Ciancio, Procura ricorre in Cassazione: “Offensiva illazione su concorso esterno” da: catania.livesicilia.it

Venerdì 11 Marzo 2016 – 20:54 di

I pubblici ministeri Antonino Fanara e Agata Santonocito contestano punto per punto la sentenza emessa dal giudice Bernabò Distefano che ha prosciolto il noto editore catanese dall’accusa di concorso esterno sostenendo, sostanzialmente, l’inesistenza del reato.

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CATANIA- La Procura di Catania ricorre in Cassazione contro il proscioglimento di Mario Ciancio. I pubblici ministeri Antonino Fanara e Agata Santonocito contestano punto per punto la sentenza emessa dal giudice Bernabò Distefano che ha prosciolto il noto editore catanese dall’accusa di concorso esterno sostenendo, sostanzialmente, l’inesistenza del reato.

Secondo i pubblici ministeri “la sentenza applica erroneamente la legge penale allorchè ritiene astrattamente non configurabile il concorso esterno nel reato di associazione mafiosa e non individua gli esatti confini delle fattispecie di concorso esterno e di concorso interno nell’associazione mafiosa”. “Manca la motivazione -scrivono ancora i pubblici ministeri- della sentenza nella valutazione di alcuni elementi probatori essenziali e la stessa è, per altri versi, illogica”.

E ancora, “la sentenza viola i limiti cognitivi propri della fase processuale laddove, come si è evidenziato, si spinge oltre i limiti della prognosi circa la non utilità del dibattimento nella direttrice della innocenza/colpevolezza dell’ imputato”.

I pubblici ministeri contestano la ricostruzione giuridica del giudice Bernabò, sostenendo che “il Giudice si è posto in via pregiudiziale il quesito se “sia previsto nell ‘ordinamento giuridico italiano il cosiddello concorso esterno in associazione mafiosa” ed ha ritenuto che a tale quesito si debba “dare risposta negativa”. Lo stesso Giudice, quindi, ha ritenuto che “di conseguenza va dichiarato non doversi procedere nei confronti di Ciancio Sanfilippo Mario in ordine ali ‘imputazione allo stesso ascritta perché ilfatto non è previsto dalla legge come reato

In primo luogo non può condividersi perché non rilevante e, comunque, senz’altro smentita dalle argomentazioni giuridiche, l’opinione secondo il quale l’orientamento giurisprudenziale favorevole al concorso esterno in associazione mafiosa, che costituisce ormai “diritto vivente”, si fonderebbe non su valutazioni giuridiche, ma solo su delle inconfessate ragioni sociologiche e sulla esigenza politica di combattere più efficacemente la mafia”.

Secondo i pubblici ministeri, la ricostruzione della Bernabò contiene una “offensiva illazione, in quanto solo tale termine può utilizzarsi, dovrebbe fondarsi sulla conoscenza delle presunte intime finalità del comportamento di tutti o della maggior parte dei Giudici e non ha, naturalmente, nessun fondamento probatorio, neanche da un punto di vista logico-deduttivo.

Sul piano giuridico, dopo aver sommariamente esposto gli orientamenti giurisprudenziali sulla fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa, il Decidente, con grande enfasi, introduce due “importanti interventi” che, nell’anno 2015, avrebbero dimostrato l’impossibilità di configurare il concorso esterno in associazione mafiosa.

In realtà i “due importanti interventi” dimostrano esattamente il contrario.

Nel caso oggetto del processo, all’imputato è contestato di avere contribuito coscientemente al raggiungi mento dei fini e al rafforzamento dell’ associazione mafiosa con le condotte specificate nel capo di imputazione e, in sostanza, avvalendosi anche dei suoi rapporti con alcuni autorevoli esponenti politici e con figure apicali della pubblica amministrazione, per fare conseguire a se stesso e a11’associazione mafiosa indebiti vantaggi, ponendosi come agevolatore di affari di rilevante valore in cui è interessata Cosa Nostra.

Orbene, tali condotte sono state sempre ritenute dalla giurisprudenza di legittimità e di merito come pacificamente sussumibili nella fattispecie contestata all’imputato sin dalle prime pronunce delle Sezioni Unite della Cassazione. E’ infatti errato sostenere (cfr. pago 114) che la sentenza Demitry del 1994 avrebbe circoscritto la configurabilità del concorso esterno ai casi di apporto limitato del concorrente in circostanze particolari della vita dell’associazione, ossia in caso di stato di fibrillazione. Tale conclusione non è solo semplicistica, ma anche inidonea a cogliere il nucleo centrale dell’evoluzione giurisprudenziale”.

E ancora, il giudice Bernabò Distefano sarebbe incorso in “un ulteriore errore in cui è incorso il Giudice neII’applicare la norma sul concorso esterno è consistito nel sostenere che il Pubblico Ministero avrebbe errato nel contestare all’imputato “solo un capo di imputazione”, quello del concorso esterno, e non anche dei reati fine, poiché “Falcone contestava il concorso esterno unitamente ai reati fine”, contribuendo tale omissione a creare “un’ulteriore problema di individuazione delle singole condotte criminose”. Orbene, a questo Pubblico Ministero non è noto se il dottor Falcone abbia sempre contestato, oltre al concorso esterno, anche dei reati fine; è però noto che il reato di associazione mafiosa, così come il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, è un reato di pericolo e che il Legislatore ha anticipato la soglia di punibilità proprio per prevenire la lesione dell’ordine pubblico.

Per tale ragione la partecipazione ad un’associazione a delinquere, ad una associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, ad un’associazione mafiosa ­ così come il concorso esterno alle stesse – prescinde totalmente dalla commissione da parte dell’imputato dei reati-fine”.

“E’ stato citato anche l’ex Presidente della Regione -ricostruiscono i pubblici ministeri- Lombardo Raffaele, per la data del 04.09.2013 per essere sentito a verbale in ordine ai suoi rapporti con Ciancio e in ordine al suo intervento per l’iter amministrativo che ha condotto alle autorizzazioni per il centro commerciale Porte di Catania e per la costruzione di un villaggio destinato ai militari americani (Xirumi); Lombardo, però, si è avvalso della facoltà di non rispondere (dichiarazione del 07.09.2013), quale imputato di reato connesso.

Questo Pubblico Ministero ha, comunque, acquisito il verbale delle dichiarazioni che lo stesso Lombardo ha reso in una delle udienze del processo a suo carico, verbale contenente alcune rilevanti affermazioni su Ciancio e in ordine all’iter amministrativo per la costruzione del centro commerciale del Pigno (o Porte di Catania).

Non è vero, come scrive il Giudice, che è stato sentito solo un consigliere comunale, ossia Maravigna, tra quelli che parteciparono alla modifica del PRG, presupposto per il rilascio del permesso a costruire del centro commerciale Porte di Catania. Oltre al tentativo di sentire Scapagnini, all’epoca Sindaco e Presidente della Giunta Comunale, sono state fatte indagini bancarie approfondite su Benito Paolone, all’epoca consigliere comunale, non potendolo sentire in quanto deceduto, e sono emersi dei collegamenti con l’imputato Ciancio anche di natura finanziaria; sono stati, poi, sentiti il consigliere D’Agata Rosario, in due occasioni, nonché l’onorevole Viola, deputato regionale ma anche socio di Ciancio.

Il Giudice, a partire da pago 129, ha mosso serrate critiche alle valutazioni espresse dal GUP nella sentenza di condanna per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa emessa, a seguito di giudizio abbreviato, nei confronti dell’ex Presidente della Regione Sicilia, Lombardo Raffaele; ha poi sostenuto che, comunque, gli elementi posti a carico del Lombardo non avevano alcun rilievo a carico del Ciancio perché “la sentenza in questione ha riguardato Lombardo Raffaele che è un politico, già ex Presidente della Regione Sicilia, invece, l’imputato del presente procedimento non è un uomo politico “. Ma il Giudice, piuttosto che occuparsi degli eventuali errori motivazionali compiuti dal GUP della sentenza Lombardo, avrebbe dovuto confrontarsi con la rilevanza probatoria degli elementi scaturenti dagli atti acquisiti nell’ambito di quel processo e prodotti nel presente giudizio; ciò egli non ha fatto e, in tal modo, ha omesso di motivare su elementi probatori certamente significativi . In particolare, era emerso da tali atti il coinvolgimento del Ciancio in lucrosi affari (Centro commerciale Porte di Catania, progetto villaggio degli americani Xirumi) nei quali era stata coinvolta da parte dello stesso Ciancio l’ associazione mafiosa Cosa Nostra in uno al politico Lombardo Raffaele . L’iniziativa di interessare in tali affari anche esponenti di Cosa Nostra appare certamente significativa della consapevole volontà del Ciancio di favorire, oltre che se stesso, anche il predetto sodalizio”.

Muos: Turi Vaccaro rimarrà in carcere sino alla prossima udienza ad aprile da: ilsetteemezzomagazine.it di Giuliana Buzzone

L’attivista pacifista Turi Vaccaro tratto in arresto lo scorso 9 marzo, mentre si svolgevano le misurazioni delle onde elettromagnetiche prodotte dai sistemi presenti all’interno della base Us Navy  Nrtf, rimarrà in carcere sino all’udienza che si terrà il 1 aprile. Le accuse sono resistenza, danneggiamento aggravato e violazione del divieto di dimora, cosi ha stabilito il Tribunale di Gela. Vaccaro è uno dei simboli della lotta No MUOS, umile e pacato, l’11 novembre del 2015 dopo l’ultima incursione all’interno della base Nrtf era riuscito a salire su una delle parabole del sistema di comunicazione satellitare con una sacca e un disegnino della nipotina e un martello, procurando secondo una stima degli americani un danno di circa 800 mila dollari.

