Le nostre F.A.Q. (Domande frequenti) Glossario su confine orientale, “foibe” ed “esodo”, Giorno del Ricordo e dintorni…da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 06-02-16 – n. 575

Dieci Febbraio | diecifebbraio.info

10 Febbraio 1947

Giorno in cui fu sottoscritto il Trattato di Pace con cui l’Italia regolò i suoi conti e concluse le vertenze aperte con la Seconda Guerra Mondiale, specialmente riguardo alla Jugoslavia ed ai confini orientali. In quanto tale, ogni anno il 10 Febbraio dovrebbe essere un anniversario di festa; viceversa, lo Stato italiano lo ha reso per legge una data per tutte le recriminazioni (vedi: GIORNO DEL RICORDO).

ANVGD

La Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia -ANVGD- si è caratterizzata nei decenni come una delle realtà associative degli “esuli” istriano-dalmati più apertamente irredentiste. Sorta dal raggruppamento di numerosi comitati locali operanti già prima del 1947, sin dalla sua nascita ha dichiarato superata la discriminante antifascista. Coerentemente a ciò ha annoverato tra i suoi presidenti personaggi come Libero Sauro (dal 1954 al 1963), comandante dopo l’8 settembre ’43 del Reggimento Istria della Milizia difesa Territoriale (l’equivalente della Guardia Nazionale Repubblicana della RSI), formazione di volontari al servizio dei nazisti nella Zona d’operazioni Litorale Adriatico, e Maurizio Mandel (nel 1955-56), medico, presunto criminale di guerra in Jugoslavia; e tra i suoi dirigenti Bruno Coceani, prefetto di Trieste di nomina nazista, Arturo De Maineri, segretario del Partito fascista repubblicano a Fiume durante l’occupazione nazista, e altri simili personaggi. Riccardo Zanella, ex Presidente dello Stato Libero di Fiume, la definì un “covo di fascisti, di squadristi, di collaboratori dei tedeschi, di picchiatori, di oppressori e di calunniatori di professione degli antifascisti” (Lettera di Riccardo Zanella al Presidente del Consiglio dei Ministri del 22.10.1947. Archivio Centrale dello Stato, Fondo Presidenza del Consiglio dei Ministri – Gabinetto, fasc. 1.6.1/25049/38). Lo Statuto associativo, fino al 2012, riportava testualmente: “II – SCOPI E FUNZIONI ; Art .2 L’Associazione (…) si propone di (…) compiere ogni legittima azione che possa agevolare il ritorno delle Terre Italiane della Venezia Giulia, del Carnaro e della Dalmazia in seno alla Madrepatria, concorrendo sul piano nazionale al processo di revisione del Trattato di Pace per quanto riguarda l’assetto politico di tali terre“. Oggi la ANVGD è la principale organizzazione dell’arcipelago degli “esuli” e svolge un ruolo egemone nelle iniziative connesse al Giorno del Ricordo, direttamente o nell’ambito della FederEsuli. Per approfondimenti si veda p. es. la pagina dedicata sul sito di CNJ-onlus.

Basovizza, foiba di

Principale esempio di falsificazione–esagerazione delle ricostruzioni storiche in merito a presunte violenze indiscriminate che sarebbero state commesse dai partigiani jugoslavi. In merito si leggano le smentite dei neozelandesi e la analisi di Claudia Cernigoi.

Campi di concentramento italiani

Il numero complessivo dei campi d’internamento distribuiti lungo l’intero territorio nazionale (…) raggiunse la cifra di 200 nel solo Regno d’Italia. (D. Conti: L’occupazione italiana dei Balcani, p.54).
Il numero dei prigionieri nei campi, nell’autunno 1942 ammontava a 89488. In base a documentazione incompleta, 149638 cittadini jugoslavi sono passati per i campi. (…) Solo per la Slovenia abbiamo una evidenza pressoché esatta: 67230 persone, di cui 50559 uomini, 2698 uomini anziani e 4282 bambini. Poiché la popolazione della parte di Slovenia sotto occupazione italiana ammontava a circa 360000 individui, questo significa che circa il 18% della popolazione fu imprigionata. (dal capitolo 6 del libro REPORT ON ITALIAN CRIMES AGAINST YUGOSLAVIA AND ITS PEOPLES).
Una vera e propria strage di civili si ebbe nel campo di Arbe/Rab, a causa delle condizioni disumane di internamento. Per ulteriori informazioni e dati sui vari campi si vedano i siti www.campifascisti.it e http://www.cnj.it/documentazione/campiconcinita.htm

CLN di Trieste

Prevale nella pubblicistica un intento di vittimizzazione del Comitato di Liberazione Nazionale -CLN- di Trieste, che sarebbe stato emarginato e perseguitato dagli antifascisti comunisti e sloveni. In realtà il CLN di Trieste, a causa delle sue posizioni nazionaliste italiane, si pose in contrasto frontale con le direttive del CLN Alta Italia (CLN-AI, l’organismo supremo della Resistenza in Italia) che ordinavano la collaborazione degli antifascisti italiani con le formazioni partigiane jugoslave nelle aree del confine orientale: cfr. sul nostro sito l’articolo LUCI ED OMBRE DEL CLN DI TRIESTE e tutti gli articoli con lo stesso tag.

