Giuseppe Virlinzi: costruzioni, auto e agricoltura Aziende da milioni di euro e azioni di una banca da: meriodonews.it

Luisa Santangelo 9 Febbraio 2016

Cronaca – Lo hanno arrestato ieri, a seguito di un’inchiesta sulla presunta corruzione in atti giudiziari. Il fratello del Cavaliere del lavoro Ennio Virlinzi è titolare e amministratore di una lunga serie di società e imprese. Che adesso tremano, dopo l’annuncio della procura sulla continuazione delle indagini sull’imprenditore

Building Catania. Tradotto: costruire Catania. Il nome di una delle società dell’impero, ma anche una dichiarazione d’intenti. Quelli di Giuseppe Virlinzi, fratello minore del Cavaliere del lavoro Ennio, imprenditore ennese trapiantato all’ombra dell’Etna, titolare e amministratore di una lunga serie di aziende. A contarle tutte, includendo le partecipazioni azionarie, si sfiora la cinquantina. La maggior parte delle quali ai civici 22 e 24 di viale Ulisse: la sede, sulla circonvallazione, del centro polivalente di famiglia. Il quartier generale dal quale partono i rami delle imprese che hanno costituito l’ossatura dell’imprenditoria catanese. Che adesso trema. Dopo l’arresto di Pino Virlinzi (classe 1939), accusato di corruzione in atti giudiziari, la procura lo ha detto chiaramente: le indagini continuano. E guardano anche all’universo di società che fanno capo all’imprenditore.

A essere coinvolta in un presunto sistema di favori al giudice tributario Filippo Impallomeni c’è la Virauto, ammiraglia dei servizi automobilistici di famiglia. Un’azienda della quale Giuseppe Virlinzi è presidente del consiglio di amministrazione, dopo esserne stato amministratore unico da giugno 2008 a gennaio 2012. Solo una delle concessionarie legate al nome del costruttore 76enne. Tra queste spiccano la Dynamic, uno showroom di 700 metri quadrati in via Acquicella Porto, e la Cisauto di via Acicastello, di cui Pino Virlinzi è consigliere di amministrazione.

Ma sono le costruzioni il settore che conta il maggior numero delle sue partecipazioni. Una lista che comincia con la Compagnia generale immobiliare, una società per azioni la cui costituzione è valsa al fratello Ennio la nomina di Cavaliere del lavoro. Giuseppe, braccio destro del fratello assieme al terzo Virlinzi, Oreste, l’ha amministrata dal 2007 al 2011. E nel frattempo mandava avanti altri affari: quelli della Virco, per esempio, con la quale si aggiudica nel 2005 un piano di lottizzazione a San Gregorio. Il progetto prevedeva la costruzione di un centro commerciale da 17mila metri quadrati, con cinema, palestra e ristoranti. Un maxi-affare bloccato dal tribunale con una sentenza di secondo grado.

Alla G&G di Giuseppe Virlinzi appartiene un immobile in via Monte Lauro dato in affitto per anni alla ex provincia regionale di Catania, che adesso lo starebbe dismettendo. Sue sono anche una parte delle quote societarie de Il picciolo golf club, una struttura alberghiera di lusso a Castiglione di Sicilia. Un posto esclusivo, all’interno del quale trova spazio anche l’Etna golf resort, tra le società che ruotano attorno all’ex presidente del Calcio Catania Antonino Pulvirenti. E sempre di strutture ricettive si parla quando si cita la Get – Generale edilizia turistica. Una società per azioni che sarebbe proprietaria, secondo una denuncia del MoVimento 5 stelle, di un villaggio vacanze – iniziato e mai terminato – alle porte dell’oasi di Vendicari. Un complesso di cemento del quale Giuseppe possiede poco meno di duemila azioni, sulle 20mila totali.

Per la frazione di Capo Mulini, nel Comune di Acireale, è stato pensato un complesso turistico ricettivo. Progettato tra il 2001 e il 2009, era un prodotto della Capomulini srl, amministrata da Ennio Virlinzi e di cui Giuseppe è stato consigliere fino al 2011. Passati due anni, nel 2013, un documento del ministero dello Sviluppo economico cita proprio questa azienda come beneficiaria di un contributo nell’ambito del Patto delle Aci, per la promozione territoriale. Il finanziamento che arriva dallo Stato supera i 489mila euro. Nel 2012, anno in cui il ministero dell’Ambiente vara gli incentivi per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, Giuseppe Virlinzi registra un’impresa individuale che ha sede in casa sua: una ditta che ha per obiettivo la produzione e la distribuzione di elettricità.

Capitolo a parte meritano le imprese agricole: su tutte la Marina serena spa, che si dovrebbe occupare di coltivazione di prodotti agricoli con un capitale sociale che supera il milione e 100mila euro e che è tutto di Giuseppe Virlinzi. Tra i suoi ultimi acquisti ci sono, infine, più di seimila azioni della banca Igea, specializzata nella gestione di crediti sanitari. Un istituto dedicato agli imprenditori del settore farmaceutico, anche quest’ultimo tra gli interessi dei Virlinzi. La Grossfarma è stata a lungo il colosso siciliano della distribuzione dei medicinali sull’Isola: nata a Catania nel 1973, all’epoca era «tra le più moderne del mercato». Tanto potente da inglobare una concorrente palermitana, chiusa nel 2001. Fagocitata da un impero che non ignora nessun settore dell’economia etnea.

Catania trema, continua l’inchiesta della Finanza Impallomeni: “I miei rapporti con Ennio Virlinzi” da:catanialivesicilia.it

Martedì 09 Febbraio 2016 – 16:38 di

Tra le intercettazioni che possono essere anticipate in esclusiva, in questa fase, ce n’è una in cui il giudice Filippo Impallomeni parla dei suoi rapporti con “Ennio Virlinzi”, e dei rapporti tenuti “tramite La Rocca”, si tratta di Giovanni La Rocca, commercialista della Virauto arrestato ieri.