Si è appena conclusa l’udienza del processo contro il pacifista” si legge su uno dei canali informativi del Movimento No MUOS –  “Sono stati ascoltati due poliziotti che hanno fornito la loro versione dei fatti. Il giudice ha confermato l’arresto e deciso che Turi dovrà attendere la prossima udienza … A Turi va tutta la nostra solidarietà. Lo stato si autoassolve per aver difeso un’opera abusiva e illegittima ma reprime le azioni del non violento“.

Autore: fabrizio salvatori Maestre ed educatrici lunedì dalla ministra Madia. Usb: “Resistere fino a che l’ultima precaria non verrà assunta” da: controlacrisi.org

Saranno ricevute dalla ministra Madia le insegnanti precarie del Comune di Roma che in questi giorni hanno manifestato a Roma. Alcune di loro si sono arrampicate addirittura su alcune impalcature rimanendovi diversi giorni.
Nell’incontro che si è poi svolto a Palazzo Vidoni nella serata di ieri, 10 marzo, la delegazione dell’USB ha rappresentato l’insieme delle questioni relative a tutto il personale educativo e scolastico che si trova in condizioni di precarietà lavorativa ed aspetta da tempo una stabilizzazione definitiva della propria posizione.La prima questione è rappresentata dalle capacità assunzionali del Comune di Roma. Il Capo di Gabinetto della Funzione Pubblica, Bernardo Polverari, ha sottolineato che Roma Capitale già potrebbe procedere all’assunzione di una parte delle maestre ed educatrici, eludendo così la sostanza del problema e lasciando la maggior parte delle precarie senza risposte. Per evitare il classico gioco di scaricare le responsabilità tra Amministrazioni, la delegazione USB ha pertanto proposto che si apra un tavolo per affrontare la questione con tutte le parti interessate: il Ministero, le Amministrazioni locali (tra le quali Roma Capitale), l’ANCI e naturalmente le parti sociali.

La seconda questione riguarda il destino delle precarie inserite nelle graduatorie municipali per supplenze (III fascia nido e IV fascia infanzia), sulle quali nell’incontro sono emersi solo vaghi riferimenti alla possibile indizione di un concorso pubblico, soluzione molto riduttiva da proporre a persone che di fatto lavorano da 15 anni nei servizi educativi e scolastici permettendone la normale apertura e il mantenimento dei livelli di qualità.

La terza questione, posta sempre da USB, è la soluzione che va comunque individuata per dare continuità al servizio e certezza occupazionale a chi sta lavorando, tenendo presente che già sono cominciate le iscrizioni al nuovo anno scolastico educativo da parte delle famiglie.

I tempi della vertenza e le soluzioni che andranno individuate non possono infatti pregiudicare l’inizio del nuovo anno scolastico e da subito va assicurato il mantenimento di tutto l’organico. Sul tema la delegazione ministeriale si è trincerata dietro la giustificazione che la proroga dello scorso anno avrebbe implicitamente la possibilità di essere nuovamente reiterata: un tema questo sul quale la Ministra Madia dovrà dare risposte più chiare e rassicuranti.

Infine, la “questione tabù” dei Fondi strutturali europei: il Governo continua a non chiarire perché non sia possibile attingere a quei Fondi, sia su scala nazionale che regionale, per garantire l’ampliamento di questi servizi di grandissima rilevanza e che la Commissione Europea ha da tempo individuato come uno degli strumenti essenziali per la coesione e l’inclusione sociale, nonché per aumentare l’occupazione femminile.

Su tutti questi temi “USB è pronta come sempre a proseguire il confronto e a sostenere con le lotte la vertenza, finché l’ultima precaria non verrà assunta”

Tsipras: “il nostro popolo con i profughi, contro le guerre e l’austerità neoliberista” da. rifondazione comunista

Il discorso completo al Comitato Centrale di SYRIZA il 6.3.2015 
Traduzione: Argiris Panagopoulos

