Parlamento europeo a tutto gas. Gli ambientalisti insorgono. Prc:”E’ un vergogna” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

L’Europarlamento mischia le carte nella lotta allo smog. Ieri ha votato uno strano provvedimento che con soli sei voti di differenza da una parte dispone nuovi test su strada per le emissioni auto dal 2017 ma dall’altra aumenta le soglie di sforamento dei limiti che di fatto rendono vani gli obblighi per i diesel Euro 6. Il voto degli eurodeputati è stato fortemente criticato da parte di ambientalisti e consumatori che lanciano l’accusa di avere ceduto alle potenti lobby dell’auto dei principali stati membri, dalla Germania all’Italia, dalla Spagna alla Francia.
Secondo alcune organizzazioni il livello consentito delle emissioni degli ossidi di azoto è aumentato del 110% rispetto alle attuali soglie. “Si tratta di una decisione gravissima e assurda, anche rispetto a quanto accaduto nei mesi scorsi con la vicenda Dieselgate – Volkswagen. Invece di introdurre regole più severe e restrittive – sottolineano gli ambientalisti – la maggioranza degli europarlamentari ha fatto il gioco dell’industria dell’automobile, con buona pace della salute dei cittadini che dovranno subire livelli di inquinamento dei centri urbani sempre più alti e pericolosi”.«Il voto del Parlamento Europeo dichiara Rosa Rinaldi, responsabile Ambiente di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – che alza di oltre il doppio i limiti per le emissioni di ossido di azoto per i motori diesel Euro 6, portando a 168 mg per km contro gli 80 previsti nel 2007, dice da che parte batte il cuore della maggioranza di quel Parlamento. Un vero e proprio regalo alle case automobilistiche, che a partire dalla Volskwagen erano sotto procedura di infrazione per aver imbrogliato sul livello delle emissioni.Davvero un voto che non fa onore a quel Parlamento a pochi mesi dalla conferenza sul clima: tanta ipocrisia verso i popoli europei, tanta concretezza nella salvaguardia degli interessi del mercato. C’è di che vergognarsi!”.

Anche Legambiente è allibita per il via libera del Parlamento europeo al raddoppio dei limiti delle emissioni per i veicoli, che arriva In piena emergenza smog e con i livelli di inquinamento alle stelle, «Quello che è avvenuto oggi a Bruxelles – ha detto Stefano Ciafani, direttore generale dell’organizzazione ambientalista – è veramente assurdo e grave, è una scelta che va deliberatamente contro l’ambiente e la salute dei cittadini ed è solo a favore delle lobby automobilistiche. Mentre gli Stati Uniti diffidano e comminano multe alle case automobilistiche che non rispettano le regole, l’Europa invece dimostra di non aver imparato nulla dalle lezione Dieselgate-Volkswagen e di non vedere l’emergenza smog che attanaglia tante città europee, autorizzando il raddoppio dei limiti delle emissioni dei veicoli. È evidente che si ragiona in termini di condoni: come i condoni edilizi premiano i furbi che si costruiscono le case senza autorizzazione, così prevedere un raddoppio dei limiti delle emissioni per gli ossidi di azoto (NOx) dei veicoli a diesel, che ora passeranno da 80 mg/Km ad oltre 160 mg/Km fino al 2021, significa premiare i furbi a discapito dell’innovazione e della qualità sulle quali le case automobilistiche dovrebbero puntare. Per contrastare l’inquinamento atmosferico servono anche limiti delle emissioni più stringenti, controlli pubblici più efficaci per evitare che i furbi la facciano franca, e una corretta e completa informazione su inquinamento e consumi”.

