Martedì presso CGIL via Crociferi n.40 ANPI Catania parteciperà al coordinamento donne CGIL Catania al dibattito pubblico: Donne e Lavoro tra passato e futuro

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“Le trivelle in mare fanno male alla salute”. I dati choc del rapporto di Greenpeace e i silenzi del ministero Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi. Ecco cosa si trova abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono in prossimita’ di piattaforme offshore presenti in Adriatico. E spesso in concentrazioni che eccedono i parametri di legge.
Non lascia spazio a dubbi il rapporto “Trivelle fuorilegge” realizzato da Greenpeace, in cui, per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari. Secondo l’associazione ambientalista la contaminazione e’ “ben oltre i limiti previsti per almeno una sostanza chimica pericolosa nei tre quarti dei sedimenti marini vicini alle piattaforme”, il 76% nel 2012, il 73,5% nel 2013 e il 79% nel 2014. Ancora: i parametri ambientali sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% dei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Anche nelle cozze la presenza di sostanze inquinanti ha mostrato evidenti criticita’.

Come spiega il responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace, Giuseppe Ungherese, emerge una “contaminazione grave e diffusa”, le trivelle non rispettano i limiti fissati dalla legge, per cui sono illegali. “Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti”, ribadisce Ungherese, e infatti vicino alle piattaforme si “trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro”. Eppure il ministero competente non fa nulla.

Lo scorso luglio Greenpeace aveva chiesto i dati di monitoraggio delle piattaforme presenti nei mari italiani. E il ministero dell’Ambiente ha fornito “soltanto” quelli di 34 impianti, relativi agli anni 2012-2014, dislocati davanti alle coste di Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo. Delle altre 100 e piu’ piattaforme operanti nulla, per cui “o il ministero non dispone di informazioni in merito, e dunque questi impianti operano senza piani di monitoraggio, oppure ha deciso di non consegnare a Greenpeace tutta la documentazione in suo possesso”.

Dunque, attacca Ungheresi, a un quadro ambientale critico, si aggiunge la “scarsa trasparenza del ministero”, senza dimenticare che i monitoraggi sono stati eseguiti da Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale), che e’ vigilato dallo stesso ministero, su committenza di Eni, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. Insomma “il controllore e’ a libro paga del controllato”, conclude Greepeace ribadendo che “chi estrae idrocarburi nei nostri mari inquina, e lo fa oltre i limiti imposti dalla legge senza apparentemente incorrere in sanzioni o in divieti”. Per cui il 17 aprile occorre partecipare al referendum e votare Si’ “per fermare chi svende e deturpa l’Italia”.

8 marzo: giornata internazionale della donna da: www.resistenze.org – osservatorio – genere resistente – 01-03-16 – n. 578

Adriana Chiaia

01/03/2016

Il tradizionale ramo di mimose, omaggio alle mogli, alle fidanzate, alle madri, fiorisce perfino sulle scrivanie dei dipendenti “gentile attenzione dei principali”.
Nell’occasione, nella piccola, media e perfino nell’alta borghesia si ricordano e si rilanciano le lotte per il raggiungimento della parità con gli uomini nel lavoro e in politica.

Noi per onorare questa ricorrenza pubblichiamo il racconto di Quien, la vedova di Nguien Van Troi, un racconto-testimonianza, semplice, intimo, commovente, sull’emancipazione di una donna proletaria, sulla sua presa di coscienza politica.

Il primo passo compiuto da Quien è traumatico.

Quella domenica mattina Quien sperava che Troi l’avrebbe accompagnata in visita ai parenti, come si usa nel Nord, per presentare la nuova coppia: Quien e Troi si erano sposati soltanto da venti giorni.

Nell’attesa Quien rifletteva sul comportamento di suo marito nell’ultimo periodo. Troi si assentava spesso di sera e, quando andavano a trovare degli amici, gli uomini si sedevano nel patio e muovevano dei sassolini, come se giocassero a dama o a scacchi.

Non che Troi non avesse nei suoi confronti le stesse premure di un tempo: andava ad attingere l’acqua alla fontana e le portava in casa i pesanti secchi. Quando era stata malata si era seduto al suo capezzale per ninnarla con delle canzoni.

Quelle riflessioni furono brutalmente interrotte dall’irruzione di una squadra di poliziotti che trascinavano Troi, irriconoscibile, ferito, sanguinante. “Quien, mi hanno preso!”. I poliziotti presero a picchiare e a torturare con l’elettricità Troi domandandogli dove nascondeva l’esplosivo. Intanto la perquisizione nel patio non dava alcun risultato. I poliziotti continuavano a picchiare ripetendo la domanda: “Dove nascondi l’esplosivo?”. Troi rispose: “Se volete trovare dell’esplosivo andate dagli Americani”. I poliziotti continuarono a picchiarlo e a un certo punto passarono a un’altra tecnica. Il capo disse: “Ecco una bella casa, una moglie carina e tu ascolti i Vietcong”. Troi rispose: “Io non sono come voi, non posso vivere sotto l’occupazione degli Americani che umiliano e uccidono il mio popolo”. Quien aveva tentato di raggiungere Troi ma le era stato impedito di muoversi. I poliziotti trascinarono Troi verso la porta e Quien, malgrado tentassero di impedirglielo, gridò: “Troi ti amo e sarò sempre con te”.

In quel grido c’erano l’amore, il rimorso e la volontà di impegnarsi nella difesa di Troi.
Questo fu il primo passo della presa di coscienza di Quien.

Il secondo passo fu quando il capo della polizia la fece chiamare al commissariato e, esibendo un ritratto della coppia nel giorno del matrimonio, tentò la corruzione, disse: “Se lei convincerà Troi a dire la verità lo lasceremo subito libero, altrimenti tenteremo anche con lei altri metodi”. La condusse nella stanza dove i sospetti complici di Troi venivano selvaggiamente torturati malgrado Troi si fosse assunto l’intera responsabilità dell’azione. Quien disse: “Io non so niente dell’attività di mio marito, quello che so è che voglio incontrarlo. Fatemelo vedere!”.

Il commissario rispose: “Suo marito, appena arrestato, si è buttato dalla finestra tentando di fuggire, è caduto su una macchina in corsa e si è fratturato una gamba. Adesso è ricoverato nell’ospedale della prigione”. Quien gridò: “Voi mentite, lo avete picchiato e rinchiuso in carcere”.

Quando tornò a casa Quien si rese conto che non era più libera. Fu anche lei arrestata e mandata nel carcere femminile.
Questa fu la seconda tappa della presa di coscienza di Quien.