tsipras15Compagne e compagni
Il Comitato Centrale si riunisce oggi esclusivamente sulla crisi dei rifugiati. E noi siamo in mezzo, si potrebbe dire qualcuno, di una crisi che costantemente diventa più acuta, una crisi che va oltre i punti di resistenza di un paese e mette alla prova le resistenze di tutta l’Europa. E una crisi che si potrebbe dire che sta cambiando i dati in tutta Europa.
Abbiamo il più grande spostamento di popolazione dopo la Seconda Guerra Mondiale.
E ci troviamo per prima volta di fronte ad un Occidente che sente, vede, che ci sono conseguenze dalle scelte irrazionali nella fragile regione del Medio Oriente, conseguenze che questa volta non provocano solo instabilità in queste regioni, ma riguardano il cuore dell’Europa. Le scelte di intervento irrazionali, l’assistenza nei conflitti imperialisti o il fomentando di guerre, la disintegrazione di interi stati, strutturati, coordinati, a volte ha avuto come risultato l’instabilità in questi paesi o nella regione. Oggi, per la prima volta l’occidentale e l’Europa si rendono coscienti che gli effetti di queste scelte e di queste azioni non riguardano solo questa zona fragile, ma raggiungono il nucleo dell’UE e dell’Europa.
Un’Europa che di fronte a questa crisi mette in evidenza le sue grandi debolezza.
Il deficit di solidarietà.
Il deficit di approfondimento politico e di avere procedure per tempestive decisioni e del loro rispetto.
Ma soprattutto il deficit politico.
Europa oggi si trova in una crisi di nervi, non perché non possono permettersi le conseguenze dell’onda di flussi di profughi, non perché non è in grado di integrarsi nel suo tessuto sociale i rifugiati siriani.
Inoltre tutti gli studi, anche della BCE, dimostrano che i paesi dell’Europa centrale con un forte problema demografico, con un tasso di disoccupazione molto basso e con una produzione industriali molto forte a medio termine avrebbero avuto solo benefici dall’integrazione nel tessuto produttivo non solo di uno, ma anche di parecchi milioni di profughi, in particolare con il profilo di quelli provenienti dalla Siria, vale a dire di una stratificazione sociale media se non superiore e quindi molto più facile da introdursi nel tessuto sociale.
Ma, ripeto, l’Europa è in crisi nervosa non per ragioni di debolezza oggettiva, ma per ragioni di debolezza politica.
Perché le politiche di austerità degi anni precedenti hanno allevato questo mostro di estrema destra, che trova terreno fertile per crescere soprattutto nei paesi dell’Europa centrale, orientale e nell’Europa meridionale. E nel nostro paese, purtroppo.
E poiché la decisione cruciale, visto che il dilemma di allora è stato l’approfondimento o l’allargamento e si è deciso l’allargamento, la decisione cruciale di allargamento dell’UE con gli ex paesi del blocco orientale ed altri si è dimostrata una decisione di forte rischio.
Perché è un’altra cosa il rafforzamento dell’estrema destra come opposizione politica negli Stati membri ed un’altra cosa la sua messa in evidenza in governi, obbligando oggi l’Europa dei 28 di collaborare con governi che hanno una direzione chiaramente populista e di estrema destra.
E così quello che si rischia oggi dalla crisi dei profughi volevo dire che è innanzitutto la questione di egemonia politica, l’egemonia delle idee.
Vincerà l’Europa della paura e del razzismo?
O l’Europa della solidarietà e del multiculturalismo? Questa è la sfida cruciale.
E il risultato di questo conflitto di idee e di politica determinerà il futuro dell’Europa e, eventualmente potrà modificare la struttura di Europa per molti anni.
È quindi chiaro che il modo in cui l’Unione europea gestirà d’ora in poi la crisi economica e dei rifugiati determinerà non solo la sua forma e la sua direzione politica, come dicevano fino ad oggi, ma anche la sua propria esistenza.
E la sua gestione fino ad oggi lo riconferma.
Perché l’Europa si schiaccia oggi tra l’austerità e le frontiere chiuse.
Tiene aprire le sue frontiere all’austerità, ma chiude i suoi confini alle persone perseguitate dalla guerra che cercano di trovare la speranza e la salvezza. Mantiene, se volete, un atteggiamento che molto presto la porterà ad un punto morto.
E naturalmente, nel quadro di questa tendenza, la sovranità nazionale avrà la supremazia alle regole comuni a livello europeo per quanto riguarda i rifugiati, ma la questione della sovranità e della democrazia si gettano nella spazzatura, quando si tratta per l’economia e la linea dominante, che è la linea dell’austerità.
Si tratta di una contraddizione fondamentale che indebolisce la legittimità morale dell’integrazione europea e la stessa coesione dell’Europa.
E sono le dominanti politiche europee che generano e riproducono questa contraddizione.
Queste mostrano che il neoliberismo è il catalizzatore dell’euroscetticismo, il neoliberismo e non le forze che resistono agli effetti del neoliberismo.
E dobbiamo certamente mettersi d’accordo sul fatto che sono una loro creatura il ripiegamento nazionale sula questione dei profughi. Una loro creazione è anche il fatto che una serie di paese affronta la questione sulla base di questa logica: “tutto quello che è lontano dalla mia casa, lontano dal mio cortile, se lo gestiscono quelli che gli riguarda”.
E questa contraddizione – la sovranità nazionale di fronte alle persone ma non di fronte al capitale – spiega l’atteggiamento dei quattro “Paesi di Visengrad”, che insieme con l’Austria oggi sono protagonisti per rivendicare di imporre in tutta l’Unione europea la politica dei confini chiusi ai profughi. E voglio sottolineare questo punto, ai rifugiati, al di là e al di fuori del quadro non solo europeo, ma della legalità internazionale e a tutte le regole definite dalla Convenzione di Ginevra.
E vogliono imporre l’Europa-fortezza.
Di fronte a questa realtà, il nostro paese si è trovato, anche per la sua posizione geografica, al centro della crisi dei rifugiati, ma allo stesso tempo ha vissuto fortemente anche la crisi economica. Tenendo anche conto della crisi di sicurezza e della destabilizzante con l’ascesa di ISIS e gli attentati terroristici nel cuore dell’Europa, il nostro paese è quindi situato al centro di una crisi con tre lati parallele: dei rifugiati, dell’economia, della sicurezza. Cosi la lotta e difende valori, lotta e difende il bisogno dell’UE di tornare sula strada della ragione e del buon senso.
Nel recente Consiglio europeo ci siamo riservati a dare la nostra approvazione alle conclusioni comuni sia per i rifugiati sia per la questione della Bretagna – dove qui, guardate che contraddizione. Mentre alcuni credono che i problemi dell’Europa nel suo lato del sud sono problemi che devono risolvere da soli, chiedo la solidarietà per i problemi che hanno creato con i loro governi nel lato nordoccidentale dell’Europa. Rivendicando anche un pacchetto di misure di deviazione dal diritto comunitario acquisito e meno Europa per rivendicare ad un referendum la permanenza in Europa. Il che è un ossimoro. Spero che si riescono, ma è un ossimoro, perché quando uno deve scegliere tra niente Europa e da un pacchetto di meno l’Europa ed è contro l’Europa, forse sceglie il pacchetto che sarà il full package – pacchetto completo che diciamo, quello che sarà nella sua versione più potente. Speriamo che il risultato sarà positivo nel referendum. Ma questa contraddizione è una contraddizione che dovremo notarla.
In questo Consiglio europeo abbiamo messo allora fin dall’inizio le nostre riserve per l’approvazione delle conclusioni. Se le conclusioni non vengono modificate per confermare prima di tutto quello che è più importante per noi, la questione dell’integrità della zona di Schengen e che le azioni non coordinate, i passi unilaterali lungo la rotta dei Balcani, per quello che riguarda i flussi di rifugiati, non sono accettabili. Sono fuori del contesto europeo.
E con questa minaccia di veto siamo riusciti ad integrare entrambe le questioni critiche per noi. Questa scelta non ha messo fuori del contesto e quadro europeo il nostro paese, non ha isolato il nostro paese, come in modo monotono dice l’opposizione paurosa del nostro paese e numerosi giornalisti e apparentemente rispettabili universitari, ma piuttosto il nostro atteggiamento ha attivato alleanze all’interno dell’UE
E ha avuto come risultato di isolare i paesi che dopo hanno fatto ricorso ad azioni unilaterali.
Azioni che se prima delle conclusioni del Consiglio europeo non erano fuori del quadro europeo, oggi si presentano come azioni fuori dal nostro quadro comune e non come inaccettabili.
E l’accusata sarebbe la Grecia, che avrebbe omesso di adempiere ai propri obblighi e non l’Austria e gli altri paesi che hanno agito unilateralmente e al di fuori del quadro delle decisioni comuni.
Azioni direttamente condannate dalla maggior parte degli Stati membri e di tutte le istituzioni europee.
Nello stesso momento non solo non si è isolata la Grecia, ma a livello sociale, il nostro atteggiamento ha creato un movimento di solidarietà, anche all’interno del paese, in cui i ministri degli Esteri di nuovo conio e le forze di estrema destra, dopo aver isolato il cancelliere socialdemocratico che partecipa in una coalizione, mostrano una arrogante retorica anti-europea. Allo tempo stesso che dimostrano la loro retorica anti-europea, forse perché ritengono che le questioni europee e la solidarietà sono in relazione alla professione che esercitavano poco prima di assumere l’incarico del ministero degli Esteri, allo stesso tempo allora, questi che si impegnano in questa retorica estremista, vengono gli intellettuali, gli uomini di cultura dentro l’Austria per dimostrare che non è tutto in bianco o in nero e che la politica di adottare la retorica di estrema destra trova resistenze all’interno della proprie società dei paesi in cui i loro governi la stanno perseguendo.
Ho visto la dichiarazione di 90 intellettuali austriaci, che sottoscrive il premio Nobel per la Letteratura Elfriede Jelinek, che per noi è probabilmente un’indicazione che un campo di azione è la diplomazia, un secondo campo di azione è la diplomazia dei movimenti, dei popoli, degli intellettuali, il mondo della cultura e del lavoro, per costruire un muro contro quelli che costruiscono muri e vogliono l’Europa una fortezza.
Con questo nostro atteggiamento abbiamo evitato di isolare il nostro paese e di creare un clima di solidarietà, ma allo stesso tempo abbiamo stroncato questo dibattito inaccettabile che è iniziato con il bel pretesto per la zona di Schengen e la possibilità di uscita della Grecia. Quando tutti riconoscono che non la voleva nessuno, perché non conviene a nessuno, ci chiediamo perché avevano iniziato questo dibattito. E l’unica conclusione che possiamo trarre è che appena iniziato, al fine di nascondere le decisioni che avevano preso in precedenza e di gettare le responsabilità sulla Grecia e non a coloro che prendono azioni unilateralmente e chiudono i confini. Perché avevano l’intenzione di farlo già prima, come si vede.
