina Parisi, in “Aleksievic. La fatica di uccidere con le mani di ragazza” , chiarisce molto bene il contesto: “(…)all’indomani della Vittoria, […] dopo essersi abituate a marciare con scarponi più grandi di qualche numero del loro piede, le ex combattenti dovettero tornare alle scarpette col tacco […].
Sensi di colpa, il rimpianto di aver perso la propria spensieratezza giovanile in battaglia, terrificanti incubi perseguiteranno per anni le reduci, insieme all’incomprensione della società patriarcale che rimproverava loro la promiscuità sperimentata con gli uomini in trincea. Angosciante è, tra le altre, la testimonianza di una ragazza tornata al suo villaggio da Berlino, carica di ordini e medaglie e scacciata dalla madre timorosa di non riuscire a trovare marito alle figlie minori, se l’avesse riaccolta in casa. […] Dal rispetto discende la cura estrema profusa dall’autrice nel rendere le voci di queste donne spesso mai rientrate davvero dal fronte, sole o costrette a vivere tra di loro in appartamenti in coabitazione, comunque amareggiate dalla sensazione di essere state defraudate della vittoria. Un coro su cui, forse, spicca a mo’ di epitaffio, la scritta, […], lasciata da una di loro sulle pareti del Reichstag: “Io, Sof’ja Kuncevic, sono venuta qui per uccidere la guerra”.
“La nostra – afferma la Aleksevich – è una cultura del racconto”. E i suoi racconti corali (in lingua russa) attraversano varie generazioni sovietiche e post-sovietiche. In essi, l’autrice restituisce fedelmente la testimonianza dei protagonisti, dando loro voce direttamente tramite centinaia d’interviste e di conversazioni che annota e riporta, riducendo al minimo la propria presenza nel testo, per lasciare spazio ai monologhi o ai soliloqui delle persone da lei intervistate. E lo fa con un linguaggio giornalistico asciutto ed evocativo. Partendo dalla realtà storica degli intervistati, costruisce il suo racconto – dalla trama sonora e rarefatta. Un racconto epico e al tempo stesso intimo della disillusione di un popolo che dopo il crollo dell’Urss si è dovuto confrontare con la ricostruzione della propria identità. E non senza la consumazione di tragedie documentate dalle storie di personaggi “umiliati” e “offesi” travolti dalla caduta della civiltà sovietica che, nel bene e nel male, era stata la loro casa.
Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Vremja. Second hand in lingua russa – tradotto da Bompiani, 2014) è un imponente affresco della quotidianità dopo la dissoluzione dell’Urss, una vera e propria summa di trent’anni di lavoro, con decine di protagonisti chiamati a parlare: contadini, operai, studenti, intellettuali. Il volume chiude il monumentale ciclo di cinque libri dedicati all’ultimo secolo di storia russa: dall’affresco del ruolo delle donne nell’Armata Rossa al disastro di Chernobyl’, dai reduci dell’Afghanistan ai giorni nostri, dalla caduta del comunismo alla perestrojka, fino all’avvento di Putin. Qui la Aleksevich riprende il leitmotiv di Incantati dalla morte, per poi superarlo, parlando della nascita di una “nuova Russia”, dopo una popolare e corale “buonanotte al Signor Lenin”. Ne emerge una Russia post-sovietica e post-liberista, in cui rispuntano idee di vecchio stampo: quella del grande impero, del pugno di ferro, della peculiare via russa. “Che cos’è Putin – afferma la scrittrice – se non la riedizione dell’homo sovieticus rimodellato attraverso la distruzione dei valori del postcomunismo? Sono passati cent’anni – annota la Aleksevich – e di nuovo il futuro non è al suo posto. Siamo entrati in un tempo di seconda mano”.

Scheda bibliografica dell’autrice
Svetlana è nata nel 1948 nella città ucraina di Stanislav (ora Ivano-Frankivsk) in una famiglia di militari (il padre era bielorusso e la madre ucraina). Dopo la smobilitazione del padre dall’esercito, la famiglia ritorna nella nativa Bielorussia, stabilendosi in un villaggio, dove entrambi i genitori lavorano come insegnanti. Laureatasi in giornalismo presso l’università di Minsk, inizia a lavorare nella redazione di Sel’skaja gazeta (Giornale agrario di Minsk) fino a diventare corrispondente letterario della rivista Nëman (organo dell’Associazione degli scrittori bielorussi) con l’incarico di responsabile della sezione critica e saggistica. A metà anni Ottanta, esce il suo primo libro Ja uechal iz derevni (Ho lasciato il villaggio), una raccolta di monologhi dedicata al tema dell’inurbamento, che le vale una reprimenda da parte del partito comunista bielorusso. Oggi la sua produzione letteraria conta diversi libri, alcuni tradotti in 20 lingue, che le hanno dato fama internazionale e procurato importanti riconoscimenti. Tra questi ricordiamo: La guerra non ha un volto di donna (sulle donne sovietiche al fronte nella Seconda guerra mondiale – 1985), Ragazzi di zinco (sui reduci sovietici della guerra in Afghanistan e sulle madri dei caduti – 1989), Incantati dalla morte. Romanzo documentario (sui suicidi in seguito al crollo dell’Urss – 1993), Preghiera per Chernobyl’. Cronaca del futuro (sulle vittime della tragedia nucleare – 1997), Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (epopea dell’homo sovieticus – 2013). Ha vissuto a Parigi. Di recente è tornata a vivere a Minsk. Ogni tanto partecipa ai festival più importanti, tra cui quello della Letteratura di Mantova che l’ha, tra l’altro, vista ospite proprio nell’ultima edizione del 2015.

