Giornata della Memoria – L’orrore di Ravensbrück, il lager delle donne “non conformi”, ricostruito da Anpi, Cgil e Udu da. leggimionline.it

Nel Dipartimento di Scienze Politiche di Catania tante voci e un incontro per ricordare Ravensbrück, il “lager delle donne” creato da Himmler nel 1938. Un campo che ospitava donne “non conformi” spesso utilizzate come prostitute negli altri campi di concentramento nazisti. Su 110.000 deportate si stimano circa 92.000 vittime

Un momento dell'incontro, organizzato a Catania da Anpi e Cgil, su Ravensbrück

Un momento dell’incontro, organizzato a Catania da Anpi e Cgil, su Ravensbrück

Catania – Picchiate e spesso stuprate, divorate dai pidocchi, senza denti, coperte di stracci. Succedeva a Ravensbrück, il campo dal clima glaciale, così come di ghiaccio erano le intenzioni dei nazisti che lo trasformarono in un lager per lo sterminio di sole donne. In quell’atroce “ricovero” morirono circa 92 mila donne.
L’Anpi, l’associazione dei partigiani, la Cgil e l’Udu, l’Unione degli studenti di Catania, hanno dedicato la Giornata della Memoria alle stragi del campo di “rieducazione” per le donne costruito nel 1939 e trasformato in un secondo momento in campo di concentramento con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi” (prigioniere politiche, antifasciste, socialdemocratiche, testimoni di Geova, lesbiche, rom, prostitute, disabili).

Monumento intitolato "Due donne" di Will Lammert e Fritz Cremer, Muro delle Nazioni, Ravensbrück

Monumento intitolato “Due donne” di Will Lammert e Fritz Cremer, Muro delle Nazioni, Ravensbrück

L’incontro, tenutosi ieri pomeriggio nella facoltà di Scienze politiche, ha offerto l’opportunità di conoscere dati storici, riflessioni, letture, e anche immagini e coreografie dedicate al ricordo del campo, curate dai ballerini Alessandro Caruso e Roberta D’amico. Ad aprire i lavori è stata la presidente dell’Anpi Catania Santina Sconza. Sono intervenuti il docente Rosario Mangiameli, il responsabile ANPI SUD Enzo Calò, il segretario generale della Camera del lavoro Giacomo Rota, la segretaria confederale della Cgil Pina Palella.

Santina Sconza ha ricordato il significato della Giornata della memoria, ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno per ricordare le vittime dell’Olocausto così come deciso da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2005. Ma dire 27 gennaio significa anche dire Resistenza – ha ricordato la Sconza – e i valori ad essa correlati e cioè libertà, democrazia e tutti i contenuti della Costituzione italiana. Anche Rota ha voluto sottolineare l’importanza di un evento come questo per la Camera del lavoro di Catania, che sempre lavora in tandem con l’Anpi per coltivare la memoria.

Le donne di Ravensbrück

Le donne di Ravensbrück

Ma perché scegliere proprio il caso Ravensbrück? “Perché il quel campo l’intenzione era sin dall’inizio quella di ‘rieducare’ donne considerate fuori dalla norma, per poi sterminarle – racconta Pina Palella -. Le donne furono uccise e violentate con modalità variabili; spesso furono usate come cavie. Solo il 10 per cento di loro erano ebree, per il resto erano donne considerate fuori dagli schemi nazisti, moltissime delle quali tedesche o residenti in altri Paesi d’Europa. In ogni caso, in quanto donne, erano considerate inferiori e potenziali oggetti di qualunque violenza”.

Eppure la memoria, il ricordo di quegli atti e di quegli anni è ancora l’unico antidoto a quella violenza, come ha spiegato Calò: “Con la memoria possiamo compiere l’oltraggio più grande al fascismo e al nazismo. Non era un caso se nella “notte della nebbia” i nazisti cancellavano tutto al loro passaggio: case, persone, reperti, case, persino animali.

Ricordare tutto questo, ricordare la storia significa contrastare quei gesti, quegli orrori. I conti con la storia purtroppo non sono ancora finiti. Chiediamo ancora oggi agli storici di cercare la verità. Invece, al contrario, andiamo contro la mistificazione di quanto accadde in quegli anni”.