E così concludendo sui risultati del recente Consiglio europeo questa vile discussione sulla uscita della Grecia dalla Schengen o il smantellamento di Schengen, abbiamo preso, si direbbe, il pane dalla bocca dei nostri critici, in particolare quelli del Partito Popolare Europeo – vale a dire, la famiglia politica europea a cui appartiene la Nuova Democrazia e in particolare il suo capo, il signor Weber, che chiedeva con entusiasmo l’uscita temporanea della Grecia dalla zona di Schengen.
Ma abbiamo preso anche il pane dalla bocca dei loro compagni di partiti in Grecia, che aspettavano per allarmare e terrorizzare la gente.
Per richiedere la testa del nostro governo su un piatto, e naturalmente in piena collaborazione, come abbiamo notato, con la maggior parte dei mezzi di comunicazione che sono intrecciati con la corruzione e giocano in queste ore, in questi giorni, per la terza volta consecutiva i loro resti, dopo il referendum, dopo le elezioni, e ora ormai in vista alla valutazione. Sarano smentiti per la terza volta.
Abbiamo dimostrato, per ancora una volta, che ti rispettano quando hai la propria voce – non quando parli con le voci degli altri, come fecero i governi precedenti e come ci ha suggerito di fare la Nuova Democrazia ora
Ma noi non alziamo il dito contro altre nazioni e paesi.
Noi stigmatizziamo politiche.
Siamo in costante contrapposizione con l’Europa cieca e chiusa.
Con l’Europa, la quale, in violazione del diritto internazionale per la protezione dei rifugiati, ha chiuso le sue frontiere interne ai rifugiati di guerra.
E si ritira di fronte alla xenofobia e il razzismo della crescente destra estrema e populista.
Perché la solidarietà in Europa e la difesa dei valori – e questo riguarda in particolare le forze progressiste che fanno grandi concessioni questi giorni – la difesa dei valori non può finire lì dove iniziano i sondaggi.
E non può essere una pura retorica, che si ferma quando ci troviamo di fronte alle elezioni cruciali.
Perché in ultima analisi, questo è il miglior regalo per l’estrema destra alle prossime elezioni.
Per noi, la crisi dei rigugiati non divide i paesi.
Contrappone idee e politiche.
Mette in evidenza la linea di demarcazione con un modo molto forte, direi esistenziale, tra la conservazione e il progresso.
Tra la Destra e la Sinistra.
Quindi abbiamo bisogno, oggi più che mai, che l’Europa deve cambia rotta. E per cambiare rotta, abbiamo bisogno di cambiare gli equilibri politici europei.
Le forze progressiste d’Europa hanno il dovere di alzare la propria parete di fronte alle mura della vergogna, che sollevano ai loro confini oggi le forze che sono influenzate dalla retorica dell’estrema destra.
C’è bisogno di rifondare l’Europa sulla base dei principi dell’umanesimo, della democrazia, della solidarietà, della giustizia sociale e della coesione.
E, ovviamente, dell’uguaglianza politica dei membri dell’Unione Europea.
Ma con l’Europa che chiude gli occhi, il cuore e le frontiere non solo ai rifugiati ma anche di fronte alla realtà non siamo semplicemente e solo in un confronto retorico.
Siamo in un confronto nella pratica, nella praxis.
Come un paese all’avanguardia, fin dal primo momento, il popolo greco per lo più, ma anche lo stato, in particolare gli abitanti delle isole della prima accoglienza – hanno mostrato il volto umano dell’Europa, hanno mostrato umanità e solidarietà.
Hanno dato senso ai nostri valori, che sono i valori di un’Europa democratica.
Noi continueremo nella stessa direzione. Noi continueremo a salvare vite umane, di dare cibo e sicurezza alle persone oppressi, cacciate, perseguitate.
E questo, ricordate, non è l’adempimento dei nostri obblighi verso alcune decisioni che hanno calcolato con numeri sulla base di alcune considerazioni burocratiche a Bruxelles. Questo è il nostro impegno verso la nostra cultura e verso i nostri valori. Ha questa cultura e valori risponderemo.
Noi continueremo a privarci del poco che abbiamo per comportarci con umanità alle persone cacciate e perseguitate che hanno bisogno.
Noi continueremo a difendere il volto umano dell’Europa.
Ma è anche ovvio che un piccolo paese come la Grecia non può sollevare il peso dell’Europa in questa crisi.
E per di più in condizioni di un duro consolidamento fiscale, di difficoltà economiche.
Siamo l’unico paese ad applicare le decisioni e gli impegni che abbiamo preso insieme ai paesi della rotta balcanica l’ottobre scorso.
Siamo il paese che ha potuto, nel possibile, una situazione critica di trasformarla in una situazione controllata, e di dare assistenza e di avere una gestione umana delle crisi a livello europeo.
Ma è assolutamente chiaro a noi, come ho ripetuto, che i valori esplicitamente inclusi nei trattati costitutivi dell’Unione, come la solidarietà, l’equità, la condivisione equa degli oneri e delle responsabilità, cioè valori compresi nei Trattati europei, non dovremo difenderli solo noi, ma di chiedere la loro applicazione in pratica da tutti i paesi dell’UE.
Pertanto nel prossimo Consiglio europeo andremo a rivendicare che diventano realtà.
E questa rivendicazione, ovviamente, ha bisogno do una collaborazione minima con le forze politiche all’interno del paese, nel senso che è necessaria in questo momento, anche sul minimo che possiamo essere d’accordo, una strategia nazionale comune.
E questo in effetti era lo scopo della convocazione del Consiglio dei leader politici Venerdì scorso. Dove penso che questo è stato reso possibile, di avere il minimo, il minimo necessario, una strategia basata sulla posizione e la relazione che ha presentato il governo.
Potrei dire che si sofferma brevemente su tre punti chiave:
• La solidarietà con i rifugiati che si trovano nel nostro paese,
• Il tentativo della riduzione dei flussi dalla Turchia, il che significa colpire i trafficanti, colpire in particolare il commercio di anime nell’Egeo, ma anche ridurre ed eliminare del dramma che viviamo e che non dobbiamo abituarci. Non dobbiamo abituarci all’idea che si tratta di un fatto quotidiano la perdita di vite, di bambini, di persone nelle acque del nostro mare, il mare Egeo.
• E, in terzo luogo, l’equa ripartizione delle responsabilità e degli obblighi all’interno dell’Unione europea, con conseguenze per coloro che non rispettano d’ora in poi le decisioni comuni.
Questa sarà la posizione della Grecia nel Consiglio europeo straordinario di domani.
Permettetemi pero un commento alla posizione del maggior partito dell’opposizione, che dentro il parlamento ha accettato questa convergenza minima in una strategia nazionale necessaria, che è più positivo, ma ha cercato per i propri scopi, fuori dal parlamento, rispondendo probabilmente a suoi problemi interni, di falsificare fatti ed eventi, in particolare in materia di centri per i profughi prima della loro partenza.
Non voglio parlare di questa continua retorica di denuncia di fronte alla politica seguita dal governo fin dal primo momento e grazie a questa politica oggi non ci siamo di fronte a problemi più grandi. Ma io non voglio soffermarmi a questo. Ho risposto in parlamento. Ho detto che il nucleo di questa retorica è simile, se non lo stesso, da quello esercitato contro l’attuale vicepresidente del Parlamento, allora Ministro della Politica sull’immigrazione, il nucleo di questa retorica è identico con la denuncia retorica dell’opposizione di estrema destra in Germania, della forza crescente della “Alternativa per la Germania” contro la Merkel non ha chiuso i confini. È lo stesso nucleo.
E qui c’è una contraddizione per il presidente della Nuova Democrazia signor Mitsotakis. Dobbiamo risolvere il problema. Non è facile da una parte di voler sembrare un politico europeo, con un profilo europeo e dall’altra parte di conciliare i punti di vista del suo vicepresidente e della forte tendenza di estrema destra dentro la Nuova Democrazia
In discussione poi i centro per i profughi prima della loro partenza che hanno sollevato fuori dal parlamento: Dicono che il governo si rifiuta di creare tali centri. La realtà è che questi centri de facto lavorano già da cinque mesi. D’altra parte, non si deve che questi centri si trasformano in carceri di uomini che non hanno commesso nessun delitto.
Questi centri sono utilizzati e saranno utilizzati con grande parsimonia, nel rispetto dei diritti e della dignità delle persone e per garantire che i migranti ritornano ai loro paesi in modo rapido, sicuro e senza negligenza e ostacoli burocratici. Inoltre la Turchia, nel Consiglio di Collaborazione in Altro Livello che avremo a Smirne Martedì, una delle decisioni sarà l’aggiornamento del Protocollo di Riammissione in modo di avere l’opportunità per quelle persone che o provengono da Marocco, l’Algeria, che quindi non hanno relazione con la guerra in Siria e il principale flusso di rifugiati , e, quindi, non hanno nessuna possibilità con i dati dell’Europa di oggi di ottenere l’asilo, deve essere la possibilità del loro ritorno, un ritorno rapido in sicurezza e allo stesso tempo di dare il messaggio che la strada di rifugiati verso l’Europa non è il Mar Egeo e nemmeno i trafficanti di anime di contrabbando. Ma la strada deve essere – e quindi dobbiamo insistere – il percorso legittimo attraverso un affidabile e potente in numeri diretta delocalizzazione dei migrati dalla Turchia e, naturalmente, per coloro che sono stati trovati in Grecia, dalla Grecia verso i paesi dell’UE, che devono condividere questo peso.
Ma voglio questa ora di ricordare a chi, invece di vedere la foresta guardano l’albero e alimentano la retorica di estrema destra della Nuova Democrazia e dei suoi dirigenti. E io dico che è sbagliato forze politiche – mi riferisco a forze politiche, mi riferisco soprattutto tutto il popolo greco che osserva – è uno sbaglio di cadere questo momento in questa trappola.
Dobbiamo prendere in considerazione la situazione al limite che è attualmente trovato sia il paese che tutta l’Europa.
Quindi hanno bisogno di equilibri, calmate, un aspetto progressivo e realismo, in modo da poter affrontare una situazione insolita.
Le retoriche facili che non tengono conto gli equilibri e le possibilità, le differenze politiche e i conflitti tra progetti strategici soffrono ad un certo punto. Possono sul campo morale essere le migliori, ma soffrono ad un certo punto. Esse non possono costruire l’egemonia nel campo sociale.
E fino a questo momento quello che abbiamo vinto in Grecia è proprio questa battaglia. Non ha avuto il sopravento la retorica di Alba Dorata che dice “cacciare queste persone dalla Grecia”. Ha prevalso la retorica di umanità e di solidarietà.
Questa battaglia di egemonia cerchiamo di non sprecarla. È una battaglia cruciale.
Compagne e compagni,
Noi faremo il nostro dovere umanitario nei confronti di coloro che cercano e hanno bisogno il nostro appoggio e il nostro aiuto.
Ma abbiamo detto in tutti i toni e soprattutto verso l’Europa, che non diventeremo un magazzino di anime umane.
Abbiamo quasi 30.000 rifugiati quest’ora sulla penisola e le isole greche.