Hanan Al Hroub ovvero la nuova Montessori palestinese da: ndnoidonne

Grazie a Maria Montessori, grazie a Hanan Al Hroub, a queste due insegnanti dell’amore

inserito da Adriana Moltedo

Hanan Al Hroub ovvero la nuova Montessori palestinese
di Adriana Moltedo esperta di Comunicazione e Media

Hanan Al Hroub, docente palestinese, la maestra che insegna la non violenza, a 43 anni, 5 figli, è stata la vincitrice del Global Teacher Prize 2016, premio Nobel indetto dalla Varkey Foundation, consegnatole dall’attore Matthew McConaughey.

Al Global Teacher Prize, giunto alla sua seconda edizione, hanno partecipato ottomila docenti di tutto il mondo. Dieci i finalisti (da Pakistan, Kenya, Regno Unito, Usa, Giappone, Finlandia, Australia, India) tutti invitati a Dubai per la cerimonia di consegna del singolare premio durante il Global Education and Skills Forum.

Hanan Al Hroub è diventata insegnante quando ha capito che doveva fare qualcosa per far superare ai suoi figli il trauma di una sparatoria di cui erano stati testimoni tornando da scuola. “Lo shock subito – ha dichiarato Hanan Al-Hroub – condizionò pesantemente il comportamento, la personalità e i voti dei miei figli».

È stato allora che la donna palestinese ha deciso di inventare nuovi metodi di apprendimento attraverso il gioco, coinvolgendo anche i figli dei vicini. «Poco dopo aver iniziato queste attività – ha spiegato – ho riscontrato netti miglioramenti nei miei figli: cresceva la sicurezza in loro stessi e miglioravano anche i voti a scuola. Per questo decisi di cambiare il mio indirizzo di laurea e diventare un’insegnante».

La nostra Maria Montessori già a fine ‘900 scoprì, elaborando il suo metodo, che dalla libertà deve emergere la disciplina.

Per Maria Montessori la disciplina derivava dal “lavoro libero”, e questa nasce solo quando nel bambino emerge l’interesse autentico, ossia quando egli “sceglie” il lavoro assecondando il proprio istinto, capace di procurare uno stato di raccoglimento assoluto.

Compito dell’insegnante – diceva – sarà lavorare al mantenimento di questo stato tramite l’educazione al movimento, al gioco. Secondo Maria Montessori è proprio il movimento a giocare un ruolo centrale, poiché la personalità si forma con il crescere all’unisono di facoltà psichiche e facoltà motorie. È quando il bambino impara a muoversi seguendo uno scopo che sia connesso con l’attività psichica che saprà dirigere la propria volontà; solo allora sarà disciplinato. Per questo motivo il lavoro nelle “Case dei Bambini” lo basò sul movimento, sul gioco, entrando in un ambiente costruito a sua misura, con materiali ideati per l’utilizzo autonomo dalla stessa Montessori, il bambino potrà scegliere la propria attività, seguendo l’istinto, svegliando l’interesse e la concentrazione.

Maria Montessori visse durante la guerra e il fascismo ebbe un solo figlio che dovette nascondere per anni, perché ragazza madre.

Hanan Al Hroub è cresciuta nel campo profughi di Deisha (Betlemme). «Sono nata in un contesto in cui la violenza era ed è all’ordine del giorno, e ho dovuto crescere in fretta» ha raccontato al momento della sua candidatura».

Oggi è felice di averlo fatto: «Sono orgogliosa di essere su questo palco. E accetto questo premio come una vittoria per tutti gli insegnanti e per quelli palestinesi in particolare».

Tipico delle scuole Montessori è stato l’insegnamento dell’Educazione Cosmica, che abbraccia i concetti di educazione ecologica, educazione alla pace ed educazione alla mondialità. Lo scopo del metodo di Maria Montessori è stato di guidare il bambino verso l’amore per la vita.

Grazie a Maria Montessori, grazie a Hanan Al Hroub, a queste due insegnanti dell’amore.