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CATANIA- Catania trema. L’arresto di Giuseppe Virlinzi e del giudice della Commissione Tributaria Filippo Impallomeni sarebbe solo la punta di un iceberg. I magistrati lo hanno ribadito pubblicamente e adesso, a leggere gli atti di indagine, di cui Livesicilia è in possesso, sembra proprio che gli inquirenti siano arrivati a un livello altissimo: quello dei colletti bianchi intoccabili.

Un vero e proprio sistema -con nomi e cognomi- che si avvarrebbe di rapporti consolidati nel tempo, di tradizioni consacrate dal rito catanese dell’accesso agli alti ranghi della pubblica amministrazione, un sistema forte di un meccanismo ben lubrificato dai rapporti con la politica e l’imprenditoria che conta.

In molti si chiedono perché, allora, anticipare un’operazione colossale, con 5 arresti? La risposta è da ricercare nelle parole dei pubblici ministeri Michelangelo Patanè e Barbara Tiziana Laudani: non si poteva tollerare il tentativo di un giudice tributario di cambiare, dopo il deposito, una sentenza.

Un segnale, un sasso nello stagno catanese, dove sguazzano predatori e intoccabili.

TUTTI INTERCETTATI- La Guardia di Finanza catanese, guidata da Roberto Manna, in sinergia con la Procura, è riuscita a mettere a punto un sistema investigativo che ha pochi precedenti. La specializzazione nel perseguimento dei reati economici si è coniugata con un’elevata abilità investigativa. E qui è accaduto un episodio significativo. Il Gico della guardia di Finanza è stato guidato a lungo dal colonnello Ferdinando Mazzacuva, che ha conseguito risultati straordinari; al suo posto è subentrato, da due mesi, il capitano Paolo Bombaci, esperto di criminalità organizzata: è lui, insieme al capo della Tributaria Alberto Nastasia, il braccio operativo dell’operazione che ha condotto agli arresti di Virlinzi e Impallomeni. Per decriptare il “Sistema Catania”, i finanzieri e la Procura hanno coniugato, e stanno coniugando, le tecniche investigative tipiche della criminalità organizzata con le abilità nel decifrare i reati di tipo economico. Una macchina da guerra. Basta leggere l’ordinanza firmata dal Gip Marina Rizza per comprendere come, senza che gli indagati se ne rendessero conto, i finanzieri siano riusciti a piazzare cimici ovunque, dagli uffici alle seconde, terze auto, Impallomeni è stato intercettato in qualunque momento, anche quando riteneva di poter confidare, ad alcuni famigliari, quello che aveva fatto. E dopo mesi e mesi di indagini a Livesicilia risulta che la Finanza e la Procura siano in possesso di intercettazioni dei piani altissimi che governano la città, intercettazioni che aprono la strada a una nuova operazione che si concluderà nei prossimi mesi.

“ENNIO”- Tra le intercettazioni che possono essere anticipate in esclusiva, in questa fase, ce n’è una in cui il giudice Filippo Impallomeni parla dei suoi rapporti con “Ennio Virlinzi”, e dei rapporti tenuti “tramite La Rocca”, si tratta di Giovanni La Rocca, commercialista della Virauto arrestato ieri. La Virauto è il colosso dei Virlinzi che si occupa di autovetture e che sarebbe stato favorito dalla Commissione Tributaria. Ad essere arrestato insieme a La Rocca è stato Giuseppe Virlinzi, fratello di Ennio, titolare, appunto della Virauto. Il commercialista, secondo Impallomeni, farebbe da tramite tra lui e Ennio Virlinzi che, però, non è stato coinvolto nell’operazione di ieri della Finanza. Ma quali favori sarebbero stati fatti alle aziende dei Virlinzi? Il giudice tributario avrebbe redatto una sentenza -si legge nell’ordinanza di custodia cautelare- depositata il 2 luglio del 2015, fondata su falsi presupposti, accogliendo il ricorso della Golden Car in liquidazione contro l’avviso di accertamento Ires, Iva e Irap dell’agenzia delle Entrate di Catania “che aveva considerato incongruo, rideterminandolo, il costo dichiarato dalla Golden Car per i servizi prestati dalla società Gest Vir Srl, altra società riconducibile al gruppo Virlinzi”.

Il giudice avrebbe citato “massime che riguardavano casi concreti del tutto estranei alla questione oggetto di esame”, avrebbe sostenuto la “non rispondente al vero frettolosità con cui l’Agenzia delle Entrate avrebbe rideterminato il valore economico delle prestazioni rese dalla società di servizi, a fronte della dettagliata relazione invece offerta dalla stessa Agenzia”.

Nella qualità di presidente di Sezione, con una sentenza depositata nel 2012, Impallomeni avrebbe accolto i ricorsi tributari presentati col patrocinio di Giovanni La Rocca, lo stesso che avrebbe fatto da tramite, nell’interesse della Virauto Spa e della Ct Auto Spa, poi incorporata nella Virauto, “per il recupero del 90% dei tributi pagati negli anni ’90, ’91 e ’92 a titolo di Iva, Irpeg e Ilor rispettivamente per il documentato importo di 642.592 euro e per l’importo di 204.566 euro.

IL RIMBORSO PER IL TERREMOTO. “Due o tre anni fa c’è stata una sentenza, due sentenze a favore…e allora, secondo loro c’è questo collegamento, dice <ma questa macchina dov’è? Chi ce l’ha?>, era sisma 90, ne abbiamo fatte 2000, tutti quelli che hanno fatto domanda per avere rimborsati”.

Migliaia di pratiche per il rimborso dei contributi versati durante il terremoto di Santa Lucia, di 25 anni fa. Il giudice teme che le attenzioni degli investigatori si possano concentrare proprio su queste pratiche, ritenute legittime. Nelle quali ci sono le richieste di tutta Catania.

