Verbale del 16° Congresso provinciale ANPI di Catania tenuto il 27/2/2016 presso il salone CGIL di Via Crociferi 40

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No Triv, nasce il Comitato nazionale per il Sì al Referendum. Intervista audio a Enzo Di Salvatore Autore: redazione da: controlacrisi.org

E’ nato il comitato nazionale delle associazioni ‘Vota SI per fermare le trivelle’. Lavorera’ per invitare i cittadini a partecipare al referendum del 17 aprile
contro le trivellazioni in mare e votare si’ per abrogare la norma (introdotta con l’ultima legge di Stabilita’) che permette alle attuali concessioni di estrazione e di ricerca di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa di non avere piu’ scadenze.
(INTERVISTA AUDIO AL COSTITUZIONALISTA ENZO DI SALVATORE)
La Legge di Stabilita’ 2016, infatti, pur vietando il rilascio di nuove autorizzazioni entro le 12 miglia dalla costa, “rende ‘sine die’ le licenze gia’ rilasciate in quel perimetro di mare”, segnalano i No Triv in una nota. “Far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche che deve compiere il nostro Paese, in ogni settore economico e sociale, e’ la vera posta in gioco di questo referendum- spiega una nota- il comitato nazionale si pone l’obiettivo di diffondere capillarmente informazioni sul referendum in tutti i territori e far crescere la mobilitazione, spiegando che il vero quesito e’: ‘vuoi che l’Italia investa
sull’efficienza energetica, sul 100% fonti rinnovabili, sulla ricerca e l’innovazione?'”.

“Dobbiamo continuare a difendere le grandi lobby petrolifere e del fossile a discapito dei cittadini, che vorrebbero meno inquinamento, e delle migliaia di imprese che stanno investendo sulla sostenibilita’ ambientale e sociale? Noi vogliamo- dice l’appello del Comitato- che il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci portera’ fuori dalle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e i cambiamenti climatici”.
Il Governo, rimanendo sordo agli appelli per l’election day (l’accorpamento in un’unica data del voto per il referendum e per le amministrative) “ha deciso di sprecare soldi pubblici per 360 milioni per anticipare al massimo la data del voto e puntare sul fallimento della partecipazione degli elettori al Referendum”. Quindi, denunciano i No Triv, “il Governo scommette sul silenzio del popolo italiano. Noi scommettiamo su tutti i cittadini che vorranno far sentire la loro voce e si mobiliteranno per il voto”.

Ecco i primi firmatari del Comitato nazionale ‘Vota SI per fermare le trivelle’: Adusbef, Aiab, Alleanza Cooperative della Pesca, Arci, ASud, Associazione Borghi Autentici d’Italia, Associazione Comuni Virtuosi, Coordinamento nazionale NO TRIV, Confederazione Italiana Agricoltori, Federazione Italiana Media Ambientali, Fiom-Cgil, Focsiv – Volontari nel mondo, Fondazione UniVerde, Giornalisti Nell’Erba, Greenpeace, Kyoto Club, La Nuova Ecologia, Lav, Legambiente, Libera, Liberacittadinanza, Link Coordinamento Universitario, Lipu, Innovatori Europei, Marevivo, Mepi-Movimento Civico, Movimento Difesa del Cittadino, Pro-Natura, QualEnergia, Rete degli studenti medi, Rete della Conoscenza, Salviamo il Paesaggio, Si’ Rinnovabili No nucleare,
Slow Food Italia, Touring Club Italiano, Unione degli Studenti, Wwf.

Bologna, Cobas in rivolta contro la norma del sindaco Merola che vuole tagliare le assemblee sindacali Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Anche per il prossimo mercoledì i sindacati di base del comune di Bologna, compresi i Cobas, organizzeranno l’ennesimo flash mob contro il divieto di usufruire delle assemblee. La storia si trascina da qualche settimana. Ed ha già visto due lettere da parte di Palazzo d’Accursio, sede dell’amminsitreazione comunale, niente di meno che indirizzate alla Commissione nazionale di garazia sugli scioperi. Nella querelle c’è finita anche una vicenda legata a un’assemblea che da un luogo autorizzato si è spostata ad un altro, e quindi da considerare, secondo la banale interpretazione della burocrazia uno “sciopero non dichiarato”.

Per farla breve, al sindaco Merola non va giù che ci siano troppe assemblee sindacali. E quindi ha pensato bene di mettere in campo una drastica opera di ridimensionamento, cominciando dalle sigle che lui ritiene minoritarie, ovvero quelle della galassia del sindacalismo di base. Vuole legare l’indizione di sciopero al voto della maggioranza delle Rsu o delle sigle rappresentative. In quest’ultimo caso andando contro una prassi che ormai dura da diciotto anni e anche contro i numeri stessi. Numeri che attribuiscono a tutte le sigle non-Cgil, Cisl, Uil comunque una quota del 40% delle preferenze dei lavoratori. Il Comune di Bologna ha scelto la via della prova di forza, chiudendo gli occhi anche di fronte al fatto che nella classifica delle indizioni incriminate la leadership va a Cgil, Cisl e Uil.