Quando nel carcere si sparse la notizia che l’arrestata era la moglie di Troi, da tutte le celle arrivò a Quien un segno di solidarietà e così cominciò la terza tappa della sua presa di coscienza: furono gli insegnamenti che le venivano dalle compagne di cella. Quando una di loro tornava da una seduta di tortura con le dita sanguinanti perché le avevano strappato le unghie, finalmente poteva piangere nelle braccia delle altre compagne, ma davanti agli aguzzini non aveva versato una sola lacrima.

Le compagne di cella educarono Quien: le raccontavano tutti gli episodi di lotta del Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam del Sud contro gli Americani, le insegnarono a cantare canzoni rivoluzionarie e perché usasse bene il suo tempo le insegnarono a ricamare.

Un episodio felice fu l’arrivo nel carcere, dove era stato rinchiuso insieme a sua nonna, di un bambino di due o tre anni la cui madre era detenuta in un carcere speciale. Il bambino raccontò come Troi avesse avuto cura di lui, lo lavasse, gli portasse dei dolci e Quien imparò l’importanza che Troi aveva dato ai rapporti con i vicini. Infatti in un paese occupato, pieno di spie era importantissimo stabilire dei rapporti di amicizia con i vicini di cui ci si poteva fidare.

Quien fu liberata e ottenne un colloquio con Troi in ospedale. Prima di entrare comprò della frutta all’ingresso del carcere.

Troi fu portato al colloquio sorretto da altri due carcerati. Appena la vide, chiese a Quien se anche lei fosse stata picchiata e soprattutto notizie di come procedevano le azioni del Fronte. Gli sbirri interrompevano questi colloqui ma Troi per distrarli chiedeva delle altre persone della famiglia, di come stessero, di come sua madre aveva preso la notizia del suo arresto.

* * *

In tutto il Vietnam occupato regnavano la miseria e la fame, non era possibile trovare un qualsiasi lavoro. Troi, contro il parere dei suoi familiari che lo supplicavano di restare, decise di emigrare e di andare a cercare lavoro a Saigon.

Tramite un parente riuscì a trovare lavoro presso un’impresa di elettricità. Dopo poco tempo entrò a far parte di una cellula del Partito dei lavoratori del Vietnam appartenente al Fronte di Liberazione. Nell’organizzazione Troi, oltre che all’uso delle armi e degli esplosivi, ebbe le prime nozioni di politica ed economia marxista. Un compagno gli chiese: “Troi tu lavori in un’impresa elettrica, c’è l’elettricità nella tua casa?”. Troi rispose: “No, noi usiamo lampade a petrolio”. “Vedi?” aggiunse il compagno “tu produci l’elettricità e non puoi usufruirne mentre i tuoi sfruttatori possono illuminare anche la cuccia del cane”. E proseguì “Tu lavori un determinato numero di ore e una parte serve a sostenere te e i tuoi familiari, cioè a riprodurre la forza lavoro, è quello che si chiama lavoro necessario; l’altra parte serve ad aumentare il capitale e si chiama super lavoro”. Troi comprese l’importanza della lotta per le otto ore di lavoro, mentre i padroni facevano di tutto per prolungare la giornata lavorativa fino a dodici-quattordici ore.

* * *

Quien lavorava in un’azienda tessile anche per dodici-quattordici ore al giorno: doveva ripagare i debiti accumulati per il matrimonio.

Intanto Troi era stato trasferito dall’ospedale alla prigione di massima sicurezza dei condannati a morte: segno di una sentenza già decisa.

Dopo un processo-farsa in cui Troi era stato accusato di aver tentato di minare il ponte sul quale doveva passare il Segretario di Stato alla difesa USA MacNamara in visita al Vietnam, Troi che aveva rivendicato l’azione era stato condannato a morte.

La nonna del bambino trasmise a Quien tutte quelle modalità per chiedere i permessi per visitare i detenuti politici che la sua lunga vita le aveva insegnato. I poliziotti le chiedevano: “Perché consumi i tuoi giorni per visitare tua figlia che è in un carcere speciale?”. “Io l’ho messa al mondo e ho il dovere di occuparmi di lei”.

La nuova tappa di Quien fu quella di condividere l’esperienza dei familiari dei detenuti politici e le condizioni in cui tali colloqui si svolgevano. Malgrado le difficoltà nei colloqui, Troi cercava di educare Quien e di indurla a partecipare alla lotta del Fronte Nazionale di Liberazione; le spiegava il perché lui che odiava la menzogna era stato costretto a mentirle: la clandestinità ha regole ferree, la più piccola indiscrezione può pregiudicare la sicurezza di tutta l’organizzazione. Quien rispondeva: “Vorrei partecipare a questa lotta, ma ho paura che i compagni non si fidino di me”. Troi la rassicurò dicendole: “Non ti preoccupare, io tenterò ancora di fuggire ma se un giorno il governo dovesse decidere di uccidermi, i compagni non ti abbandoneranno”.

Un giorno Quien si presentò per il colloquio e il poliziotto le disse: “Oggi non è possibile perché alcuni membri del governo hanno deciso di visitare la prigione. Torna un altro giorno”. In quel momento Quien vide che veniva introdotta nel carcere una bara e pensò: “Ecco un’altra vittima dell’oppressione degli USA”.

* * *

Improvvisamente, veloce come un fulmine, in tutto il Vietnam si diffuse una notizia. Le forze di liberazione del Venezuela, FALN avevano rapito il colonnello Smolen dello Stato Maggiore USA di stanza nel loro paese ed avevano decretato: “Se viene fucilato Nguien Van Troi, un’ora dopo uccideremo l’ostaggio”. Gli USA ordinarono al governo fantoccio di Saigon di sospendere l’esecuzione e già dappertutto si prospettavano le modalità di uno scambio di prigionieri.

Quien, pazza di gioia, aveva osservato, dando inconsapevolmente una definizione di internazionalismo proletario, “Io non so dove si trova il Venezuela, se è un paese grande o piccolo, quello che so è che lotta come noi contro gli Americani”.

Purtroppo, quando le FALN, secondo gli impegni presi con gli USA, liberarono Smolen, il governo fantoccio non mantenne la parola data e confermò la sentenza di morte di Troi.

Allora Quien, in preda all’angoscia, fece quello che Troi le aveva sempre detto essere inutile, cioè pagare un avvocato per la sua liberazione. Raccolse tutto il denaro che possedeva e lo portò a un avvocato che disse: “Impossibile, se ci fossero novità mi avrebbero avvisato”; poi prese il telefono, parlò brevemente e disse: “Purtroppo un’ora fa Troi è stato fucilato”.

