Al confine tra Grecia e Macedonia, l’urlo dei profughi siriani: “Fate passare almeno i bambini” da: lastampa.it

Tra i disperati alla frontiera: in 5 mila lottano corpo a corpo con gli agenti
AP

Scontri tra migranti e polizia al confine: in serata gli agenti hanno fatto entrare piccoli gruppi, dando la precedenza a donne, bambini e anziani

22/08/2015
niccolò zancan
inviato a idomeni (grecia)

Ogni tanto lanciano in aria una bottiglietta d’acqua misericordiosa, ogni tanto parte una manganellata a casaccio. Un colpo secco, giù nella calca, sulla testa e sulle spalle di qualcuno. C’è un militare con i capelli biondi a spazzola che non smette un attimo di urlare: «State seduti! Giù! Giù!».

 

Le donne si siedono, ricurve su se stesse per farsi un po’ d’ombra. Gli uomini, invece, resistono in piedi, madidi di sudore, con gli occhi enormi e le caviglie intrappolate in mezzo al filo spinato. «Fateci passare!», urla Mohamed Salha, un tempo tassista in Siria.

 

Tiene sua figlia Afrah sulle spalle: «Vi prego, fate passare almeno mia moglie! Sta male! Non respira! Ha bisogno d’acqua». La moglie si è accasciata in mezzo ai nostri piedi, esanime fra bucce di cocomero e sassi ferroviari. E nella ressa, se ti giri, vedi qualcuno che sta piangendo, qualcun altro che si concentra a pregare. Senti i bambini strillare sfiniti – e quanti ce ne sono, bambini, neonati, ragazzini soli – a questa frontiera del mondo.

 

La frontiera di blindati

Da una parte finiscono i campi di girasole, finisce la Grecia. Dall’altra cominciano le vigne, ed è già un altro Stato. Da due giorni, il confine della Macedonia lo segnano i mezzi blindati dell’esercito. Vanno avanti e indietro con una lentezza esasperante, lungo 50 chilometri di strade secondarie e sterrati agricoli. Sono stati mandati dal governo di Skopje per fare una specie di muro. Qualcosa che si veda bene. Qualcosa che serva da monito. «Non possiamo sobbarcarci tutto il problema da soli», dice un poliziotto.

 

Il problema sono questi cinquemila profughi che premono con la forza di un’onda, un uomo sull’altro. Arrivano sempre di più. E arrivano qui perché questa è considerata una strada più sicura di quella che contempla le torture dei trafficanti libici, il Mare Mediterraneo, l’Italia. Arrivano qui dalla Siria, dall’Iraq e dall’Afghanistan, soprattutto. Hanno viaggiato per mesi, sostato in Turchia, raggiunto le coste, attraversato il mare su piccoli canotti a remi. Sono sbarcati sulle isole dei turisti, Kos, Lesbo e Symi. Non hanno mai perso la speranza. Vogliono raggiungere il Nord Europa: la Germania, la Svezia, l’Olanda. Non immaginavano di ritrovarsi bloccati in mezzo a questi binari, dove nessuno li vede. Ancora una volta.

 

Il fiume che scorre

Da Salonicco, bisogna percorrere poco più di cento chilometri. È un paesaggio di villaggi abbandonati, camionisti balcanici e pecore. Poi, all’improvviso, una visione surreale: sbucano dai campi. Corrono impauriti. Camminano in fila indiana. Marciano. A gruppi. A sciami. Ragazzi. Genitori. Famiglie con sette figli. Bambini per mano. Passeggini. Nonne anziane. Tutti lungo la statale E75, che porta alla frontiera.

 

Seicento metri prima della dogana, incroci una piccola strada a sinistra, un ponte scavalca la ferrovia, percorri un rettilineo, e sei arrivato a Idomeni: 92 abitanti. Un paese minuscolo. Ma adesso è come un campo di sfollati. Un concentrato di ferite e sogni, scarpe consumate, cannucce nei succhi di frutta da bambini. E i vecchi del villaggio guardano tutto questo fiume di gente passare.

 

«Io non ce l’ho con loro» dice Maria Papatanasiu, 20 anni, studentessa di ingegneria meccanica a Kozani, venuta qui in vacanza a trovare sua nonna. «Io li capisco, al loro posto scapperei anche io. Però la situazione è davvero complicata. Ci sono rifiuti dappertutto. I migranti entrano nei nostri campi di mais per dormire, mangiare, fare i loro bisogni».

 

A tre metri da noi, c’è un bambino che sorride soddisfatto rosicchiando una pannocchia fresca. Il padre ha in testa un cappellino del Barcellona. Sono di Aleppo. E sembrano proprio felici. «Ciao». «Grazie». «Bella l’Italia». «Bella l’Europa». Ancora non sanno quello che li aspetta.

