10 Marzo Noi non dimentichiamo Placido Rizzotto Placido Rizzotto raccontato da Pippo Fava

Placido Rizzotto (Corleone, 2 gennaio 1914 — Corleone, 10 marzo 1948) è stato un sindacalista italiano, rapito e ucciso dalla mafia.
Iniziò la sua attività politica e sindacale a Corleone al termine della guerra.
Ricoprì l’incarico di Presidente dei reduci e combattenti dell’ANPI di Palermo e quello di segretario della Camera del lavoro di Corleone. Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e della CGIL.
Venne rapito nella serata del 10 marzo 1948, mentre andava da alcuni compagni di partito, e ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre.
Le indagini sull’omicidio furono condotte dall’allora capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti, vennero arrestati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione che ammisero di aver preso parte al rapimento di Rizzotto in concorso con Luciano Liggio.
Grazie alla testimonianza di Collura fu possibile ritrovare alcune tracce del sindacalista ma non il corpo, che era stato gettato da Liggio nelle foibe di Rocca Busambra, nei pressi di Corleone.
Criscione e Collura, insieme a Liggio che rimase latitante fino al 1964, furono assolti per insufficienza di prove, dopo aver ritrattato la loro confessione in sede processuale.
Viene qui raccontato da Giuseppe Pippo Fava che verrà a sua volta brutalmente ucciso dalla mafia.

La profezia: la Sicilia fallirà tra pochi mesi, ci sarà la catastrofe sociale Posted by Redazione / In Scelti da noi /

Un’intervista a Massimo Costa su La Voce di New York

Massimo Costa, economista dell’Università di Palermo, accusa: “E’ stato l’anti-siciliano Matteo Renzi a voler chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi nazionali, l’esclusione da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia… Prepariamoci al collasso dei servizi pubblici, ai senza reddito, ai disordini e all’insicurezza. Con Renzi bisognerà ringraziare anche il presidente della Regione, Rosario Crocetta!”

Massimo Costa è un economista. Insegna all’Università di Palermo. E’ anche un appassionato autonomista. Uno che difende l’Autonomia siciliana. Come i lettori americani sanno, la Sicilia è una delle cinque Regioni autonome dell’Italia. Ebbene, in questa intervista il professore Massimo Costa lancia una profezia: il fallimento della Sicilia e la fine dell’Autonomia siciliana. Con il licenziamento di migliaia e migliaia di persone, disordini sociali. Insomma, il caos sociale. E non lo prevede tra dieci o cinque anni, ma già a partire da quest’anno o, al massimo, entro il prossimo anno.

“La realtà – dice – non è quella che sembra. Attenzione a quello che sta accadendo in questi giorni e in questi mesi in Sicilia. Vi proponiamo una nostra ricostruzione, tutt’altro che rassicurante. Fra pochi mesi vedremo se abbiamo ‘azzeccato’ (speriamo, davvero, di sbagliarci)”.

Secondo il docente universitario, la recente abolizione del Commissario dello Stato per la Sicilia da parte della Corte Costituzionale non è una vittoria dell’Autonomia. L’Ufficio del Commissario dello Stato si pronunciava sulla costituzionalità delle leggi approvate dal Parlamento siciliano. Se le giudicava incostituzionali le impugnava davanti la Corte Costituzionale, che veniva chiamata a pronunciarsi sulla legge approvata dal Parlamento dell’Isola.

Qualche mese fa la stessa Corte Costituzionale, con una scusa un po’ ridicola (in pratica sulla base di una vicenda che risale alla fine degli anni ’50 del secolo passato!) ha deciso di abolire l’Ufficio del Commissario dello Stato. Il protagonista di questa strana abolizione è Stato Sergio Mattarella, siciliano, già Ministro della Repubblica (in Italia un terzo dei giudici costituzionali sono lottizzati dalla politica: uno dei pochi errori commessi dai Padri della Costituzionale del 1948).

Il professore Costa si sofferma, poi, sul Bilancio provvisorio approvato qualche giorno fa dal Parlamento siciliano. Per rendere chiaro il concetto ai lettori americani, vi diciamo subito che il Governo nazionale, negli ultimi due anni e un mese ha tolto alla Regione siciliana (che, come spesso scriviamo, è Autonoma, un po’ come uno Stato Usa) 5 miliardi di euro. La Regione aveva già un ‘buco’ di 2 miliardi di euro per la metà coperto con un mutuo. In pratica, il ‘buco’ totale nel Bilancio di cassa della Regione siciliana ‘viaggia’ tra 5 e 7 miliardi di euro!

Di questa storia abbiamo già parlato. E abbiamo già scritto anche della preoccupazione degli americani per il trattamento che il Governo Renzi – molto influenzato dalla Germania della signora Merkel – sta riservando alla Sicilia. Ed è anche logico: i militari americani hanno grandi interessi geopolitici in Sicilia, dalla base di Sigonella al Muos di Niscemi. E non dovrebbero essere felici di vedere una Sicilia preda di grandi disordini sociali provocati, di fatto, dal Governo nazionale.

Con un buco finanziario di cassa che varia da 5 a 7 miliardi di euro la Regione siciliana non può approvare un Bilancio normale. Così ha approvato un Bilancio provvisorio per i primi quattro mesi dell’anno. In attesa di approvare il Bilancio ordinario ad aprile.

Tutto questo sta avvenendo ben sapendo che, per quasi tutte le categorie sociali della Sicilia, ci sono i soldi solo per i primi quattro mesi. Poi nessuno sa quello che succederà. Da qui la profezia a breve termine dell’economista Massimo Costa.

L’economista cita l’assessore che è stato imposto alla Sicilia da Roma: Alessandro Baccei, un tipo sveglio, che ha preso il timone della Regione, esautorando, di fatto, un presidente – Rosario Crocetta – che in questa fase sembra più confuso che persuaso. E’ stato Baccei a volere questo Bilancio provvisorio (la dizione giuridica è esercizio provvisorio) con i soldi contati per i primi quattro mesi. Dice il professore Costa: “Risveglio della Sicilia con Baccei che imputa a bilancio entrate in pre-contenzioso? Ma quando mai! E’ tutta una messa in scena. L’obiettivo reale è la soluzione finale per la Sicilia. Abbiate la pazienza di seguirmi e di mettere insieme i seguenti elementi”.