Cossetto, Norma

Figlia di Giuseppe, possidente istriano, segretario del fascio a S. Domenica di Visinada, capomanipolo MVSN, già squadrista sciarpa Littorio, ed attivista lei stessa dei GUF. Le testimonianze sulla morte sono piene di incongruenze sulle modalità della esecuzione e lo stato in cui fu ritrovato il cadavere. Al suo nome venne poi intitolata, nel seguito della guerra, una Brigata nera femminile operante presso Trieste. Norma Cossetto è oggi universalmente trattata da “martire dell’italianità” e praticamente in ogni località italiana esiste un elemento di toponomastica o addirittura un monumento che la celebra. Ovviamente, è stata anche insignita dell’onorificenza prevista dalla Legge 92/2004 (vedi: GIORNO DEL RICORDO). Sul tema si veda il dossier pubblicato su questo sito.

Criminali di guerra italiani

La gran parte dei responsabili dei CRIMINI DI GUERRA ITALIANI (vedi) sono rimasti impuniti, sono passati indenni attraverso le vicende della II Guerra Mondiale e sono stati persino riciclati nel Dopoguerra in funzioni utili alla continuità dello Stato e alle strategie della NATO. Su questo tema raccomandiamo ad esempio la lettura dell’omonimo libro di Davide Conti.

Crimini di guerra italiani

L’esercito dell’Italia fascista aggredì ed occupò ampi territori della Jugoslavia a partire dal 6 aprile 1941. Nel corso della guerra, soldati regolari e Camicie nere si resero responsabili di incendi e distruzioni di villaggi, fucilazioni di massa, internamento di antifascisti e semplici civili in gran numero, causando una vera e propria “pulizia etnica” di alcune aree in Slovenia, Istria, Montenegro. Per una rassegna di questi crimini consigliamo di partire dalla mostra Testa per Dente, interamente disponibile su questo sito, e dalle fonti ivi riportate.

Cuore nel pozzo

Sceneggiato di propaganda slavofoba prodotto dalla RAI nel 2004-2005: per una analisi rimandiamo a questo video.

“Esuli”

Il termine “esuli” per le persone di origine giuliana, istriana e dalmata che hanno abbandonato le loro terre natìe durante e dopo la II Guerra Mondiale è spesso usato in maniera impropria. Innanzitutto, l’emigrazione ha avuto molteplici ragioni (incluse quelle meramente economiche, tipiche del fenomeno di urbanizzazione) e non ha riguardato solo italiani ma anche sloveni e croati. Per quanto riguarda i fattori di carattere politico-ideologico, tra chi abbandonava la Jugoslavia c’erano: persone semplici, soggette alla propaganda anticomunista violentissima per la quale erano state attivate strutture di pressione apposite dal Governo italiano (es. Radio Venezia Giulia); anticomunisti convinti; persone accusate o timorose di essere sotto inchiesta per collaborazionismo; veri e propri criminali fascisti; nazionalisti-irredentisti. E non erano solo italiani: in quel periodo Trieste pullulava di sloveni, croati e serbi legati ai movimenti fascisti e nazisti delle loro terre, che avevano anch’essi perso la guerra. Non solo: tra gli esuli di lingua italiana vanno annoverati i tanti “regnicoli”, vale a dire quegli italiani non originari bensì trapiantati in Istria e Dalmazia solo da pochissimi anni, essenzialmente nel periodo tra le due guerre mondiali. Dal luglio 1948 in poi, al moto migratorio si unirono anche comunisti filosovietici: dopo la Risoluzione del Cominform se ne andarono infatti tanti lavoratori, rappresentanti della classe operaia delle città e dei porti costieri, come ad esempio i portuali di Pola.
In seguito al trattato di pace di Parigi, agli abitanti di Fiume, Istria e Dalmazia fu accordata la facoltà di scegliere in tutta onestà se accettavano la nuova sovranità jugoslava, o se preferivano andar via: per questo chi sceglieva di andarsene veniva tecnicamente definito optante, e non esule.
L’afflusso di decine e decine di migliaia di persone verso Trieste e di qui verso le destinazioni più disparate è durato molti anni, concentrandosi soprattutto tra il 1947 ed il 1954. Si parla di solito di circa 350mila istriano-dalmati che hanno abbandonato la loro terra in quel periodo, ma la cifra è inferiore: per una disamina esatta si rimanda all’articolo di Sandi Volk su questo sito.

Foibe

E’ invalsa una accezione estensiva, per cui vengono dette “foibe” tutte le cavità o buche (non solo quelle naturali di origine carsica, cioè le “foibe” in senso stretto) in cui sarebbero stati frettolosamente sepolti cadaveri di persone uccise durante la II Guerra Mondiale nella regione giuliana e istriana. Vedi anche INFOIBATI.

Giorno del ricordo

Con la Legge n.92/2004 è stato fissato al 10 Febbraio di ogni anno il «Giorno del ricordo» “in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”; la stessa ricorrenza è l’occasione per la “concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati” (vedi ONORIFICENZE). La data è stata scelta nell’anniversario della sottoscrizione del Trattato di Pace (vedi: 10 FEBBRAIO 1947) allo scopo di recriminare sullo stesso Trattato, di fatto scambiando aggrediti ed aggressori della II Guerra Mondiale e delegittimando i confini riconosciuti internazionalmente.