Conversando a tutto campo con Marisa Rodano da: ndnoidonne

Dialogo aperto, dalla maternità surrogata alla politica internazionale fino alle donne arrivate ai vertici. Con la speranza che ad affermarsi sia il meglio di noi

Tiziana Bartolini

MATERNITÀ SURROGATA
“Sono contraria alla gestazione per altri perché penso che la maternità non si possa comperare. In questa pratica, che viene anche chiamata ‘utero in affitto’, vedo l’idea liberista per cui tutto è mercato e tutto si può vendere e comperare. Credo che l’utero non sia comperabile né vendibile, ma soprattutto non lo è il figlio. Condivido l’opinione di Lea Melandri che sia uno sfruttamento della capacità procreativa femminile con l’aggravante di classe. Ritengo quindi giusto che sia vietato per legge, o almeno sanzionato. Invece penso sia ragionevole che in una coppia che si costituisce, se uno dei due ha un figlio, sia possibile farlo diventare il figlio di entrambi, sia possibile adottarlo”.
La pacatezza e semplicità di Marisa Rodano sono figlie di una lunga esperienza umana e politica. La sua chiarezza è illuminante. “Non capisco le ragioni della confusione che si è fatta tra l’appello di chi chiedeva all’Europa una normativa contro la gestazione su commissione e la proposta di legge Cirinnà che non interferisce con questo dibattito e intende, giustamente, consentire alle coppie, anche a quelle omosessuali, di riconoscere il figlio o la figlia dell’altro/a. Confesso che poco capisco la necessità di ricorrere ad una soluzione estrema come quella dell’utero in affitto quando ci sono migliaia di bambini abbandonati. In Italia sono centinaia i minori soli, sfruttati non si sa bene da chi ed esposti ad ogni tipo di crudeltà. Potrebbero essere adottati, non farlo è una cosa scandalosa e sbagliata”. Una aspirazione antica, forse: quella di avere un figlio ‘mio’… “Torniamo al possesso, all’idea che tutto possa essere comprabile come una merce”.

NUOVI DIRITTI, POLITICA, FEMMINISMI

Il progresso scientifico, con la possibilità dell’inseminazione artificiale, ha aperto le porte sulle nuove frontiere dei diritti, ma Rodano spiega chiaramente che “i diritti non possono essere illimitati e che il confine è delineato dalla libertà e dalla dignità dell’altro. Chi vende pezzi del suo corpo non può dirsi libero anche se non gli viene imposto”. Ma perché a suo parere si è aperta una polemica così aspra tra femministe, tra donne che hanno fatto percorsi di riflessione e lotte simili?
“Sui movimenti delle donne, oggi, (o, meglio, sui gruppi di donne, presenti soprattutto in modo virtuale, sulla rete) le considerazioni che si possono fare sono tristi. Viviamo in un mondo contrassegnato dalla forza dei media e per esistere devi far parlare di te. D’altro canto la tendenza alla personalizzazione individuale – tipica anche delle forze politiche che ormai sono tutte espressione di una persona o al più di una corrente – ha contagiato anche le donne. I movimenti, o almeno una parte, si sono adeguati a questo meccanismo perverso che intreccia da un lato la pervasività della comunicazione e dall’altro una politica individualista. In questo modo le donne cercano di ottenere visibilità”. Ma la visibilità non ha nulla a che vedere con l’ottenimento di risultati concreti: le battaglie delle donne in anni passati hanno ottenuto leggi e hanno inciso concretamente nella società italiana.
Marisa Rodano, nell’Udi e nel Partito Comunista Italiano, è stata alla testa di grandi battaglie che riguardavano milioni di donne. Oggi sono tante le associazioni di donne, che hanno anche molta visibilità, ma non c’è una mobilitazione diffusa sui temi del lavoro, sulla mancanza dei servizi sociali, sull’età della pensione. Come lo spiega? “Penso che una delle spiegazioni sia riconducibile al femminismo che, se ha profondamente mutato la coscienza di sé delle donne e la loro libertà, ha portato, almeno in una parte del movimento, al rifiuto della politica e delle istituzioni e addirittura delle elezioni; qualcuna ha teorizzato persino il non voto. Questa visione ha avuto la conseguenza di ridurre il problema della emancipazione e liberazione femminile ad un fatto individuale o a due, con l’altro sesso o con lo stesso sesso. Si è perso di vista il rapporto con i problemi. Si è così perduto un patrimonio di consapevolezza della lotta collettiva: ‘insieme si lavora, si lotta e si vince’”.
Però abbiamo tante donne ai vertici, in Italia e non solo, che ci sono arrivate senza dirsi o sentirsi femministe o figlie di quei movimenti. “Il femminile lo costruisci giorno per giorno, nelle singole circostanze. Non si può stilare un vademecum. Per esempio ho apprezzato l’intervento della ministra Maria Elena Boschi quando si è discussa la mozione di sfiducia nei suoi confronti alla Camera dei Deputati; penso che solo una donna poteva farlo con quegli argomenti, non si è buttata sul politichese e ha fatto la cosa giusta anche sul piano politico. È la conferma che se le donne introiettano il modello maschile e si comportano da uomini, abbiamo perso tutte”.

LA SINISTRA, L’EUROPA

La tua vita politica è stata tutta nel Pci. A distanza di tanti anni, anche dalla scomparsa di quel partito, ti definisci ancora comunista? “Posso dire che non rinnego il passato, e non me ne pento”. C’è una grande confusione, oggi. Secondo te cosa è ancora di sinistra? “Sono convinta che ci sono alcune questioni che rimangono permanenti: cercare di ridurre le disuguaglianze sociali; offrire condizioni di vita sopportabili alla parte più povera della popolazione; affrontare il problema dell’integrazione degli immigrati; creare le condizioni per l’ingresso dei giovani al lavoro. Queste rimangono questioni fondamentali per le quali una forza di sinistra si deve battere, con una prospettiva di cambiamento dell’assetto sociale per liberarlo dal dominio delle grandi concentrazioni finanziarie e multinazionali. Non si può negare, però, che la sinistra ha delle grandi contraddizioni e non è riuscita a trovare soluzioni o ad analizzare problemi che la globalizzazione ha reso più acuti e ha presentato in modo nuovo. Intanto questa sinistra dovrebbe essere unita quantomeno a livello europeo. E poi ci vorrebbe un’Europa che invece non c’è. In un mondo in cui sono presenti grandi potenze come USA, Russia o Cina, il fatto che l’Europa non sia una potenza politica è gravissimo, ed è remota la possibilità che lo diventi. Anche perché in tanti paesi prevalgono le forze di destra e le divisioni nella sinistra, l’area della socialdemocrazia è ormai debolissima. Sono grandi questioni che non hanno risposte, purtroppo”.