La polizia: Casa Pound «tutela i deboli» da: ilmanifesto.info

Giustizia. Violenti solo se provocati dalla «sinistra radicale», secondo l’informativa del Ministero dell’Interno al Tribunale civile di Roma. «Organizza manifestazioni nel rispetto delle leggi e senza turbative dell’ordine pubblico»

Manifestazione di Casa Pound

Leggere un rapporto della Polizia di Stato sull’organizzazione di estrema destra Casa Pound Italia, è davvero istruttivo. Anche se, comprensibilmente, ha destato molte reazioni di sconcerto l’informativa con la quale la Direzione centrale della Polizia di prevenzione (ex Ucigos) descrive vita e attività dell’organizzazione, capeggiata da Gianluca Iannone, ai magistrati del tribunale civile di Roma che ne hanno fatto richiesta per dirimere una causa intentata dalla figlia di Ezra Pound sull’uso del nome del padre.

Secondo il documento trasmesso l’11 aprile 2015 dal ministero dell’Interno, che porta in calce la firma del direttore centrale dell’ufficio, il prefetto Mario Papa, il «sodalizio» che dichiaratamente sostiene «una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio» «organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo a illegalità e turbative dell’ordine pubblico».

La Polizia non nega l’uso («spesso») della violenza da parte di alcuni militanti dell’associazione, soprattutto quando infiltrati «nel mondo delle tifoserie ultras calcistiche», ma solo «nei confronti di esponenti di opposta ideologia, anche fuori degli stadi». D’altronde vengono provocati, sembra affermare il report quando spiega in ultima analisi che «la sinistra radicale, in special modo gli ambienti autonomi e quelli anarco-insurrezionalisti, sotto la spinta del cosiddetto “antifascismo militante”, non riconoscono a Casa Pound e alle altre organizzazioni politiche di estrema destra il diritto “all’agibilità politica” sull’assunto che debba impedirsi ai “fascisti” la fruibilità di ogni spazio cittadino, con il conseguente frequente ripetersi di episodi di contrapposizione caratterizzati da contenuti di violenza».

Dimentica però, la Polizia di Stato, che nel 2013 anche l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, commentando l’inchiesta «lame» della procura di Napoli aperta dopo diverse aggressioni, che coinvolse alcuni esponenti di Casa Pound, si interrogava «con sgomento sia sul circolare, tra giovani e giovanissimi, di una miserabile paccottiglia ideologica apertamente neonazista, sia sul fondersi di violenze di diversa matrice, da quella del fanatismo calcistico a quella del razzismo ancora una volta innanzitutto antiebraico».

Se lo ricorda invece Fabio Lavagno, deputato del Partito democratico, che ha depositato ieri un’interrogazione al governo e sta «raccogliendo le firme necessarie per un’interpellanza parlamentare in modo che il ministro dell’Interno possa riferire in aula a Montecitorio su questa inquietante vicenda». «Va bene che il movimento di estrema destra cerchi forme di legittimazione e visibilità continuamente, non da ultime l’adesione al Family day e le manifestazioni comuni con la Lega di Salvini — scrive il deputato in una nota — vedere però che questa descrizione stia nero su bianco in una nota della Polizia al ministero dell’Interno risulta piuttosto inquietante». Soprattutto quando, aggiunge Lavagno, «si descrive CasaPound come un’organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinati, con un’abile strategia linguistica che tende ad eufemizzare i passaggi più scomodi e la natura violenta di cui, come si è visto, è costellata la storia di CasaPound, quasi esclusivamente all’ambito sportivo, luogo tra gli altri di proselitismo all’interno delle tifoserie ultras».

Per la Polizia di Stato, infatti, Casa Pound ha come «impegno primario» la «tutela delle fasce deboli» ma rivolge la propria attenzione anche «alla lotta del precariato ed alla difesa dell’occupazione attraverso l’appoggio ai lavoratori impegnati in vertenze occupazionali e le proteste contro la privatizzazione delle aziende pubbliche». E oltre alle «numerose iniziative» intraprese «sotto l’aspetto meramente aggregativo e ludico», Casa Pound ha trovato anche il modo di dedicarsi a «tematiche in passato predominio esclusivo della contrapposta area politica» come «il «sovraffollamento delle carceri o la promozione di campagne animaliste».

Ecco, il tribunale di Roma ora potrà serenamente giudicare se l’immagine e il nome di Ezra Pound siano stati lesi dall’uso che ne ha fatto l’organizzazione, come sostiene la figlia del poeta.

