Adeste fideles, Valdesi e Evangelici-luterani ricordano come bypassare il Vaticano sulle Unioni civili Fonte: notizie evangelicheAutore: redazione

Nell’imminenza del voto parlamentare sui diritti delle coppie di fatto e omosessuali, il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, interviene nel dibattito. “Valdesi e metodisti difendono i diritti di tutte le coppie che si costituiscono in una relazione d’amore e di impegno reciproco. Non è compito di una chiesa dettare una legge o condizionare il legislatore nell’esercizio del suo mandato di rappresentanza degli elettori – afferma il moderatore Bernardini –. Ma una chiesa, così come ogni altra confessione religiosa, ha la possibilità di esprimere la propria idea e le proprie valutazioni su temi che la interrogano e la impegnano. E come valdesi e metodisti affermiamo con chiarezza che difendiamo i diritti di tutte le coppie che si costituiscono in una relazione d’amore e di impegno alla solidarietà reciproca. E ribadiamo, come facciamo da anni, che siamo pronti a benedire queste unioni nel nome di un Evangelo che è grazia e amore per tutte le creature di Dio”. Dal 2010 la Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) autorizza la benedizione delle coppie dello stesso sesso.Anche la Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI) aveva approvato, nel 2011, la benedizione di “unioni di vita non tradizionali” di persone etero e omosessuali sostenendo che “alla luce di molteplici pronunciamenti delle nostre Assemblee e dei nostri Sinodi, nonché della prassi locale, le nostre chiese si dichiarano aperte all’accoglienza di modelli di unione, anche tra persone dello stesso sesso, valorizzando il sentimento dell’amore, della libertà di scelta e l’impegno a una convivenza stabile. Si dichiarano pronte ad accompagnare con la preghiera quanti chiedono assistenza spirituale nel loro rapporto di coppia e nel loro cammino di fedeltà a Dio”. La presidente del Sinodo CELI Christiane Groeben, neoeletta vicepresidente FCEI, ricorda: “Uomini e donne sono alla continua ricerca di forme di relazione stabili e sostenibili. Il matrimonio rappresenta una forma centrale fra queste. Oltre al matrimonio esistono però altri modi di vivere la sessualità in maniera responsabile. Anche l’omosessualità è una delle espressioni della sessualità e gli omosessuali non inventano il loro orientamento ma lo trovano. E il compito della chiesa è quello di accompagnare le persone in tutti i modi di vivere, siano esse etero o omosessuali”.

La distruzione dell’Università e le ragioni di chi si oppone da: micromegaonline

 

 

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel 2009, il Ministro Tremonti aveva cominciato a raccontarci che l’Università italiana era popolata da professori baroni, nullafacenti e nepotisti e che “con la cultura non si mangia”. In nome dell’ obiettivo di tenere i conti pubblici in ordine, procedette coerentemente a un taglio del fondo di finanziamento ordinario alle Università statali che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunse nel 2011 gli 835 milioni, in netta controtendenza con quanto si faceva in altri Paesi europei (Germania, in primo luogo). In fondo, si disse, più o meno esplicitamente, i trasferimenti di risorse pubbliche agli Atenei sono uno spreco. Con i loro più o meno puntuali resoconti sui concorsi truccati, giornalisti ed economisti di area “riformista” avevano fornito le “basi teoriche” della “riforma”, che verrà poi ricordata con il nome di Maria Stella Gelmini. Se anche l’obiettivo da perseguire era quello, non era chiaro perché il settore maggiormente colpito dai tagli dovesse essere quello della formazione: in fondo, si è sempre ritenuto (e si ritiene in altri Paesi) che il sottofinanziamento della ricerca è la strada più efficace per prolungare e intensificare la recessione. E’ difficile negare, infatti, che il finanziamento pubblico della ricerca scientifica sia strategico per l’attuazione di flussi di innovazioni nel settore privato e dunque per generare crescita economica[1].

Come è noto, negli anni successivi non vi è stata alcuna inversione di tendenza. Tutt’altro: il sottofinanziamento delle Università ha raggiunto livelli tali da far prefigurare a SVIMEZ la chiusura totale delle sedi meridionali (non di singoli corsi di studio) nei prossimi venti anni e un drastico ridimensionamento dell’intero sistema universitario pubblico nazionale[2]. Uno scenario simile è contemplato nel rapporto della Fondazione RES 2015[3]. L’imposizione di limiti alle assunzioni, combinato con l’abolizione del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato e la sua sostituzione con il ruolo di ricercatore a tempo determinato, comporta un consistente aumento dell’età media del corpo docente e picchi di pensionamento.