PAPA FRANCESCO, LA RELIGIONE

Sei cattolica e ti chiedo che opinione hai di Papa Francesco. “Mi piace, anche se secondo me finora si è concentrato sul tema dell’ambiente, e ha fatto bene, in vista del summit di Parigi. Ho l’impressione che sulle questioni della morale di coppia sia un po’ più conservatore: ha, evidentemente, una fortissima opposizione interna che al Sinodo della famiglia si è vista bene. Penso che, in questa situazione, aver lasciato al singolo prete la possibilità di valutare caso per caso per la comunione ai coniugi separati che si sono fatti un’altra famiglia, sia stato un passo avanti, vuol dire non condannare a priori e tenere conto delle specificità. Nel complesso mi sembra che stia svolgendo un ruolo positivo e che si muova nella direzione giusta. Sul dialogo interreligioso, per esempio, tende a dire alle altre religioni che, anche se lo chiamiamo con nomi diversi, c’è un solo Dio. Mi sembra una posizione molto avanzata, molto forte.
In un tempo in cui ci preoccupano molto gli integralismi, che ruolo pensi possa giocare la religione? “Sono sempre stata per una netta separazione tra religione e politica. Sono contraria ad un intervento diretto della religione nelle vicende sociali. Il singolo potrà trarre dal suo credo il modo di comportarsi, ma l’essere umano può fare le scelte giuste anche se non è credente”.

UNO SGUARDO SUL MONDO

Concludendo questa conversazione, diamo uno sguardo alle questioni internazionali che ci preoccupano molto. “È abbastanza deprimente che non ci sia più un movimento per la pace, ma mi rendo conto che siamo in guerra con un avversario sfuggente e che non c’è un interlocutore chiaro e definito. Come fare la pace con l’ISIS? Loro non vogliono e noi non possiamo. Le grandi potenze, anche strategicamente, non sono attrezzate per affrontare la situazione, ma bisogna anche dire che l’America e l’Europa l’hanno provocata. Si è pensato che eliminando i dittatori, si potesse introdurre la democrazia dall’esterno. E non ci si è resi conto che i movimenti popolari e democratici avrebbero potuto essere inquinati dall’estremismo religioso perché non erano sufficientemente robusti”.
Ti piace Angela Merkel, definita persona dell’anno dal ‘Time’? “Si può condividere o no la sua politica – e oggi la politica della Germania non è condivisibile – ma non c’è dubbio che lei è una donna capace, è una statista”. Di donne ai vertici di organismi politici e finanziari mondiali ce ne sono molte. Vuol dire che le donne hanno aggiunto la parità? “L’impressione è che ce l’abbiano fatta solo ai livelli alti, mentre nella vita quotidiana continua ad esserci la violenza contro le donne, stipendi più bassi, più disoccupazione”. Insomma il cammino è ancora lungo e c’è da sperare che da lassù, le donne al potere scorgano i bisogni e i diritti negati di milioni e milioni di sorelle che ogni giorno continuano a lottare. Anche per loro.


BREVE BIOGRAFIA di una lunga vita
Maria Lisa Cinciari Rodano (Roma, 21 gennaio 1921) ha partecipato alla Resistenza a Roma nelle file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nei Gruppi di Difesa della Donna, subendo anche il carcere. È sempre stata dirigente politica e anche tra le fondatrici dell’Udi, di cui è stata prima presidente e poi dirigente con vari incarichi fino al 1970. Iscritta al Partito Comunista Italiano dal 1946, è stata consigliera comunale a Roma (1946/1956), deputata (1948/1968), senatrice fino al 1972, consigliera provinciale di Roma (1972/1979) ed europarlamentare (1979/1989). È stata la prima vicepresidente donna della Camera dei deputati (1963/1968). Ha 5 figli, 11 nipoti e 10 pronipoti. Attualmente è impegnata nel seguire attivamente le iniziative dell’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria

Lea Melandri. La politica ‘anomala’ del femminismo da. ndnoidonne

La “scandalosa inversione tra vita e politica”: un mondo creato a partire da sé. Maternità surrogata e molto altro nelle riflessioni di Lea Melandri in vista dell’incontro di Paestum

Silvia Vaccaro

Lea Melandri

“È vero, raramente il femminismo è stato così diviso come oggi su entrambe le questioni, forse perché sono strettamente connesse. Ma, come sempre accade quando nascono divergenze, capita anche di trovarsi davanti a condivisioni inaspettate. È il mio caso”. Così risponde Lea Melandri (videointervista), voce autorevole e sempre originale del femminismo italiano, che incontriamo durante il suo laboratorio di scrittura di esperienza presso la Casa Internazionale delle donne di Roma. Il suo richiamo alle divergenze e alle condivisioni all’interno del movimento femminista risponde a una mia sollecitazione sui due temi che dividono profondamente le militanti: la prostituzione e la gestazione per altri, su cui si è scatenato un ampio, e talvolta aspro dibattito all’indomani della pubblicazione dell’appello del gruppo Se Non Ora Quando Libere in cui si chiedeva alle istituzioni europee di sancire un divieto assoluto rispetto alla possibilità di ricorrere a questa pratica. “In posizione critica da tanti anni rispetto al pensiero di Luisa Muraro, nel caso della ‘gestazione per altri’ sono d’accordo con lei: lo considero uno sfruttamento della capacità procreativa del corpo femminile, con l’aggravante ‘di classe’. Sappiamo bene quanto possa essere condizionante in questo caso la povertà. Provocatoriamente, lo chiamerei proprio ‘utero in affitto’, per sottolineare che restiamo nella concezione più antica del corpo della madre come ‘contenitore’, dimora, luogo di passaggio, e non come l’esperienza di una singolare unità a due, che segna la vita della donna come dell’essere che cresce dentro di lei, e che si può ipotizzare all’origine della differenziazione che abbiamo ereditato tra l’identità di un sesso e dell’altro. Il femminismo è stato per me innanzi tutto presa di coscienza di quanto avesse pesato sulla cancellazione della donna come persona, individualità, la sua riduzione a corpo, sessualità al servizio dell’uomo e obbligo procreativo. Da questo punto di vista penso che il processo di liberazione da modelli imposti e purtroppo interiorizzati, per non dire incorporati, sia soltanto all’inizio. Avere oggi, come ricaduta dell’emancipazione, una maggiore possibilità di scelta, uscita dalla passività – ad esempio l’uso del proprio corpo per finalità diverse (successo, denaro, potere, ecc.) – non significa tout court ‘essere libere’ di scegliere. Detto questo, preciso che non chiedo nessun divieto per legge, ma solo che si continui a discuterne senza cedere a facili contrapposizioni”.