Quien cercò disperatamente di sapere dove lo avevano seppellito. Prese un taxi e cominciò a girare tutti i cimiteri di Saigon senza trovare niente. Alla fine della giornata il taxista le propose di pagare solamente la metà della corsa perché potesse continuare la ricerca il giorno dopo dandole così un altro esempio di solidarietà proletaria. Quando infine fu individuata la tomba cominciò ad arrivare in pellegrinaggio gente che portava candele e fiori.

La madre di Troi chiese che si proclamassero sette settimane di preghiera in suo onore. Dalla chiesa buddista fu indetta una cerimonia in ricordo di Troi. Sulla porta della chiesa fu affisso il seguente avviso: “Il 22 ottobre 1964, alle sette della sera inizieremo le preghiere per l’anima di Nguyen Van Troi. Invitiamo tutti i fedeli a partecipare”.
Malgrado i poliziotti sperassero che alla cerimonia non andasse nessuno, i vicini vennero numerosi con fiori e candele.

Quien fu avvicinata da una ragazza che le consegnò una busta. Quando rientrò a casa chiuse porte e finestre e aprì la busta che conteneva una lettera. Era la lettera di una compagna clandestina che aveva conosciuto in carcere. Lesse: “La morte di Troi è stata onorata da tutti i compagni. Nello stesso cortile in cui fu fucilato Troi è stato eretto un piccolo monumento in suo ricordo. Sulle arcate dei ponti appaiono scritte inneggianti a Nguien Van Troi. Nuove leve di giovani rivoluzionari entrano nel Partito e nel Fronte con la parola d’ordine ‘essere come lui’. Il Partito e il Fronte lo hanno insignito delle massime onorificenze”.
La lettera concludeva: “Ricordati quello che Van Troi ti ha raccomandato e raggiungi le file del Fronte Nazionale di Liberazione del Sud Vietnam”.

Quien capì che non poteva rimanere nel Sud perché era continuamente perseguitata e raggiunse il Nord. Lì, con l’aiuto dei compagni, malgrado i bombardamenti mediante i quali gli USA tentavano invano di spegnere l’attività del Sud, fu pubblicato il racconto-testimonianza di cui abbiamo parlato all’inizio.  Il suo testo è stato tradotto in tutte le lingue.

Noi abbiamo scelto di tradurlo in italiano dallo spagnolo (traduzione di Lucio Bilangione) per celebrare una doppia vittoria: quella della cacciata degli Americani dal Vietnam e quella della Baia dei Porci dove in sole 72 ore i patrioti cubani, con il rinforzo dell’Armata Rossa, riuscirono a ricacciare in mare gli invasori impedendo così che una loro testa di ponte in terra cubana rappresentasse il governo “legittimo” e quindi giustificasse l’intervento della flotta americana.

Adriana Chiaia

Milano, 1° marzo 2016

Maternità surrogata: oltre l’alternativa tra proibizionismo e laissez-faire da: rifondazione comunista

di Giorgia Serughetti*

Segnaliamo dalla rivista Alternative per il Socialismo, n.39, da ieri nelle librerie una riflessione non superficiale su un tema che è al centro di polemiche in questi giorni. Al tema della gestazione per altri/e dedica l’ultimo numero anche la rivista Legendaria.

 

Sulle tecnologie riproduttive e la “gestazione per altri” (Gpa) o “maternità surrogata”, il pensiero femminista si interroga non da oggi. È del 1998, per esempio, il libro di Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, L’Eclissi della madre. Studiose come Tamar Pitch e Maria Grazia Giammarinaro hanno offerto elementi importanti di lettura del fenomeno, specialmente sotto il rispetto del diritto, già due decenni fa. Per non parlare della filosofia americana, che vede due dei principali riferimenti in questo panorama, Il contratto sessuale di Carole Pateman e Nascere per contratto di Carmel Shalev, comparire già alla fine degli anni ’80. Negli ultimi mesi, tuttavia, il tema si è imposto con un livello di attenzione sconosciuto nel dibattito pubblico italiano, principalmente a causa di due eventi concomitanti e per molti versi concorrenti.

Da un lato, il gruppo “Se Non Ora Quando – Libere” (nato come altri gruppi dalla frammentazione del movimento che il 13 febbraio del 2011 aveva portato un milione di persone in piazza per chiedere rispetto per le donne) ha lanciato a dicembre 2015 un appello per mettere al bando la maternità surrogata, raccogliendo le firme di personalità dello spettacolo e del mondo politico, in particolare tra le fila Partito Democratico. “Noi rifiutiamo di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore”, si legge nel documento. “In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: ‘committenti’ italiani possono trovare in altri paesi una donna che ‘porti’ un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando”. L’iniziativa si richiama, anche nel linguaggio, alla petizione internazionale Stop Surrogacy Now, che si conclude con le parole: “Nessuno ha diritto a un bambino: né eterosessuali, né omosessuali e neppure chi ha scelto di rimanere single. Uniti chiediamo ai governi delle nazioni del mondo e ai capi della comunità internazionale di lavorare insieme per mettere fine a tale pratica e fermare subito l’utero in affitto”.

Il 2 febbraio si sono tenute a Parigi presso il Parlamento francese le Assise internazionali per vietare universalmente la pratica, al termine delle quali è stata firmata la Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata. Poche settimane prima, contro la Gpa si era espresso anche il Parlamento Europeo nella relazione annuale sui diritti umani nel mondo. In direzione opposta si sta muovendo invece l’Assemblea del Consiglio d’Europa, fortemente criticata nelle assise di Parigi per aver assegnato a una parlamentare verde, Petra de Sutter, primaria di ginecologia a Gand e favorevole alla legalizzazione della pratica, il compito di redigere il rapporto su “Diritti umani e questioni etiche legate alla gestazione per altri”.

Tutto questo, in Italia, avrebbe avuto ben poco eco se non avesse impattato su un altro tema “caldo”: il dibattito sul disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili. Grazie alla tempistica (non certo casuale) dell’appello uscito in Italia, su quello che spregiativamente viene chiamato “utero in affitto” si sono infatti concentrate le critiche di esponenti politici di vari colori, che ne hanno fatto il fulcro della loro contrarietà alla previsione di legge sulla step child adoption (la possibilità di adottare i figli del partner dello stesso sesso) contenuta nel ddl in discussione in Parlamento.