E l’equilibristica dichiarazione del presidente della commissione ambiente dell’europarlamento, Giovanni La Via (che ha votano contro) non può certo eliminare questi sospetti e la figuraccia planetaria: “Una trattativa intensa ha avuto luogo con i governi e la Commissione europea, dopo che la commissione ambiente ha sostenuto l’obiezione, alla quale poi la Commissione europea ha effettivamente dato seguito. Ora abbiamo impegni chiari presi dalla Commissione europea: una clausola di revisione, con un calendario preciso, al fine di abbattere i valori massimi di emissione ai livelli che sono stati concordati dai co-legislatori e, nel lungo termine, una proposta di riforma del regime di omologazione Ue per le auto, così come richiesto dal Parlamento. Accolgo quindi con favore la decisione responsabile della Plenaria, che permetterà di proseguire con la nuova procedura RDE, al fine di abbattere le emissioni di NOx delle automobili che, al momento, sono dal 400 al 500% oltre i limiti ufficiali. Abbiamo evitato incertezze, perché l’industria deve ora soddisfare scadenze rigorose, ma sostenibili. In Europa, avremo una migliore qualità dell’aria per i nostri cittadini senza perdere posti di lavoro”.
Ma non erano stati definiti impegni chiari , definitivi e impossibili da aggirare, anche quelli attuali, contro i quali si erano scagliate le case automobilistiche (utilizzando più o meno gli stessi argomenti usati oggi da La Via) , per poi farli proprio e propagandarli come vanto dell’industria automobilistica europea mentre li aggiravano con trucchi e trucchetti emersi con il Dieselgate, scoperto in America ma a quanto pare più che noto in Europa?
Secondo la Commissione europea, “l’aumento temporaneo dei limiti, oggetto dell’obiezione votata oggi, è giustificato dalla necessità di considerare i dubbi tecnici relativi all’uso dei nuovi dispositivi portatili di misurazione delle emissioni (PEMS), così come i limiti tecnici per il miglioramento – nel breve termine – della performance, in condizioni reali di guida, del rilevamento delle emissioni per le autovetture a diesel attualmente prodotte”. Insomma, se costruttori di auto non si sono adeguati ci adeguiamo noi. Tanto per capire chi comanda a Bruxelles e Strasburgo.

Il comunicato del Parlamento europeo sul voto che respinge per 6 voti quanto proposto da una delle sue più importanti commissioni sfiora addirittura il trionfalismo: “Il voto di oggi spiana la strada alla Commissione per l’attuazione del secondo pacchetto RDE”.
Ma per completare il procedimento ne devono ancora essere approvati due, e la commissione Ambiente terrà un’audizione pubblica sulla procedura RDE il 23 febbraio.

“Il Parlamento europeo – protesta Angelo Bonelli, dei Verdi – ha approvato una vera e propria sanatoria nei confronti del Dieselgate facendo un grosso favore alla Merkel: invece di punire gli imbrogli delle case automobilistiche e di intensificare i controlli per smascherare eventuali frodi si è scelto, senza tenere in alcuna considerazione gli allarmi sull’inquinamento lanciati dall’Agenzia europea per l’ambiente, di alzare i limiti per il Nox di oltre il 100%. Questo non solo comporterà un aumento delle emissioni del Nox ma anche un conseguente aumento delle polveri sottili che avvelenano le nostre città. La stragrande maggioranza dei parlamentari, compresi quelli italiani si è inchinata alle lobby dell’auto calpestando il diritto alla salute e l’ambiente e ignorato gli allarmi drammatici diffusi dall’Agenzia europea per l’ambiente. Quella di oggi – conclude Bonelli – è una bruttissima pagina per le istituzioni europee”.

Siria: permettete che la voce della ragione sia ascoltata da: www.resistenze.org – osservatorio – lotta per la pace – 01-02-16 – n. 574

Un appello urgente da parte del Consiglio per la Pace statunitense indirizzato a tutti i nostri amici del Movimento per la pace

Consiglio per la Pace USA | wpc-in.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

23/01/2016

Cari amici e compagni del Movimento per la Pace,
Come voi tutti ben sapete, dopo quasi mezzo decennio di violenta guerra per procura, terrorismo e spargimento di sangue in Siria, le parti in conflitto hanno accettato di incontrarsi ancora una volta, questa volta a Ginevra, in Svizzera, per trovare una soluzione politica alla guerra in corso che è costata la vita di decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti, ha lasciato milioni di siriani senza casa e ne ha trasformati altrettanti in rifugiati inondando i paesi confinanti con la Siria e l’Europa. Molti esperti ritengono che questa è l’ultima occasione per raggiungere una soluzione pacifica della crisi siriana.