Guardando indietro, negli anni ’70 le donne si presero le strade e le piazze conquistando diritti di cui godiamo ancora oggi e consapevolezze importanti sul loro ruolo nell’ambito pubblico e in quello privato. Negli anni il tessuto sociale ha subito grandi mutazioni e chiedo a Lea quali pensa possano essere i temi su cui le donne tornino a tessere alleanze e a proporsi come soggetto politico forte. “Si può dire che il femminismo degli anni ’70 è stato un fenomeno di massa, che ha raggiunto le donne di estrazione sociale, istruzione, cultura e professionalità diversa. È entrato nella case come nei luoghi di lavoro: dalle fabbriche alle redazioni dei giornali, dalla scuola alle organizzazioni politiche e sindacali. Non c’è stata mai più una ‘politicizzazione’ così estesa e così radicale nell’assunto di voler andare ‘alle radici dell’umano’. Se tante storie personali, destinate come la mia a restare chiuse nella dimensione ‘privata’ si sono aperte allora all’impegno sociale, a passioni durature, amicizie consolidate da ideali e progetti condivisi, è perché la politica è venuta vicino alla vita, alle domande che chiedevano una risposta collettiva. Nel ‘piccolo gruppo femminista’ ognuna riconosceva alle altre la possibilità di vedere ciò che lei non vedeva di se stessa. L’autocoscienza era una ‘pratica’ e, come si è detto spesso, si poteva trasmettere solo ‘praticandola’. Chi ha visto nel femminismo degli anni ’70 solo la conquista di alcuni diritti e libertà, ignora che cosa è stata la rivoluzione culturale e politica di un movimento che intendeva partire dai luoghi più lontani dalla politica – come le problematiche del corpo, dell’inconscio – per sovvertire l’ordine esistente, i suoi poteri, i suoi saperi, le sue istituzioni pubbliche e private. Non si trattava, allora come oggi, di costruire un ‘soggetto politico’ forte, né tanto meno ‘rappresentanze’ istituzionali, alleanze e così via. Se nei decenni successivi la radicalità delle sue pratiche si è andata sempre più eclissando, è perché si sono incontrati ostacoli esterni – ostilità, messa sotto silenzio, ignoranza, emarginazione -, e difficoltà interne: adattamenti, ritiri nel privato, chiusura sia pure involontaria nelle proprie associazioni. Detto questo, bisogna aggiungere che il femminismo è l’unico movimento che è andato oltre gli anni ’70 e che oggi è presente con pratiche, temi, azioni diverse in tutte le città. Una frammentazione dovuta al fatto che si tratta di una politica anomala, che interroga la vita nei suoi risvolti più intimi, che ha mantenuto in molti casi l’assunto iniziale del ‘partire da sé’, anche quando si tratta di affrontare i problemi della vita sociale nella sua complessità. Non uscirà mai da una costellazione così variegata di interessi un ‘soggetto unico’, per cui la forza collettiva necessaria per essere incisive va cercata nei rari momenti di aggregazione, incontro, scambio di idee ed elaborazione di scelte condivise che sono i convegni nazionali, come i due ultimi che ci sono stati a Paestum nel 2012 e 2013. E come quello che ci terrà il 4/5/6 marzo 2016”.

Proprio di questo appuntamento le chiedo qualcosa di più, circa le intenzioni con cui si è deciso di organizzarlo e quali speranze vi sono riposte. “L’idea di ritornare in un luogo storico del femminismo italiano – a Paestum si era svolto l’ultimo incontro nazionale degli anni ’70, nel 1976 – è nata, occasionalmente o no, da un invito che ricevetti da alcune donne di Paestum l’8 marzo 2012. L’accoglienza che ricevetti, il loro desiderio di farci tornare e la generosa disponibilità dell’organizzazione in loco, decisero con immediatezza di quello che è venuto dopo. Per l’incontro che ci sarà il prossimo anno sono state decisive: la grave situazione in cui sono venuti a trovare i Centri antiviolenza, dopo l’uscita di un “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, che istituzionalizzandoli, ne cancella di fatto l’autonomia, riducendoli a servizi sociali; le ricadute sulla scuola, chiamata a fare azione ‘preventiva’ attraverso l’educazione di genere, ma senza tenere conto che portare nella scuola le problematiche del corpo vuol dire innanzitutto formare gli adulti, mettere in discussione la neutralità della cultura trasmessa finora. Un immenso lavoro culturale che non può ridursi, come rischia di accadere, al ‘politicamente corretto’. Promotrice dell’iniziativa è l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, D.I.Re, ma con un impegno e coinvolgimento diretto di altre realtà: dalla Libera Università delle Donne di Milano a Scosse, ai Consultori privati laici di Milano alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, e altre singole e gruppi legati ai temi della salute nei consultori, e al mondo del lavoro più in generale. Tre giorni insieme, in un luogo incantevole, sarà, come in passato, prima di tutto l’esperienza di cosa voglia dire, nella storia del femminismo, la pratica di un ragionare, discutere, decidere ‘collettivamente’, fuori dagli schemi che hanno imbrigliato finora la politica organizzata, che cosa ha significato per la generazione degli anni ’70 e per quelle venute dopo, la ‘scandalosa inversione tra vita e politica’”. Primum vivere, come è stato lo slogan di Paestum 2012.
Versione integrale dell’intervista 