Le proteste di quegli anni, lette a posteriori, non colsero la reale motivazione di queste scelte. Si disse che la controriforma dell’Università era voluta per dar spazio al privato; cosa solo parzialmente verificatasi. La motivazione era da ricercarsi altrove. Partendo dal dato per il quale le politiche formative in Italia sono da anni nelle mani di Confindustria. E le nostre imprese non hanno bisogno, salvo le dovute eccezioni, di lavoro altamente qualificato. Avevamo effettivamente troppi laureati, non già nel confronto internazionale (ne avevamo e ne abbiamo notevolmente meno), ma troppi rispetto alle esigenze di un tessuto produttivo che, anche per la caduta della domanda interna conseguente allo scoppio della crisi e dell’avvio delle politiche di austerità, accentuava le sue criticità: piccole dimensioni aziendali e scarsa propensione all’innovazione.

Lo stato di crisi estrema dell’Università italiana di inizi 2016 probabilmente dipende dall’estrema difficoltà tecnica e politica di realizzare un disegno ancora occulto nel 2009, del tutto palese oggi: differenziare le sedi in research e teaching. Nelle prime si fa ricerca, nelle seconde solo didattica, un po’ più dei Licei.

Le difficoltà tecniche riguardano essenzialmente il fatto che questo modello può realizzarsi solo facendo uscire l’Università dal “dal perimetro della pubblica amministrazione”, per usare un’efficace espressione del Presidente del Consiglio. Il che comporta almeno due passaggi.

1) Consentire la piena mobilità dei docenti fra Atenei, dando agli Atenei stessi la facoltà di reclutare senza concorso. Diversamente, poiché – come è stato fatto notare – l’attuale configurazione del sistema universitario nazionale è un modello a “eccellenze diffuse”, non si capirebbe in che modo gli Atenei “eccellenti” possano essere tali (ovvero, mantenere la propria condizione di “eccellenza” e accrescere la loro produttività) senza poter occupare i migliori docenti italiani ed esteri. Ma, a normativa vigente, i trasferimenti di sede sono di fatto bloccati, dal momento che l’avanzamento di carriera di un docente esterno costa notevolmente più dell’avanzamento di carriera di un docente interno.

2) Permettere la differenziazione del trattamento retributivo fra sedi universitarie diverse. In assenza di questo dispositivo, non si capirebbe per quale ragione un docente possa mai accettare di trasferirsi, assumendo peraltro un carico di lavoro che dovrebbe risultare più gravoso rispetto alla sede di provenienza. Se, infatti, la sede di provenienza è esclusivamente teaching, nella sede di arrivo ci si trova a erogare didattica non solo nelle lauree triennali, ma anche nelle lauree magistrali e nei Dottorati, con in più l’impegno della ricerca.

La realizzazione di questi passaggi richiede modifiche normative radicali, di difficile praticabilità, e anche difficilmente spendibili politicamente e per fini elettorali (occorrerebbe provvedere alla chiusura ope legis di sedi universitarie). Queste difficoltà creano una condizione per la quale, data la normativa vigente, ciò che può essere fatto è solo portare a lenta agonia le sedi che si intende chiudere – e che verranno chiuse con la nobile motivazione che sono poco produttive. Nel frattempo, si introducono “granelli di sabbia” nel sistema con interventi normativi apparentemente di poca rilevanza, ma che ben delineano il percorso. Fra i tanti, la possibilità data alle commissioni di concorso di valutare i candidati sulla base del “prestigio” della sede nella quale si sono laureati (si osservi, incidentalmente, che l’Università pubblica italiana non è strutturata in sedi più o meno prestigiose).

Si tratta inoltre di modifiche che sono ostacolate spesso dai sindacati e dalla Magistratura[4]. Sporadicamente anche da qualche docente. Più recentemente da un numero crescente di docenti, quelli che non parteciperanno all’esercizio di Valutazione della qualità della ricerca (VQR), legittimamente insoddisfatti di avere lo stipendio bloccato da cinque anni, non avere fondi per la ricerca, impiegare gran parte del loro tempo per far fronte a oneri burocratici la cui ratio sfugge ai più e che dovrebbero essere gestiti da un personale amministrativo anch’esso quantitativamente ridotto a meno dell’essenziale. È un’insoddisfazione pienamente comprensibile, soprattutto se si considera che un ricercatore universitario guadagna circa 2000 euro netti al mese, un professore associato circa 2500 e un professore ordinario poco più di 3000 (con anzianità di servizio di dieci anni).