E’ anche noto che i negoziati in corso si svolgono in circostanze estremamente complicate. Questo conflitto vede il coinvolgimento di più di due contendenti, non solo il governo della Siria e la sua opposizione. Qui abbiamo anche a che fare con le rivalità tra potenze regionali, dove ogni paese persegue i propri interessi, e con l’ambizione degli Stati Uniti e degli stati membri della Nato di ridisegnare la mappa del Medio Oriente per raggiungere i propri obiettivi imperiali. Inoltre questo conflitto è anche parte integrante del progetto di circoscrivere, contenere e sottomettere la Russia e la Cina, come continuazione della strategia globale dei neocon.

A livello globale, gli Stati Uniti e la Nato considerano la Siria come un trampolino di lancio verso un cambio di regime in Iran e in definitiva in Russia e stanno cercando di portare la Siria sotto il controllo occidentale e della Nato con ogni mezzo possibile, compreso il finanziamento, l’organizzazione e l’armamento di gruppi militanti/terroristici che combattono il governo siriano, sia direttamente o per procura per mezzo degli alleati regionali. Questo pone inevitabilmente gli Stati Uniti su un pericoloso piano di scontro con la Russia che vede nel rovesciamento del governo siriano e nell’istituzione di un altro stato pro-Nato nelle zone di confine come una grave minaccia alla sua sicurezza nazionale.

La Russia giudica gli accadimenti in Siria come un prolungamento di ciò che la Nato sta facendo in Ucraina. L’abbattimento di un caccia russo, da parte di uno stato membro della Nato, la Turchia, è una chiara recrudescenza di questo confronto intenzionale e pericoloso. A livello regionale, il conflitto non può essere ridotto a una guerra tra due campi contrapposti. Non è semplicemente il caso di Siria, Iran e Russia, da un lato, e Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania, Turchia, Israele, e altri, sul lato opposto. Anche se tutti i paesi del secondo gruppo agiscono all’interno del piano generale degli Stati Uniti/Nato per un cambio di regime in Siria, ognuno di loro ha le proprie mire sulla Siria e sulla regione nel complesso, e premono perché gli eventi volgano nella direzione utile ai propri interessi.

Sia l’Arabia Saudita (il più stretto alleato degli Stati Uniti dopo Israele) che il Qatar (sede del Comando Centrale degli Stati Uniti) sono determinati a rovesciare il governo di Assad con l’uso della forza. Sono i principali fornitori di denaro e armi ai ribelli militanti e ai terroristi stranieri in Siria. L’Arabia Saudita, in particolare, considera l’Iran come il maggiore rivale e nemico nella regione fin dalla rivoluzione del 1979 che ha portato l’Iran fuori dalla sfera di influenza Usa/Nato.

Per i sauditi, il rovesciamento della Siria di Assad, l’unico stato arabo indipendente dalla manipolazione degli Stati Uniti e alleato di lungo corso dell’Iran in Medio Oriente, serve a indebolire l’Iran e in ultima analisi ad aprire la strada a un cambiamento di regime in questo paese.

Tuttavia, nonostante l’accordo sull’obiettivo di cambio di regime forzato in Siria, l’Arabia Saudita, il Qatar e la  Turchia hanno idee diverse su chi debba sostituire il governo di Assad. Per i sauditi, intenti a diffondere la loro versione estremista wahhabita dell’Islam nella regione, i favoriti sono l’ISIS, i gruppi collegati ad Al Qaeda, come al-Nusra, e altri gruppi estremisti islamici come l’Esercito dell’Islam e il Fronte Asala wa Tanmiya (sostenuto anche da Stati Uniti).

D’altra parte, il Qatar e la Turchia, sostengono i gruppi islamici affiliati ai Fratelli Musulmani, come Sham Legion e la formazione Ahrar al-Sham, finanziata dai turchi. In molti casi, ciascuno di questi gruppi è di per sé una coalizione di decine di gruppi islamici che combattono in Siria, molti dei quali sono in realtà combattenti stranieri.