L’ ombra scura delle pari opportunità incombe sull’ ex governo rosa da: ndnoidonne

Se neppure con il rimpasto avvenuto all’interno dell’ esecutivo si è provveduto alla nomina della ministra alle Pari Opportunità, chi dovrebbe tutelare gli interessi specifici delle donne italiane in seno alla compagine governativa?

inserito da Maddalena Robustelli

E’ stato formalizzato da diversi giorni il rimpasto governativo, connotato da nuovi ingressi nell’esecutivo, da turn-over negli specifici incarichi e da ritorni particolari nei ruoli delegati. Eppure continua a non essere nominata la titolare del dicastero delle Pari Opportunità. Un’assenza piuttosto rilevante, soprattutto perché ad oggi il governo Renzi ha perso la presenza paritaria al suo interno. Delle otto ministre, designate all’inizio del suo percorso istituzionale, ne sono rimaste solo sei, per non scrivere della compagine di sottogoverno completamente sbilanciata a favore della sua componente maschile. Il ministero delle Pari Opportunità, istituito nel 1996, nel corso degli anni è stato ricoperto da varie titolari, fintantochè la correlata delega nel 2013 fu attribuita dall’allora premier Letta alla viceministra al Lavoro Guerra. Il primo ministro attuale ha glissato su tale nomina sin dall’inizio dell’incarico, riservandosene le competenze e facendosi assistere da una figura fino ad ottobre 2014 assente, ossia la consigliera in tali materie designata nella persona della on. Martelli. Le sue dimissioni, avvenute lo scorso mese di novembre, avrebbero potuto costituire un giusto motivo per formalizzare la nomina della ministra, soprattutto alla luce delle dichiarazioni della stessa consigliera Martelli che ha denunciato in un’intervista “la troppa disattenzione ai temi delle donne”. Purtroppo gli auspici sono andati miseramente a naufragare nel mare delle logiche partitiche alla base del rimpasto governativo che, annunciato peraltro da mesi, poteva colmare l’ingiusto vuoto ministeriale. In conclusione si è preferito invece perseverare in questa, per così dire, dolosa omissione, facendo apparire più che evidente la precisa volontà di non designare alcuna rappresentante istituzionale alle Pari Opportunità.
I motivi di questa scelta non sono ben chiari, ma una domanda sorge spontanea: chi dovrebbe tutelare gli interessi specifici delle donne italiane in seno alla compagine governativa? Un esempio per tutti, lo scorso 15 gennaio con il nuovo decreto sulle depenalizzazioni di alcuni reati, entrato in vigore proprio oggi, alla donna che si sottopone ad aborto clandestino viene comminata non più la sanzione pecuniaria di 51 euro, bensì una il cui ammontare va dai 5000 ai diecimila euro. Si provi ad immaginare la ministra alle Pari Opportunità che, in sede di discussione al tavolo dell’esecutivo con il ministro di Giustizia, si oppone ad un aumento così rilevante della pena pur in presenza di uno Stato acconsenziente alle altissime percentuali di medici obiettori di coscienza. Certo, potremmo solo ipotizzare cosa possa accadere in simile circostanza, ma allora che immaginazione sia! La titolare del dicastero alle Pari Opportunità inizia a confutare la decisione del ministro di Giustizia, il quale a sua volta elenca i dati estrapolati dagli atti della commissione di esperti preposta allo studio dei reati da depenalizzare. La ministra allora, alzando la voce, va a spiegare ai colleghi come l’aumento della sanzione alla donna che ricorre all’aborto clandestino penalizzi fortemente chi è già vessata dalla scelta di non proseguire la gravidanza. Succede così che le sue tesi convincano quante/i sono seduti al tavolo del Consiglio dei ministri, al punto di votare per il ritiro di tale specifica depenalizzazione. Ecco, questa è immaginazione, ben altra è stata la realtà perché non risulta che i/le ministri/e si siano opposti a quel provvedimento.
Una nota giornalista, in conseguenza delle violenze avvenute la notte di capodanno a Colonia per opera di extracomunitari, invitò “le madamine” parlamentari a fare sentire la loro voce al riguardo. La ragione di questo appello era insita nella necessità che le donne impegnate nelle massime istituzioni condannassero tali violenze senza timore di apparire razziste. Pare che sull’aumento delle sanzioni pecuniarie per chi si sottopone ad aborto clandestino alcuna giornalista abbia raccolto le testimonianze delle parlamentari. Eppure la parola d’ordine, mutuata dalle donne tedesche in protesta davanti al duomo di Colonia “No razzismo, no sessismo”, facilmente avrebbe potuto essere modificata nello slogan “No al sessismo di Stato”. Sembra, difatti, così connotata la condotta di un ente statale, o chi per esso, che in virtù dei poteri attribuitigli faccia cassa sui bisogni e sui drammi in cui può incorrere una donna che, non volendo proseguire una gravidanza, si trovi ad esempio a Iesi. Una volta constatato che all’interno del suo ospedale di riferimento l’obiezione di coscienza è pari al 100% del personale sanitario, perché punirla con una sanzione economica così elevata dopo che è già condannata all’aborto clandestino? C’è da sperare in uno scatto di orgoglio di genere nelle c.d. madamine parlamentari, non fosse altro che perché le norme per la democrazia paritaria, che le hanno consentito di sedersi sugli scranni di Montecitorio, di Palazzo Madama e Palazzo Chigi, sono state promulgate in nome di tutte le donne italiane. Allo scopo precipuo che alla maggiore presenza femminile tra le deputazioni parlamentari e governative corrisponda la capacità di approntare le giuste misure a sostegno dei bisogni, dei diritti e delle speranze di tutte, nessuna esclusa.