Lavoriamo duramente per soddisfare le loro esigenze di alloggio temporaneo dignitoso, e lavoriamo per coprire le possibili esigenze di altre 20.000 persone nel più breve tempo possibile. Quello che il governo sta facendo, quello che stanno facendo i ministeri, che si trovano in costante coordinamento interministeriale, ma soprattutto le Forze Armate, è quello di costruire ed alimentare. Per costruire le infrastrutture e per dare il cibo alle persone bisognose.
Ma dal momento che il Idomeni è chiusa ai rifugiati e i flussi dalla costa turca sulle isole rimangono, deve essere assolutamente chiaro che il lancio immediato di un processo di reinsediamento credibile dei profughi dal nostro paese verso altri paesi europei, è assolutamente urgente.
E questo cercheremo di avere Lunedi al vertice straordinario dell’UE. Non solo le parole che sono urgenti queste misure, ma iniziare di applicarle immediatamente e in un numero elevato.
Ma è altrettanto necessario ridurre i flussi dalla Turchia e attivare immediatamente un nuovo accordo per accelerare e migliorare il processo di ricollocazione. E penso che in quella direzione Martedì avremo risultati positivi.
Ma sappiamo che l’arresto completo dei flussi sarà possibile solo attraverso la fine definitiva alla guerra in Siria e l’attivazione di un grande sforzo di ricostruzione internazionale in Iraq, Siria e tutti i Paesi destabilizzati del Medio Oriente.
Dobbiamo quindi avere immediatamente una road map per la pace in Medio Oriente, con le priorità specifiche che saranno analizzare più avanti nel suo discorso del Segretario del Comitato centrale, come le ha già espresse il nostro partito.
I rapidi sviluppi sulla questione dei rifugiati e l’impatto dei molteplici interessi che si scontrano in Medio Oriente da una parte fanno merger delle difficoltà, ma dall’altra parte sottolineano l’importanza geostrategica specifica del nostro paese.
Per usarla, abbiamo bisogno di stabilità e di progettazione politica, sociale ed economica. Pianificare una politica estera forte, attiva, multidimensionale.
Abbiamo dato campioni di politica estera originale rispetto alla cooperazione strategica con i paesi della regione, in Egitto, Palestina e Israele, la Giordania, l’Iran, triangolari rapporti tra Grecia-Cipro con Israele e l’Egitto. Abbiamo offerto campioni di scrittura per la nostra politica estera.
Ma ha bisogno per sia garantito per il periodo prossimo la coesione sociale, la stabilità politica e, soprattutto, porre fine a questa crisi che colpisce il paese più di ogni altra parte d’Europa, per oltre sei anni.
Le condizioni, naturalmente, sono difficili.
La situazione economica è fragile, e il contesto internazionale complesso e imprevedibile.
Ma con fiducia e determinazione continuiamo la lunga strada che ha avuto inizio circa un anno fa.
Per materializzare il nostro piano per la ridistribuzione del peso della crisi dai più deboli al più forti, di promuovere l’eguaglianza.
Per fare un passo avanti verso l’orizzonte di prosperità e di giustizia sociale, che sono la nostra guida.
E questo camino, i passi che di certo dobbiamo fare non saranno realizzati e non saranno realizzati in condizioni di tranquillità ma in un contesto di grandi conflitto.
Con l’establishment politico ed economico.
Con l’oligarchia e gli interessi intrecciati.
Con il sistema dei media e parti della burocrazia statale che oggi perdono i loro privilegi a causa del nostro intervento.
Il conflitto è iniziato.
Il conflitto infuria.
E questa volta in questo conflitto non vinceranno quelli che vincevano sempre. Questa volta sarà vinto dal popolo e dai gruppi sociali più deboli.
Sono proprio queste forze che vogliamo rappresentare.
I lavoratori, i disoccupati, la classe media, i pensionati.
I grandi perdenti in questa crisi.
E queste forze sociali che vogliono sostenere e far rigenerare le attese e le speranze.
Applichiamo un accordo difficile, il prodotto di un evidente ricatto e di un compromesso.
Un accordo con delle difficoltà, che, tuttavia, non ricorda per nulla i licenziamenti di massa nel settore pubblico del signor Mitsotakis, i successivi tagli orizzontali e profonde a stipendi e pensioni del signor Samaras, il distruttivo PSI sul taglio del debito del signor Venizelos, che a inginocchiato i fondi di prevenzione e, in particolare, nel complesso, l’aggiustamento fiscale brutale di 65 miliardi che ha vissuto il paese dal 2010 al 2015, dove abbiamo perso il 25% della nostra ricchezza nazionale. Un PIL di quasi 245 miliardi è andato ai 175 miliardi.
Un accordo che, al termine della prima valutazione, apre la strada per l’essenziale, la discussione necessaria per la menomazione del valore attuale netto del debito, vale a dire un accordo, ha detto uno dei nostri ministri ieri si vede l’Ithaca, non sarà un infinito Calvario, ha un obbiettivo. Quindi, lo stiamo applicando al fine di arrivare rapidamente a Itaca. E sia la perdita del valore del debito e sia il ripristino dell’esenzione (waver) e l’appartenenza della Grecia all’allentamento quantitativo da parte della Banca Centrale Europea per le obbligazioni greche al fine di ripristinare i prestiti a basso costo alle banche e creare il clima, in modo permanente questa volta, che l’economia greca si voltò pagina, senza, il circolo vizioso ed è passata in un circolo virtuoso.
La prima valutazione sarà completata al più presto, nonostante le tattiche dilatorie che tiene gli ultimi giorni il FMI.
Questo perché, per prima volta, vi è una sostanziale convergenza sia per le stime per il prossimo periodo sia per i dati economici e fiscali di oggi tra la parte greca e le istituzioni europee.
E sto parlando di convergenza, non per l’adesione unilaterale ai loro punti di vista, come in passato.
Questa convergenza riguarda l’attuazione delle riforme, la stima per l’avanzo primario del 2015 e per il gap fiscale del triennio 2016-2018.
Al contrario, il FMI promuove le sue posizioni, le proprie stime direi arbitrarie e non realistiche.
Per esempio, mentre il 2015 chiude, non con un deficit primario del 0,25%, come era previsto dall’accordo di luglio, ma con un avanzo primario del 0,2%, quindi abbiamo un differenziale positivo dello 0,45% del PIL, il FMI insiste sui dati non rivisti e gli errori di calcolo per un deficit primario del 0,6%.
Ma i numeri sono numeri. Uno può avere diversi punti di vista circa il futuro, non può avere pero una lettura diversa sui numeri per il bilancio fatto e i fatti degli anni precedenti.
Non siamo allora noi isolati nel negoziare con le istituzioni.
E l’insistenza del Fondo Monetario Internazionale in contrasto con i numeri vuol dire, ora, che esiste un disaccordo con il programma stesso che stiamo applicando.
Un disaccordo, non tecnocratico, ma politico.
Pertanto, è certo che sarà chiamato molto presto l’Unione europea – perché la questione la riguarda direttamente – sarà chiamata molto presto, ad alto livello, quello politico e non tecnocratico, per chiedere a tutti di rispettare l’accordo firmato il 12 luglio del 2015.
Ma la politica del nostro governo non si limita alla realizzazione dell’accordo con i creditori.
Stiamo applicando il cosiddetto “programma parallelo”, che ha un chiaro segno di classe e riflettere, in pratica, la nostra identità ideologica.
Il nostro piano per arginare la crisi umanitaria che è in pieno svolgimento.
• Riguarda circa 400.000 persone, vale a dire 176.000 famiglie.
• 148.000 persone hanno ottenuto l’alimentazione della tessera di alimentazione e 21.000 persone ricevono un aiuto economico per l’alloggio.
• Abbiamo ricontattato l’elettricità ai beneficiari che gli era tagliata la connessione e offriamo energia elettrica e acqua gratis a quelle famiglie che sono coperte dalla legge sulla crisi umanitaria.
• I disoccupati si muovono gratis.
• Applichiamo la legge per le 100 tranche, che è stata descritta poi come un’azione unilaterale, una legge che ha tirato via il cappio del debito dal collo delle famiglie e degli imprenditori.
• Abbiamo fatto partire programmi per la nuova generazione di otto mesi, non di cinque mesi, con l’obbiettivo di combattere la disoccupazione.
• Dobbiamo iniziare l’applicazione pilota nei primi 17 comuni – le cosiddette “sacche di alta disoccupazione.”
• Entro l’estate questi programmi saranno applicati ad altri 32 comuni.
• Non abbiamo celebrato la riduzione della disoccupazione dal 26 al 24,5%. Sarebbe semplice arroganza. Ma non possiamo ignorare il fatto che in condizioni di crisi economica, i controlli sui capitali e i conflitti per la negoziazione, la disoccupazione nel nostro paese è diminuita di circa 80 000 persone.
• Abbiamo garantito la piena e gratuita assistenza sanitaria, copertura diagnostica e farmaceutica di tutti i cittadini non assicurati, ma anche ai gruppi vulnerabili, in base al loro numero di assicurazione AMKA. Il che significa che diamo la possibilità ad un totale di 2,5 milioni di persone di avere assistenza medica. I nostri concittadini non saranno umiliati come quando andavano agli ospedali pubblici e gli chiedevano di firmare che le spese del ricovero in ospedale sarà incluso nel loro debiti nei confronti dello Stato.
• Inoltre abbiamo previsto di coprire i vuoti dei personale nella sanità e nell’istruzione.
• Per la prima volta dal 2009 saranno assunte 3.500 persone a breve in tutti i rami.
• Allo stesso tempo, abbiamo previsto l’assunzione di 500 medici e infermieri, nel mese di marzo, per aprire la metà dei letti delle sale di rianimazione e di terapia intensiva che avevano chiuso i governi precedenti. Anche per questo non abbiamo fatto una celebrazione, perché sappiamo che il fronte e molto grande e la situazione negli ospedali pubblici sono estremamente dura e difficile e dobbiamo dare battaglia per migliorare questa situazione.
• Abbiamo ripristinare l’insegnamento di recupero e di sostegno addizionale nelle scuole superiori, generali e i licei.
• Abbiamo fatto il passo per l’assunzione di 23.000 insegnanti supplenti nell’istruzione secondaria, che significa un aumento del 23% rispetto allo scorso anno
• A parte la merenda che offriamo a 11.000 alunni delle scuole elementari e asili nido nelle zone del tessuto urbano che sono state colpite di più dalla crisi.
• Abbiamo cominciato dal quartiere di Pireo Perama, forse uno dei comuni più degradati, ma nel complesso della Seconda circoscrizione di Pireo sono tra le aree più colpite e ferite dalla crisi, siamo partiti da Perama con un programma specifico di pilotaggio per offrire il pasto caldo a tutti gli alunni del loro comune. I 1.405 alunni delle scuole elementari del comune.
• E questo programma si materializza attraverso la cooperazione finanziaria innovativa del settore privato con il settore pubblico e le organizzazioni sociali – il cosiddetto «crowdfunding» – un programma e un’iniziativa che può e deve continuare e ampliare in tutta la Grecia.
Compagne e compagni,
E’ plausibile che alcune delle misure dell’accordo che applichiamo causano reazioni sociali.