È importante chiarire che, quantomeno nelle scienze umane e sociali (ma non solo), la valutazione della ricerca non è affatto neutra. Sul piano tecnico, essa viene realizzata attraverso l’uso di indicatori che segnalano il grado di diffusione di riviste scientifiche sulle quali hanno pubblicato i singoli docenti valutati. È del tutto evidente che, poiché le riviste più lette sono quelle che fanno riferimento al pensiero dominante, vengono premiati i ricercatori che si conformano a questo, ovvero che svolgono attività di ricerca lungo le linee di ricerca che prevalgono[5]. L’incentivazione del conformismo è il più efficace dispositivo di annientamento della creatività individuale e, dunque, della possibilità di generare innovazioni radicali nella conoscenza scientifica: non innovazioni ‘incrementali’ rispetto al paradigma dominante. Con una metafora,. sarebbe come se una ragazza con i capelli biondi si sottoponesse a un concorso di bellezza nel quale si è già deciso che possono vincere solo ragazze con i capelli neri.

NOTE

[1] Sul tema si rinvia a Mazzucato, M. (2014). Lo stato innovatore. Laterza: Roma.

[2] Per una sintesi, si veda: http://www.universita.it/universita-sud-rischiano-sparire/

[3] Viesti, G. a cura di (2015). Nuovi scenari. Una indagine sulle Università del Nord e del Sud. Fondazione RES.

[4] Si può considerare, a riguardo, un recente contenzioso in materia di valutazione della ricerca: http://www.roars.it/online/prosegue-il-contenzioso-sulla-collocazione-in-fascia-a-delle-riviste/. Altri ricorsi, anche su altri aspetti, sono riportati su http://www.roars.it.

[5] V. Forges Davanzati, G. (2015). Di cosa si occupano gli economisti, Micromega on-line, dicembre.

(29 gennaio 2016)

Se questo è un uomo. Perché legalizzare l’eutanasia da: micromegaonline

 

 

di Carlo Troilo *

Come atteggiarsi dinanzi alla morte; fino a quando considerare la vita degna di essere vissuta: sono questi i due punti su cui ritengo sia necessario accelerare il cambiamento (in corso da tempo) del “comune sentire” se si vuole arrivare a parlare di scelte di fine vita, di accanimento terapeutico, di testamento biologico ed anche di eutanasia senza contrapposizioni frontali e guerre di religione.
Per evitare le accuse di “derive eutanasiche”, è giusto trattare separatamente i problemi posti dall’invecchiamento della popolazione, che comunque vanno posti con forza alla attenzione del potere politico.
Il Giubileo in corso, dedicato alla Misericordia, merita che si dedichi una primaria attenzione ai temi dei malati, delle loro sofferenze e della morte.

La paura della morte

La paura della morte è un sentimento profondo nel cuore dell’uomo. Tolstoj ha descritto come nessun altro, nel suo capolavoro “La morte di Ivan Iliic”, la paura e l’orrore che essa suscita nel cuore dell’uomo: non solo del morente, ma anche delle persone a lui più care.
Questo sentimento di paura e di assurdità é presente fin dall’infanzia nel cuore dell’uomo, tanto che per far apparire la morte come un fatto “normale” si usava ancora, ai tempi lontani della mia infanzia, portare i bambini “a vedere i morti”, talvolta costringendoli anche a sfiorare con le labbra la loro fronte ghiacciata.
Fin da bambini, dunque, siamo stati abituati a vedere la morte come un castigo o una spaventosa fatalità. Già nei romanzi per l’infanzia abbiamo visto morire gli innumerevoli “cattivi”, ma anche “i buoni”, come il piccolo Lord e la piccola vedetta lombarda.
Serve dunque una prima “rivoluzione culturale”.

La morte deve essere presentata per quello che è: il termine naturale della vita, un evento inevitabile che spesso rappresenta la fine di anni di sofferenza. Leopardi la attende come liberatrice: “Solo aspettar sereno / quel dì ch’io pieghi/ addormentato il volto/ nel tuo virgineo seno”. Ed anche un poeta a noi più vicino nel tempo, Cardarelli, la invoca con tenerezza: “Morte, non mi ghermire/ ma da lontano annunciati/ e da amica mi prendi/ come l’estrema delle mie abitudini”.
E soprattutto la morte non deve essere più vista come un fatto da combattere anche quando la gravità della malattia e/o l’età avanzata non lasciano spazio a speranze fondate ma solo al feroce accanimento terapeutico. “Accanimento”, pensando al Giubileo, è l’opposto di “Misericordia”.