La stazione ferroviaria di Idomeni è un relitto. Passano due treni al giorno. Uno arriva da Salonicco, l’altro parte per Skopje. È tutto in disgrazia, vecchio e fuori uso. Tranne un cartello, sistemato da poco, di colore azzurro: «Il campeggio è permesso solo nelle aree assegnate».

 

Da qui passavano. Passavano e ripartivano a piedi, attraversando i campi fino a Gevgelija, la prima città macedone oltre la frontiera. Dove i treni sono più frequenti, ed è più facile proseguire il viaggio: 43 mila profughi a luglio, oltre 50 mila ad agosto. Ma ora basta, adesso non passano più.

«Andate via! Tornate indietro!», gridano i militari al confine. Hanno tirato il filo spinato nei campi. Lanciano lacrimogeni. Granate assordanti. Una ragazza sviene per il caldo. Una donna anziana si sente male, le tastano il polso. Un bambino in calzoncini corti è in preda alle convulsioni in mezzo alle traversine, gli mettono le dita in bocca per tirare giù la lingua e permettergli di respirare. Succede fra pannolini sporchi, gente che grida, feriti che rinculano, qualcuno che vuole sfondare, qualcuno che prova a dormire. Altri che arrivano proprio adesso, e non capiscono.

 

Caos e lacrimogeni

«I militari macedoni hanno sparato anche proiettili di gomma», dice Anthonis Rigas, responsabile di Medici Senza Frontiere. Sono gli unici ad occuparsi di questo lembo d’Europa. Sono in quattro. Distribuiscono acqua e sacchi a pelo per la notte. «Abbiamo medicato dieci feriti, quattro migranti sono stati trasportati in ospedale. Un ragazzo è stato picchiato. Siamo qui dall’inizio di marzo, ma non abbiamo mai visto niente del genere».

 

Alle cinque di pomeriggio ci sono 39 gradi. Ogni tanto i militari lasciano passare qualcuno. Ogni tanto lanciano una bottiglia d’acqua per non vedere altri stramazzare al suolo. Volano bottiglie, le braccia si alzano, partono altre manganellate. Dall’altra parte del confine, lavora un’équipe dell’Unhcr, l’Onu. Non sono più di dieci persone. Hanno montato otto bagni chimici. I feriti stanno stesi a terra. Ci sono crisi di pianto irrefrenabile. Un infermiere corre a verificare se quella donna, laggiù, è morta o solo svenuta. E ti vergogni, ti senti colpevole di poter scappare via in qualsiasi momento, di avere un passaporto in tasca.

 

Eppure lì, nella calca, davanti agli scudi dei militari schierati, tutti ti aiutano, ti sorreggono, ti danno la mano se l’onda rischia di travolgerti e schiacciarti, ti offrono un sorso d’acqua dalla bottiglia. Ecco Samir Sabbagh, 22 anni, siriano, studente di ingegneria: «Arrivo da Aleppo. Sono scappato dall’Isis e dai bombardamenti del governo di Bashar Assad. Non c’è più speranza, nessuna possibilità di vita. Credetemi, io amavo il mio Paese. Ma non esiste più. Voglio andare a continuare gli studi in Germania». Sorride, ringrazia ad ogni parola: «Vorrei chiedere al governo della Grecia di aiutarci. Devono aprire un corridoio per far passare almeno le donne e i bambini. Io sono forte, posso aspettare… ».

 

Così finiscono per accamparsi ovunque. Anche Samir Sabbagh si tira indietro, aspetta un altro giorno. Cinquemila persone dentro avvallamenti di terra morta, sotto i pini, nei campi, fra cumuli di immondizia e bottiglie vuote. I ragazzi costruiscono delle capanne. Arriva una signora anziana su una sedia a rotelle, le ruote non girano più. Il figlio la prende in spalle e si incamminano per un sentiero che non porta da nessuna parte, fra i blindati e i primi fulmini di un temporale in arrivo.

 

L’impero di Vacante, altri 8 indagati L’intercettazione incastra i prestanome da: livesiciliacatania.it

Giovedì 28 Gennaio 2016 – 06:19 di

Ci sono altri otto indagati nell’inchiesta Bulldog (LEGGI). Per loro il Gip non ha disposto alcuna misura cautelare. Si allarga così la rete di prestanome creata da Roberto Vacante (PROFILO) e dai suoi “fedelissimi”.

 

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CATANIA – Dissotterrato l’impero societario dei Santapaola creato da Roberto Vacante e i suoi “picciotti”. L’operazione Bulldog è riuscita a svelare il sistema di prestanome che sarebbe stato messo in piedi al fine di implementare gli introiti necessari a sostenere economicamente e legalmente i detenuti del clan e i loro familiari. L’inchiesta ha portato in carcere lo zoccolo d’oro del gruppo (interno) alla consorteria: in gattabuia Roberto Vacante, Salvatore Caruso, Giuseppe Massimiliano Caruso, Salvatore Di Bella e Santo Patanè. Arresti domiciliari per Francesco Russo, Giuseppe Vacante e Danilo Di Maria. Il Gip ha disposto l’obbligo di dimora e firma per chi secondo la magistratura costituisce l’elenco di personaggi a cui sarebbero state  “solo” formalmente intestate le varie società che sarebbero  state invece nella piena disponibilità di Vacante e dunque del clan Santapaola. Parliamo di Irene Santapaola, Maria Santonocito, Mario Aversa, Pietro Musumeci, Pietro Bellino, Nunzio Giarrusso, Giuseppe Caruso e Nunzio Di Mauro. I nomi sono stati tutti indicati nel corso della conferenza stampa dal Procuratore Michelangelo Patanè.