Famiglia ‘naturale’… “Forse diventa necessario capire di più. Davvero nascono solo ‘figli voluti’? …” da: ndnoidonne

inserito da Giancarla Codrignani

Ci sono diritti che, nella ricerca di sistemazione giuridica, forniscono materia per estendere l’educazione civica dei cittadini. Uno di questi è la famiglia: se fosse “naturale” non avrebbe bisogno di leggi. Infatti nessuno dice come deve essere la forma del corpo; ma i corpi entrano in relazione e la scelta delle relazioni conformano il costume rendendo necessarie le regole.
Leggo in Diritto d’amore di Stefano Rodotà che la Costituzione italiana ha modificato “la gerarchia delle fonti giuridiche… sì che non era possibile invocare il codice contro la Costituzione”: Maria Maddalena Rossi subito intervenne a chiarire il punto dolente sulla famiglia, richiamando la volontà delle donne di cambiare, in coerenza con questi principi, il codice civile che le rendeva subalterne nel matrimonio.
Certo, per un Calamandrei poco convinto di una strana “famiglia democratica” e ben convinto che il marito fosse “il capo” della medesima, l’arcobaleno dei diritti genitoriali sarebbe stato impensabile. Eppure tutti conoscono i secoli di clandestinità e di sofferenze per migliaia di “diversi” disprezzati e perfino suicidi, mentre alle leggi (civili) piaceva solo il matrimonio tra un uomo e una donna nella versione religiosa, praticata anche dagli atei perché socialmente approvata, oppure laica, ormai più diffusa anche per molti cristiani ma un tempo trasgressiva rispetto alle regole sociali che ha determinato le leggi. Sennonché al codice civile non importa nulla che le persone si vogliano bene per sposarsi, è sempre più praticata la “convivenza fondata sull’amore”. Dedicare una riflessione ai 128 femminicidi del 2015? Tutto bene? per l’amore basta sentirsi liberi di rinunciare al parroco e al sindaco? No: per il codice civile i conviventi non esistono, non debbono assistere il partner in ospedale o privilegiarlo nel testamento. Che il costume cambi se ne accorgono anche lefamiglie cattoliche più conservatrici che vanno al Family Day, ma hanno, tutte, qualche figlio divorziato o convivente.
Basta non sollevare il velo dell’ipocrisia se fa paura guardare con occhi finalmente aperti al grande numero degli umani che si dichiarano LGBT. Poca misericordia, poca vecchia carità cristiana. Eppure quando qualche cattolico voleva mettere in Costituzione l’indissolubilità del matrimonio, ai costituenti bastò guardarsi in faccia e contare quelli che oltre a quella “legittima”, avevano relazioni “naturali” e altrettanto naturali figli iscritti all’anagrafe come “figli di nessuno”. Per fortuna la famiglia risultò fondata sul matrimonio (e oggi la Costituzione non ha bisogno di definire “quale”).
Deve dunque cadere un impedimento sul piano dei diritti. Andiamo per caso contro “natura”? La Chiesa fa bene a riflettere sulla “natura voluta da Dio” che, comprensiva com’è delle scelte umane e della storia, va distinta dalla natura immaginata dal pensiero clericale che è diventata ideologia. Fino a poco tempo fa i bambini “nati” mancini erano costretti a scrivere con la destra (la sinistra, si sa, è del diavolo…); oggi lasciamo perdere perché è “naturale” e non fa più differenza. Ma che sia necessaria l’unione di un uomo e una donna per voler bene a un figlio non è “naturale” (era naturale il figlio salvato immaturo dal grembo della madre uccisa dal marito due giorni fa?)
Forse diventa necessario capire di più. Davvero nascono solo “figli voluti”? se fosse così, non ci sarebbero nemmeno gli aborti, perché gli uomini – mai evangelizzati alla responsabilità procreativa – rispetterebbero l’indisponibilità della donna. Se fosse essenziale per la crescita dei figli la presenza di entrambi i sessi, al vedovo che chiama il fratello ad aiutarlo gli si dovrebbero sottrarre i figli per darli in adozione? Se davvero il Signore vuole la famiglia “cattolica” come mai Gesù non ha mai pronunciato la parola “famiglia”?
I seguaci del Family day e le varie “sentinelle”, lo vogliano o no, si oppongono al Vaticano II seguendo la Curia, i Vescovi e i veterocattolici contestatori di Papa Francesco. Forse non pensano (o non sanno) che per la prima volta (!) il Concilio ha posto a fondamento del matrimonio cristiano l’amore, lasciando in seconda posizione procreazione, mutua assistenza e effusioni libidiche. P. Balducci in tempi non sospetti definiva il valore che il card. Bagnasco intende imporre allo Stato come principio universale, “ideologia cattolica”: “la famiglia cristiana, se noi la conserviamo come prodotto storico ereditario, nasconde invece in sé particolari pregiudizi, disinformazioni, rapporti sociali legati allo sfruttamento che sono tutti da rifiutare”, in quanto, nel nome del “diritto naturale”, conservano determinati rapporti sociali.
Anche Papa Giovanni, che fu il più lungimirante nell’approccio alla modernità, si sarebbe sorpreso nell’apprendere che ormai i soli che vogliono sposarsi – anche in chiesa – sono i gay. Ma si sarebbe interrogato sul senso del diritto di minoranze che non impongono danni (nessuno è obbligato ad abbandonare l’eterosessualità come nessuno è obbligato a divorziare o abortire) e chiedono leggi di rispetto della loro presunta diversità ma soprattutto tutela per i loro bambini, che, a differenza degli altri, la legge non tutela. Forse anche a partire dalla casistica delle famiglie arcobaleno regole civili attuative di diritti umani potranno gradualmente informare la giurisprudenza a dare, nella casistica relativa alle relazioni umane, la precedenza concettuale all’amore. Che ha molto a che vedere con la libertà.