Sommando tutto, secondo la BBC: “si ritiene debbano esserci un migliaio di gruppi di opposizione armata in Siria, al comando di circa 100.000 combattenti”, ciascuno, naturalmente, sotto il controllo o l’influenza di uno o più dei governi anti-Assad coinvolti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo principale di questi governi e degli Stati Uniti era il rovesciamento armato del governo di Assad e gli Stati Uniti ponevano come pre-condizione a qualsiasi eventuale negoziato con il governo della Siria una politica intransigente che vedeva l’uscita di scena di Assad.

Tuttavia, l’ingresso dei militari russi nel teatro di guerra ha reso una vittoria militare delle potenze occidentali e dei loro alleati regionali praticamente impossibile e, di conseguenza, ha costretto gli Stati Uniti ad ammorbidire la posizione sul metodo, ma non l’obiettivo, di rimuovere Assad.

Di conseguenza, l’attenzione si è ora spostata a trovare un modo per rimuovere il governo di Assad dal potere attraverso negoziati “pacifici”, con la partecipazione sia del governo siriano che dell’opposizione, consentendo un “periodo di transizione” per un cambio di regime.

Ma ci sono diversi punti delicati che devono essere risolti per consentire a questi negoziati di procedere e portare qualche risultato. Il primo problema fondamentale è chi dovrebbe essere considerata opposizione legittima e quindi essere autorizzata a partecipare ai negoziati.

Per quanto riguarda il governo siriano, tutti quelli che hanno ingaggiato la lotta armata contro lo Stato legittimo siriano e sono responsabili della morte e del ferimento di decine di migliaia di persone, devono essere considerati terroristi e quindi esclusi.

Sia Iran che Russia hanno annunciato il loro sostegno per la posizione siriana. Secondo il Ministero degli Esteri russo: “Siamo ancora convinti che i terroristi di tutte le risme, devono essere esclusi dal processo politico in Siria….”. Ma questo non è quello che gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali hanno in mente: loro insistono per l’inclusione dei cosiddetti combattenti armati “moderati” nei negoziati. La risposta dell’Iran è che: “non sarà mai permesso ai terroristi di presentarsi come opposizione moderata e decidere del futuro della Siria e della regione”.

Il governo siriano, da parte sua, ha annunciato che è pronto a partecipare a colloqui di pace con l’opposizione a Ginevra questo mese, ma vuole vedere gli elenchi dei gruppi di opposizione che partecipano e la garanzia che i gruppi “terroristi” non siano rappresentati. A parte la questione su chi sia un terrorista e chi faccia parte della legittima opposizione, ognuno di questi paesi ostili manovra per l’inserimento dei combattenti preferiti e l’esclusione di quelli di altri contendenti.

L’Arabia Saudita, dal canto suo, sta spingendo per l’inclusione di tutti i combattenti islamici armati e per raggiungere questo obiettivo, nel mese di dicembre 2015, ha organizzato una conferenza di tre giorni a Riad a cui hanno preso parte oltre 100 gruppi ribelli estremisti islamici che chiedono un cambio di regime in Siria: tra questi alcuni di quelli considerati terroristi dagli Stati Uniti.

Secondo il Vice Ministro degli Esteri iraniano: “Ciò che è degno di nota è la presenza di alcuni gruppi terroristi legati ad ISIL alla Conferenza Riad”. L’obiettivo di questa conferenza, dal titolo “Conferenza della Rivoluzione siriana e delle Forze di opposizione”, è stato quello di unire queste forze estremiste armate intorno a una piattaforma comune per i negoziati. Il 10 dicembre 2015, il convegno ha adottato la sua “dichiarazione finale”, che non ha solo chiamato a “la creazione di uno Stato… senza alcun posto per Bashar al-Assad o simboli e pilastri del suo regime”, ma ha compiuto un ulteriore passo avanti, stressando “che Bashar al-Assad e la sua cerchia lascino gli incarichi all’inizio del periodo di transizione”. In altre parole, chiedono sin dall’inizio un cambiamento di regime.

Non vi è dubbio che tale posizione è volta a sabotare i negoziati ancor prima di iniziare. Anche se la posizione saudita contrasta con la posizione attuale degli Stati Uniti, tuttavia, il Segretario di Stato John Kerry ha ringraziato i sauditi per la conferenza di Riad.