Come è noto, la nascita attraverso maternità surrogata riguarda in realtà una piccola minoranza degli attuali figli di coppie omosessuali, mentre il fenomeno nel mondo vede in prima fila le coppie eterosessuali sterili, desiderose di avere un figlio. Tuttavia, la conflagrazione dei due temi ha dato origine a un confronto acceso, non solo tra attivisti Lgbt e noti esponenti della destra omofoba, ma anche tra voci diverse all’interno del femminismo. Sul fronte anti-surrogacy si sono schierate femministe storiche come Luisa Muraro e Lea Melandri, giornaliste come Paola Tavella e Ritanna Armeni, personalità del movimento Lgbt come Cristina Gramolini e Aurelio Mancuso, per non citarne che alcuni. Il Family Day del 30 gennaio ha visto salire sul palco anche Jennifer Lahl, leader del movimento anti-surrogacy statunitense, a sancire una strana Santa Alleanza tra mondo cattolico schierato a difesa della “famiglia naturale” ed esponenti del femminismo internazionale, in questa battaglia che riguarda i corpi delle donne.

Posizioni diverse o del tutto opposte sono state assunte da altre osservatrici femministe, come la bioeticista Chiara Lalli, che su Internazionale (4 dicembre 2015) difende il possibile valore etico della surrogacy, anche nelle sue espressioni commerciali, e mette in guardia dalla tentazione di sostituirsi alla voce di altre donne. Altre studiose di bioetica come Caterina Botti e Grazia Zuffa sono intervenute sulla rivista Leggendaria per promuovere una riflessione che consenta un approccio femminista alle nuove tecnologie riproduttive, calata nella complessità delle relazioni umane e consapevole delle tante vulnerabilità che si confrontano in questa esperienza. Molti, poi, sono stati sui giornali e in rete i contributi di esponenti della politica e della cultura – da Emma Bonino a Emanuele Trevi, da Alessandra Bocchetti a Michela Murgia – che in vari modi hanno articolato la preoccupazione di respingere il diktat proibizionista dell’appello, in favore di una posizione più rispettosa di esperienze, rappresentazioni e vissuti anche molto diversi tra loro.

 

Le parole e le cose

Fin dalle parole scelte per parlarne, il fenomeno qui discusso assume connotazioni differenti, che orientano gli atteggiamenti dell’opinione pubblica e del legislatore. “Maternità surrogata” o “surrogazione di maternità” (surrogacy), “gestazione per altri” o “d’appoggio”, maternità “di sostituzione” o “per procura” sono alcune delle espressioni utilizzate nelle diverse lingue per nominare la varietà di pratiche messe in atto quando una donna si rende disponibile a portare a termine una gravidanza per conto di singoli o coppie sterili. In Italia la locuzione dal sapore denigratorio “utero in affitto” è usata da alcuni per sciatteria o sensazionalismo giornalistico, da altri – incluse diverse voci femministe – per evidenziarne gli aspetti riprovevoli e chiederne la messa al bando. Proprio per questo, è invece evitata da osservatrici e osservatori più aperti alla discussione o inclini alla depenalizzazione.

Non c’è consenso, però, nemmeno sulle altre diciture, intorno a cui si svolge un dibattito che rispecchia la complessità di posizioni morali e politiche su questa pratica. “Gestazione per altri” è la formula favorita dal movimento Lgbt, mentre alcune femministe la ritengono un eufemismo che allontana dalla verità. Dell’espressione “maternità surrogata”, poi, c’è chi contesta il sostantivo, per esempio la scrittrice Michela Murgia sul L’Espresso critica l’uso improprio della parola maternità, dove sarebbe più opportuno parlare di gestazione o gravidanza. C’è invece chi contesta l’aggettivo, surrogata, perché rimanda a tutto ciò che non è autentico ma finge di essere tale, per esempio la sociologa Daniela Danna che nel suo recente libro Contract Children: Questioning Surrogacy, contesta la formula “madre surrogata” perché – sostiene –la cosiddetta portatrice non è in alcun modo un sostituto. Ogni madre diviene tale solo nel momento in cui il bambino nasce, quindi la “surrogata” secondo Danna dovrebbe più correttamente essere chiamata “madre di nascita”, quelli che intendono diventare genitori sociali saranno “genitori intenzionali” ed eventuali ovo-donatrici o spermo-donatori vanno nominati come tali, non come genitori “biologici”. La biologia della gravidanza, sostiene l’autrice, prevale sul legame genetico nel definire chi è il genitore biologico, e questo ha precise implicazioni in termini di policy: è sempre alla donna che ha messo al mondo, anche quando non ha alcun legame genetico con il nuovo nato, a cui spetta l’ultima parola sul suo destino. Su questo discorso, però, tornerò più avanti.

Di fronte al fenomeno della Gpa ci troviamo nel bel mezzo di una crisi delle categorie tradizionali di lettura della realtà, di cui i problemi linguistici sono uno specchio rivelatore. Il punto principale di difficoltà è la moltiplicazione delle figure che concorrono all’evento procreativo: madri surrogate, madri donatrici (ovodonatrici), madri intenzionali, madri biologiche, madri giuridiche, che hanno vedono un quasi corrispondente numero di padri. Salvo che, nel caso maschile, non solo non esiste né probabilmente esisterà mai l’esperienza della gestazione, quindi nemmeno per altri, ma anche la donazione di gameti appare come un processo assai meno invasivo dal punto di vista fisico. E questa differenza non è di poco conto per la riflessione femminista.

In quella che viene chiamata surrogacy “tradizionale”, le cui radici affondano fin nella storia biblica di Sara, Abramo e la schiava Agar, la madre surrogata è anche la madre genetica del bambino o della bambina, mentre il padre genetico è normalmente il genitore intenzionale. Il conflitto che può sorgere è qui tra la madre a tutti gli effetti “biologica” del nuovo nato da una parte, e la coppia committente dall’altra, come nel famoso caso di Baby M del 1986 che fu infine risolto dalla Corte Suprema del New Jersey con il riconoscimento della madre surrogata, Mary Beth Whitehead, come madre legale, ma con l’affidamento della bambina (chiamata dapprima Sara, poi Melissa) al padre biologico e a sua moglie, nel “superiore interesse del minore”.

Nuovi scenari si sono aperti con il passaggio alla surrogacy “gestazionale”, che è frutto delle tecniche di fecondazione in vitro e trasferimento embrionale perché non prevede l’uso degli ovuli della madre surrogata ma quelli della madre intenzionale o di una donatrice. La risposta alla domanda “chi è la madre?” è in questo caso particolarmente complessa, e l’orientamento dei tribunali, ma anche dell’opinione pubblica, diventa meno favorevole alle madri surrogate. Daniela Danna ricorda nel suo libro due sentenze opposte emesse in Italia, nel 1989 e nel 2000: la prima in un caso di surrogacy tradizionale, in cui il conflitto tra madre surrogata e coppia committente fu risolto in favore della prima perché l’accordo di surrogazione fu ritenuto contrario all’ordine pubblico e assimilato alla vendita del bambino; la seconda invece in un caso di surrogacy gestazionale che fu autorizzata dal tribunale avvalendosi del ragionamento secondo cui alla donna che porta avanti la gravidanza per altri – chiamata “superincubatrice” – non va attribuito il nome di madre.