Le donne prime sentinelle ambientali da: ndnoidonne

Troppa o poca pioggia sta provocando una emergenza umanitaria progressiva. I rifugiati climatici saranno circa 500 milioni entro il 2050 e almeno 200mila si sposteranno dall’Africa

Emanuela Irace

Piccole isole che scompaiono, popolazioni senza più terra ma anche dati statistici e cifre che si dimenticano. Come il numero delle vittime di un uragano, donne e uomini scampati allo tsunami o al ciclone Katrina. Intere famiglie sfollate e dirottate nei campi profughi. Sono i popoli strappati alla terra dopo una catastrofe naturale. Sono i sopravvissuti alla siccità o alla troppa acqua. Per molti osservatori sono le vittime di un modello di sviluppo che produce rifugiati ambientali, con cifre da capogiro. Secondo un rapporto dell’Environmental Justice Foundation, sfioreranno i 500 milioni entro il 2050. Tra questi almeno 200mila, soltanto per l’Africa, potrebbero accedere allo status di rifugiato climatico.

Una emergenza umanitaria progressiva, meno eclatante della guerra, ma che come la guerra richiede protezione. “Environmental refugees”, è stato il termine coniato per gli oltre 300mila evacuati in seguito all’esplosione del reattore nucleare di Chernobill. Era il 1986. Da allora in ambito accademico la configurazione giuridica si è evoluta. “Il punto – spiega la giurista Anna Brambilla – è trovare una categoria di protezione umanitaria che connoti i rifugiati climatici dando loro uno status giuridico che li differenzi da altre categorie di migranti e richiedenti asilo”. Un popolo di invisibili, quasi sempre piccoli gruppi sociali, prevalentemente donne, contadini e pescatori che hanno perso ogni capacità di auto sostentamento. Intere comunità che in ogni parte del globo sono costrette a migrare perché il mare entra dappertutto e il sale brucia la terra. Perché la stagione delle piogge dura meno con conseguenze drammatiche in tutta l’Africa australe, ma non solo. In Senegal per proteggere le coltivazioni si potenzia l’utilizzo di mangrovie, le foreste acquatiche che trattengono l’alta marea.

Ai bordi del lago Vittoria si coltivano varietà arboree che fanno da scudo ai problemi legati alle variazioni climatiche. Piogge che duravano 80 giorni ridotti a 60 e ci si industria importando razze di capre capaci di sopportare lunghi periodi di siccità. Altrove non c’è modo di resistere. In Tchad il cambiamento climatico spinge interi villaggi a continui spostamenti interni, col corollario di tensioni inter-etniche strumentalizzate dal terrorismo di matrice jihadista. Succede in Mali nella comunità peules dove ancora una volta sono le donne le prime sentinelle ambientali. Attente ai particolari sono le prime a monitorare il territorio perché sono loro da sempre a cercare cibo e acqua per la famiglia.

Anche la salute della comunità è in mano alle donne. Erbe medicinali sensibili ai cambiamenti ambientali che non si trovano più mettendo in crisi economie basata sulla sussistenza. Migrazioni fuori confine per i rifugiati del Bangladesh fuggiti da paesi letteralmente sommersi dall’acqua. Fantasmi che sfuggono alle statistiche e nessuna legge internazionale che li riconosca. Condizioni legate all’ambiente che sono sempre esistite ma che negli ultimi due decenni hanno subito un’impennata. Che si abbracci la tesi negazionista o che si esageri nell’allarmismo resta un dato incontrovertibile: sono sempre meno le terre a disposizione, e senza terra non c’è cibo. “Per questo – prosegue la giurista Anna Brambilla – “è indispensabile considerare il contesto di provenienza e distinguere tra ambiente e clima, tra migrant worker e rifugiato climatico”. Un rompicapo per associazioni come l’UNCHR e uno spauracchio per la politica che prima o poi dovrà confrontarsi con una nuova categoria di richiedenti asilo.

Foto tratte dal sito: http://www.alovelyworld.com/webmali/htmfr/djenne_marche_malienne.htm

La salvezza del mondo? Passa per il femminismo da. ndnoidonne

Un saggio di Paola Diana per non perdere la capacità di sognare un mondo migliore per noi stesse e per gli altri. Per dispensare opportunità, pari opportunità

inserito da Marina Caleffi

“Hey hey, i saved the world today… tutto ciò che c’era di cattivo se ne è andato via…le cose buone sono qui per restarci…per favore fatele rimanere”…cantava Annie Lennox , vox e front woman indiscussa dei mitici Eurythmics. E salvare il mondo ha molto a che fare con le donne, il principale fattore di cambiamento del XXI secolo.