L’assessore Baccei ha fatto inserire nel Bilancio provvisorio delle entrate fittizie. Si tratta di un miliardo e 700 milioni di euro più un miliardo e 112 milioni euro che la Regione potrà utilizzare solo se lo Stato assegnerà questi soldi alla Sicilia. Come si può notare, un gioco strano, quello ‘pilotato’ dal Governo Renzi con il sottosegretario Graziano Delrio: in due anni e 1 un mese (il mese di gennaio di quest’anno), Roma ha tolto alla Regione siciliana 5 miliardi di euro circa. Ora l’assessore Baccei – piazzato in Sicilia da Renzi e Delrio – dice che, forse, il Governo nazionale restituirà alla stessa Sicilia 2 miliardi e 800 milioni circa dei soldi che gli ha scippato. Questi soldi che lo Stato forse restituirà alla Sicilia si chiamano “accantonamenti negativi”.

Il professore Costa mette insieme questa storia strana degli “accantonamenti negativi” con una mossa un po’ assurda operata la scorsa estate dal presidente della Regione, Rosario Crocetta. Quest’ultimo, senza dire niente a nessuno – non ha avvertito gli assessori del suo Governo e non ha avvertito il Parlamento siciliano – ha imposto alla Sicilia la rinuncia, per quattro anni, agli effetti positivi del contenzioso tra Stato e Regione siciliana. In particolare, il presidente Crocetta ha stabilito che la Regione da lui presieduta non metterà in atto, per i prossimi quattro anni, una sentenza della Corte Costituzionale – guarda caso dello scorso anno – che dà ragione alla Sicilia sulla questione della territorialità delle imposte.

Semplificando, grazie a questa sentenza la Regione siciliana avrebbe potuto incassare già a partire da quest’anno circa 10 miliardi di euro, accollandosi, contestualmente, alcune competenze residue che ancora gestisce lo Stato. Nel complesso, avrebbe guadagnato 2 miliardi di euro e forse più, risolvendo, con una semplice operazione finanziaria i problemi di Bilancio (con 2 miliardi di euro di entrate in più all’anno in tre-quattro anni avrebbe azzerato il deficit di cassa di 5-7 miliardi: ma Crocetta ha ritardato di quattro anni l’applicazione di tale sentenza!).

“Crocetta – dice Costa – rinuncia misteriosamente ai proventi di tutti i contenziosi vinti e a vincersi dalla Sicilia nei confronti dello Stato per i prossimi quattro anni. Tutto questo nel momento più difficile per i conti pubblici in Sicilia. Il sottosegretario Delrio supera la fase di commissariamento soft della Sicilia che va avanti dal 2012 e nomina direttamente un proprio uomo, Baccei, ad assessore all’Economia, con l’esautoramento sostanziale e definitivo del Presidente della Regione eletto al quale resta solo la competenza di andare da Giletti e parlare di antimafia…” (questo è ovviamente un passaggio ironico che riguarda Crocetta, che va spesso a chiacchierare nella trasmissione televisiva dove chi grida più forte ha ragione…).

A questo punto il professore Costa parla di Riscossione Sicilia, la società regionale per la riscossione dei tributi che è stata fatta quasi fallire dalla stessa Regione. “Dopo averlo sapientemente pilotato da sempre – dice l’economista – giunge finalmente il dissesto di Riscossione Sicilia: il consiglio di amministrazione di questa società regionale si è dimesso in blocco. Riscossione Sicilia è oggi già virtualmente chiusa ed assorbita da Equitalia, togliendo alla Regione l’ultimo polmone di finanza autonoma, l’ultimo residuo del secondo comma dell’art. 37 dello Statuto in qualche modo applicato”.

“Il decreto-Irpef  – prosegue Costa – dà il colpo di grazia alle finanze siciliane, dirottando sui versamenti telematici, e quindi allo Stato, il 90 % delle entrate naturali della Regione, dopo un lungo e lento stritolamento, iniziato nel 2012, che qui non mette conto neanche richiamare.

Prima conseguenza, ovvia: il Bilancio regionale 2015 non si può nemmeno abbozzare. Lo strangolamento finanziario è ormai totale. Ma l’obiettivo vero dello Stato- nemico, quello non dichiarato, non è questo. C’è dell’altro”.

Siamo arrivati ai giorni nostri. Fatti di qualche giorno fa. Dice ancora il professore Costa: “Viene nominato a Presidente della bicamerale per le Regioni un noto siciliano collaborazionista (come fecero con Enrico La Loggia ai tempi del federalismo fiscale presunto), Giampiero D’Alia, la cui primissima dichiarazione è quella secondo cui le autonomie speciali, specialmente ‘alcune’, vanno superate.

L’assessore-Presidente ombra, infine – il riferimento è a Baccei – vara una legge monstruum di esercizio provvisorio, approfittando della provvida eliminazione per tempo del Commissario dello Stato e quindi potendola fare andare comunque in Gazzetta ufficiale ed essere efficace”.

“Cosa c’è di mostruoso in questa legge? – si chiede Massimo Costa a proposito del Bilancio provvisorio? “Due cose – prosegue il docente universitario: primo, si dilaziona, caso unico in Italia, l’attuazione della Legge n. 196 del 2009 sulla nuova contabilità degli enti pubblici che dal 2015 quindi varrà per tutte le aziende pubbliche italiane, per tutte tranne che per due: lo Stato italiano e la Regione siciliana, entrambe tecnicamente fallite, ma intenzionate a nascondere per altri 12 mesi la polvere sotto il tappeto (in attesa di che? questo mi sfugge). Secondo, inventando una parola mai sentita in vita mia: il pre-contenzioso”.

Insomma, l’economista Massimo Costa dà per fallite sia l’Italia di Renzi (e, in effetti, con tutte le tasse imposte agl’italiani vedere il debito pubblico schizzare ancora all’insù è strano: 2 mila miliardi e 200 milioni di euro, 100 e passa milioni di debito pubblico in più nel giro di pochi mesi!), sia la regione siciliana.