Le nuove regole sulle assemblee sindacali a Palazzo d’Accursio, però, non sembrano convincere l’esperto di diritto del lavoro Giovanni Alleva, che è anche consigliere regionale per L’Altra Europa. Alleva definisce le nuove norme “contrarie al principio di libertà sindacale. Non si può imbavagliare nessuno”. “Io dico che ogni dipendente comunale ha diritto a farsi le sue dieci ore con il sindacato che vuole – aggiunge -. Lascerei la situazione così com’è. Un sindacato da solo non può prendersi tutto e non si può permettere che l’Rsu possa impedire a una piccola sigla di fare assemblee. In questo senso si viola la nostra Costituzione. Sono convinto che nessuno abbia spiegato al sindaco quali siano gli accordi nazionali. Il contratto collettivo non parla solo di Rsu, perché i diritti sindacali appartengono anche alle singole sigle. Lui la fa troppo semplice”.
In realtà è da anni che maestre, vigili e lavoratori dei servizi sociali protestano contro il Comune. Orari atipici, demansionamento, precariato. Sono questi i principali motivi che hanno portato i dipendenti a indire scioperi e assemblee sindacali a cui però, ora, il Comune sembra voler mettere un freno.

Quel limbo tra Grecia e Macedonia che sta risucchiando le velleità delll’Europa Autore: maria panariello da: controlacrisi.org

Nelle prossime settimane il numero dei profughi bloccati in Grecia potrebbe salire a 70. 000. È questa la previsione del ministro dell’Immigrazione Yannis Mouzalas, che ha parlato all’emittente greca Mega TV: “Il prossimo mese arriveranno tra i 50. 000 e i 70. 000 migranti e credo che si fermeranno tutti qui da noi”.
Atene confida nella risposta dell’Alleanza Atlantica alla richiesta d’aiuto inoltrata dal governo greco, turco e tedesco: una missione navale di pattugliamento delle frontiere europee, per scovare i trafficanti di esseri umani nel mar Egeo. Secondo il ministro Mouzalas, l’operazione della Nato stabilita qualche giorno fa abbasserà la presenza dei migranti in Grecia del 70%.

Un’azione decisiva quella della Nato (per quanto in netto contrasto con il Trattato di Losanna del 1923) o almeno è questo quello che spera Atene, lasciata sola dal resto dei paesi membri, chiusi nella loro fortezza. Sono trascorse poche ore infatti dall’aspro scontro politico tra Grecia e Austria, a proposito dell’arbitraria chiusura delle frontiere . Così come la Serbia e la Macedonia, che hanno approvato misure che prevedono il respingimento dei migranti sprovvisti di documenti. Risultato? Un limbo al confine tra Grecia e Macedonia, in particolare nella città di Idomenei, nel nord del paese ellenico, dove 5. 000 persone sono rimaste praticamente imbottigliate. Lo scorso giovedì, a fronte dei 22. 000 migranti presenti in Grecia, solo a 100 profughi infatti è stato concesso di superare la frontiera con la Macedonia.

E il 26 febbraio scorso, il governo Tsipras, irritato dal fatto che la Grecia fosse stata estromessa dal vertice Austria-Balcani, ha richiamato in patria il proprio ambasciatore a Vienna. Un gesto non di poco conto, reso più emblematico dal rifiuto di Atene della visita del ministro dell’Interno austriaco Johanna Mikl-Leitner, che aveva chiesto di recarsi nella capitale ellenica per discutere della posizione del suo paese, circa la gestione dei migranti. E dalla minaccia di Tsipras di porre il veto sull’accordo per le condizioni di permanenza del Regno Unito nell’Ue, se gli stati membri non lasceranno aperte le proprie frontiere almeno fino al prossimo 7 marzo, il giorno del summit Ue-Turchia.

È di nuovo rottura quindi tra Grecia e Ue. A gennaio il Commissario Ue per Migrazione e Affari Interni, Dimitris Avramopoulos, ha accusato Atene di negligenza sul controllo delle frontiere, nella registrazione dei documenti e in quella delle impronte digitali. Le autorità avrebbero fatto passare alcune centinaia di migranti, in modo da consentire loro di continuare il viaggio verso il nord, contravvenendo a Dublino. Ma il fatto che nel 2015 in Grecia siano arrivati 850. 000 migranti e che dal 1° gennaio al 24 febbraio 2016 ne siano arrivati 111. 099 (Oim) sembra non impressionare nessuno. Se si pensa che la Grecia rischia ancora la bancarotta, nasce il sospetto che si desideri mettere in ginocchio definitivamente un paese che già ogni giorno paga sulla pelle le vessazioni di questa Europa.

Le proteste che abbiamo visto nei giorni scorsi ad Atene contro la riforma del sistema pensionistico proposta da Alexis Tsipras hanno riportato a galla la spietata faccia dell’austerity. Adesso un nuovo diktat si impone alla Grecia: bloccare i migranti entro i suoi confini.