In questo solco è uscito in libreria “La salvezza del mondo”, saggio di Paola Diana, imprenditrice italiana, editato da Castelvecchi nella collana Le Polene. Paola da anni si occupa di tematiche relative a welfare e pari opportunità, in particolare del lavoro femminile, tramite l’Osservatorio PariMerito http://www.parimerito.com. Un excursus sulla condizione femminile attraverso lo spazio e il tempo, centrato sulle sfide della “womenomics”, con un messaggio chiaro: solo le donne possono salvare il mondo in cui viviamo. Ma di certo non da sole. Soltanto attraverso la valorizzazione di tutti i talenti si può migliorare lo stato delle cose.

“Le donne sono la salvezza del mondo”, spiega, ma non in quanto donne. La salvezza del mondo come lo stiamo vivendo oggi passa per il rispetto dei diritti umani e per la valorizzazione di tutti i talenti. E l’apporto fornito dai talenti femminili non può più essere messo da parte. Donne e uomini sono uguali? Questo no, ed è un bene: devono poter arricchire la società con le proprie differenze. Su tutto, un invito: smettere di pensare il termine femminismo come frutto di un’opposizione fra due mondi, una lotta per la supremazia. Farlo diventare, come ha fatto di recente il Primo Ministro Canadese Trudeau, una medaglia d’onore, per uomini e donne in cerca di una via migliore e possibile. E come lui, il sogno dell’autrice sarebbe che anche il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi si dichiarasse orgogliosamente femminista.

Non solo una denuncia dei problemi ma un saggio che mette in luce possibili soluzioni, offrendo strumenti pratici per uscire dall’impasse. Un appello ai governi del mondo a non tacere delle violazioni dei diritti; un’esortazione a chi educa le generazioni future a non perpetrare beceri stereotipi sotto forma di retaggio culturale; proposte di legge e regolamenti concrete per sfondare, in Italia, quel soffitto di cristallo che nega alle donne visibilità e pari opportunità. Idee reali e realizzabili, portate avanti anche al lavoro di studio e ricerca Osservatorio PariMerito di cui Paola Diana è fondatrice e Presidente, che si impegna per mettere in luce le disparità di trattamento e fa da motore e catalizzatore per azioni che le possano contrastare. “Un saggio molto interessante: pieno di informazioni sorprendenti…soprattutto per un maschio”. Parola del sociologo Domenico De Masi.

Padri gay e madri lesbiche, non per capriccio ma per coscienza da: ndnoidonne

Intervista a Tommaso Giartosio, scrittore e conduttore radiofonico, dell’associazione Famiglie Arcobaleno

inserito da Maria Fabbricatore

Tommaso Giartosio è scrittore e conduttore di Fahrenheit su Rai Radiotre, e con Gianfranco Goretti è diventato papà di Lia e Andrea grazie a una “gestazione per altri” (o maternità surrogata) negli Stati Uniti.

Famiglie Arcobaleno è la principale associazione di genitori omosessuali in Italia: com’è nata e quando?
Nasce nel 2005 dopo una serie di discussioni entro un gruppo di lesbiche italiane. Molte di loro erano già diventate madri con le tecniche di procreazione assistita, altre intendevano farlo, c’era dunque il bisogno di associarsi. Si discuteva con calore sull’opportunità di fare o no un’associazione aperta agli uomini; alla fine ha prevalso l’apertura. Quando ci siamo iscritti, a un anno e mezzo dalla nascita di Famiglie Arcobaleno, c’era una sola coppia di padri oltre a noi. L’associazione poi ha continuato a crescere; oggi ha 800-900 soci. Esistono molte associazioni omologhe in altri paesi.

Quando siete entrati in Famiglie Arcobaleno come hanno reagito le donne?
E’ stata una grande sorpresa per noi. Nell’associazione erano iniziate le discussioni sulla gestazione per altri, e sin dall’inizio a difenderci sono state soprattutto le coppie di donne, anche negli anni successivi. Erano loro a tutelarci, perché non accettavano l’idea che la madre sia solo quella che partorisce. Erano le prime a difendere l’idea che si è genitori perché ci si fa carico di un ruolo, perché si avvia un progetto, perché ci si assume una responsabilità; il fatto che poi fisicamente una delle due abbia la gravidanza e l’altra no non è certo privo d’impatto, ma non fa di una donna la madre e dell’altra una sorta di stampella. Quindi erano (e sono) molto preoccupate del fatto che si attaccasse la gestazione per altri, perché anche per loro era importantissimo riconoscere che la famiglia nasce dall’amore, non dalla biologia.