A proposito del pre-contenzioso tra Stato e Regione – cioè i 2 miliardi e 800 milioni che lo Stato dovrebbe restituire alla Regione siciliana – il professore Costa precisa: “Non so bene cosa sia il pre-contenzioso. Tecnicamente o c’è il contenzioso o non c’è. L’ex assessore Gaetano Armao impugnava le Finanziarie dello Stato davanti alla Corte Costituzionale (quello era contenzioso), l’assessore Baccei rinuncia al contenzioso in essere, e iscrive in entrata entrate presunte, che potrebbero realizzarsi se qualcuno intanto le chiedesse, e se la Commissione Paritetica emanasse i relativi decreti attuativi. La Regione non ha la facoltà di stravolgere le leggi di bilancio al punto di mettere in attivo entrate presunte, che peraltro lo Stato non ha a propria volta. Ma non è questo il punto! Dire che la Regione non lo può fare, o che lo Stato, ormai fallito, non può permettersi di restituire dei furti alla Sicilia nemmeno un centesimo, perché in cassa non c’è nulla, ebbene tutto ciò è fuorviante. Il vero punto è un altro, cari lettori. Il punto è che Baccei ha certamente concertato con Roma questa mossa. E Delrio, quindi, la conosce perfettamente. Non c’è, non può esserci a logica, alcuna sfida tra Baccei e Delrio, non siamo stupidi!”.

Che succederà, allora? “Ma sarà lo stesso Delrio, con il quale questa mossa è stata concordata – sottolinea ancora l’economista – che se ne servirà per dare alla Sicilia il colpo di grazia finale. Il Ministero per gli Affari regionali impugnerà la legge approvata da Sala d’Ercole che autorizza l’esercizio provvisorio, manifestamente incostituzionale, e la impugnerà ex tunc, diffidando la Regione dal dare seguito alla stessa, a pena di risponderne personalmente. A quel punto Baccei, sconcertato (per finta), si dimetterà. La Regione siciliana cadrà nella paralisi più totale”.

“Nel frattempo – prosegue il professore Costa – i pogrom quotidiani contro la Sicilia riprenderanno. L’Autonomia siciliana sarà linciata come non mai, posta sul banco degli imputati. Giornali, giornalisti, sindacalisti, politici, persino qualche regista, specialmente siciliani, saranno precettati per la sollevazione colorata contro l’Autonomia, che sarà considerata la madre di questa catastrofe e di tutti mali della Sicilia (e forse anche del mondo). Si spiegherà a oltre centomila siciliani che resteranno senza stipendio che la colpa è della Sicilia, dello Statuto e della Sua Autonomia. Tutti ne chiederanno a gran voce la soppressione, forse anche scendendo per strada.

Il Governo nazionale raccoglierà pietosamente questo invito. Commissarierà la Regione, ma non indirà le nuove elezioni. Farà votare a tamburo battente una legge costituzionale, ‘specialissima’, con cui si revocherà l’Autonomia speciale e si dilazioneranno di un anno le elezioni della nuova Regione, questa volta completamente castrata, svuotata di ogni risorsa e a Statuto ordinario, dove la normalizzazione della Rivolta scoppiata nel 1943 dovrebbe trovare il suo definitivo compimento”.

“Conservate questa profezia – dice ancora Costa -. Secondo me non arriviamo a giugno con lo Statuto speciale. La soluzione finale è stata decisa già nell’estate del 2012, quando la Sicilia ebbe l’ardire di chiedere semplicemente quello che le spettava. Per due anni si è semplicemente galleggiato, sia perché altre emergenze scuotevano l’Italia, sia perché bisognava ancora esaurire, poco a poco, tutte le residue energie finanziarie della Regione, bisognava affamarla con mille attenzioni, soprattutto con il contributo della Regione alla sostenibilità delle finanze nazionali (più di un miliardo l’anno dato come colpi di maglio dal 2013 in poi). E’ stato Matteo Renzi, uno dei Presidenti del Consiglio dei Ministri in assoluto più anti-siciliani della storia, a voler chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi nazionali, l’esclusione da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia, persino le provocazioni sulle Olimpiadi, dalle quali sarebbe espressamente esclusa la Sicilia, danno un’idea del clima che si sta creando”.
“Tra il 2015 e il 2016 – conclude l’economista Massimo Costa – si dovrebbe consumare sotto i nostri occhi un vero e proprio genocidio da lungo pianificato e con effetti devastanti e definitivi. Della Sicilia resterà un cumulo di macerie. A meno che… non ci si metta di mezzo la Vergine Odigitria, la ‘Bedda Matri’ protettrice della Sicilia, e qualcuno non li ‘sgami’ prima o qualcosa in questo piano non funzioni o qualcuno in Sicilia non cominci a scuotere il giogo e cominci a identificare nemici e, soprattutto, traditori. Se questo non dovesse accadere prepariamoci alla catastrofe: collasso dei servizi pubblici, centinaia di migliaia di persone senza reddito, disordini e insicurezza, mancanza di qualsiasi prospettiva per 3 o 4 decenni a venire. Grazie Renzi! Grazie al presidente della Regione, Rosario Crocetta!  E soprattutto grazie, grazie, grazie di cuore, a tutti i Siciliani, ‘sperti’, imprenditori, intellettuali, politici rampanti o professori universitari, che in un modo o nell’altro avranno contribuito a raggiungere questo prezioso risultato”.

Sarà così? Chissà cosa ne penseranno gli americani. Chissà cosa penseranno Obama e compagni di una Sicilia fatta a spezzatino dal Governo Renzi-Merkel…

L’impegno politico e le donne da: senzatregua.it

Federica Savino * | senzatregua.it

08/03/2016

Nonostante i grossi cambiamenti e progressi sociali, nonostante l’acquisizione di certi diritti la società, le donne sono ancora sottomesse ad una politica fatta prevalentemente da uomini, nonostante abbiano acquisito – almeno sulla carta- i diritti politici, non sono riuscite ad entrare a far parte in misura consistente delle istituzione politiche rappresentative poiché non partecipano alla vita politica quanto gli uomini. Per troppo tempo infatti la politica ha avuto un predominio maschile tanto da non riuscire ancora oggi a sradicare certi stereotipi che rinchiudono la donna in ruoli che la lasciano fuori dall’occuparsi della res pubblica.

Come è accaduto ciò? Perché ancora oggi le donne nonostante le conquiste politiche, sindacali, sociali rimangono in netta minoranza nella scenario politico mondiale e in particolare italiano?

Il patto sociale e politico su cui si reggeva lo stato liberal-borghese aveva escluso le donne dall’esercizio dei diritti universali “dell’uomo e del cittadino”; la questione è legata al rapporto tra i sessi e alla distinta visione sociale maschile e femminile che andò formandosi e consolidandosi nel corso della storia.