Questo, tuttavia, avveniva prima del 2004, quando è entata in vigore la legge 40/2004, che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro chiunque realizzi, organizzi o pubblicizzi la gestazione per altri.

 

Leggi nazionali, diseguaglianze globali

L’Italia è uno dei pochi paesi che vietano espressamente la gestazione per altri. Molti di più sono però quelli in cui gli accordi di surrogazione sono considerati nulli e vale solo il concetto giuridico per cui mater semper certa est: la donna che partorisce un bambino ne è considerata la madre a tutti gli effetti. Ci sono paesi, come la Grecia o il Sud Africa, in cui invece a essere proibita è la surrogacy commerciale, ma è ammessa quella altruistica (con un tetto massimo per il rimborso delle spese sostenute dalla gestante), e i contratti sono considerati validi. Altre normative, come quella del Regno Unito, consentono gli accordi di surrogazione di tipo altruistico, con procedura accelerata di adozione dopo la nascita, ma restano vietate l’intermediazione e la pubblicità, e i contratti non sono riconosciuti. In paesi come il Belgio e l’Olanda, in cui la pratica è “tollerata”, cioè non è vietata ma nemmeno legale, con poche decine di casi autorizzati all’anno, la regolarizzazione giuridica post-partum avviene attraverso lo strumento dell’adozione.

Gli Stati Uniti presentano un patchwork normativo, con diversi stati in cui la gestazione per altri anche in forma commerciale è autorizzata e espressamente regolata, e la responsabilità genitoriale è riconosciuta alla coppia “committente” fin dal momento della nascita. La madre surrogata è normalmente selezionata in base a requisiti come l’essere già madre, essere libera da pressioni economiche, essere consapevole di tutti gli aspetti medici e legali, essere spinta dal desiderio di aiutare una coppia infeconda.

Accanto agli Stati Uniti, tra le principali mete di turismo procreativo si trovano paesi come l’India e la Tailandia (almeno fino a poco tempo fa, prima che introducessero il divieto per le coppie straniere) o l’Ucraina, dove si può praticare la surrogacy anche in forma commerciale e i costi sono molto più contenuti che in Nord America. Sono però anche più discutibili le condizioni in cui si stipula l’accordo tra madri surrogate e coppie committenti.

La globalizzazione e la segmentazione del processo tra soggetti, desideri, corpi distinti rende infatti particolarmente difficile distinguere quali pratiche sono espressione di autodeterminazione e quali, invece, sono da ritenere effetti dello sfruttamento delle capacità biologiche dei corpi analizzato da Melinda Cooper e Catherine Waldby nel loro Biolavoro globale. Questo nervo si fa particolarmente scoperto negli accordi di surrogazione stipulati all’interno di un mercato di tipo transnazionale che coinvolge paesi poveri o emergenti, in cui pesano gravemente le diseguaglianze sociali ed economiche tra coppia committente, madre surrogata, ovodonatrice. Già, perché capita che la coppia di genitori intenzionali sia europea, chi porta avanti la gravidanza una donna nepalese, e chi dona l’ovulo una donna ucraina, bianca come i committenti. L’ovodonazione, tra l’altro, è una tecnica particolarmente invasiva per la donna che vi si sottopone, prevedendo trattamenti complessi e rischiosi per la salute.

A cosa siamo di fronte? A un gioco di società sempre più pericoloso a livello planetario? O a un fenomeno che ha radici nell’organizzazione del mondo del lavoro e della vita familiare nei paesi cosiddetti occidentali? Lasciando da parte il caso, minoritario, delle coppie gay maschili, il fatto appare piuttosto semplice, sempre più evidente alle statistiche: in Italia, il 20-30% delle coppie, nel 70% dei casi con età compresa tra i 35 e i 40 anni, ha problemi di infertilità. E il discorso vale in generale per i paesi a industrializzazione avanzata. Alla base ci sono ragioni fisiche, ma anche, sempre di più, motivazioni economiche, culturali e politiche: a causa di condizioni di lavoro precarie le coppie tendono infatti a pensare ai figli dopo i 35 anni, cioè nel periodo in cui la fertilità cala drasticamente.

Dall’infertilità diffusa discende non solo l’aumento di richieste di accesso a cicli di procreazione assistita, omologa (cioè con gameti della coppia) ed eterologa (cioè con ovuli o spermatozoi provenienti da donatore/donatrice), ma anche – fuori dall’Italia – alla surrogazione di maternità. Nel complesso, secondo l’Osservatorio sul turismo procreativo, sono nell’ordine di ben 4.000 le coppie che vanno all’estero in cerca di trattamenti di procreazione assistita, in particolare di fecondazione eterologa (pratica illegale in base alla legge 40 fino alla decisione della Corte Costituzionale del 2014 che ha fatto cadere il divieto), mentre sono una trentina le coppie italiane che ogni anno si recano in altri paesi per avere figli con il contributo di una portatrice. Il conflitto che viene a crearsi, nei casi di nascite da gestazione per altri, tra pratiche autorizzate fuori dal paese e divieti nella normativa italiana, ha determinato alcune decine di casi portati in Tribunale, con i genitori accusati, dopo il rientro in Italia, di alterazione dello stato di famiglia o di false dichiarazioni dinnanzi all’ufficiale di stato civile.

Le contraddizioni della giurisprudenza, la dimensione sovra-nazionale del fenomeno, l’intreccio tra mercato globale, fenomeni sociali, desideri individuali determinano insomma un nodo di problemi non facile per le nessuna normativa da districare. Tanto che c’è chi sta proponendo, nel nostro paese, di risolvere la questione con l’introduzione di un reato universale[1] per il ricorso alla maternità surrogata all’estero.

 

Desideri e libertà

Il fenomeno di cui stiamo parlando si diparte dai desideri di genitorialità, individuali e di coppia, scavalca i confini nazionali, si fa strada attraverso i diversi sistemi legislativi e si realizza nell’incontro con la disponibilità di altri corpi. Disponibilità che, come ho detto, non sempre è frutto di autodeterminazione, perché talvolta è l’esito di pressioni familiari, e spesso è condizionata dal bisogno economico, ma che quando è frutto di una scelta consapevole ha a sua volta alla radice un desiderio. Nella più alta e (probabilmente) più rara delle disposizioni, si tratta del desiderio di fare qualcosa per gli altri; nel caso più comune, di guadagnare quel tanto che permetta un piccolo salto di qualità nella propria vita: avere una casa, o una casa più grande, o la scuola per i figli, o un piccolo commercio. In paesi come l’India ciò che guadagna una portatrice, cioè qualche migliaio di dollari, per quanto possa apparire ridicolo di fronte all’impegno che prende, rappresenta l’equivalente di vari anni di stipendio.