Infoibati

Locuzione utilizzata, in origine, per le vittime di guerra della zona giuliana e istriana ai cui cadaveri sarebbe stata data frettolosa sepoltura collettiva gettandoli nelle c.d. FOIBE (vedi); tuttavia la tendenza attuale della pubblicistica e della storiografia di Stato è quella di indicare genericamente come “infoibati” tutti e soli gli italiani scomparsi nella zona per eventi di guerra, che si ipotizza siano stati liquidati da antifascisti o da formazioni dell’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia. In questo modo, di fatto, tra gli “infoibati” vengono impropriamente annoverate anche persone imprigionate e morte per malattia (es. tifo) o morte per responsabilità non partigiana o non determinata.
In sintesi, gli episodi di “infoibamento” sono suddivisibili in due categorie:
* “foibe istriane”: episodi di jaquerie popolare avvenuti in Istria subito dopo l’8 Settembre 1943, che nel giro di poche settimane hanno visto perire circa mezzo migliaio di persone;
* sparizioni da Trieste e Gorizia, avvenute alla fine della guerra (maggio 1945); in prevalenza (molte centinaia, soprattutto per quanto riguarda Gorizia) trattasi di ufficiali italiani arrestati, condotti in campi di internamento jugoslavi e poi fucilati oppure morti per cause naturali (malattia); una minoranza (poche decine) sono gli “infoibati” nelle foibe del Carso triestino – si vedano l’elenco stilato dall’Ispettore De Giorgi (1947) e i dettagli nel libro di C. Cernigoi. Si veda anche il caso di BASOVIZZA (vedi).

Magazzino 18

Magazzino situato presso il porto di Trieste, dove gli emigranti da Istria e Dalmazia nel dopoguerra stoccavano i propri beni più ingombranti (spec. mobilio) in attesa di trovare per essi una collocazione.  Spesso tali oggetti sono stati definitivamente abbandonati in quel magazzino in quanto obsoleti e di trasporto troppo gravoso.
Da tale magazzino prende il nome la pièce teatrale scritta e interpretata dal noto cantante pop Simone Cristicchi, nella quale le vicende degli italiani di Istria e Dalmazia sono ripercorse con accenti vittimistici, usando una chiave di interpretazione slavofoba e ostile al movimento partigiano: si vedano le recensioni e i commenti su questo sito e nel libro Da Sanremo alle foibe.

Onorificenze agli “infoibati”

La “concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati” è prevista dalla Legge n.92/2004 che ha istituito il GIORNO DEL RICORDO (vedi). A dieci anni dall’entrata in vigore di tale legge sono state concesse e consegnate 838 medaglie con relativo diploma; tra queste non sono infrequenti le ripetizioni e le attribuzioni a personaggi in effetti macchiatisi di crimini di guerra; inoltre, la gran parte dei “premiati” è definita “infoibata” in un senso molto generico e vago (si tratta piuttosto di persone scomparse). In ogni caso, i numeri conseguiti (alcune centinaia) non supportano la propaganda nazionalistica corrente, per cui è pronto un disegno di legge che dovrebbe consentire di formulare la richiesta anche a chi non è congiunto dell’infoibato

Partigiani italiani in Jugoslavia

Ha scritto Sandro Pertini, citando Giacomo Scotti: << La nascita del nuovo esercito italiano “inteso come esercito democratico antifascista e parte integrante della coalizione antihitleriana nella seconda guerra mondiale” deve essere anticipata (…) al 9 ottobre 1943, quando il Generale Oxilia, Comandante della Divisione di Fanteria da montagna “Venezia”, forte di dodicimila uomini, dette ordini alle sue truppe di attaccare i nazisti, coordinando le azioni militari con l’esercito popolare di liberazione della Jugoslavia. >> L’accordo tra il generale Gian Battista Oxilia e l’eroe nazionale jugoslavo Peko Dapčević fu stipulato presso Pljevlja, in Montenegro. Nei mesi successivi si unì anche la Divisione alpina «Taurinense» al completo, dando vita così alla Divisione Partigiana Italiana «Garibaldi», che nel 1945 rientrerà in Italia con poco più di cinquemila uomini, quasi tutti insigniti di Medaglie al Valore della Resistenza jugoslava. Si stima che più di 40mila soldati italiani ex occupanti si unirono formalmente ai partigiani jugoslavi, e circa 20mila perirono negli eventi bellici (fonti e approfondimenti).

Partigiani jugoslavi in italia

Molte migliaia di antifascisti jugoslavi, già internati sulla Penisola, hanno animato la Resistenza sul territorio italiano sin da subito dopo l’8 Settembre, non appena sfuggiti alla prigionia. I partigiani jugoslavi sono stati protagonisti assoluti in Umbria (i battaglioni “Tito” della Brigata Gramsci), nelle Marche (il battaglione “Stalingrado” della V Brigata Garibaldi Pesaro, le formazioni di Sarnano, di Roti, Massaprofoglio, eccetera) Le loro vicende sono passate in rassegna nel libro I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana.

Porzûs

Malga sui monti della Slavia friulana, dove i partigiani “bianchi” della “Osoppo” furono giustiziati dalla formazione guidata da “Giacca” a seguito di gravi sospetti di collaborazionismo con il nemico nazista. La vicenda, molto complessa, è stata al centro di uno dei tanti processi anti-partigiani del dopoguerra, ed è costantemente strumentalizzata per demonizzare la componente comunista della Resistenza, accusata di essere “anti-italiana”. In proposito si vedano l’omonimo libro e l’articolo di Alessandra Kersevan.

“Rimasti”

Dicesi degli istriani e dalmati di lingua e cultura italiana che hanno continuato ad abitare nella loro terra dopo la II Guerra Mondiale. Almeno 30mila, sono stati completamente ignorati o considerati con disprezzo in quanto “comunisti” al di qua dell’Adriatico, fino allo scioglimento della Jugoslavia, quando hanno cominciato ad essere vezzeggiati e strumentalizzati con finalità neo-irredentistiche. Su di loro si veda ad es. questo saggio.