Engels nell’Origine della Famiglia, individua nell’età del ferro e delle città stato il periodo in cui per la prova volta nella storia si iniziò a produrre un’agricoltura su larga scala, cioè una coltivazione estensiva dei campi. Lo sfruttamento delle risorse e della manodopera schiavizzata e le “scoperte tecnologiche”, portarono ad un rapido sviluppo. Quest’ultimo indusse l’uomo ad appropriarsi interamente dei mezzi di produzione, per garantirsi il diritto di proprietà, escludendone le donne. Uno squilibrio quello tra uomo e donna che verrà sempre di più ad acuirsi.

Uno dei segni dell’inferiorità della donna del tempo, lo si evince dal mancato riconoscimento dello status di individuo e di cittadino in grado di compiere scelte, per esempio mediante il voto, di esprimere un giudizio, di gestire i propri beni. In questo modo non solo non veniva loro riconosciuta piena responsabilità della propria persona, dei propri averi e delle loro scelte in autonomia, ma tutto ciò faceva in modo che esse venissero considerate minori, escluse dai diritti di proprietà, non adatte alla politica, all’amministrazione della giustizia. Questa minorità veniva giustificata con una diversa propensione naturale, con differenza nelle attitudini e nella forma d’intelligenza, nella donna più portata alla comprensione di aspetti concreti, nell’uomo più rivolta ad elaborazioni astratte, quando in realtà alla base della differenza tra uomo e donna vi è solamente la riproduzione dello sfruttamento capitalistico. Queste giustificazioni, che celano la reale funzione del rapporto uomo-donna inteso come mera trasmissione e salvaguardia del diritto di proprietà, facevano in modo che addirittura la donna avesse bisogno di una sorta di guida per decisioni e gestione dei propri averi, che passava dalla figura paterna, quando viveva ancora con i genitori, a quella del marito, una volta sposata ( in Italia si è dovuto attendere la Riforma del diritto di famiglia del 1975 per un’eguaglianza tra i coniugi ). L’ideologia della famiglia borghese era detta “ideologia delle sfere separate”, a cui si cercava di dare una giustificazione mettendo in campo motivazioni di carattere religioso, etico, morale e giuridico.

Negli ultimi decenni del XIX secolo lo sviluppo industriale raggiunge la sua piena maturità, l’era caratterizzata dalla concentrazione dei capitali e delle produzioni. Dalle campagne si riversano orde di uomini, donne e bambini che affollano le città. L’espansione del capitalismo e l’ingigantirsi della produzione determinano la crescita impetuosa del proletariato industriale.

La fine dell’Ottocento e in particolare il periodo in cui l’Europa è soffocata dalle atrocità della prima guerra mondiale, poiché gli uomini vengono condotti al fronte e si ha maggiore bisogno di manodopera, vede le donne sempre più protagoniste della fabbrica al cui duro lavoro si aggiunge quello della cura della casa e della famiglia. Se queste erano le condizioni di vita delle classi popolari le donne della classi borghese non avevo certo maggiore margine d’azione, poiché il massimo a cui potessero aspirare, nel rispetto dell’ideale dell'”angelo del focolare”, era il matrimonio. La rivendicazione del suffragio universale delle femministe di quest’epoca accomunava ogni strato sociale ed è per questo che i primi movimenti femministi che presero piede in Europa, primariamente in Inghilterra, furono quelli legati al diritto di voto che rappresentava per le donne non solo una rivendicazione politica ma anche una rivendicazione sociale e culturale.

Se in un primo momento la società capitalista aveva ammesso la donna all’interno del processo produttivo in quanto necessitava sempre di più di manodopera con l’avvento massiccio dell’industrializzazione, nel primo ventennio del Novecento le donne furono inserite formalmente anche nel processo politico decisionale; ma fu soltanto la Rivoluzione d’Ottobre che portò con se non solo il diritto di voto alle donne ma anche il loro reale coinvolgimento nella lotta politica e nella nascente democrazia sovietica:

A Pietroburgo, a Mosca, nelle città e nei centri industriali, il comportamento delle donne proletarie durante la rivoluzione fu superbo. Senza di loro, molto probabilmente non avremmo vinto. Questa è la mia opinione. Di quale coraggio hanno dato prova, e quale coraggio mostrano ancora oggi! Immaginatevi tutte le sofferenze e le privazioni che sopportano… Ma resi­stono bene, non si piegano, perché difendono i soviet, perché vogliono la libertà e il comunismo.” Lenin e il movimento femminile, Zetkin 1925

Mentre in URSS si consolidavano diritti fondamentali per la piena emancipazione della donna, negli altri paesi europei questi non solo stentavano ad essere riconosciuti ma venivamo apertamente osteggiati dai regimi fascisti e dal conservatorismo religioso. Dopo aver ottenuto il diritto di voto, che nei paesi Europei si è raggiunto solo con la fine della secondo guerra mondiale ( Francia 1944, Italia 1946 ).

Il femminismo in ogni epoca ha avuto la grande pecca però di concentrarsi su battaglie che vedevano le donne direttamente coinvolte senza riuscire ad inserire quelle lotte all’interno di un’analisi di classe. Le donne si sono sempre intromesse nella politica nazionale per rivendicazioni che le riguardavano direttamente, non riuscendo a cogliere che certe conquiste non le hanno permesso di essere pienamente libere dalla schiavitù del lavoro e dalle faticose incombenze del lavoro di cura. Slegarsi da altre rivendicazioni e lotte politiche, nell’idea che la politica classica fosse fatta da uomini e fosse necessario allontanarsi da questa concezione, ha condotto all’emarginazione di quel movimento femminista e alla sua completa estinzione.

La rinascita del femminismo avviene a cavallo degli anni settanta inserendosi nelle proteste studentesche del ’68, un periodo storico complesso e tumultuoso che vede le donne riportarsi alla ribalta. Lo scopo primo delle femministe degli anni settanta è una rivendicazione concentrata sulla propria autonomia e quindi sulla consapevolezza del proprio corpo: “il corpo è mio e me lo gestisco io”. In questo scenario si inseriscono le battaglie che porteranno in Italia a grandi riforme come quella sul divorzio ( referendum abrogativo 1974 ) e sull’aborto ( legge 1941978 ). Ancora una volta le donne però ciecamente si inseriscono distrattamente in una scenario politico non riuscendo a guardarsi complessivamente come donna, come lavoratrice, come mamma, convinte che alcune, seppur importanti, leggi su certi problemi potessero cambiare radicalmente la loro condizione. Le proteste di quegli anni vengono affrontata dalle socialdemocrazie europee in due modi, il cui fine è unico il controllo sociale: repressione della piazza e riforme.