L’elenco però dei presunti prestanome è molto più lungo: sono infatti altre otto le persone iscritte nel fascicolo. Per loro il Gip non ha disposto alcuna misura cautelare. Ma come già annunciato da Antonio Salvago, dirigente della Mobile, durante l’incontro con i giornalisti è stato già spiccato l’avviso di conclusione indagine. Gli altri indagati sono Alessandro Arcidiacono, Pietrina Culoso, Daniele Furnari, Angelo Lo Re, Letteria Picone, Fabio Antonio Plati e Ida Romeo. Con i loro nomi si completa il network che avrebbe portato a costituire la rete di imprese controllate da Vacante. L’inchiesta ha portato al sequestro preventivo di quote della società Sportitalia, della “Parking Car srl, dell’impresa individuale Giarrusso Catering, della Satin Blu, del “The Bull Dog Camp società cooperativa”, delle quote della Tiare srl, del ramo d’azienda dell’impresa individuale “Santonocito Maria” e del ramo d’azienda che riguarda la gestione del ristorante “l’Oste di Tremestieri” collegato alla società “La Rena Rent Car”. Questo il compendio societario che secondo la magistratura e la polizia sarebbe finito nelle mani della famiglia di “sangue” dei Santapaola.

Le indagini patrimoniali avrebbero permesso di accertare una grave ed evidente sproporzione tra l’acquisizione dei beni e delle attività imprenditoriali in riferimento alle capacità reddituali o le disponibilità finanziarie provenienti dall’attività di Roberto Vacante. Per il Gip non ci sono dubbi che “i beni da sequestrare costituiscono il frutto di reimpiego di attività illecite”. In parole povere, riciclo di denario sporco.

C’è un’intercettazione che “blinda” la ricostruzione degli inquirenti. E’ l’ottobre del 2013: i due indagati Giuseppe Massimiliano Caruso e la madre Maria Santonocito parlano in macchina. Una conversazione per il Gip “emblematica” in quanto descriverebbe come le intestazioni  (ai prestanome) sarebbero “di puro comodo”. Lo scopo sarebbe quello di portare liquidità alla cassa comune (che sarebbe stata gestita per un periodo proprio da Massimo Caruso). “Noi tutti i giorni paghiamo cose… prendi un assegno… blocca un assegno” – commenta l’imprenditore alla madre. Il dialogo prosegue con il racconto di una serata dedicata a ordinare “le carpette” e a distribuire i fondi in base al settore. “Questi sono per il ferro, questi sono per il cemento, questi sono per la pizzeria e altri per il girrarosto”. Insomma tutti i settori in cui i Santapaola avrebbero deciso di “investire” i frutti delle attività malavitose. All’interno della cassaforte Caruso avrebbe avuto un bel malloppo “da gestire“, si parla di cifre anche sopra ai 100 mila euro in contanti. E andando avanti nel racconto l’indagato parla di “imbrogli” e di una serie di carnet di assegni “tutti scritti” che avrebbe distribuito a diversi personaggi. Ad un certo punto c’è un riferimento preciso a un affare a cui Roberto Vacante teneva molto – come emerge da diverse intercettazioni captate dalla polizia in quel periodo. E’ quello del lido Satin Blu di Torre Archirafi. “Ora il coso del lido lo hanno fatto” – afferma Caruso alla madre. “Quello di sotto là… di Torre, ma a nome di Piero Bellino (indagato)”. “Ah.. ora glielo avete levato?” – chiede la mamma al figlio. La risposta è inequivocabile secondo il giudice: “Si è sottomesso… ha ceduto la parte, una io, una Irene (Santapaola) e una Nunzio”.

Già Eugenio Sturiale, collaboratore di giustizia, aveva indicato Vacante “come l’uomo che aveva il compito di ripulire i fondi illeciti della Cosca Santapaola”. Ma è anche la moglie Palma Biondi a fornire ulteriori dettagli che per gli inquirenti troverebbero pieno riscontro dagli esiti investigativi. Quando era ancora in vita – a detta della collaboratrice di giustizia – si sarebbe occupato di riciclare il denaro del suocero Salvatore Santapaola (deceduto nel 2003). Vacante – si legge nei verbali – avrebbe confidato alla moglie di Sturiale che il suocero aveva accantonato ingenti capitali dei quali si “occupava personalmente” per “investirli in attività economiche che intestava a prestanome”.