Il motivo per i sauditi di sabotare i negoziati, così come la recente esecuzione di massa di 47 persone, tra cui un religioso sciita, deriva dal nervosismo per il riavvicinamento e i legami che potrebbero svilupparsi tra Iran e Stati Uniti dopo l’accordo sul nucleare e potenziali nuovi accordi durante il negoziato siriano. I sauditi considerano una soluzione politica del conflitto siriano senza un’immediata rimozione di Assad dal potere come un passo verso la fine dell’isolamento dell’Iran e il rafforzamento della posizione iraniana nella regione.

Ciò che è maggiormente significativo della Conferenza di Riad, tuttavia, non è chi ha partecipato, ma chi non è stato autorizzato a partecipare. I sauditi hanno fatto in modo che nessuno dei moderati delle forze di opposizione interne (non armati e non violenti) fosse invitato: forze come il Partito della Solidarietà, il Partito Nazionale della Gioventù e la formazione Azione Democratica Nazionale, che, come ammette il rapporto Carnegie Endowment per la pace internazionale: “può riflettere bene le opinioni di un numero significativo di siriani che vorrebbero un programma di riforme, ma, in ultimo, preferiscono Assad ai ribelli”.

Alla Conferenza di Riad non era nemmeno invitata alcuna forza di opposizione curda. Come ha lamentato l’agenzia di notizie Fars News iraniana all’indomani della conferenza: “L’Arabia Saudita ha ospitato un incontro di tre giorni con gruppi terroristici a Riad tra l’8 e il 10 dicembre. I curdi siriani, che controllano gran parte del nord della Siria, non sono stati invitati, mentre c’erano la ramificazione ufficiale di al-Qaeda in Siria, i gruppi terroristici di al-Nusra e Ahrar al-Sham…. ”

L’esclusione dei curdi è anche un obiettivo del governo turco. I curdi sono stati una forza importante nella lotta contro ISIS nella parte settentrionale della Siria, ma sono allo stesso tempo bombardati dall’aviazione turca nel nord della Siria. In effetti, la Turchia fornisce anche direttamente aiuto all’ISIS aprendo i suoi confini ai gruppi militanti armati e acquistando petrolio siriano rubato. Il governo turco non vuole vedere l’inserimento dei curdi nei negoziati (che costituiscono un terzo della popolazione siriana), per il timore che una tale mossa rafforzerebbe la mano di organizzazioni curde come il Pkk in Turchia. Israele ha in tal senso un ruolo di supporto, fornendo segretamente cure mediche ai combattenti dell’ISIS feriti attraverso i suoi confini con la Siria lungo le alture occupate del Golan.

E’ chiaro che questi tentativi di escludere dai negoziati tutte le forze moderate interne della Siria, che rappresentano “un numero significativo di siriani”, e i curdi, truccano le carte ai danni del popolo siriano a favore di governi stranieri e gruppi terroristici/estremisti islamici: un risultato che non solo non può portare alla pace, ma che è destinato a promuovere la deflagrazione di un conflitto nella regione e un’eventuale guerra tra Stati Uniti/Nato e Russia, le maggiori potenze nucleari.

Cari amici e compagni del Movimento per la Pace,
Guardando l’intero quadro, non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una situazione pericolosamente esplosiva in Siria e in Medio Oriente. La voce genuina del popolo siriano è stata messa a tacere dalla guerra e dal terrorismo imposti dagli stranieri. Noi del movimento per la pace e contro la guerra degli Stati Uniti non possiamo guardare passivamente gli intrighi, gli inganni e le manipolazioni che stanno portando ad un altro disastro. Dobbiamo alzare forte le nostre voci della ragione a sostegno del popolo della Siria e chiedere che tutte le parti coinvolte nei negoziati siriano lavorino onestamente e sinceramente per una soluzione pacifica del conflitto.

Facciamo appello a tutti voi per aiutare a organizzare manifestazioni davanti ai siti governativi e far pressione sull’amministrazione Obama per garantire che il popolo siriano partecipi liberamente ai negoziati e che solo al popolo siriano sia consentito di decidere del futuro del paese, non le potenze straniere e i loro alleati locali.