Il femminismo non ha liberato le donne, tutti i messaggi, gli slogan e i riscatti si concentrano sul corpo, si è passati dall’angelo del focolare alla mistica della seduzione. Le battaglie femministe sembrano aver portato le donne ad essere soltanto oggetti in modo diverso. Il femminismo per certi versi ha contribuito a delimitare ulteriormente la linea che divide donne e uomini, racchiudendoli in schemi stereotipati: gli uomini che non ne condividono in pieno le linee sono etichettati come “schiavisti e machos” e le donne che criticamente cercano di elaborarne i punti salienti minando il concetto di femminismo sono bollate come “sottomesse e traditrici”. Non è attraverso il gioco di leggi che si garantisce la presenza delle donne nel sistema politico nazionale: le quote rosa, che sono già state introdotte in molti paesi europei prevedendo la loro applicazione nel consigli di amministrazione delle aziende e qualcuno caldeggia la loro introduzione anche in ambito politico.

La donna all’interno di questo sistema vive da parte della società una doppia oppressione: una legata al lavoro, legata allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e uno legato al lavoro di cura, tutte quelle pratiche di lavoro domestiche che coinvolgono il sostegno del benessere domestico e quindi familiare, quel lavoro che si dedica per la maggior parte alla cura di quei soggetti non indipendenti quali bambini, disabili, anziani. È chiaro come queste ultime siano una parte fondamentale dell’oppressione a cui una donna e sottoposta, dalla quale dovrebbe essere sostenuta dal sistema di welfare statale. Con la crisi economica il governo nazionale ha ritenuto opportuno concentrarsi su tagli alla spesa pubblica, sforbiciate che sono andata ad intaccare l’intero sistema sociale, falciando i servizi alla persona, smantellando l’intero ambito dei servizi sociali aprendo il campo alle privatizzazioni, togliendo soldi alla scuola pubblica ed indebolendo il sistema sanitario nazionale, minando alcuni dei principi più importanti della nostra Costituzione. Tali scelte politiche hanno riversato sulle famiglie un grosso carico che si fa sempre più pesante e difficile da sostenere, che si è abbattuto ancor di più sul lavoro femminile.

Per questo motivo ogni donna che senta la necessità di liberarsi dalle catene di classe che questa società le ha imposto, dovrà per forza di cose lottare non già per le ipocrite misure che la Borghesia concede (come le cosiddette quote rosa) ma per rivoluzionare completamente l’esistente. Lottando quotidianamente col grande movimento dei lavoratori, nella sua avanguardia, per poter finalmente ottenere quella reale libertà a cui noi tutti aspiriamo.

*Resp. Nazionale Commissione Donne FGC

Donna e questione di genere: concezione rivoluzionaria contro femminismo borghese da: www.resistenze.org – osservatorio – genere resistente – 03-03-16 – n. 579

Paula Jiménez* | mujerfariana.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/01/2016

Dagli albori della nostra specie, la donna ha aggirato ostacoli e guadagnato spazi per riuscire a dimostrare le sue molteplici attitudini alla pari degli uomini. Una strada lastricata di incomprensioni e repressioni, tanto della società stessa come del suo ambiente circostante.

Impantanate nei secoli sotto il dominio di un modello patriarcale, le donne hanno librato mille battaglie al fine di raggiungere uno spazio paritario, in accordo con lo sviluppo stesso della società. Nelle lotte per la loro liberazione si sono invischiate in processi emancipatori in differenti realtà e in lungo e in largo del pianeta.

Per ciò hanno dovuto superare se stesse e puntualizzare concettualizzazioni su quello che è realmente il femminismo rivoluzionario quale antidoto per non intossicarsi col veleno del femminismo borghese. Da questa necessità, l’importanza di conoscere che cosa separa realmente la visione borghese “dell’emancipazione” femminile, da quella rivoluzionaria, spogliandoci dalle tare del passato e dalle imposizioni del presente.

Che differenza esiste realmente tra il femminismo borghese e quello rivoluzionario? È una domanda più che necessaria, vitale per le donne che cercano e lottano per una società diversa.

Il primo tratta la problematica della donna dal punto di vista della sua compatibilità col capitalismo, predilige rivendicazioni puntuali delle donne di classe media e alta, è un femminismo filo-istituzionale ed espressione dell’ideologia borghese, insieme alla quale ignora la centralità delle lotte delle lavoratrici, delle donne povere, operaie, indigene, contadine, ecc. In sostanza, il femminismo borghese concepisce sé stesso come via affinché anche alle donne sia riconosciuti il diritto di arricchirsi, di sfruttare e ricoprire incarichi.

Per il femminismo rivoluzionario, al contrario, la lotta delle donne è parte costituente e imprescindibile della lotta all’ultimo sangue contro il sistema capitalista, per raggiungere la liberazione di genere nella cornice della liberazione sociale. La sua critica al patriarcato e al maschilismo è demolitrice nella misura in cui è radicale, poiché lungi dall’essere infiorettata con retorica e sofismi, va alla radice delle contraddizioni e si nutre del marxismo.

Chiarire questa differenza di analisi, ci porta a considerare i pilastri fondamentali del marxismo. La base critica che separa il marxismo da ogni pensiero borghese è la sua base concettuale che si sviluppa su tre assi fondamentali, cioè: la teoria del plusvalore o dello sfruttamento, la teoria dello Stato e la teoria del pensiero.

La teoria del plusvalore obbedisce ad una struttura di sfruttamento che funziona in modo oggettivo. Secondo Marx, essa consiste nel valore creato dal lavoratore, al di là del denaro rappresentante il suo sforzo lavorativo, che non gli è pagato e che passa direttamente nelle mani del capitalista.

Questa appropriazione del plusvalore (dell’eccedenza) che si chiama profitto, sta alla base dello sfruttamento capitalistico. La teoria marxista mette in luce che lo sfruttamento esiste in virtù della presenza di un Stato borghese che ne favorisce la perpetuazione.

La seconda analizza come lo Stato borghese opera in interazione con altre forze interne allo stesso, siano queste religiose, l’apparato giuridico-legale, i mezzi di comunicazione, le forze militari ed applica in maniera sistematica la repressione nelle sue più diverse manifestazioni per il suo mantenimento, così come per il predominio dello sfruttamento.

E la teoria o forma del pensiero, inteso come il materialismo storico-dialettico, espone un modello di pensiero differente da quello borghese e dal metodo idealistico nell’interpretazione della storia, rappresentando uno strumento decisivo per chi pretendere di cambiare il mondo.

