Comunicato stampa Congresso Provinciale ANPI Catania

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Sabato 27 febbraio alle ore 9.00 presso il salone Russo della CGIL di via Crociferi 40 si terrà il congresso provinciale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, si discuterà il documento per il 16° congresso nazionale ANPI, si voteranno i nuovi organi dirigenti: il comitato provinciale, la segreteria e il presidente.
Sarà presente Ivano Artioli della segreteria ANPI Nazionale, durante il congresso saranno dati le tessere ad honorem ai tre partigiani Militti, Calò, Serranò e a Gabriele Centineo, Elvira Iovine, Santa Giunta.
Si discuterà del ruolo dell’ANPI e i compiti per il futuro: la pace, la difesa della Costituzione a la sua attuazione, il ruolo dei giovani nella difesa dei diritti, l’impegno antifascista come catalizzatore nella lotta contro i razzismi e il dilagare dei movimenti neonazisti.
Ci auguriamo che tutti gli iscritti partecipino attivamente per presentare documenti di interesse locale per vivificare l’attualità dell’associazione.

La presidente Santina Sconza
Con preghiera di pubblicazione

Umberto Eco: sullo stile del Manifesto del partito comunista da: rifondazionecomunista

Umberto Eco: sullo stile del Manifesto del partito comunista

Umberto Eco: sullo stile del Manifesto del partito comunista

La cosa migliore per ricordare Umberto Eco è continuare a leggere le tante pagine che ci ha lasciato. Vi proponiamo dalla sua raccolta “Sulla letteratura”(Bompiani) un articolo dedicato al Manifesto di Marx e Engels.

Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.

Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari.

  Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.

È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici.

Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari.

Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari).

A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia?

Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario… Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare.

La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione…

E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti.

Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi».

A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti. pre

Perché c’è un nesso tra i tagli alla sanità e l’aumento della mortalità da. rifondazionecomunista

Perché c’è un nesso tra i tagli alla sanità e l’aumento della mortalità

Perché c’è un nesso tra i tagli alla sanità e l’aumento della mortalità

di Ivan Cavicchi

Non arriverò a sostenere che esiste una relazione lineare tra quello che dice la Corte dei Conti («la spending review sta mettendo a rischio l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari») e quello che dice l’Istat («aumento mortalità nel 2015, 54mila decessi in più rispetto al 2014»), ma neanche posso accettare che il governo dica a noi tutti che Cristo è morto di freddo, cioè ci racconti che tutto si spiega con un «rimbalzo demografico».

Che tra le politiche di definanziamento della sanità programmate per ridurre l’incidenza della spesa sanitaria in rapporto al Pil e la crescita della morbilità nel paese esista una correlazione è fuori di dubbio.

Che non sia l’unica correlazione è altrettanto vero ma non c’è discussione sul fatto che se la gente è curata male, non è curata, è in lista di attesa per mesi, è tassata con i ticket, con meno servizi, o come sta avvenendo in tutte le regioni, si accresce la distanza di prossimità tra il bisogno e i servizi accorpando e centralizzando tutto, la gente paga pegno.

Muore di più non di meno.

Sono anni che è dimostrata la correlazione tra il sovraccarico dei servizi dovuto a restrizioni pesanti del lavoro e la crescita della mortalità in ospedale. E negli ultimi anni è cresciuta, per esempio negli ospedali romani, la mortalità in maniera abnorme nei pronti soccorsi dove la gente aspetta sulle barelle di essere ricoverata. Il pronto soccorso per definizione è un luogo di passaggio e per questo dovrebbe avere una mortalità bassa, come mai oggi ha una mortalità il doppio della media?

La spending review quindi sicuramente per quota parte ha rapporti tanto con la morbilità che con la mortalità perché da idea di razionalizzazione ragionata essa è stata usata come un sistema diffuso di tagli lineari. Siccome tagliano solo l’offerta di tutele, non c’è dubbio sul fatto che fanno crepare la gente.

Quindi si pone un problema politico grande come una casa: a condizioni non impedite rispetto alle politiche sanitarie in atto ci si ammala di più e quindi si muore di più. Foucault diceva che non si muore perché ci si ammala ma ci si ammala perché si deve morire. Mi permetto di aggiungere che senz’altro esiste una ontologia della finitudine ma mi chiedo perché peggiorarla?

La spending review non è un discorso facile. Per intervenire sulle diseconomie ha bisogno di riformare ciò che le determina e ciò che le determina sono le incapacità, le ruberie, gli sprechi, i comportamenti opportunisti, i modelli regressivi dei servizi, le speculazioni, le prassi che non cambiano mai sia in ospedale, negli ambulatori pubblici, o negli studi dei medici di base. Cambiare la spesa significa riformare il sistema che la determina.

Oggi la super giustificazione è la sostenibilità. Quel po’ di morti in più si potrebbero definire vittime della sostenibilità. Ma quale altra idea di sostenibilità per combattere le politiche del governo quindi per togliere le diseconomie e, con buona pace di Foucault, far campare la gente il più possibile ?