Affrontiamo tutto con con il dialogo – non la repressione. Non si criminalizzano né si accetta la criminalizzazione delle lotte sociali e delle mobilitazioni. Così abbiamo annunciato che presto metteremo ordine nella casa nostra depenalizzando l lotte sociali, una possibilità di on avere sanzioni, per fermare i tribunali contro gli agricoltori, contro gli studenti, tutti i tipi tribunali contro i gruppi che rivendicano diritti.
Per noi i gruppi sociali che rivendicano diritti non sono avversari. Non sono avversari, è sono alleati nel nostro sforzo di sintetizzare le rivendicazioni un piano realistico per la ricostruzione e la cresci8ta dell’economia, la ricostruzione produttiva, l’equa distribuzione e la condivisione dei pesi ed del prodotto.
I miei incontri con i rappresentanti dei blocchi stradali degli agricoltori dimostra le intenzioni del governo.
Abbiamo avuto un dialogo franco, democratico ed esauriente, sulla base di principi, non una beffa meschina da micropartitino, che ora dai qualcuno la mano e domani torni a prenderla tutta.
Dopo tutto, gli agricoltori sanno meglio di chiunque altro che i governi precedenti promettevano “tutto al peso dei kili, tutto in denaro”, ma nello stesso tempo uccidevano, saccheggiavano, distruggevano il fondo delle pensione degli agricoltori OGA, cioè la prospettiva della sicurezza sociale degli agricoltori.
Al contrario, noi non siamo andati a premettere, ma per avere coscienza dei loro problemi, trovare soluzioni, e soprattutto per salvare sia le pensioni sia la protezione sociale, per non far diventare gli agricoltori cittadini di seconda classe. E credo che questi principi hanno convinto per la sincerità delle nostre intenzioni, almeno. Non eravamo d’accordo su tutto. Ma penso che si è dimostrato la sincerità delle nostre intenzioni.
E i nostri sforzi per aiutare il mondo rurale per sfuggire dal lente deformante della maggior parte dei mezzi di comunicazione di relazione crescenti tensioni su dati non veri. Quindi noi vogliamo:
• norme uniformi per tutti.
• alleggerimento della pressione per i redditi bassi.
• tassazione per i redditi elevati.
• un’equa ripartizione degli oneri per le fasce di reddito medio.
Perché, voglio sottolineare che non ci sono stati mai e non ci saranno mai fronti sociali che non sono di classe o che superano il concetto di classe.
Dobbiamo dirlo, non hanno lo stesso reddito e non costituiscono un gruppo omogeneo tutti i liberi professionisti, tutti i lavoratori autonomi, tutti gli agricoltori, come gran parte della classe media.
Le politiche dei memorandum hanno tracciato spaccature profonde di classe all’interno di questi gruppi e classi sociali e hanno messo in evidenza la diseguale ripartizione nel loro interno.
Perché a parte i grandi professionisti dei diversi settori ci sono i giovani professionisti e i giovani scienziati, che nella stragrande maggioranza lavorano in condizioni di schiavitù e di sfruttamento dai grandi professionisti, ci sono le partire IVA, e nelle strade si sono trovati mano a la mano gli uni con gli altri.
Oltre grandi proprietari di terreni agricoli e coloro che hanno il privilegio di ottenere la stragrande maggioranza dei sussidi e hanno redditi enormi, ci sono contadini poveri, braccianti agricoli e gli agricoltori di medie dimensioni, gli agricoltori poveri, che costituiscono la stragrande maggioranza del mondo agricolo – il 92% ha redditi inferiori ai 12.000 euro – che sono in ansia per il domani, che veramente lottando per sopravvivere. Ed è per questo che ci siamo precipitati per combinare la riforma delle pensioni con la riforma fiscale per sostenere la stragrande maggioranza, quasi i due terzi dei liberi professionisti, scienziati, e la stragrande maggioranza degli agricoltori in base al loro reddito dichiarato.
E voglio ribadire oggi, da questa sede.
A differenza della Nuova Democrazia e del PASOK, che nel Programma del Medio Termine 2015-2018 sono stati impegnati e votato per la riduzione di tutte le pensioni, principali e sussidiarie, di tutti i pensionati, per ancora una volta, la tredicesima nella serie della riduzione delle pensioni dall’inizio del 2010, noi abbiamo insistito sul nostro impegno e siamo andati alla trattativa finale con la nostra insistenza a non tagliare le pensioni attuali.
La nostra posizione e l’obiettivo è di alleviare la grande maggioranza sociale dai pesi dei memorandum dei governi precedenti.
E credo che questo, anche se alcuni cercano di nasconderlo, la società lo vede.
Per questo la società non dà allibi agli interessi politico-economici sistemici e gli interessi di intrecci organizzati, che cercato di sfruttare le reazioni sociali per raggiungere il loro principale obiettivo a lungo accarezzato, cioè di destabilizzare il governo.
I cittadini e questi che lottano e rivendicano diritti hanno un posizionamento diverso da loro, specialmente dagli interessi intrecciati e le lo espressioni politiche.
Nella guerra che è sottoposto il nostro governo dai media al servizio dei poteri forti, la nostra unica risposta e l’unica via d’uscita è il dialogo onesto e quotidiano con il popolo. Anche quando ci troviamo spesso di fronte a provocazioni messe in scena, la nostra risposta e la nostra reazione è che siamo qui a discutere con tutti, perché siamo tutti dalla stessa parte del problema.
Siamo dalla stessa parte con i gruppi sociali colpiti negli ultimi anni e continuiamo a soffrire tutti insieme.
Ed è il dialogo democratico e il rapporto di fiducia con la società, che ha dimostrato che può comprendere, combatte e riuscire a sopravvivere.
Perché per noi, la grande maggioranza sociale di classe, che ha giudicato le battaglie alle urne del 25 di gennaio, del 5 luglio e del 20 settembre del 2015, per noi questa grande, questa maggioranza sociale di classe rimane il navigatore delle nostre decisioni, ma anche la diga agli attacchi costanti della reazione degli interessi intrecciati.
E voglio, oggi, sottolineare per ancora una volta: avevano messo come obiettivo di far cadere questo il governo, come una piccola parentesi nel referendum che abbiamo fatto l’estate. Non ci sono riusciti. Avevano fissato come obiettivo di far cadere questo governo o per la sconfitta nelle elezioni o attraverso la nostra costrizione di formare governi ecumenici prima o dopo le elezioni di settembre. Non ci sono riusciti. Ora mettono di nuovo e con insistenza lo stesso obbiettivo di fronte alla valutazione, per ricreare le condizioni di rovesciare il governo, nonostante il rischio di destabilizzare il paese. Perché hanno un unico scopo: sfuggire dalle conseguenze dell’applicazione delle leggi. Di cavarsela dai loro debiti, di continuare di avere il controllo dell’economia e del governo del paese. Quindi diciamo loro una volta per tutte: nemmeno ora riuscirete. E il tempo del giudizio si sta avvicinando. Devono decidere: o si metteranno una mano in tasca per pagare le loro questioni in sospeso, o dovranno stare dalla parte della legge, o abbandoneranno il tentativo di dominare il potere economico che per tanti anni avevano imposto in questo paese.
Il governo passerà lo scogli cruciale della valutazione, ma soprattutto riuscirà di passarlo con la società in piedi e non divisa, con le rivendicazioni dei gruppi sociali che sono ansiosi e lottano che saranno coperti in gran parte e, in particolare, sarà in grado di passare questo scoglio cruciale, conservando la stabilità economica e sociale e costruendo per il periodo prossimo una prospettiva di uscita dalla crisi, con la società in piedi. Noi ci riusciremo. Loro non riusciranno. Loro non riusciranno per terza volta di realizzare i loro piani.
Non voglio parlare più a lungo. Voglio chiudere la mia relazione. Ma non posso non fare un riferimento al fatto che recentemente c’è una grande inquietudine e agitazione. Perché questo governo, nonostante le difficoltà, non nasconde nei cassetti le liste segrete e i truffatori dei cd con gli evasori fiscali nei cassetti, ma e dà alla magistratura e le liste sono controllate e alcuni sono già chiamati di pagare. Questo governo va avanti, nel prossimo periodo, a portare misure legislative che colpiscono i privilegi.
Naturalmente, mi riferisco al fatto che, nonostante le pressioni e le reazioni, andremo avanti il prossimo periodo, subito dopo l’approvazione della legge sulle licenze televisive, al concorso che metterà ordine nel panorama delle frequenze radiotelevisive, che era uno dei nostri principali impegni nel periodo precedente. Quindi voglio dire che noi continuiamo a combattere ogni giorno e in ogni momento, nella nostra società, nonostante le contraddizioni e i contrasti, per sostenere le forze sociali che guardano a noi perché non esiste governare da sinistra senza il sostegno e il riferimento sociale. Ci stiamo muovendo avanti con i nostri valori politici e la nostra morale. Siamo sicuri che alla fine della giornata saremo in grado non solo di allontanarsi dal vortice delle crisi in parallelo, con il paese in piedi e la società in piedi, ma che saremo in grado di porre fine a questo circuito potere di intrecci di poteri economici e politici che tutti gli anni precedenti avevano creato una piaga nella vita politica del paese.
SYRIZA, compagne e compagni, è stato e rimarrà la coscienza vigile del governo. Ed è per questa ragione che, in questi avvenimenti, deve svolgere un ruolo decisivo.
Per lo più, però, dovrà svolgere un ruolo chiave nella formazione di un grande movimento di sostegno internazionale, politico, ideologico e materiale, verso i nostri simili essere umani che hanno ora il loro bisogno.
SYRIZA, e chiudo con questo, deve portare alla creazione di un grande, completamente popolare e internazionale movimento di solidarietà verso i profughi. Deve prendere l’iniziativa di organizzare un movimento che comprende le forze popolari, ma allo stesso tempo le forze degli intellettuali e della cultura, per stare accanto agli altri esseri umani che hanno il nostro bisogno. Nello stesso momento deve essere protagonista all’organizzazione delle lotte popolari e operaie contro l’arbitrarietà dei datori di lavoro.
SYRIZA deve assumere un ruolo di guida nella promozione dell’innovazione, nel fiore dell’economia sociale, la registrazione e la partecipazione degli umori sociali e dei processi sociali.
E, infine, nella preparazione di una visione strategica globale a lungo termine per la nuova situazione, secondo quanto questa si è formata da luglio in poi.
Perché può dalla vita stessa di essere costretti di continuare a cambiare le tattiche, ma il tuo obiettivo strategico rimane sempre lo stesso:
La democrazia, l’uguaglianza, la giustizia sociale, i valori che in questo paese le esprime orami il grande schieramento di SYRIZA, il grande schieramento di sinistra.
Sono sicuro che di fronte al nostro Congresso saremo in grado di configurare i dettagli di questo obiettivo strategico, e in collaborazione diretta con le forze della sinistra europea ed internazionale, per creare un fronte contro l’attacco di estrema destra, contro l’assalto del razzismo e la xenofobia per difendere i valori, per difendere la democrazia, per difendere la nostra civiltà.