Udovisi, Graziano

Pola 1925 – Reggio E. 2010. E’ il più celebre dei “sopravvissuti alla foiba”. Le diverse versioni del suo racconto, piene di particolari raccapriccianti ma anche di palesi incongruenze, nei decenni scorsi sono state oggetto di forti campagne mediatiche (la RAI lo ha premiato nel 2005 come “uomo dell’anno”). In realtà il giovane Udovisi dopo l’8 settembre 1943 si arruolò volontario nel 2° reggimento “Istria” della Milizia Difesa Territoriale, il corpo militare equivalente della Guardia Nazionale Repubblicana della RSI ma sottoposto alle dirette dipendenze del Terzo Reich nella Zona di Operazioni Litorale Adriatico. Si vantò di aver militato nel nucleo mobile “Mazza di Ferro” (formazione che seminò il terrore rastrellando partigiani per tutta l’Istria). A guerra finita, sapendo di essere ricercato, fuggì a Padova con documenti falsi, ma nell’agosto 1945 fu riconosciuto e arrestato. La sentenza della Corte d’assise straordinaria di Trieste del 30/09/46 (riprodotta integralmente in: Pol Vice, LA FOIBA DEI MIRACOLI. Indagine sul mito dei “sopravvissuti”, ed. KappaVu 2008, pp.190-196) condanò U. a tre anni di carcere per “avere, dopo l’8.09.43 … collaborato col tedesco invasore, favorendone i disegni politici“, in particolare di aver “imprigionato e barbaramente seviziato” tre partigiani, di cui uno morì. La condanna fu mite perché il giudice credette alla sua dichiarazione di essersi salvato da “una foiba istriana” con “un altro compagno…“.
Il libro citato presenta i risultati di un’approfondita ricerca collettiva che dimostra oltre ogni dubbio la falsità dei racconti di Udovisi e di altri presunti miracolati, rivela i retroscena della sua reale vicenda personale e ricostruisce puntualmente il contesto e i vari passaggi politici e mediatici dello sviluppo del mito dei sopravvissuti alle foibe. Si veda anche la nostra risposta a un libello del 2009 dove Udovisi viene (letteralmente) venerato come un santo..

Vergarolla

Località del litorale istriano, nei pressi di Pola, dove il 18 agosto 1946 una potente esplosione causò una strage. L’episodio ha sempre avuto dei connotati oscuri, essendo di volta in volta interpretato come un mero incidente (dovuto alla accidentale esplosione della catasta di esplosivi accantonati nei pressi) o un episodio di strategia della tensione mirato a terrorizzare la popolazione di lingua italiana per spingerla ad abbandonare la città. In quest’ultima versione la strage è attribuita talvolta agli Alleati talvolta agli Jugoslavi: in tempi recenti in Italia è attribuita solamente agli Jugoslavi, senza alcun elemento probante. In merito, su questo sito è disponibile il saggio di Claudia Cernigoi “Strategia della tensione in Istria

Intervista esclusiva a A. Güler membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (Turchia) da: www.resistenze.org – popoli resistenti – turchia – 08-02-16 – n. 575

Initiative Communiste | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/02/2016

Intervista realizzata da “Iniziativa Comunista”, giornale del Polo della Rinascita Comunista in Francia (PRCF)

IC: Caro compagno ci puoi esporre sinteticamente l’analisi della situazione in Turchia che fa il PC (di Turchia)?

Dal primo governo istituito nel 2002, l’AKP (Partito islamista il cui nome è letteralmente «Partito della giustizia e dello sviluppo») ha significato una sfida contro il regime laico, già troppo fiaccato e deformato dalla politica borghese, soprattutto dopo il colpo di stato del 1980. I militari cosiddetti kemalisti, rafforzarono la reazione religiosa per combattere meglio la sinistra e le classi lavoratrici, stabilendo così una ideologia ufficiale denominata «sintesi turco-islamista».

Fu a metà degli anni ’90 che per la prima volta in Turchia il partito islamista divenne il primo partito nelle urne, conquistando le municipalità delle due più grandi città, Istanbul e Ankara, per non parlare di decine di città sparse in Anatolia, e che riesce a formare un governo di coalizione. Questo partito è quello che diede alla luce l’AKP, e Erdoğan venne eletto sindaco di Istanbul.

La scena politica di quel tempo sembrava in un certo senso quella della Francia di oggi, «l’ordine stabilito» riunisce le correnti centriste, socialdemocratiche, liberali, ecc. (anche filo-curda in quanto questa si classifica sia come socialdemocratica che liberale!) e la critica degli islamisti contro questo gruppo eterogeneo, era naturalmente una critica demagogica, ma molto forte.

Le manovre dei «centristi», quasi impossibile da definire laiche ma che volevano limitare l’islamismo in crescita, portarono al contrario le masse verso le file islamiste. La crisi politica alla fine del secolo terminò con le elezioni del 2002, vinte nettamente dall’AKP, appena creato e che sosteneva non solo un ritorno all’Islam ma anche il matrimonio di quest’ultimo con il neo-liberismo e gli interessi regionali statunitensi, così come l’integrazione o meglio la sottomissione della Turchia all’UE.