Com’è diventato genitore insieme al suo compagno?
È stato un percorso graduale. Ci siamo sposati nel ’98 in Italia, con una cerimonia molto sentita. Ne parlarono anche i giornali, ma ovviamente non aveva valore legale. Poi abbiamo cominciato a ragionare su come poter avere dei figli. Ne abbiamo discusso molto tra di noi e con gli amici, tenendo conto del fatto che in Italia non potevamo adottare.

Ancora oggi in Italia una coppia omosessuale non può adottare. Con la legge Cirinnà cosa cambierebbe?
A una coppia gay o lesbica continuerebbe a essere proibita l’adozione congiunta, cioè l’adozione di bambini esterni alla coppia. Diventerebbe invece possibile per uno dei due membri della coppia adottare il figlio legittimo dell’altro. È la cosiddetta “adozione del figlio del partner”, o stepchild adoption. Per le coppie eterosessuali sposate questo è già possibile, fin dal 1983: se per esempio una donna ha un figlio da un uomo e poi sposa un altro uomo, quest’ultimo può adottare il bambino, di solito con il consenso del padre legale (se c’è). Dal 2007 i tribunali hanno cominciato ad applicare questo principio anche alle coppie eterosessuali conviventi. La novità è che con la legge Cirinnà quello stesso regime sostanzialmente sarebbe a disposizione delle coppie omosessuali: un gay o una lesbica potrebbe adottare la figlia del suo partner. Figlia o figlio che può essere frutto di una precedente relazione etero, o di una procreazione assistita, o di una gestazione per altri (quello che qualcuno chiama ancora utero in affitto).

Ma all’estero gli omosessuali possono adottare?
In molti paesi, anche dell’Unione europea, le coppie dello stesso sesso possono adottare il figlio del partner e anche praticare l’adozione congiunta. Gay e lesbiche italiane no. E non possono neanche andare ad adottare bambini all’estero, perché l’adozione da parte di una coppia omosessuale o di un single non verrebbe poi riconosciuta dallo Stato italiano. Un nostro amico che aveva adottato un bambino in America si è dovuto trovare un lavoro in Svizzera: l’adozione attuata negli Usa è riconosciuta dagli svizzeri, ma non dall’Italia.

Ritornando alla vostra esperienza, quali possibilità avete vagliato prima di andare in America?
Una volta esclusa la possibilità di adottare all’estero, abbiamo pensato di fare una co-genitorialità. Cioè abbiamo pensato di avere dei figli con una donna esterna dalla coppia. Ne abbiamo parlato con qualche amica, però la cosa non è andata in porto. Sarebbe stato un percorso difficile.

Perché? C’è un vuoto culturale in Italia che non permette questo tipo di esperienza?
In realtà queste donne sono state molto generose, noi abbiamo solo gratitudine nei loro confronti. Però quello che succede è che in realtà tu vuoi avere un figlio con la persona che ami, o talvolta da sola; e ovviamente è difficile condividere un figlio anche con altri.

In America avete iniziato un percorso conoscitivo attraverso le agenzie a cui si rivolgono le donne che intendono fare la gestazione per altri.
Si, nel 2000 siamo andati in California – ci avevo vissuto qualche anno, era una realtà che conoscevo bene. Abbiamo contattato un’agenzia, ci siamo informati. Abbiamo visto che la legge americana impone delle condizioni di tutela: la “portatrice” (si dice così) deve avere già avuto figli, deve essere informata e consapevole, deve godere di stabilità economica. Riceve anche un compenso, ma non è un incentivo tale da convincerla a fare qualcosa in cui non crede: è come la retribuzione che giustamente ricevono tante persone che svolgono attività fortemente vocazionali: pensa alle dottoresse che lavorano nelle Ong in Africa… Però abbiamo deciso di rifletterci ancora, siamo ritornati in Italia e sono passati quattro anni. Nel 2004 siamo ritornati e abbiamo conosciuto Nancy, che è una donna straordinaria; ed è così che ci siamo convinti.

C’è stata una sintonia con Nancy?
Sì. C’è una forte empatia. È un’infermiera professionista, ha quattro figli, anche nella sua famiglia è una persona che ama aiutare gli altri. Ha un cugino gay a cui è molto legata e che non aveva potuto avere figli. Quindi ha deciso di fare questo percorso, e noi insieme a lei. L’agenzia incrocia questionari molto dettagliati in cui ognuna delle parti in causa si presenta, si racconta, si dice con chi vorrebbe avere a che fare…

Quindi è l’agenzia che media tra la madre e la coppia?
Di solito sì, infatti il primo passo è scegliere l’agenzia.