Con ciò, tuttavia, si è ancora lontani dall’aver risposto alla domanda che con maggiore urgenza ricorre in questo dibattito: i desideri possono essere trattati come diritti e fare da fondamento alle libertà? È compito dello stato offrire una risposta in termini giuridici a ciò che si muove sul piano delle inclinazioni individuali? O all’inverso, esiste in questo campo un limite del commerciabile, che lo stato ha il compito di difendere, a prescindere dall’eventuale incontro e concerto di desideri e bisogni tra chi – in modi diversi, e a partire da situazioni spesso gravemente diseguali di vantaggio o svantaggio sociale – cerca una vita migliore?

Proviamo a scomporre la questione in più parti, considerando i principali attori di questa relazione. La prima domanda diventa: l’accesso alla Gpa può essere garantito in base al diritto universale a diventare genitori e formare una famiglia garantito dalla Costituzione e dalle carte internazionali dei diritti umani? La risposta è, presumibilmente, no. Perché non si tratta qui dell’accesso a tecnologie riproduttive come la Pma (procreazione medicalmente assistita) che mettano una coppia sterile (o una donna singola) nella condizione di generare un figlio. Non ci troviamo né nella situazione della fecondazione omologa, né in quella della fecondazione eterologa su cui la Corte Costituzionale si è espressa nella sentenza n. 164/14, dichiarando incostituzionale il divieto vigente in Italia in quanto violazione della “fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi” in ambito riproduttivo. Più precisamente, la Consulta rileva in questa sentenza una violazione degli artt. 2, 3 e 31 della Costituzione in combinato disposto, verificato che il divieto di fecondazione eterologa confligge con il diritto, che a tutti deve essere egualmente garantito, di poter diventare genitori e di formare una famiglia che abbia dei figli.

Il punto determinante è che, a differenza della procreazione assistita, la Gpa non è una tecnica ma una relazione tra più soggetti. Se sancissimo un diritto di accesso alla surrogacy, dovremmo con ciò porre anche un corrispondente dovere in capo allo stato, il dovere di favorire o organizzare la disponibilità di corpi femminili a questo scopo? Suona fin troppo distopico solo pronunciare queste parole. Con ciò, tuttavia, non abbiamo affatto giustificato il divieto di questa pratica. Il fatto che non si stabilisca un diritto, non significa che si debba stabilire un divieto. Si può difendere la libertà di praticare la gestazione per altri, in condizione di piena autodeterminazione di tutti i soggetti coinvolti, posto che si escludano danni per altre persone, principalmente per la madre surrogata e per il bambino.

Oppositrici e oppositori della Gpa menzionano spesso i danni ai minori che derivano dalle nascite attraverso questa pratica. Ma credo che su questo fronte si debba adottare almeno un po’ di cautela, non essendoci chiare evidenze a riguardo. Gli studi condotti dal team di ricerca di Susan Golombok presso il Center for Family Research dell’Università di Cambridge, per esempio, non riportano differenze nello sviluppo cognitivo e socio-emozionale – almeno per i primi anni di vita – tra bambini nati attraverso la surrogacy e bambini concepiti in modo naturale. La materia è da poco diventata oggetto di studi e non consente ad oggi posizionamenti tanto netti. Mentre è noto quanta importanza abbiano, nello sviluppo dei minori, la qualità delle relazioni genitori-figli, dove la genitorialità sembra contare assai più del legame con chi ci ha partoriti.

Se invece parliamo della madre surrogata, il ragionamento ci porta a un’altra domanda: ci può essere libertà di portare avanti una gestazione per altri, di mettere il proprio apparato riproduttivo al servizio della genitorialità altrui? Come già detto, non si possono supporre preventivamente né condizioni di costrizione né di danno subito per le portatrici, se sono garantiti tutti i loro diritti, e sempre che non definiamo un danno oggettivo il fatto di “alienare” il bambino alla nascita. Su questo la discussione non può che essere aperta, a meno che non si assumano argomenti essenzialisti sulla natura intrinsecamente incompatibile con lo scambio (libero o commerciale) della capacità riproduttiva.

La maternità surrogata fa parte, a mio avviso, di quell’insieme di pratiche umane che possono assumere significati anche molto diversi per i soggetti coinvolti, a seconda di come sono organizzate socialmente e del contesto in cui si collocano. La condizione di una madre portatrice povera e del tutto priva di tutele, in un paese come l’India o il Nepal, appare molto distante da quella di una portatrice negli Stati Uniti, dove chi si offre per la gestazione per altri deve dimostrare di avere un certo reddito, non essere ciò in stato di bisogno, e avere già dei figli propri. Motivazioni, vissuti, grado di volontarietà e coercizione differiscono necessariamente nei due casi. L’analisi del contesto è perciò essenziale, mentre condannare tout court questa pratica come asservimento della capacità riproduttiva delle donne non tiene conto delle volontà singole, del limite che ognuna, se non è costretta da altri ed esercita pienamente la sua autodeterminazione, può e sa responsabilmente individuare per se stessa nell’uso del proprio corpo.

 

Oltre il divieto, oltre il contratto

Tra le voci che criticano la Gpa commerciale, c’è chi difende però le ragioni del dono contro le pratiche mercificanti. In un contributo recente sul blog La Ventisettesima Ora del Corriere della Sera, Alessandra Bocchetti, figura storica del femminismo italiano, scrive: “Se la scienza è riuscita a superare i limiti di un corpo umano, creando la possibilità di nuove relazioni, nuove dimensioni, non sarò certo io a dire di no. Il mio no non varrebbe nulla, avrebbe solo l’arroganza di un gesto impotente. Vorrei ragionare sì sulle condizioni. Penso che sia bellissimo che una sorella, un’amica cara, una madre possa farmi il grande dono di portare, nutrire e fare crescere dentro. di sé una creatura che sarà mia, se mi trovassi nella triste condizione di non poterlo fare. Il bambino che nascerà riceverà un racconto di generosità che lo impegnerà alla gratitudine, il sentimento più civilizzatore che ci sia. Chi l’avrà messo al mondo resterà sotto i suoi occhi, non sparirà. Parole, gesti, sguardi, intrecci. In questo caso l’utero prestato sarà un esperienza di bene puro, quello vero, quello disinteressato, che farà crescere tutti coloro che ne sono coinvolti. Non servirebbe contratto, solo un regolamento condiviso, chiaro e più semplice possibile. Ecco, tutto questo vorrei che fosse possibile e legale. Da tutto questo resta tassativamente fuori il denaro, resta fuori il mercato del migliore offerente, il mercato delle carni più sode. Il mercato delle ‘fattrici’”.