E’ da notare che l’islamizzazione della Turchia fa parte di un modello imperialista globale, e non può esser considerato come un fenomeno proprio alla società turca. Al contrario, le conquiste storiche delle forze laiche e di sinistra, in particolare le richieste culturali e ideologiche, per nulla trascurabili, hanno preparato il movimento di Gezi Parc nel 2013, che il PC chiama la «resistenza di giugno.»

La questione evidente non è che la maggioranza della popolazione è per un regime islamista, ma che le forze laiche e popolari sono tradite dalla politica borghese in particolare socialdemocratica e kemalista e non sono rappresentate nella scena politica. La resistenza di giugno arriva dopo la sconfitta della Repubblica laica del 1923. La Repubblica borghese e laica del 1923 è impossibile da restaurare, ma d’altra parte, non è facile da sostituire con un regime neo-ottomano e islamista. La crisi politica continua ancora oggi e le classi dirigenti così come l’imperialismo cercano una soluzione di governance della Turchia, che si avvicina giorno dopo giorno ad una esplosione sociale, una guerra civile.

La posizione comunista si riassume in «Repubblica Socialista» che non si potrà ottenere che per via di una rivoluzione socialista. Il 1923 è morto e la classe operaia non lascerà vincere una «seconda repubblica», che rifiuta totalmente le acquisizioni moderne e storiche del paese.

IC: Qual è la vostra valutazione della situazione regionale, con la questione siriana, la tensione tra potenze regionali e gli interventi imperialisti?

Il Partito Comunista e l’Associazione della Pace, membro del Consiglio Mondiale della Pace, hanno organizzato delle manifestazioni mobilitando le masse in tutti questi ultimi anni durante i quali i principali dirigenti del paese hanno commesso gravi crimini di guerra.

All’inizio la politica estera dell’AKP fu presentata sotto il titolo di neo-ottomanismo, che si scontrava con i popoli vicini e l’equilibrio attuale delle forze nella regione. In breve Ankara non ha potuto assumere un ruolo egemonico nel Medio-Oriente.

Quello che resta dell’ottomanismo, sono le politiche avventuriste dell’AKP, a nome dell’imperialismo occidentale in generale, specificatamente degli Stati Uniti. Lo scontro turco-russo non è un’azione e decisione indipendente, ma la Turchia si fa strumento nel quadro delle operazioni imperialiste, come è stato il caso del sostegno dato allo Stato Islamico (ISIS) e ad altre organizzazioni jihadiste. La Turchia di Erdoğan, è solamente lo strumento utile per gli sporchi affari nei quali le «democrazie occidentali» non vogliono intervenire direttamente.

Gli atti di Ankara, molto provocatori e rischiosi per natura, sono il prezzo pagato dalla Turchia al sostegno continuo del capitalismo mondiale senza il quale l’AKP non sarebbe in grado di gestire la crisi politica e anche la potenziale crisi economica.

Va aggiunto che le politiche estere e interne sono un tutt’uno inseparabile, come la politica di guerra deve essere accompagnata dall’islamizzazione della società. Lo Stato Islamico è da tempo un problema interno; noi abbiamo il nostro IS, che serve alla militarizzazione della vita sociale e politica del paese, a reprimere le forze d’opposizione, sia delle classi lavoratrici che del movimento filo-curdo.

Il rischio di guerra è ben vivo e multidimensionale in Turchia. La difesa della pace è un elemento essenziale della nostra lotta. Attualmente l’Associazione della Pace (AP) sta preparando un rapporto approfondito sui crimini di guerra commessi dall’AKP. L’AP ha già organizzato delle conferenze internazionali di pace nel 2012 e 2013 ad Istanbul e Hatay (Antiochia), provincia vicina alla Siria.

Infine, voglio segnalare che noi ammettiamo che l’intervento russo serve a frenare le forze della reazione e dell’imperialismo, compreso il governo turco, ma il principale ruolo di pace spetta sempre all’intervento attivo e organizzato dei popoli e delle classi operaie e dei partiti laici, antimperialisti, rivoluzionari e comunisti della regione.

IC: come il PC(T) considera la questione curda?

Il PC(T) si definisce non come partito «turco», ma come il partito della classe operaia che è composta da operai di differenti origini nazionali o etniche, soprattutto turchi e kurdi. La questione curda viene generalmente vista come un problema che va risolto «prima» di qualunque altro problema, in modo che sia possibile approcciare poi i problemi di classe. Questo punto di vista è simile a quello del «marxismo legale» russo che insegnava ad attendere l’evoluzione del capitalismo e della democrazia borghese come prerequisito della lotta di classe. Senza democrazia, nessuna lotta per il socialismo!

Il Partito Comunista rifiuta questo metodo primitivo di rinviare la rivoluzione socialista e operaia. Al contrario, una soluzione democratica, pacifica, giusta e adatta agli interessi dei poveri e oppressi, non sarà possibile che dopo il rovesciamento del capitalismo regnante, la sconfitta dell’imperialismo che divide i popoli vicini e fratelli, la sconfitta dei nazionalismi reazionari e borghesi.

E’ pertanto indiscutibile che è nostro dovere urgente propagandare e organizzare l’amicizia tra i popoli, protestare contro la politica di guerra di governo, di chiedere un cessate il fuoco senza condizioni.

Il PC(T) sostiene i diritti nazionali del popolo kurdo e si oppone allo stesso tempo all’attitudine filo-imperialista e nazionalista dei movimenti kurdi.

IC: Qual è la strategia proposta dal PC(T) alla classe operaia, ai contadini, al popolo di Turchia?