Convocazione assemblea venerdì 12 Febbraio 2016

Cari compagni/compagne
dal 12 al 15 maggio 2016 si terrà a Rimini il 16° Congresso nazionale dell’ANPI. In ottemperanza alle disposizioni statutarie e del regolamento congressuale, ogni ANPI provinciale deve effettuare una serie di passaggi formali in preparazione dei congressi provinciali.
Il congresso provinciale dell’ANPI di Catania è stato fissato per Sabato 27 febbraio.
Pertanto, viene convocata l’assemblea degli iscritti dell’ANPI provinciale per venerdi 12 febbraio alle ore 17,30  in Piazza Miracoli 2 (di fronte ospedale S. Marta, citofonare Castorina/Costanzo) con il seguente o.d.g.
1) Approvazione del regolamento congressuale ed individuazione del numero dei delegati
2) Organizzazione del congresso provinciale
3) Varie ed eventuali.
Data l’importanza della riunione si prega di essere tutti presenti.
Cari saluti.
La Presidente provinciale
   Santina Sconza

“Sanità, vietato ammalarsi per le partite Iva”. Intervento di Vittorio Agnoletto Fonte: blog Vittorio Agnoletto

“Nell’estate del 2013 la mia vita è esplosa in poche settimane. Un carcinoma infiltrante alla mammella, il corpo che si trasforma, un compagno che sparisce, il lavoro ed il conto in banca che vanno in tilt. Ecco come sono diventata l’eroina con le tette razzo, che combatte, non tanto contro il cancro (che va semplicemente gestito) ma per i diritti di lavoratrici e lavoratori autonomi che si ammalano gravemente”.

Così si presenta sul suo blog Daniela Fregosi, alias Afrodite K. Prima la scoperta di un tumore al seno, poi la scoperta, altrettanto scioccante, di non aver alcuna tutela sul lavoro e nessun diritto ad un sostegno economico nel periodo di assenza obbligata dalla sua attività. Ed infine la constatazione dell’indifferenza e dell’ignoranza istituzionale che la circondava. Daniela non si è arresa e ha lanciato una Petizione su change.org “Diritti e assistenza per i lavoratori autonomi che si ammalano” raccogliendo oltre ottantamila firme.

Anche grazie alla campagna realizzata da Acta, l’associazione dei freelance in rete, il governo si dichiarò disponibile ad arrivare ad uno Statuto dei lavoratori autonomi: in Italia sono 5,4 milioni e di questi 3,5 non hanno alcun dipendente. Tra loro vi sono figure molto diverse: i lavoratori autonomi iscritti alle 19 casse previdenziali private (dagli avvocati, agli architetti, ai medici ecc.) che sono in difficoltà a sostenere gli impegni previsti dai loro statuti a causa del crollo dei redditi degli under 45 i quali spesso non son in grado di pagare i contributi previdenziali richiesti; i parasubordinati, 1,6 milioni, e i 180.000 freelance tutti iscritti alla gestione separata Inps, solo per citare qualche numero.Dopo anni di attesa ora sembra arrivata in dirittura d’arrivo una bozza di legge preparata dal governo; ma non è ancora chiaro a quale platea sarebbe rivolto il provvedimento: a tutti i 5,4 milioni di lavoratori autonomi, come sembrerebbe da alcune affermazione di principio? E in tal caso con quale rapporto con le varie casse previdenziali ? Oppure solo ai 180.000 freelance? E gli altri resterebbero abbandonati a se stessi?

Inoltre la lettura del testo riserva amare sorprese, tre sono i punti maggiormente critici sui quali vi è stata una marcia indietro.
Il primo riguarda il diritto alla salute: la copertura economica per la degenza domiciliare mentre sono in atto le terapie oncologiche passerebbe da 180 giorni a soli 60 giorni, periodo entro il quale non si conclude la stragrande maggioranza dei cicli di chemioterapia. Il secondo riguarda la puntuale remunerazione del lavoro svolto: nonostante formalmente vi sia l’obbligo di pagamento entro 30 giorni, il riconoscimento di un abuso scatterebbe solo trascorsi 90 giorni di mancato pagamento dopo l’emissione di una fattura da parte di una partita Iva. Il terzo riguarda la formazione permanente finalizzata ad uno sbocco professionale: non sarebbe più possibile scegliere l’ente presso il quale formarsi, potranno essere dedotte solo le spese contratte con organismi accreditati: un modo per garantire guadagni ad enti legati agli amici degli amici.

Di fronte alle oltre quaranta tipologie differenti di contratto esistenti, la logica di questo provvedimento appare molto chiara: da un lato ribadire che i diritti non sono uguali per tutti e che alcuni, anche quelli fondamentali come lo è la tutela della salute, restano prerogativa solo del lavoro dipendente; dall’altro prorogare l’esistenza di un esercito di precari obbligati ad accettare lavori a qualunque condizione al fine sia di garantire lauti guadagni a chi si avvale delle loro prestazioni, sia di far sentire il fiato sul collo, attraverso una concorrenza al ribasso, ai lavoratori dipendenti. Il tutto, com’è nello stile di questo governo, camuffando l’operazione con annunci altisonanti realizzati con grande enfasi.

Nell’immediato è necessario ottenere un vero Statuto del lavoro autonomo che tuteli i diritti di oltre cinque milioni di cittadini.
In prospettiva è necessario prendere atto che nella situazione attuale alcuni diritti essenziali, come quelli relativi alla tutela della maternità e della salute (non solo attraverso la gratuità dell’assistenza sanitaria, ma fornendo la possibilità reale di curarsi e di condurre una gravidanza) devono essere garantiti a tutti, a prescindere dalla condizione lavorativa. Questo significa andare oltre alcuni paradigmi novecenteschi, ma non per tornare indietro e diminuire le tutele come è nelle corde dell’attuale esecutivo, ma piuttosto per andare in avanti e garantire realmente a tutti i diritti fondamentali.