Sfidare la modernità capitalista: il femminismo e il movimento di liberazione kurdo da: rifondazione comunista

È intervenuta in questi giorni in alcune università romane Dilar Dirik, ricercatrice in sociologia all’Università di Cambridge e attivista kurda. Pubblichiamo volentieri un intervento che ha tenuto lo scorso anno ad Amburgo e che in parte ha costituito l’ossatura dell’intervento che ha tenuto l’8 marzo a Roma. Ringraziamo l’Ufficio di Informazione Kurdistan in Italia (Uiki) da cui riprendiamo il testo.

Dilar Dirik*

La Marcia Mondiale delle Donne del 2015 è partita al confine tra il nord e l’ovest del Kurdistan, la linea artificiale che separa le due città gemelle di Qamislo e Nisêbin. La commissione ha preso questa decisione al fine di rendere omaggio alla resistenza delle donne delle Forze di Difesa YPJ in Kobane contro lo Stato islamico. Questo fatto, tra molti altri esempi, illustra l’improvviso interesse delle femministe di tutto il mondo per il movimento delle donne curde.

In questo periodo cruciale in cui le donne curde hanno contribuito ad una riarticolazione della liberazione delle donne, rifiutando di seguire le premesse dell’ordine globale patriarcale basato sullo stato-nazione, rompendo il tabù della militanza femminile, recuperando il concetto di legittima difesa, dissociandosi dal monopolio del potere da parte dello Stato, e combattendo una forza brutale (non per conto di forze imperialiste, ma al fine di stabilire i propri termini di liberazione, non solo dalle organizzazioni statali o fasciste, ma anche la propria comunità), che cosa può imparare il movimento femminista dall’esperienza delle donne curde?

Naturalmente, non c’è un unico femminismo, ma diversi filoni a volte molto diversi tra loro. Le specifiche caratteristiche dell’esperienza delle donne curde, che hanno creato la coscienza vissuta e diretta del fatto che le diverse forme di oppressione sono collegate tra loro, così come la critica del movimento di liberazione curdo del colonialismo e dello stato, forse suggeriscono ai movimenti femministi anarchici e post-coloniali di essere più vicini all’esperienza delle donne curde.
Eppure, pur rivendicando il femminismo come parte importante della società storica e la sua eredità come patrimonio, le discussioni all’interno del movimento delle donne curde oggi mirano a indagare i limiti del femminismo e andare oltre lo stesso. Questo non significa rifiutare il femminismo – entrambi i concetti sono visti come complementari. Andare oltre significa sistematizzare un’alternativa al sistema dominante attraverso una critica sistemica e radicale; significa la communalizazione della lotta, soprattutto politicizzando la base e trasformando o metaforicamente uccidendo il maschile cosi come mettere in discussione l’intero ordine mondiale.

Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e la menzogna di stato sono alle radici di oppressione, dominio, potere. Egli rende chiara la connessione tra di loro : “Tutte le ideologie di potere e statali derivano da atteggiamenti e comportamenti sessisti […] . Senza la schiavitù delle donne nessuno degli altri tipi di schiavitù può esistere tanto meno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione denotano la forma più istituzionalizzata di maschio dominante. Più coraggiosamente e apertamente parlando: il capitalismo e lo stato-nazione sono il monopolio del maschio dispotico sfruttatore”.(Öcalan, Abdullah, 2011, Democratic Confederalism- Cologne: International Initiative Edition).

La visione del movimento di liberazione curdo sulla liberazione delle donne è di esplicita natura communalista. Piuttosto che rifiutare gli uomini o decostruire i ruoli di genere all’infinito, essa tratta le condizioni alla base di concetti attuali di femminilità come fenomeni sociologici e mira a ridefinire tali concetti formulando un nuovo contratto sociale. Essa critica l’analisi mainstream da parte del femminismo del sessismo in termini di solo genere, così come il suo fallimento nel raggiungimento di un più ampio cambiamento sociale, limitando la lotta nel quadro dell’ordine persistente. Una delle principali tragedie del femminismo è il suo cadere nella trappola del liberalismo. Sotto la bandiera della liberazione, l’individualismo estremo e il consumismo vengono propagandati come emancipazione, ponendo ostacoli evidenti a qualsiasi azione collettiva. Naturalmente le libertà individuali sono fondamentali per la democrazia, ma il fallimento nella mobilitazione di base richiede una fondamentale autocritica del femminismo.

Il termine femminista “intersezionalità” naturalmente sottolinea che le forme di oppressione sono interconnessi e che il femminismo ha bisogno di adottare un approccio olistico per affrontarle. Ma molto spesso, i movimenti femministi che si dedicano a questi dibattiti non riescono a entrare in contatto con la vite reali di milioni di donne oppresse, generando l’ennesima discussione vuota sul radicalismo, inaccessibile ai più. Perché la lotta radicale o intersezionale non riesce a diffondersi?
Questi atteggiamenti, secondo il movimento delle donne curde, sono spesso legati alla adesione alla scienza positivista e al rapporto tra sapere e potere, che sfoca i collegamenti espliciti tra le forme di dominazione, eliminando così la credenza in un mondo diverso, raffigurando il sistema globale come l’ordine naturale delle cose. Ma il fatto che le donne curde abbiano ormai sconfitto una versione concentrata del sistema globale a Kobane dimostra che un’alternativa è davvero possibile e che questa alternativa deve essere incentrato sulla liberazione delle donne. Grazie alle sue particolari condizioni socio-politiche ed economiche, il movimento delle donne curde è stato in grado di mobilitare un movimento di massa per arrivare a certe conclusioni, non solo attraverso dibattiti teorici, ma attraverso esperienze reali e pratiche vissute, che non solo hanno creato una coscienza politica diretta, ma anche un attaccamento al trovare collettivamente soluzioni.

Così, incoraggiato dal suggerimento di Ocalan di sviluppare un metodo scientifico che sfidi la comprensione egemonica delle scienze, in particolare le scienze sociali, -un metodo che non si limiti a catalogare i fenomeni intorno all’uomo e che divide le aree della vita tra loro, creando una miriade di rami scientifici, ma che cerchi praticamente di fornire soluzioni ai problemi sociali, una “sociologia della libertà”, incentrata intorno alle voci e le esperienze degli oppressi- il movimento delle donne si è impegnato nei dibattiti teorici e ha proposto il concetto di “jineology”. Domande come “Come rileggere e riscrivere la storia delle donne? Come si ottiene la conoscenza? Quali metodi possono essere utilizzati in una ricerca liberazionista della verità, quando l’odierna produzione scientifica e della servono a mantenere lo status quo?” sorgono in un intenso dibattito. La decostruzione del patriarcato e di altre forme di sottomissione, dominio e violenza sono accompagnate da discussioni sulla costruzione di alternative basate su valori liberazionisti e soluzioni ai problemi della libertà.
Definendosi come scienza delle donne o come ricerca delle donne della conoscenza stessa, un’altra obiezione che jineology pone al femminismo è che esso spesso si occupa di analizzare le questioni sociali soltanto attraverso le lenti di genere. Mentre decostruire i ruoli di genere e il patriarcato ha contribuito alla nostra comprensione del sessismo e altre forme di violenza e di oppressione, il femminismo tuttavia non è stato sempre capace di proporre con successo che tipo di alternativa possiamo creare. Realisticamente parlando, se concetti come uomo e donna, non importa quanto socialmente costruiti possano essere, sembrano destinati a persistere per un po’, dovremmo forse cercare di stabilire nuovi termini di esistenza, fornire loro una essenza liberazionista? Se è possibile re-immaginare concetti di identità come quello di nazione dissociandolo da implicazioni etniche e mirando a formare un’unità basata su principi, in altre parole, una unità di pensiero, costituito da soggetti politici piuttosto che oggetti che servono lo stato (che è l’idea che è sostenuta nella multiculturale Rojava, la “nazione democratica”, come articolato da Ocalan), possiamo anche creare una nuova identità delle donne libere basata sull’autonomia e la libertà di formare un nuovo senso di comunità, senza gerarchia e dominio? Jineology non è considerato come un fornitore di risposte, ma come un metodo per esplorare queste domande.

Ciò non significa perpetuare un concetto essenzialista della femminilità, l’assegnazione di un nuovo ruolo sociale, con spazio limitato di movimento. Invece, attraverso la ricerca storica e storiografica, jineology cerca di imparare dalle rotture di mitologie e religioni, comprendere le forme comunaliste di organizzazione in età neolitica, stabilire la relazione tra mezzi di produzione e di organizzazione sociale, e tra l’ascesa del patriarcato con l’emergenza di accumulo e di proprietà.