Senza questa svolta – nel comune sentire e nel comportamento dei medici – non sarà facile parlare di eutanasia come d’una scelta legittima ed “opportuna”, per usare la bella espressione di Piero Welby.

La dignità della vita

La seconda “rivoluzione” riguarda una questione molto complessa e controversa: fino a che punto la vita è degna di essere vissuta.
Anche molti degli italiani favorevoli alla legalizzazione dell’eutanasia pensano che un intervento attivo per favorire la morte si giustifichi unicamente in presenza di una malattia che lasci solo la possibilità di una breve sopravvivenza. Il termine “eutanasia” viene quindi associato, nella maggior parte dei casi, al concetto di “malato terminale”.
Invece è necessario capire che una persona può volere la morte – anche quando la sua esistenza può ancora trascinarsi per qualche tempo – se sente che essa, in quelle condizioni, non è più degna di essere vissuta.

Il malato tormentato senza tregua da sofferenze fisiche o psichiche, e senza la speranza di guarire; la persona che dal suo male è costretta alla immobilità ed a subire tante umiliazioni; il “grande vecchio” che non ha più alcun interesse per la vita; i malati di Alzheimer, ridotti per anni a “morti viventi”: tutti costoro hanno perso la dignità della vita, anche se la loro formazione culturale, non solo religiosa, non gli consente di ammetterlo. Per tutti loro vale l’interrogativo di Primo Levi: “Se questo è un uomo”. A tutti loro andrebbe riconosciuto il diritto a por fine ad una vita che non ha più né senso né valore né dignità.
E allora, per impostare correttamente una riflessione pubblica – e dunque anche politica – sulla eutanasia, é necessario ragionare sui criteri in base ai quali le persone, nei loro diversi modi di essere e di sentire, valutano “la dignità della vita”.
Naturalmente, una riflessione di questo tipo può apparire superflua ai credenti più fervidi, per i quali la vita non può mai essere considerata “non degna” e tanto meno “disponibile”, essendo un dono di Dio, sulla cui fine solo lo stesso Dio può decidere tempi e modi.

Rispetto questa posizione, pur considerandola, da non credente, assurda (che dono è se non resta nostro fino alla fine?) e perfino crudele. Ma ricordo che i “veri credenti” (quei cattolici, per intenderci, che sono credenti, praticanti e osservanti) sono in Italia una minoranza, per cui non è giusto che il loro punto di vista divenga “obbligatorio” per tutti gli altri; e che anche molti fra i più rigorosi fra loro si concedono delle libertà perfino rispetto ai Comandamenti ed alle prescrizioni più importanti della Chiesa: in particolare, ma non solo, per quanto riguarda il ricorso ai contraccettivi.

Per questo, mi rivolgo anche ai credenti, per un dialogo civile che non dovrebbe mai incontrare anacronistici veti.
Molti dei non credenti, pur non pensando che la vita sia “un dono di Dio”, la considerano come una misteriosa fatalità e “si lasciano vivere”, seguendo le regole più comuni e le abitudini più consolidate: studiano, lavorano, si sposano, formano una famiglia, invecchiano. Quando si ammalano, accettano come fatalità anche la decadenza del fisico e dell’intelletto, non si chiedono se la loro vita è ancora degna di essere vissuta, non si pongono il problema del trauma e dei mille problemi che la loro prolungata e inutile sofferenza rappresenta per le presone care, attendono la morte usufruendo di tutte le risorse che la medicina mette a loro disposizione e considerando quasi un dovere assoggettarsi anche a terapie prolungate ed invasive in cui essi stessi non ripongono alcuna reale fiducia. Sono persone che semplicemente non si pongono il problema della dignità della vita, per limiti soggettivi di sensibilità e di cultura. Per loro la morte è “un evento” come gli eventi della natura: il sole e la pioggia, la luce ed il buio. Realtà su cui non si può influire.