La Turchia non è più una società arretrata. La classe operaia si è sviluppata in particolare prima e dopo gli anni ’50. Inoltre il movimento comunista è ben esperto. Siamo sopravvissuti all’auto-liquidazione gorbacioviana e abbiamo creato di nuovo un partito giovane su basi leniniste. Il nostro programma denominato «il programma del socialismo» prevede una rivoluzione socialista come la sola via che possa condurre il popolo all’emancipazione totale.

La nostra lotta attuale si basa sui principi del patriottismo antimperialista, della laicità contro la reazione religiosa-fascista. Attualmente noi constatiamo che solo i comunisti lottano veramente contro il regime neo-liberale, filo-imperialista e religioso, e crediamo con certezza che il PC arriverà ad organizzarsi più profondamente nei ranghi della classe operaia e accrescere la sua influenza politica in poco tempo. I nostri voti alle elezioni anche se sono insufficienti per entrare in parlamento, si sono quadruplicati da giugno a novembre dell’anno scorso e il partito cresce con nuovi militanti.

IC: Vuoi trasmettere un messaggio ai lettori di Iniziativa Comunista e ai militanti del PRCF?

In questa situazione, con il mondo che si avvicina velocemente ad una guerra terribile in cui i capitalisti cercheranno una soluzione alla loro crisi economica e politica, noi, comunisti, abbiamo poco tempo per prepararci e dobbiamo veramente accelerare. L’internazionalismo proletario non è qualcosa di astratto e noi abbiamo bisogno gli uni degli altri, di sviluppare la nostra solidarietà, di conoscerci meglio, coordinare il nostro lavoro per minimizzare l’influenza delle ali opportuniste nel movimento operaio e della sinistra, e fermare la barbarie capitalista. Auguro un felice anno nuovo ai militanti del PRCF, e progresso nella nostra comune lotta.

Perché gli esperti occidentali desiderano il fallimento della Cina da: www.resistenze.org – osservatorio – economia – 04-02-16 – n. 575

Jeremy Garlick * | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

28/01/2016

Fin dall’inizio del 2016, cè stato un vero e proprio proliferare di prognosi catastrofiche sullo stato asseritamente disastroso dell’economia cinese nei media occidentali. Noti organi di stampa come The Economist ed il Wall Street Journal hanno opinato che la domanda non è se, ma quando l’economia cinese andrà incontro ad una profonda recessione.

Il Wall Street Journal ha dato alla Cina cinque anni di tempo prima che l’intero sistema collassi. L’Economist sostiene che Pechino ha malgestito l’economia cinese, in particolare cercando di controllare la propria valuta, lo yuan, per troppo tempo.

Si è aggiunta a queste pessimistiche previsioni anche la banca d’affari Goldman Sachs, che ha consigliato i propri clienti di abbandonare la nave cinese che affonda portando in salvo il proprio denaro.

Si è spinta sino ad affermare che “la Cina sta rischiando un insostenibile aumento del suo rapporto debito/PIL che potrebbe portare il paese ad oltrepassare il punto di non ritorno ed a precipitare nell’instabilità economica e, con ogni probabilità, politica.

Altrove, esperti influenti come George Soros hanno addossato la responsabilità della crisi economica globale sulle spalle di Pechino.

Soros, in una intervista a Bloomberg Business, ha dichiarato direttamente da Davos, dove il World Economic Forum stava tenendo il suo convegno annuale, che la Cina è già nel bel mezzo di un’ “atterraggio di emergenza” e che le cose potranno andare solamente peggio.

La differenza tra la crisi finanziaria del 2008 e i problemi di oggi, secondo Soros, sta nel fatto che nel 2008 le istituzioni finanziarie occidentali erano da biasimare, perché si erano immerse in un debito rischioso, in particolare i mutui americani subprime (1), mentre oggi la colpa sarebbe del governo cinese, che ha lasciato espandere fuori controllo la bolla del debito pubblico ed ha creato un’economia gonfiata che presto si affloscerà.

Soros è nel giusto quando afferma che la crisi del 2008 fu dovuta ai difetti strutturali delle economie occidentali. Quello di cui non tiene conto è che dagli anni del crac dei mutui subprime questi difetti strutturali non sono stati per nulla riparati.

Come animali da soma eccessivamente appesantiti, i paesi sviluppati come gli Stati Uniti ed il Giappone stanno ancora zoppicando con una montagna di debito sempre crescente sulle spalle ed una crescita minima o pari a zero. Grandi quantità di denaro sono state iniettate al fine di mantenere vive queste bestie da fatica.

Così, in quale modo l’economia globale ha cercato di mantenersi in sella negli ultimi cinque anni? Per la gran parte sulle spalle della crescita cinese trainata dalle esportazioni.

Ma al posto di esser grati per la cavalcata, oggi che la crescita cinese diminuisce, come inevitabilmente succede, gli occidentali puntano il dito a dire “E’ tutta colpa vostra, noi non  c’entriamo niente”.

In sostanza, è il capitalismo occidentale che ha cacciato il mondo nella situazione in cui è oggi. Ma invece di accettare la responsabilità per aver provocato il caos, gli occidentali cercano di addossare la colpa alla Cina.

Naturalmente la Cina ha i suoi problemi, e sono problemi seri. La Cina ha un severo eccesso di produzione industriale, una bolla immobiliare, un debito eccessivo, un altrettanto eccessivo affidamento sulle esportazioni e così via.