E questa pratica, la gestazione per altri, è legale solo in California oppure anche in altri Stati?
È legale in buona parte degli Stati Uniti, ma in ogni Stato è regolata in modo diverso. In alcuni è particolarmente facile praticarla, esiste un iter prestabilito: la California, l’Ohio… Inoltre moltissime coppie vanno in Canada.

Secondo lei come mai in Italia si fa tanta fatica su questioni come le unioni civili o su argomenti come la gestazione per altri?
Prima di tutto vorrei chiarire che non c’è nessun nesso diretto tra unioni civili e gestazione per altri. Nelle unioni civili, l’adozione del figlio del partner riguarderebbe quasi solo le coppie lesbiche, perché sono soprattutto loro ad avere figli – ovviamente senza ricorrere alla gestazione per altri. Quanto a quest’ultima, è già vietata in italia, e rimarrà vietata anche se si approvasse il disegno di legge sulle unioni civili. Inoltre viene praticata nella stragrande maggioranza dei casi da coppie eterosessuali con problematiche riproduttive. I gay c’entrano davvero poco.
Ma per rispondere alla sua domanda: l’Italia è arretrata rispetto agli Usa ma anche rispetto a tutta l’Europa occidentale. Le ragioni sono culturali e politiche, sono le stesse per cui siamo arrivati tardi al suffragio femminile o al nuovo diritto di famiglia. Per quanto riguarda molto più specificamente la gestazione per altri, nella scelta di portare a termine un gravidanza per altri c’è il riflesso, penso, di una cultura a volte troppo individualista, ma anche più portata a riconoscere la libertà delle scelte e il valore dell’iniziativa personale. Queste donne dicono: “È una decisione mia, ho preso l’impegno di portare avanti una gravidanza per un’altra coppia, ci credo davvero, andrò fino in fondo”.

E’ passato del tempo dalla sua esperienza iniziale, c’è una differenza tra un prima e un oggi?
Famiglie Arcobaleno ha avuto il merito di realizzare un notevole cambiamento culturale, di cui si può andare fieri. In appena dieci anni ha contribuito a portare fino al Parlamento una legge sui diritti civili degli omosessuali. Abbiamo una grande forza: siamo tante famiglie, sempre di più, e ci impegniamo soprattutto per i nostri figli. E questo conta molto in un paese come il nostro, in un paese familista come l’Italia. Il pericolo, per noi, è infatti quello del conformismo. Ma non è detto che costruire una famiglia e ottenere che venga riconosciuta significhi rinunciare a innovare la forma-famiglia.

Secondo lei è molto lo scollamento tra la politica e la realtà sociale?
La società è cambiata, la politica molto meno. Nella prima c’è ora un atteggiamento di apertura, un approccio molto più simpatetico di un tempo. Però il fattore decisivo è l’esperienza. Dove le nostre famiglie esistono e sono visibili, cambia radicalmente la risposta sociale; ma dato che in percentuale siamo pochi, ci sono vaste aree della popolazione che non ci conoscono e quindi rischiano di rispondere all’appello di una destra ignorante e retriva, che intende rafforzare i peggiori stereotipi sull’omosessualità.

E cosa può dirmi riguardo all’eventualità che le coppie omosessuali possano attuare la gestazione per altri nei paesi poveri e sfruttare le donne, visto che lì non ci sono leggi adeguate?
Attualmente questi paesi hanno chiuso i battenti alle coppie omosessuali. In Famiglie Arcobaleno, gli aspiranti padri vanno quasi senza eccezioni nei paesi che offrono migliori garanzie etiche, cioè gli Stati Uniti e il Canada. A differenza di gran parte dei genitori eterosessuali che hanno fatto ricorso alla gestazione per altri (e che sono, come ho detto, la grandissima maggioranza delle coppie), questi padri gay non nascondono il percorso compiuto, raccontano con schiettezza ai figli la storia della loro nascita (sarebbe difficile nasconderla!), e di solito mantengono rapporti affettuosi con la portatrice e con la donatrice d’ovulo, verso cui sentono un’intensa gratitudine. Sono loro che possono dare l’esempio di un modello positivo, relazionale, “caldo”, rispettoso di tutte le parti in causa e delle loro scelte