Ma ci sono anche, fra i non credenti, molte persone che seguono nella vita una loro “religione laica” (i “santi laici” de “La peste” di Camus ne sono per me l’emblema): per loro la vita mantiene la sua dignità solo finché sono in grado di perseguire quei valori e di ottemperare a quei doveri che hanno posto a fondamento del loro modo di essere e di vivere.
Quando la malattia o la vecchiaia impediscono per sempre a queste persone di perseguire gli obiettivi che sono stati fra le ragioni primarie del loro vivere; quando non hanno più nulla da dire e da dare non dico alla società ma nemmeno a familiari ed amici; quando essi stessi non desiderano più vivere; quando la mente spenta ed il corpo incontinente li fanno sentire come un peso insostenibile per se stessi e per le persone che amano: allora essi vogliono poter esercitare quel diritto alla autodeterminazione su cui si sono basate le loro scelte in vita. Vogliono quel diritto alla eutanasia, a quella “buona morte” (ricordiamo sempre l’etimologia della parola) che per secoli ha rappresentato un punto fermo per i più grandi pensatori, fino a quando, con il prevalere del pensiero cattolico, si è affermato ed è divenuto opinione corrente il concetto della vita come “dono di Dio”.

Montanelli diceva – con il suo stile icastico – che vale la pena di vivere finché si è in grado di andare in bagno da soli.
Io ho vissuto il dramma di mio fratello Michele, malato terminale di leucemia, che dopo aver cercato invano una soluzione di eutanasia, si era rassegnato a vivere ancora quelle poche settimane che gli restavano. Poi, una mattina all’alba, aprì la porta finestra del terrazzo e si gettò nel vuoto dal quarto piano. Dopo, la sua badante ci raccontò che la sera precedente Michele aveva avuto per la prima volta un episodio di incontinenza. Lei lo aveva spogliato, lo aveva lavato, gli aveva messo un pannolone e lo aveva rimesso a letto. Ma Michele – un anziano scapolo riservato e pudico – non si era sentito di affrontare di nuovo, nei giorni successivi, quella umiliazione: quella che riteneva, appunto, la fine della dignità della sua vita.
Come Michele, mille malati si suicidano ogni anno, ed oltre mille, ancor più sfortunati, tentano invano di farlo.

Anche per rispetto delle loro tragedie, e per far sì che non sia più necessario il ricorso a questo tipo di “morte indegna”, è necessario un grande, pacato ed incessante impegno perché il tema della “dignità della vita” – e quello, strettamente connesso, del desiderio di porre fine ad una esistenza giudicata non più degna – arrivi ad essere compreso dalla grande maggioranza degli italiani.

Perché nella legge che legalizzerà l’eutanasia – quando verrà – essa dovrebbe essere consentita anche al malato non terminale, che rifiuti però una vita “indegna” : sia se la richiederà, essendo nel pieno delle sue capacità mentali, sia se, privo ormai di queste capacità, l’avrà richiesta, “ora per allora”, con le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (o testamento biologico).

La vecchiaia e la società

Il problema della dignità della vita si pone per lo più nella vecchiaia dell’uomo, una stagione della esistenza evocata per lo più dolorosamente da scrittori e poeti: i versi quasi rabbiosi di Guido Gozzano (“la vecchiezza/ l’orrida vecchiezza/ dai denti finti e dai capelli tinti”) erano stati preceduti da quelli angosciati di Leopardi (“A me, se di vecchiezza/ la detestata soglia/ evitar non impetro/ quando muti quest’occhi all’altrui core/ e lor fia voto il mondo/ e il dì futuro del dì presente/ più noioso e tetro…….”).
Dopo la fine della famiglia patriarcale, che almeno dava ai vecchi il riconoscimento di una presunta saggezza ed il privilegio della autorità, sarebbe tempo di ragionare sulla realtà della vecchiaia nella società moderna.

Non dimentichiamolo mai: il rapidissimo aumento della vita media porta, e sempre più porterà, ad un parallelo invecchiamento della popolazione e ad un aumento delle malattie che accompagnano inevitabilmente la vecchiaia. Già oggi gli over 65 in Italia sono oltre 13 milioni, due milioni dei quali non autosufficienti. Le persone colpite da varie forme di demenza, in Italia, sono più di un milione, per lo più malati di Alzheimer; e saranno due milioni nel 2030. Chi di noi ha visto, in un ospedale o in un pensionato, persone senza specifiche malattie se non una estrema e “cattiva” vecchiaia o malati terminali attaccati alle macchine, ridotti a “morti viventi”, non ha potuto fare a meno di chiedersi se aiutarli a compiere l’ultimo passo non sarebbe giusto ed umano. E soprattutto si è chiesto perché a ciascuno di noi è vietato dire “ora per allora”, con un testamento biologico: se dovessi ridurmi così voglio che mi si faccia smettere di soffrire; voglio morire.