Ma il governo cinese conosce tutto questo molto bene e negli ultimi anni sta di conseguenza cercando di trasformare la propria economia.
Sta cercando di farlo passando ad un modello nazionale maggiormente basato sui servizi e sviluppando iniziative oltremare come l’iniziativa “One Belt One Road“(2) e la Banca Asiatica per gli Investimenti e le Infrastrutture, per generare occasioni produttive per le imprese cinesi che stimoleranno anche altre economie, specialmente quelle in via di sviluppo.

La necessaria trasformazione dell’economia cinese sta diventando sempre più difficile da raggiungere per via delle sue enormi dimensioni.
Questo non significa che stia automaticamente procedendo verso il fallimento ovvero che i leaders della Cina non comprendano come realizzarla. Ciò non significa che non saranno inevitabilmente commessi errori o che la strada da percorrere sia priva di buche.

E quindi per quale motivo così tanti esperti occidentali e così tante linee editoriali sono intente a parlar male della Cina?

Perché, sebbene essi abbiano ragione sul fatto che la Cina debba affrontare alcuni seri problemi ed è altamente probabile che ad un certo punto passi attraverso tempi difficili nei prossimi cinque anni (come tutte le economie in crescita inevitabilmente fanno ad un certo punto) è nei loro interessi appuntare la responsabilità di ogni futura recessione, che la legge della gravità economica suggerisce arriverà presto o tardi, sulla Cina piuttosto che su se stessi.

* Jeremy Garlick  è lettore di Relazioni Internazionali al Centro Jan Masaryk per gli Studi Internazionali all’Università di Economia di Praga. opinion@globaltimes.com.cn
Copyright © Jeremy Garlick, Global Research, 2016

Note:

1) n.d.t.: i mutui subprime indicano quella tipologia di prestiti che, nel mercato finanziario USA, vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di mercato, dal momento che ha od ha avuto pregresse problematiche nella sua storia debitoria. Sono prestiti ad alto rischio sia per i creditori, che rischiano la potenziale e probabile insolvenza del debitore, per causa della sua cattiva storia creditizia, per il suo indebitamento o per la sua non chiara situazione finanziaria. Sono però un enorme e spesso insostenibile rischio anche per il debitore, che sopporta altissimi tassi di interesse. Il prefisso “sub”, indica che il prestito viene concesso a condizioni inferiori a quelle ottimali, definite di prime loan, considerando il maggior grado di rischio del rapporto obbligazionario. La tipologia subprime comprende un’ampia varietà di strumenti: i mutui di denaro subprime, i prestiti d’auto subprime, le carte di credito subprime.

2) n.d.t. Iniziativa economica (detta anche nuova via della seta e nuova via marittima della seta) nel quale il governo cinese propone una cornice di sviluppo e cooperazione basata sulla connettività tra le nazioni emergenti in Eurasia

All’Unione Europea non serve un ministro delle Finanze Fonte: il manifestoAutore: Roberto Romano

L’Europa è un grande mistero. La crescita economica rimane un auspicio e gli operatori finanziari, consapevoli della situazione, lo ricordano puntualmente. Non amo gli speculatori, ma quello che è accaduto ai titoli degli istituti di credito e, soprattutto, ai titoli pubblici sono più di un campanello di allarme. L’Europa non ha nessuna idea di come affrontare la crisi e continua a suggerire le stesse ricette.

L’ultima in ordine di tempo è quella di un Ministero delle Finanze Unico Europeo. La proposta arriva dai presidenti delle banche centrali tedesca e francese. La motivazione è solo in apparenza piena di buon senso: «L’Europa, a fronte di elevati deficit e squilibri economici, si trova chiaramente di fronte a un bivio… un’integrazione più forte sembra la strada più vicina per ripristinare la fiducia all’interno di Eurolandia poiché favorirebbe lo sviluppo di strategie comuni per le finanze pubbliche e per le riforme promuovendo quindi la crescita». Questo Ministro cosa dovrebbe fare? Sono tre i pilasti alla base dell’idea: 1) programmi di riforme nazionali portati avanti con determinazione; 2) unione di finanziamenti e investimenti; 3) una migliore governance economica.

A pensare male si fa peccato, ma c’è qualcuno da sistemare e si inventa un Ministro delle finanze? Per implementare le policy suggerite basta e avanza la Commissione Europea.

Il tema, se ben trattato, potrebbe diventare una opportunità. Un ministro delle finanze ha senso nella misura in cui l’Europa si dota di un bilancio pubblico coerente al suo livello economico. Il 5% del Pil sembra la dimensione minima per costruire una politica economica dignitosa e per dare un senso all’ipotesi di un ministro delle finanze. Ma non basta. Il bilancio pubblico europeo, infatti, ha un vincolo ancor più cogente e stringente dell’attuale rapporto-peso sul Pil europeo (approssimativamente l’1%). Fino a quando il bilancio pubblico europeo è finanziato dai trasferimenti degli stati appartenenti all’Europa, la politica economica non sarà mai indipendente e realmente europea.

L’Europa deve diventare libera e autonoma dai trasferimenti degli stati, e maturare una sana politica economica capace di agire dal lato delle entrate e dal lato delle spese. Servirebbe un’altra architettura. Come per tutti i bilanci pubblici, quello europeo potrebbe finanziarsi con titoli di debito pubblico, e la Bce dovrebbe giocare un ruolo almeno pari a quello della Fed. Sarebbero titoli di debito necessari per finanziare gli investimenti e per sostenere la domanda. Solo in questo modo è possibile chiudere la forbice tra nord e sud d’Europa. Se la politica economica è quella della buona occupazione, del ben-essere e, in ultima analisi, di un Europa matura e prospera, la cornice istituzionale appena delineata è l’unica possibile.