La possibilità di offrire parti o capacità del proprio corpo in forma di dono, non in forma commerciale, pare particolarmente coerente con la tradizione giuridica del nostro paese e dell’Unione Europea nel suo complesso che all’art. 3 della Carta dei diritti fondamentali stabilisce il “divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro”. Si potrebbe discutere se utilizzare la propria capacità riproduttiva a vantaggio di altri sia fare del corpo umano una fonte di lucro più di quanto lo sia offrire in altri modi le proprie prestazioni corporali in cambio di compenso. Ma il dubbio qui riguarda un un altro punto. Gli studi sul dono, da Marcel Mauss in avanti, insegnano a guardare con attenzione alle relazioni che si stabiliscono attraverso la gratuità del dare: l’etica del dono presuppone l’obbligo della reciprocità, che distingue il dono dallo scambio mercantile. Non è facile, se non in casi molto speciali, immaginare la gestazione per altri dentro questo schema in cui il dare avviene in funzione del rafforzamento di legami sociali.

È davvero il mercato a segnare la frattura tra Gpa etica e sfruttamento? Non c’è dubbio che la corresponsione di denaro per servizi procreativi aumenti significativamente i rischi di sfruttamento. Ma il discrimine deve essere posto, a mio parere, altrove, e incentrarsi non sulla presenza o meno di un pagamento o rimborso per la procreatrice ma sulla formalizzazione della relazione di surrogazione in un contratto. Gli stati che riconoscono come validi questi contratti prevedono la loro coercibilità nel caso in cui la gestante, per esempio, cambi idea sulla possibilità di alienare ad altri il figlio che ha partorito. E questo è difficilmente accettabile in un’ottica che dia valore alla relazione che si instaura nella gestazione.

Una posizione promettente, in un’ottica femminista, mi sembra ancora quella espressa vent’anni fa dall’attuale Special rapporteur dell’Onu sulla tratta di persone, Maria Grazia Giammarinaro, che cercava già allora una strada alternativa sia al proibizionismo sia al laissez-faire. Scrive la magistrata: “Le impostazioni coerenti con la cultura patriarcale sono soltanto due. O vietare la maternità surrogata, a tutela di una «naturalità» della procreazione che in sostanza coincide con la regola sociale data, e dunque con la supremazia del rapporto paterno. Ovvero ricondurre la maternità surrogata alle leggi altrettanto «universali» del contratto e del mercato. Se invece si ammette una validità dell’accordo subordinata al perdurare del consenso della madre sostituta, da una parte si privilegia il rapporto gestazionale, tipicamente materno, sul rapporto biologico, tipicamente paterno. Dall’altra si mette in primo piano un criterio di fonte femminile: tutte le decisioni che riguardano l’uso del proprio corpo devono essere libere, e dunque non possono essere coercibili. Il che significa che a una donna non si può imporre di essere o non essere madre. E neanche di usare o non usare il proprio corpo a fini riproduttivi. Non lo può imporre una legge dello stato e non lo può imporre un contratto” (1996: 99-100).

La soluzione qui proposta – in realtà soprattutto un’idea guida per le politiche in questo campo – stabilisce insomma il primato della relazione madre-bambino che ha luogo nella gestazione rispetto alla relazione genetica che esiste con i genitori committenti, almeno fino al momento in cui non sia la madre di nascita a decidere in piena consapevolezza di affidare il figlio o la figlia nelle mani di coloro che da quel momento in poi saranno i suoi genitori legali. Fino ad allora, è la madre di nascita l’unica madre. “Ci vuole un corpo femminile per venire al mondo, e non è un semplice e neutro contenitore. Questo corpo femminile generante è quello che prioritariamente va interrogato e ascoltato. È attorno a questa soggettività che si strutturano le diverse relazioni” (D’Elia, 2016: 12). Questa posizione è in sintonia con le conclusioni di Daniela Danna in Contract Children, quando propone di rendere lecita la pratica della surrogacy solo all’interno di accordi privati non coercibili da parte dello stato. Meno convincente mi pare invece la posizione che l’autrice esprime contro il passaggio di denaro in quanto tale, che esproprierebbe in ogni caso la portatrice della sua agency trasformando la relazione di surrogazione nella vendita del bambino.

Un’idea coerente con l’approccio che sto qui proponendo sarebbe invece quella di introdurre dei limiti al libero mercato, definendo in quali termini e misura il denaro possa entrare nella relazione di cui parliamo. Anche per evitare il “mercato del migliore offerente” e “delle carni più sode” che paventa Alessandra Bocchetti. Considerando, del resto, che l’incertezza che deriva dal vincolare l’accordo al consenso della madre surrogata, non solo prima ma anche dopo la nascita della vita attesa, potrebbe rendere molto meno profittevole un business in questo settore.

Non sono, queste, che linee di riflessione possibili per tratteggiare una policy in questa materia. È indispensabile che la rinascita di un dibattito sulla maternità surrogata in Italia, qualunque sia l’occasione che l’ha generato, rappresenti un’opportunità per fare un passo avanti nella discussione sulla regolazione dell’accesso alle tecniche e pratiche di fecondazione e di procreazione, in uno sforzo collettivo di ragionamento femminista sui cambiamenti epocali introdotti dalle tecnologie riproduttive, affinché diventino possibilità su cui esercitare l’autodeterminazione delle donne e non dispositivi usati contro la nostra libertà. “Seppure la tecnica è un destino”, scrivono Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, “esso è rimesso nelle nostre mani, tutt’altro che deciso. Possiamo riformularne le domande e interrogarci sulle risposte, accogliendo la sfida di significare noi il mutamento di scenario, comprendendo tecnica e scienza in esso e non, viceversa, lasciandocene ridefinire” (1998: 80). Senza farsi prendere dal panico che genera divieti assoluti, ma anche senza rinunciare a problematizzare l’esistente.

 

Bibliografia

 

Anselmo, Antonella (2016), L’universalità “relativa”: gestazioni, crimini e salute riproduttiva, https://femministerie.wordpress.com, 2 febbraio.

Bocchetti, Alessandra (2016), Solo corpi che nulla possono immaginare sul bambino che ospitano, http://27esimaora.corriere.it/, 5 gennaio.

Boccia, Maria Luisa e Zuffa, Grazia (1998), L’Eclissi della madre, Pratiche, Parma.

Botti, Caterina (2016), Riproduzione, soggettività e relazioni, in “Leggendaria”, n. 115, pp. 20-27.

Cooper, Melinda e Waldby, Catherine (2015), Biolavoro globale, DeriveApprodi, Roma.