L’importanza di queste basi critiche, dal punto di vista della donna, è vitale, dato che questi tre assi si sostengono sull’antropogenica, che comprende necessariamente la riproduzione come specie mediante il lavoro. Da ciò deriva un fatto importante, cioè che la donna riproduce la forza lavoro ed arriva ad essere considerata dallo Stato borghese come uno strumento di produzione.

Questo apre a un’analisi più approfondita, che parte dalla considerazione dell’esistenza di una dialettica tra la produzione e la riproduzione, prendendo molto seriamente il fatto che la donna è una forza lavorativa unica che produce lavoro.

Se si divide il lavoro in qualificato o complesso e in non qualificato, dove il primo è quello che esaurisce psicologicamente il lavoratore e per il quale la donna si vede obbligata a compensare questa situazione nella casa, si pone la necessità di organizzarsi e lottare contro questa situazione di ingiustizia che la sovrasta. Ricordiamo anche che la donna lavoratrice in generale riceve un salario inferiore di un 30% in media rispetto all’uomo, cioè è redditizio – dal punto di vista del capitalista – del 30% in più rispetto all’uomo.

Per ciò, quando si esamineranno le problematiche che concernono la donna, è necessario partire da un’analisi marxista che permetta di considerare gli elementi sopra esposti per potere analizzare la società e particolarmente il ruolo, i diritti e i doveri della donna. In maniera diametralmente opposta, l’approccio borghese alla questione di genere è parcellizzato, un insieme disordinato di fenomeni isolati, evitando di contraddire l’impalcatura teorica ed ideologica del sistema capitalista.

Nel modello neoliberale attuale si acutizza questa disuguaglianza di classe che rimbalza con maggiore forza sull’asimmetria di genere, a causa della quale la donna si vede colpita tanto nel suo posto di lavoro, come nel focolare. In entrambi i contesti deve resistere ogni giorno come lavoratrice e come membro della famiglia, quando è discriminata, assediata incluso sessualmente, pressata, sottovalutata in termini salariali e colpita da altre situazioni che minano la sua stabilità psicologica e la sua dignità come essere umano, con diritti sociali, economici e politici.

Il femminismo rivoluzionario non può confondersi pertanto con quello borghese, che intende confonderlo. Da qui l’obiettivo che compete alle rivoluzionarie: approfondire lo studio teorico di questo fenomeno psicosociale che si riflette sui progetti politici di trasformazione della società e unire ogni giorno di più donne e uomini intorno alla lotta emancipatrice.

* militante del Movimento Bolivariano

MicroMega 2/2016 in edicola dal 10 marzo da. micromega

Cos’è successo la notte di Capodanno a Colonia? La lotta al terrorismo può giustificare la rinuncia alle nostre libertà? Fin dove si spingerà la deriva autoritaria della Polonia di Kaczyński? Sono solo alcuni dei temi affrontati nel ricchissimo volume 2/2016 di MicroMega, in edicola libreria ebook e iPad da giovedì 10 marzo. In allegato due volumetti con testi di Massimo Cacciari e Umberto Eco

Dacia Maraini e Lucia Annunziata dialogano sulla notte di Colonia: è stato “solo” sessismo o c’è uno specifico problema di integrazione degli immigrati musulmani? Sullo stesso tema tre contributi stranieri: la filosofa francese Élisabeth Badinter, la sociologa tedesca di origini turche Necla Kelek e la femminista tedesca Alice Schwarzer.

Giovanni di Lorenzo, Josep Ramoneda, Roberto Esposito, Fernando Savater e Roberto Toscano tentano di rispondere alla domanda cruciale del nostro tempo: è lecito, e fino a che punto, mettere anche solo temporaneamente tra parentesi, in nome della lotta al terrorismo e alla minaccia jihadista, diritti individuali che sono a fondamento della democrazia stessa?

Una democrazia che in Europa è messa fortemente sotto pressione: a Ovest con le strette antiterrorismo, a Est con l’arrivo al potere di partiti populisti di destra. E mentre la deriva autoritaria è già conclamata nell’Ungheria di Orban, nella Polonia di Kaczyński la speranza è riposta nei movimenti della società civile, come spiegano la saggista Irena Grundzińska Gross, il leader del movimento della società civile Critica politica, Słavomir Sierakowski, e lo storico e attivista politico dissidente Karol Modzelewski.

Venendo all’Italia, alla prossima tornata di amministrative andranno al voto le tre principali città italiane: Roma, Milano e Torino. Tra facce vecchie e volti solo apparentemente nuovi, il filo rosso é solo uno: la fedeltà a Renzi. Un ritratto dei tre candidati invotabili: Gianni Barbacetto per Giuseppe Sala, Antonio Monti per Roberto Giachetti e Jacopo Iacoboni per Piero Fassino.

Inoltre Pierfranco Pellizzetti traccia la fenomenologia del pragmatismo pseudomoderno di Renzi-Verdini; Gloria Origgi spiega perché oggi, nella società della comunicazione, è sempre più urgente elaborare una epistemologia della reputazione; Alessandra Cucchi e Martina Pasini ci conducono attraverso i Balcani, lungo la nuova rotta dei profughi.

A chiudere il numero l’intervento del procuratore di Palermo Roberto Scarpinato in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e la risposta del ministro della Giustizia Andrea Orlando.

E con questo volume in regalo due volumetti di ristampe di articoli di Umberto Eco e Massimo Cacciari.

IL SOMMARIO DEL NUMERO

DIALOGO
Lucia Annunziata / Dacia Maraini – Colonia, Europa
Quello che è accaduto la notte di San Silvestro a Colonia pone un’ineludibile domanda sull’integrazione di persone provenienti dai paesi islamici. Si è trattato genericamente di un caso di aggressioni a sfondo sessuale di uomini contro donne o è possibile individuare una specificità culturale e/o religiosa che accomuna gli aggressori? O addirittura di un ‘atto di guerra’ pianificato e organizzato? E come deve reagire l’Europa di fronte a fenomeni del genere? Un dialogo sul presente e il futuro dell’Occidente e dei suoi valori.