Non serve un Ministro per il piano Juncker. È inutile ed è, soprattutto, il contrario della politica economica. L’Europa continua a perdere tempo ed energie. La politica monetaria di Draghi non raggiunge chi veramente ne ha bisogno, e non può sostituire le politiche pubbliche per cambiare la struttura produttiva e la distribuzione del reddito.

Non si è mai vista nella storia uno Stato senza tasse e senza spese. Non credo che i presidenti delle banche centrali di Francia e Germania volessero suggerire un bilancio pubblico adeguato per sostenere l’ipotesi di un Ministro delle finanze, ma a questo punto possiamo ben dire: ci sono o ci fanno?

Il 2016 potrebbe diventare un anno pericoloso quanto e come il 2015. Potrebbe anche andare peggio. L’Italia reclama le sue flessibilità di bilancio per raggirare e sostenere i soliti noti. Servirebbe un progetto e un orizzonte europeo. Forse la tempesta perfetta che sembra profilarsi all’orizzonte potrebbe diventare una occasione. Roosevelt ha guardato in faccia il suo popolo e non era contento di come viveva. Ha fatto la rivoluzione che servirebbe oggi all’Europa.

Trivelle, coro di critiche contro il Governo che fissa il referendum al 17 aprile e rifiuta l’election day Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto per l’indizione del referendum popolare relativo all’abrogazione della previsione che le attivita’ di coltivazione di idrocarburi. La consultazione si terra’ il 17 aprile 2016. Dal mondo ambientalista e da tutti quei soggetti, politici e associazioni, che hanno partecipato alla costruzione del movimento No Triv, sono arrivate critiche forti.

Andrea Boraschi, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace, afferma: “È una decisione antidemocratica e scellerata, una truffa pagata coi soldi degli italiani. Renzi sta giocando sporco, svilendo la democrazia a spese di tutti noi. È chiarissima la sua volonta’ di scongiurare il quorum referendario, non importa se cosi’ si sprecano centinaia di milioni di soldi pubblici per privilegiare i petrolieri. L’allergia del premier alle prassi del buon governo, pero’, trovera’ questa volta risposte nuove, ovviamente democratiche e pacifiche”.

Nei giorni scorsi Greenpeace aveva lanciato una petizione per chiedere a Renzi e Alfano un Election Day, con l’accorpamento del voto referendario al primo turno delle prossime amministrative. La petizione ha raccolto in brevissimo tempo oltre 68 mila firme. Greenpeace auspica ora che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, cui spetta l’atto ultimo di indizione del referendum, respinga la data proposta dal governo per consentire una votazione effettivamente democratica. Nei giorni scorsi c’è stato un sit-in di diverse organizzazioni ambientaliste proprio in piazza Montecitorio.

Con un Election Day si garantirebbero anche i tempi necessari per la campagna referendaria, per poter informare opportunamente i cittadini, e si faciliterebbe la partecipazione democratica, senza moltiplicare inutilmente gli appuntamenti degli italiani alle urne. Inoltre si risparmierebbe una cifra compresa tra i 350 e i 400 milioni di euro, il costo di una votazione disgiunta.
Il Governo, evidentemente ha paura del risultato. Un sondaggio commissionato dall’associazione ambientalista all’Istituto Ixe’ lo scorso dicembre evidenziava come solo il 18 per cento degli italiani fosse favorevole alla strategia energetica del governo, mentre il 47 per cento si dichiarava gia’ sicuro di andare a votare per esprimersi sull’avanzata delle trivelle.

Per il Prc, c’è poco tempo per informare i cittadini, “tanti soldi pubblici sprecati – si legge in una nota firmata da Rosy Rinaldi – 300 milioni di euro per tenersi buoni i petrolieri! Insomma una ennesima vergogna del governo Renzi che, costretto al referendum, passa alle contromisure. Nonostante i presidi e le iniziative dei movimenti NO TRIV, nonostante il buon senso che vorrebbe che il referendum si accorpasse alle elezioni amministrative, senza la possibilità adeguata di informare i cittadini: viste come stanno le casse dello Stato, si tratta di un vero spreco di 300 milioni di euro, soldi davvero buttati via. A meno che questo non sia invece più che altro il costo necessario per difendere i petrolieri e gli interessi dei “soliti noti”.

“Con la decisione di fare il referendum sulle trivellazioni il 17 aprile il governo dice chiaramente da che parte sta, ancora una volta – dichiara Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa con Tsipras – gruppo GUE/NGL, membro della Commissione Ambiente dell’Europarlamento – : da quella delle multinazionali del petrolio! Abbiamo poco tempo, insieme ai comitati, alle associazioni ambientaliste, al movimento No Triv in tutte le regioni coinvolte, per far sapere ai cittadini che c’è in ballo il futuro dei nostri mari. Serve la massima mobilitazione possibile. Dopo di che, l’esecutivo fa una scelta di campo netta e decide, in tempi di austerity, di sprecare 300 milioni di soldi pubblici, invece di far votare il referendum insieme alle amministrative. Cercherò in tutte le sedi competenti di sollevare tale questione, l’ennesimo oltraggio alle forze sociali che si oppongono alla svendita dei nostri mari e alle trivellazioni”.