E tuttavia, pur criticando la fissazione del femminismo sul genere, il movimento delle donne curde riconosce allo stesso tempo l’urgente necessità di prestare attenzione alle specifiche forme di oppressione. A differenza di altri leader di movimenti, Ocalan sottolinea la necessità di una lotta femminista autonoma e consapevole: “la libertà della donna non può essere assunta una volta che la società ha ottenuto la libertà in generale e l’uguaglianza”. In realtà, l’elemento centrale della struttura organizzativa di questo movimento è l’auto-organizzazione autonoma dei gruppi e delle comunità, al fine di rafforzare la democrazia radicale.

Oggi, il movimento si divide il potere in parti uguali tra una donna e un uomo dalle presidenze di partito fino a consigli di quartiere, attraverso il principio della co-presidenza. Oltre a fornire le donne e gli uomini con pari potere decisionale, il concetto di co-presidenza propone di decentrare il potere, prevenire il monopolio, e promuovere il raggiungimento del consenso. Questo dimostra ancora una volta la connessione tra il processo di liberazione e il processo decisionale communalista. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato, socialmente, politicamente, militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza delle donne, la grande mobilitazione sociale e politica aumenta la coscienza nella società: la rivoluzione deve prima avvenire nel pensiero.

Ispirati da questi principi, i Cantoni Rojava applicano il concetto di co-presidenza e quote, e creano le unità di difesa femminili, le comuni delle donne, accademie, tribunali, e le cooperative in mezzo alla guerra e sotto il peso di un embargo. Il movimento delle donne è autonomamente organizzato in tutti gli aspetti della vita, dalla difesa all’economia all’educazione alla salute. Esistono consigli delle donne paralleli ai consigli popolari che possono porre il veto sulle decisioni di quest’ultimi. Gli uomini che commettono violenza contro le donne non possono essere parte dell’amministrazione. La discriminazione di genere, i matrimoni forzati, la violenza domestica, i delitti d’onore, la poligamia, i matrimoni precoci, e la vendita delle spose sono criminalizzati. Molte donne non-curde, soprattutto arabe e assire, entrano nelle file armate e nell’amministrazione di Rojava e sono anche incoraggiate ad organizzarsi autonomamente. In tutti i settori, comprese le forze interne di sicurezza (Asayish) e la YPJ / YPG, la parità di genere è una parte centrale dell’istruzione e della formazione. Come un attivista del movimento delle donne in Rojava ha detto: “Noi non bussiamo alle porte delle persone per dire loro che si sbagliano. Invece, cerchiamo di spiegare loro che possono organizzarsi da soli e diamo loro i mezzi per determinare le proprie vite”. (Öcalan, Abdullah, 2013, Liberating Life: Woman’s Revolution (Cologne: International Initiative Edition).

È interessante notare che, anche se la liberazione delle donne è sempre stata parte dell’ideologia del PKK, l’organizzazione autonoma delle donne è emersa simultaneamente allo spostamento generale dello scopo politico dallo Stato-nazione in direzione della mobilitazione di base democratica locale. Non appena è stato identificato il rapporto tra le diverse forme di oppressione, non appena sono state smascherate le assunzioni e i meccanismi oppressivi del sistema statalista, sono state cercate soluzioni alternative, con la conseguente articolazione della liberazione delle donne come principio senza compromessi.

Piuttosto che aspirare alla ricerca di giustizia all’interno di concetti concessi dallo stato come i diritti legali, che è una delle pre-occupazioni del femminismo mainstream, il movimento delle donne curde è giunto alla conclusione che la strada verso la liberazione richiede una critica fondamentale del sistema. Invece di essere un onere per le donne, la liberazione delle donne diventa una questione di responsabilità di tutta la società, perché diventa una misura per l’etica della società e della libertà. Per una lotta per la libertà significativa, la liberazione delle donne deve essere non solo un obiettivo, ma anche un metodo attivo nel processo di liberazione. Difatti, aspettarsi qualsiasi cambiamento sociale significativo dai meccanismi stessi che perpetuano la cultura dello stupro e la violenza contro le donne, come lo stato, significherebbe ricorrere al liberalismo, con le sue pretese femministe e democratici.

Il movimento delle donne produce indipendentemente teorie sofisticate e critiche, ma è sorprendente che un leader maschio di un movimento mediorientale ponga la liberazione delle donne come provvedimento di critica per raggiungere la libertà. Ciò ha portato molte femministe a criticare il fatto che il movimento delle donne curde è incentrato intorno a un uomo in una posizione di leadership. Ma se analizziamo il problema della libertà delle donne al di là di questa comprensione limitata nel quadro di genere, e lo trattiamo come problema di libertà della società, fondamentalmente legato alla riproduzione nei secoli di potere e di gerarchie, quando ri-articoliamo la nostra comprensione della liberazione al di fuori dei parametri del sistema dominante con le sue ipotesi e comportamenti patriarcali, cercando di rappresentare un’alternativa radicale ad esso, se cessiamo così di considerare la liberazione delle donne come un effetto collaterale di una rivoluzione generale percepita o di una liberazione che non potrà mai venire, ma invece riconosciamo che la lotta radicale per la libertà e la autorganizzazione autonoma delle donne devono essere un metodo centrale e il meccanismo del processo verso la libertà, qui e ora, se colleghiamo la critica radicale dei metodi che usiamo per dare un senso al mondo al processo di progettazione di una vita più giusta , in breve – se allarghiamo e quindi sistematizziamo la nostra lotta per la liberazione, e riconosciamo che la strada verso la libertà richiede auto-riflessione e l’interiorizzazione dei valori liberazionisti democratici, forse non sarebbe sorprendente, dopo tutto, che una delle femministe più esplicite può infatti essere un uomo. Piuttosto che preoccuparci per il sesso o il genere di Ocalan, dovremmo forse cercare di capire che cosa significa per un uomo parte di una società estremamente feudale e patriarcale prendere una tale posizione per quanto riguarda la riduzione in schiavitù delle donne.

Quelli che chiedevano se il movimento delle donne curde “è in realtà femminista o no” dovrebbero comprendere la radicalità che vibra tra le due dita alzate nel segno di vittoria dalle donne anziane in abiti colorati con i tatuaggi tradizionali sui loro volti in Rojava oggi.

Il fatto che queste donne partecipino ora a programmi televisivi,ai consigli popolari, all’economia, che imparino a leggere e scrivere nella loro lingua, il fatto che, una volta a settimana, una donna di 70 anni, reciti racconti popolari tradizionali presso la nuova Accademia Mesopotamica delle Scienze Sociali per contestare la storiografia di poteri egemonici e della scienza positivista, è un atto radicale di sfida contro l’ex regime monistico, perché invece di sostituire la persona al vertice, rifiuta i parametri del sistema tutto e costruisce i propri standard. E questa rivoluzione è un retaggio di decenni di lotta delle donne nel PKK e della filosofia di Ocalan.

Le donne che lottano a Kobanê sono diventate una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo, perché si sono organizzate socialmente e militarmente analizzando le similitudini tra la violenza di stato liberale, le atrocità dell’ISIS e i delitti d’onore nelle loro comunità. In questo senso, se vogliamo sfidare l’ordine sistemico e il suo patriarcato globale, statismo-nazionalismo, militarismo, neocolonialismo e capitalismo, dobbiamo chiedere quali tipi di femminismo questo sistema è in grado di accettare e quali non può. Un “femminismo” imperialista può giustificare guerre in Medio Oriente per “salvare le donne dalla barbarie”, mentre le stesse forze che alimentano questa cosiddetta barbarie con le loro politiche estere o il mercato delle armi etichettano le donne che si difendono come terroriste.

Il sistema dominante considera uno dei più attivi e emancipatori movimenti delle donne come una minaccia inerente al suo status quo. Così, diventa chiaro che il movimento di liberazione kurdo non rappresenta una minaccia per l’ordine internazionale a causa di una qualsiasi possibilità della nascita di un nuovo Stato, ma a causa della sua alternativa radicale ad esso, una alternativa di vita esplicitamente incentrata sull’abolizione di 5000 anni di sistematica schiavitù mentale e fisica.

La marcia mondiale delle donne lanciata nel Nisebin ha celebrato l’8 marzo anno a Diyarbakir. Mentre le foto di donne martiri militanti sventolavano al vento, un gruppo di persone che cantavano ha formato un cerchio di danze tradizionali curde. Una donna stava suonando il daf su cui aveva disegnato l’A di anarchismo, mentre una donna anziana velata in abiti tradizionali con le dita che formano il segno della vittoria stava ballando al suo ritmo accanto a un giovane uomo che accompagna la sua gioia agitando una grande bandiera LGBT. Uno spettacolo a dir poco insolito, ma che intanto racconta il carattere del movimento delle donne curde.

*Dilar Dirik è nata nel 1991 in Antakya. Ha ricevuto una laurea in Storia e Scienze Politiche con una laurea secondaria in Filosofia e ha scritto la sua tesi di Master in Studi Internazionali sugli aspetti di liberazione delle donne nella ideologia e organizzazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel 2012. Al momento, sta lavorando al suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia presso l’Università di Cambridge. La sua tesi di dottorato cerca di confrontare il sistema dello stato-nazione e il paradigma di confederalismo democratico dal punto di vista della liberazione delle donne, con uno sguardo comparativo a diverse linee politiche in tutto il Kurdistan e monitorando attentamente la rivoluzione nel Rojava.