ICEBERG 1 – islam, donne e democrazia
Élisabeth Badinter in conversazione con Anne Rosencher – Colonia, non voltiamoci dall’altra parte (A.A.A. femministe cercasi)
Secondo la femminista e filosofa francese, il dibattito che è seguito alla notte di San Silvestro di Colonia è surreale: il tema centrale è diventato quello di evitare le strumentalizzazioni razziste, mettendo la sordina alla gravità di quanto accaduto, la violenza pianificata e organizzata ai danni di centinaia di donne da parte di un migliaio di uomini magrebini e mediorientali. E non è certo la prima volta che si chiede al femminismo di subordinare la propria causa ad altre ‘priorità’ (la ‘sinistra’ stalinista lo ha sempre fatto). La novità, forse, è che molte sedicenti femministe si sono accodate al mainstream del politicamente corretto.

Necla Kelek – Il rischio šari‘a nel cuore dell’Europa
L’arrivo in massa di giovani uomini provenienti da società rigidamente patriarcali nelle quali il dominio assoluto degli uomini sulle donne è legittimato pone un grosso problema di integrazione nei paesi occidentali, che non si può risolvere girando la testa dall’altra parte. Le associazioni islamiche per esempio – che pretendono di parlare a nome di tutti i musulmani, quando invece ne rappresentano solo una minima parte – sono perlopiù associazioni politiche, ortodosse se non addirittura islamiste, sovvenzionate dai paesi islamici. È ora che l’Occidente si renda conto del pericolo che corre e che ponga i propri valori fondamentali – primo fra tutti la parità fra uomini e donne – al centro delle politiche di integrazione.

Alice Schwarzer in conversazione con Cinzia Sciuto – Basta col multiculturalismo!
Decenni di retorica multiculturalista e relativista hanno diffuso un’idea di falsa tolleranza che impedisce di andare alla radice di alcuni problemi politici e sociali di fronte ai quali ci troviamo oggi. I fatti di Colonia sono stati inizialmente insabbiati proprio in nome di un malinteso antirazzismo. Un atteggiamento che in Germania ha già aperto le porte a vere e proprie società parallele. Alice Schwarzer, storica femminista tedesca e direttrice della rivista EMMA, spiega perché è ora di dire basta.

NOSTRA PATRIA È IL MONDO INTERO
Irena Grundzińska Gross – La ‘democrazia nazionale’ polacca
Il cambio di regime polacco, seguito alla recente vittoria elettorale della formazione populista di destra Diritto e giustizia, dovrebbe essere fonte di preoccupazione per l’Unione europea. La Polonia di Jarosław Kaczyn´ski, leader del partito di governo e principale ispiratore delle recenti svolte, è sempre più un paese apertamente illiberale, nazionalista e intriso di ideologia fondamentalista religiosa. Dio, Patria e famiglia.

Sławomir Sierakowski in conversazione con Maciej Stasiński – Una nuova Solidarność per la Polonia
Con la vittoria del partito populista di destra di Kaczyński la Polonia si sta rapidamente avviando verso un regime autoritario, nazionalista e reazionario. Ma la risposta della società civile non si è fatta attendere. In questa intervista il leader del movimento civico, europeista e democratico Critica politica spiega perché, a differenza che in Ungheria, in Polonia il regime avrà vita dura: “Noi abbiamo l’esperienza dei dissidenti e di Solidarność a cui attingere – e si tratta di una fortissima tradizione di resistenza collettiva”.

Karol Modzelewski – La svolta polacca: polizia politica e ‘Radio Maryja’
Dopo la caduta del comunismo e la fine di Solidarność,  nel paese si è affermata la libertà ma contro i princìpi di uguaglianza, fraternità e coesione sociale. Così Diritto e giustizia, il partito di Kaczyński, ha trovato terreno fertile per imporre la sua visione antidemocratica e il suo ‘risanamento’ attraverso un regime poliziesco, il tutto rafforzato dal sostegno della Chiesa tradizionalista e caratterizzato da un acceso nazionalismo: la testimonianza di uno dei ‘padri’ storici del dissenso e tra i maggiori intellettuali polacchi.

ICEBERG 2 – sicurezza e libertà
Giovanni di Lorenzo – La Germania sull’orlo di una crisi di nervi
La crisi dei profughi, gli attentati terroristici di matrice islamista e quelli, che aumentano in maniera inquietante, di matrice xenofoba stanno mettendo a durissima prova i paesi europei, primo fra tutti le Germania. Un paese che negli ultimi decenni aveva messo in campo una grande capacità di accoglienza e integrazione e che si ritrova oggi spaventato e senza solidi punti di riferimento politici. Una situazione potenzialmente esplosiva, come ci spiega il direttore di Die Zeit.

Josep Ramoneda – La strategia della paura come impotenza
La percezione della minaccia terroristica è oggi in Occidente molto più alta della realtà. Ad alimentare questa falsa percezione contribuiscono gli stessi governi occidentali, con le loro sconsiderate dichiarazioni di guerra e sospensioni dello Stato di diritto. Rispondere alla minaccia terroristica con la militarizzazione della società significa allearsi con gli stessi terroristi nel perseguire il loro principale obiettivo: propagare il terrore, diffondere la paura. E in ultima analisi distruggere la democrazia.

Roberto Esposito – Libertà o sicurezza?
Da tempo ormai non viviamo più in liberaldemocrazie ma in regimi di altro tipo, sospesi fra biopolitica e tanatopolitica. E proprio su questo assoluto primato del bios puntano i terroristi, ben sapendo che qualunque minaccia più o meno reale ad esso è in grado di destabilizzare l’intero sistema. Perché la loro arma più efficace è proprio la loro disponibilità a perdere la loro vita contro chi invece la considera un bene indisponibile. La difesa dei diritti e delle libertà individuali è un caposaldo che va mantenuto sul piano normativo, senza però perdere di vista, in tutta la sua drammaticità, la realtà concreta.

Fernando Savater – Le torri gemelle  
Sicurezza e libertà sono i due pilastri fondamentali del servizio che uno Stato deve offrire ai cittadini, le ‘torri gemelle’ delle nostre comunità democratiche. È ovvio che con la società di massa, con nuove forme di criminalità e nuovi pericoli, aumentano anche i controlli necessari affinché tutto si svolga ordinatamente, proprio come i semafori si rendono necessari quando il traffico automobilistico aumenta in maniera consistente. E nessuno si sognerebbe mai di sostenere che il semaforo limita la propria libertà.

Jean-Patrick Clech – Colpevoli di manifestare nella patria delle libertà. Una testimonianza
Parigi, 29 novembre 2015. Da poco più di due settimane la Francia è in preda allo shock seguito agli attentati del 13 novembre. Il presidente della Repubblica François Hollande ha dichiarato lo stato di emergenza, manifestare è vietato ma alcune migliaia 
di attivisti ecologisti e di sinistra si danno appuntamento a Place de la République per protestare contro la Conferenza sui cambiamenti climatici. Per molti di loro, fra cui la persona che ci ha fornito questa testimonianza, sarà l’inizio di un viaggio nella sospensione del diritto.