Ci appelliamo a tutti gli attivisti del movimento per la pace di sommergere le e-mail e le linee telefoniche della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato chiedendo di:

1. Fermare tutti gli sforzi stranieri che intendono forzare un cambio di regime in Siria:
a) Fine del bombardamento delle infrastrutture economiche della Siria in nome della lotta all’ISIS.
b) Fine dell’introduzione di foreign fighters in Siria.
c) Fine al finanziamento, all’organizzazione e all’armamento dei combattenti in Siria.

2. Lasciare che siano i siriani stessi a decidere il futuro del paese senza ingerenze straniere:
a) Consentire a tutti i gruppi di opposizione interna veramente moderati e alle organizzazioni curde di partecipare ai negoziati.
b) Coinvolgere tutti i segmenti della popolazione siriana nei negoziati di pace.
c) Escludere dai negoziati tutte le forze straniere di opposizione, così come tutte le organizzazioni terroristiche.

3. Togliere tutte le sanzioni contro la Siria. Fornire aiuti umanitari al popolo siriano. Aiutare i rifugiati siriani a stabilirsi dove vogliono, compreso il rientro in Siria.

4. Terminare tutte le guerre di aggressione, tutte le forme di occupazione straniera e tutte i cambiamenti di regime fomentati dall’ingerenza straniera.

Dietro la maschera «anti-Isis» da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 02-02-16 – n. 574

«L’arte della guerra»

Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

02/02/2016

Quest’anno il Carnevale romano si apre il 2 febbraio, quando si esibisce alla Farnesina lo «small group», il piccolo gruppo ministeriale (23 paesi più la Ue) della «Coalizione globale anti-Daesh/Isis», co-presieduto dal segretario di Stato Usa John Kerry e dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni.

Ne fanno parte, mascherati da anti-terroristi, i maggiori sponsor del terrorismo di «marca islamica», da decenni usato per minare e demolire gli Stati che ostacolano la strategia dell’impero. Alla testa della sfilata in maschera gli Stati uniti e l’Arabia Saudita. Quelli che – documenta una inchiesta del «New York Times» (24 gennaio) – armano e addestrano i «ribelli» da infiltrare in Siria per l’operazione «Timber Sycamore», autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013, condotta dalla Cia e finanziata da Riyad con milioni di dollari. Confermata dalle immagini video del senatore Usa John McCain che, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, incontra nel maggio 2013 Al Baghdadi, il «califfo» a capo dell’Isis.

È l’ultima delle operazioni coperte Usa-Saudite, iniziate negli anni Settanta e Ottanta: per destabilizzare l’Angola e altri paesi africani, per armare e addestrare i mujahiddin in Afghanistan, per sostenere i contras in Nicaragua.

Ciò spiega perché gli Stati uniti non criticano l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani e la sostengono attivamente nella guerra che fa strage di civili nello Yemen. Fanno parte del gruppo mascherato anche la Giordania e il Qatar dove, documenta il «New York Times», la Cia ha costituito le basi di addestramento dei «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», da infiltrare in Siria e altri paesi.

Il Qatar fornisce per tali operazioni anche commandos, come fece quando nel 2011 inviò in Libia almeno 5mila uomini delle forze speciali. «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione», dichiarò poi il capo di stato maggiore Hamad al-Atiya («The Guardian», 26 ottobre 2011). Tra gli «antiterroristi» che si esibiscono alla Farnesina ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti, che hanno formato dal 2011 tramite la Blackwater un esercito segreto mercenario di circa 2mila contractor, di cui circa 450 (colombiani e altri latinoamericani) sono ora impegnati nell’aggressione allo Yemen. C’è il Bahrain che, dopo aver schiacciato nel sangue l’opposizione democratica interna con l’aiuto delle truppe saudite, ora restituisce il favore affiancando l’Arabia Saudita nel massacro degli yemeniti, impresa a cui partecipa il Kuwait, anch’esso membro del gruppo «antiterrorista». Di cui fa parte la Turchia, avamposto Nato della guerra contro la Siria e l’Iraq, che ha sostenuto l’Isis inviandogli ogni giorno centinaia di tir carichi di armi e altri materiali.