D’Elia, Cecilia (2016), Gestazione per altri, le figure in gioco, in “Leggendaria”, n. 115, pp. 10-12.

Danna, Daniela (2015), Contract Children: Questioning Surrogacy, Ibidem, Stoccarda.

Giammarinaro, Maria Grazia (1996), Diritto leggero e autonomia procreativa, in “Democrazia e diritto”, gennaio-marzo 1996, pp. 87-100.

Lalli, Chiara (2015), Il no presuntuoso di alcune femministe alla maternità surrogata, www.internazionale.it, 4 dicembre.

Murgia, Michela (2016), Non chiamatela maternità surrogata, http://espresso.repubblica.it, 2 febbraio.

Pateman, Carole (2015), Il contratto sessuale, Moretti & Vitali, Bergamo.

Pitch, Tamar (1998), Un diritto per due, Il Saggiatore, Milano.

Shalev, Carmel (1992), Nascere per contratto, Giuffrè, Roma.

Zuffa, Grazia (2016), Guardare con i nostri occhi, in “Leggendaria”, n. 115, pp. 15-17.

 

 

  • Ricercatrice Università Milano Bicocca


[1] Emendamenti al testo sulle unioni civili, che prevedono pene più severe sia per chi pubblicizza e organizza la Gpa all’estero, sia per chi la pratica anche fuori dall’Italia, sono stati proposti da senatori tanto della maggioranza quanto delle opposizioni. Lo stesso Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, aveva annunciato la volontà di fare dell’“utero in affitto” un “reato universale”, punibile anche se commesso fuori dai confini, alla stregua di reati quali il genocidio, la tortura, la riduzione in schiavitù. Il punto è particolarmente critico, dal punto di vista non solo filosofico-politico, ma anche del diritto. C’è chi, come la giurista Antonella Anselmo sul blog Femministerie ha parlato, a questo proposito, della punizione generica di violazioni di valori dai confini mutevoli e incerti (dignità, limiti del corpo, fertilità naturale), con il rischio di pericolose sovrapposizioni di convinzioni etiche e religiose, non universali. Con ciò, il reato universale violerebbe anche il principio di tassatività e determinatezza del reato imposto dall’art. 25 della Costituzione, principio cardine di uno stato di diritto, prescindendo dalla presenza della persona offesa; inoltre, punendo fatti avvenuti all’estero, apparirebbe gravemente lesivo del principio di territorialità del diritto penale italiano.

Intervento dell’Italia in Libia, come con Giolitti il punto è sempre la spartizione da: rifondazione comunista

di Domenico Moro

È notizia recente che gli Usa appoggiano la candidatura italiana alla guida della missione militare occidentale in Libia, che gli stati maggiori delle maggiori potenze europee e degli Usa stanno pianificando. Si tratta di un ulteriore e forse decisivo passo verso l’intervento militare, che Renzi e il ministro della difesa Pinotti prospettarono già sull’onda dell’attacco a Charlie Hebdo un anno fa. Si parla, da parte dell’Italia, di un impegno notevole, tra i mille e i tremila uomini.

Corre l’obbligo di evidenziare come sia stato proprio l’intervento militare occidentale contro Gheddafi a creare l’attuale situazione di instabilità non solo in Libia ma, a cascata, anche in Tunisia e nell’Africa Sub-sahariana. È sempre l’intervento militare occidentale a disgregare egli stati preesistenti e ad aprire la strada ai signori della guerra e alle formazioni jihadiste in Libia, come così come in Siria e prima ancora in Iraq, spesso sostenute direttamente da alleati degli occidentali come l’Arabia Saudita e il Qatar. Nel 2011 furono i francesi a iniziare i bombardamenti senza l’autorizzazione dell’Onu, con l’ambizione, eliminando Gheddafi, di soppiantare l’Italia e le sue multinazionali (Eni, Finmeccanica, ecc.) nel controllo economico della Libia. Il governo italiano, che aveva un trattato di alleanza con Gheddafi risalente al 2008 e che aveva accolto a Roma il leader libico in pompa magna appena pochi mesi prima, finì per partecipare ai bombardamenti francesi insieme a Gran Bretagna e Usa, con l’intenzione di non farsi estromettere dalla spartizione successiva. Nel portare l’Italia all’interno della coalizione contro Gheddafi fu decisivo il ruolo dell’allora capo dello Stato, Napolitano.

Inoltre, vale la pena di ricordare, a più di cento anni di distanza dall’invasione giolittiana della Libia e a 90 anni dalla riconquista fascista, che l’Italia, potenza coloniale, diede luogo in Libia a una repressione sanguinosa contro la popolazione civile con la costruzione di veri e propri campi di concentramento e l’uso dell’arma aerea. Oggi, dietro la solita scusa della stabilizzazione e della lotta al terrorismo islamico riemergono anche in Italia chiare tendenze neocolonialiste. Al centro c’è sempre la spartizione imperialista occidentale delle ricchezze energetiche e dei mercati di investimento del Nord Africa, che viene sollecitata e accentuata dalla crisi strutturale delle economie avanzate ed europee in particolare.

A pagare saranno soprattutto le popolazioni dell’area, come sempre. Ma anche la maggioranza degli italiani pagherà un prezzo. Infatti, in tempi di tagli alla spesa sociale, il finanziamento di un apparato militare sempre più oneroso e delle missioni militari sembra non incontrare alcuna difficoltà. È da rilevare soprattutto il potenziamento della flotta (due portaerei e navi da sbarco, compreso un incrociatore di grandi dimensioni in costruzione), coerente con una tendenza interventista oltremare ormai consolidata. Senza contare le questioni inerenti alla sicurezza dei militari impegnati – in un’area dove proliferano milizie armate incontrollabili – e soprattutto del territorio nazionale che un intervento di questo tipo pone. Inoltre, la presenza sul terreno di soldati europei e soprattutto della ex potenza coloniale italiana aggraverà le tensioni già esistenti fra la popolazione e tra le fazioni politiche presenti sul terreno, fornendo ulteriori argomenti alle correnti jihadiste che stanno cercando di egemonizzare il mondo arabo.

In questo quadro appare, quindi, sempre più importante sostenere e sviluppare, nel modo più ampio possibile, le mobilitazioni per la pace e contro la guerra. Per farlo, però, è necessario andare oltre la condanna morale della guerra, pur necessaria e importante, facendo chiarezza sugli interessi economici in gioco e sulle responsabilità europee e italiane nel determinare la situazione in atto.

fonte: controlacrisi

segnaliamo del compagno Domenico Moro il libro uscito di recente Globalizzazione e decadenza industriale

Il 17 Aprile al Referendum contro le trivellazioni in mare vota SI

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