Mi capita ogni tanto, per senso del dovere, di andare in visita ad un amico malato di Alzheimer. Cerco di parlare con lui, ma non risponde e sono sicuro che non mi riconosce, né capisce quel che gli dico. Qualche volta, se qualcosa lo innervosisce, dice solo rabbiosamente una parola oscena, lui che non ha mai detto parolacce in vita sua. Muto, ti guarda con degli occhi che definiresti spenti, se non vi fosse nel suo sguardo qualcosa di inquietante, una infinita tristezza.
Le analisi mediche hanno confermato che le sue condizioni generali sono ottime. Dunque egli potrebbe vivere in questa situazione per molti anni ancora, sulla sua sedia a rotelle, con i suoi pannoloni, con i suoi occhi spenti.
E mi torna in mente la domanda angosciata di Primo Levi: ditemi voi “se questo è un uomo”.

Ma oltre agli aspetti umani di queste vicende, mi sembra disonesto, in un discorso su questi temi, ignorare altri due problemi che una vecchiaia disastrosa pone – o potrà porre – ad ognuno di noi ed alla società in cui viviamo, già così lontana dai tempi felici del miracolo economico e del welfare che sembrava non dovesse mai cessare di darci certezze e conforto.

Uno è un problema oggettivo, di carattere economico, che in prospettiva ha la potenzialità di scardinare la sanità e la previdenza dell’Italia, già oggi traballanti, e che comporta per i caregiver i gravissimi problemi economici derivanti dalla necessità di farsi aiutare da una o più badanti e le impegnative e costose terapie. Problemi che saranno del tutto insostenibili quando arriverà al traguardo del fine lavoro la “generazione Fornero”, con le sue pensioni ben più misere di quelle attuali.

L’altro è un problema esistenziale. Ormai è sempre più frequente vedere persone di 70 anni che trascinano un vecchio genitore per strada o per le corsie di un ospedale. Ed è facile immaginare a quale vita di inferno siano ridotte le giornate di questi anziani caregiver.

Questi drammatici risvolti della estrema vecchiaia sono stati messi in luce da uno studio del governo francese, premessa per un importante piano nazionale contro la non autosufficienza: un problema di primaria importanza che il governo italiano continua ad ignorare. Due i dati più impressionanti: 1) I francesi che aiutano un parente anziano con vari gradi di non autosufficienza sono 4,3 milioni ed aumenteranno del 50% da qui al 2035. Più del 40% di loro soffre di fenomeni di depressione; 2) Le pensioni e le varie forme di aiuti oggi esistenti coprono solo una parte dei costi di assistenza. Mediamente, mancano da 350 a 500 euro al mese, per cui le famiglie sono obbligate ad intaccare i loro patrimoni e, spesso, a vendere (e il più delle volte, a svendere) la nuda proprietà della casa dei genitori.

In conclusione, penso che in primo luogo sia doveroso premere sul governo e sulle forze politiche perché affrontino, con misure e mezzi adeguati, il dramma della assistenza ai vecchi, specie se non autosufficienti. In secondo luogo, ritengo che dovrebbe essere lecito esprimere – senza sentirsi paragonare a Hitler e ai suoi medici sadici – l’opinione che forse, se l’estrema vecchiaia ti riduce a un morto vivente, è meglio non arrivarci, chiedendo, prima che sia troppo tardi e che il senno ti abbandoni, di poter porre fine alla propria esistenza.

A chi tocca affrontare questi problemi?

Alla politica, alla cultura, alla scuola, alla famiglia, agli opinion leader. Ma, prima ancora, ai cittadini che un giorno, fatalmente, giungeranno a conoscere la malattia e la vecchiaia e che, dinanzi alla morte, dovranno scegliere fra le soluzioni, tutte pessime, oggi concretamente possibili: una lunga e inutile agonia, per sé e per i propri cari; una delle 20mila “eutanasie clandestine” offerte ogni anno negli ospedali da medici pietosi e coraggiosi; uno dei modi atroci in cui ogni anno 1.000 malati si suicidano e più di 1.000 tentano di farlo senza riuscirvi. Quando diremo basta a questa strage degli innocenti”?

* Associazione Luca Coscioni