Roberto Toscano – Il tempo della paura   
C’era una volta l’Europa, patria dei diritti umani, della libertà, del benessere e dell’accoglienza. Quell’Europa, che ammoniva gli Stati Uniti del dopo 11 settembre per i provvedimenti antidemocratici e liberticidi, è oggi scesa dal suo piedistallo morale e, quando è toccato a lei essere bersaglio del terrorismo jihadista, ha adottato misure analoghe. E, come la talpa di Kafka, pensa di asserragliarsi nella sua tana e di blindarla contro i ‘predatori appassionati’, in una regressione a una politica primaria e barbara che cancella le storiche conquiste in termini di etica e diritto. Ossia, la nostra identità di europei.

LABIRINTO
Pierfranco Pellizzetti – L’efficienza nel paese di capitan Schettino   
Francesco Schettino, capitano di quella Costa Concordia fatta naufragare per insipienza davanti all’Isola del Giglio, impersona l’icona italiota dell’irresponsabile uomo solo al comando, di cui il nostro presidente del Consiglio è un altro esimio rappresentante. Evidenti tratti di autoritarismo uniti a una sostanziale ignoranza dei processi e delle dinamiche sociali sono le caratteristiche di tutti i provvedimenti di questo governo, dalla controriforma costituzionale a quella della sedicente buona scuola.

Gloria Origgi – Del buon uso della reputazione in democrazia
Nelle scienze sociali hanno avuto un grande successo le teorie dell’agente razionale e interessato, che spiegano i comportamenti degli esseri umani in termini di rapporti razionali mezzi-fini. Teorie che però hanno il grosso limite di non prendere in considerazione le motivazioni simboliche del soggetto. Gli individui agiscono non solo per raggiungere dei precisi fini ma anche per proiettare un’immagine sociale che contribuisca a dar loro un’identità. Sono attori molto più complessi e drammatici dell’agente razionale. Sono soggetti reputazionali e sociali.

Alessandra Cucchi e Martina Pasini – We refugees
La rotta balcanica è oggi una di quelle più battute dai profughi provenienti dal Medio Oriente per raggiungere l’Europa. Centinaia di migliaia di persone in marcia verso la libertà, in un viaggio lungo, rischioso e costoso, attraverso paesi che non li vogliono o che non hanno niente da offrire, verso l’agognata Europa del Nord. Paesi dove volontari che spesso non posseggono molto più dei migranti si danno da fare nei campi. «Oggi è successo qualcosa che mi ha aperto gli occhi», racconta una volontaria in un campo in Croazia. «Stavo cercando nel ripostiglio una giacca per un rifugiato e un ragazzo croato che lavora nel campo come addetto alle pulizie mi ha chiesto se poteva averne una anche lui. È un vero dilemma».

ICEBERG 3 – dalla morta gora
Gianni Barbacetto – Sala, una destra vale l’altra
Quella delle primarie del centro-sinistra per il sindaco di Milano è stata una campagna surreale, un prolungamento del ‘metodo Expo’, in cui non si capiva dove finivano i ruoli (e i soldi) dell’esposizione universale e dove iniziava l’attività politica di Giuseppe Sala, l’‘omino grigio di successo’, incoronato da Matteo Renzi candidato sindaco per la capitale lombarda. Una candidatura arrivata non certo per evidenti meriti istituzionali ma sull’onda della ‘narrazione’ di Expo come evento che ha rilanciato l’immagine di Milano e dell’Italia nel mondo. Il sortilegio dello storytelling, che annulla i fatti e strega politica e cittadini.

Antonio Monti – Giachetti, un radicale per tutte le stagioni
Prima verde, poi rutelliano, quindi margheritino e democratico renziano. Da sempre radicale, è passato alle cronache nazionali per le sue battaglie berlusconiane contro i giudici. Non a caso ‘Bobo’ è un uomo di apparato, stimato in ambienti politici di destra e di sinistra, apprezzato anche da manager come Sergio Marchionne, Luca Cordero di Montezemolo e nei salotti del ‘generone’ romano, dove vanta amicizie variegate: da Enrico Mentana a Giorgia Meloni.

Jacopo Iacoboni – Il comunista Piero dai gesuiti a Marchionne
Di Fassino restano le profezie tutte sbagliate contro l’M5S e lo storico ‘abbiamo una banca’ riferito allo scandalo Unipol. Negli anni è stato virtualmente candidabile a tutto – dalla Consulta fino al suo sogno inconfessabile: il Quirinale – alla fine si è dovuto accontentare della poltrona di sindaco del capoluogo piemontese: dalle giovanili del Pci alla Fabbrica, storia di un uomo che vuole blindare il sistema Torino. Un sistema dominato dalla subalternità alle banche: la scena è dominata dai soldi e offuscata da un patto cinico tra il rottamatore Renzi e l’ex studente dei gesuiti.

GIUSTIZIA
Roberto Scarpinato – La promessa tradita
Dopo quella stragista del 1992-93 si sperava di inaugurare una nuova stagione in cui fosse possibile mantenere “la promessa che, disarticolati i gangli vitali della criminalità mafiosa e i suoi risalenti legami con la politica collusa, fosse possibile coniugare sviluppo e legalità”. A quasi 25 anni di distanza quella promessa risulta clamorosamente tradita.  In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016, il procuratore generale di Palermo chiede al ministro della Giustizia di dare un segnale forte facendosi promotore di un’iniziativa di legge che preveda l’inserimento
dei più rilevanti reati in materia di corruzione nell’elenco dei reati per i quali è previsto il raddoppio dei termini di prescrizione.

Andrea Orlando – Il vuoto della politica e la supplenza della magistratura
La denuncia del procuratore generale di Palermo è dura: mentre forze dell’ordine e magistratura sono impegnate efficacemente nella repressione della criminalità organizzata, la politica latita tradendo la promessa di tenere insieme legalità e sviluppo. Il ministro della Giustizia Orlando accoglie e condivide la necessità che la politica si riprenda il suo ruolo e non si affidi alla supplenza del sistema giustizia. Allo stesso tempo rivendica le azioni del governo su questo terreno, auspicando una proficua collaborazione con tutti i soggetti interessati dopo anni di sterile scontro.