Amianto continua la strage di lavoratori. 4000 mila morti ogni anno, mille morti solo per mesotelioma da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 19-01-16 – n. 572

 

Michele Michelino *

19/01/2016

A 23 anni dalla messa al bando dell’amianto, con la legge 257 del 1992, ci sono in Italia ancora 32 milioni di tonnellate di amianto e le bonifiche sono tuttora da fare. Chi sperava che dopo l’approvazione della legge, l’amianto sarebbe stato rimosso dalle nostre vite deve ricredersi: la decontaminazione dalla fibra è fallita.

A oggi ci sono oltre 400 norme regionali e nazionali sull’amianto, un labirinto legislativo che fa comodo a molti che per i propri interessi speculano sulla vita delle persone.
Istituzioni, padroni, governi, giocano scaricando le responsabilità su altri.
Il profitto viene prima di qualsiasi diritto alla salute e alla sicurezza e si realizza sulla pelle dei lavoratori e cittadini.

L’amianto è un problema sociale, sanitario, medico, una bomba ecologica non ancora disinnescata, che prima ha ucciso i lavoratori esposti alla fibra killer e oggi avvelena la popolazione.

Nonostante la legge 257/1992 che metteva al bando l’amianto lo preveda, a tutt’oggi manca una mappatura completa dei siti contaminati da amianto e da bonificare e molto spesso le mappature sono datate o inattendibili. L’articolo 10 della legge 257/1992 stabilisce che le regioni in mancanza di adozione dei Piani Regionali amianto, possono essere commissariate, ma nonostante ciò diverse regioni non lo hanno ancora adottato  e molte non lo hanno ancora rinnovato (come Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna, ad esempio).

In Italia come sempre fatta la legge si trova subito l’inganno. La legge ha bandito l’utilizzo del minerale killer ma non ha obbligato lo smaltimento, e la polvere d’amianto continua a uccidere almeno 8 italiani al giorno e avvelenarne altre migliaia .

In Italia esistono tuttora oltre 300 mila edifici, di cui almeno 3000, rappresentano un grave rischio di contaminazione per tutta la popolazione, uomini, e donne, bambini e anziani, e più di 2400 sono scuole italiane tuttora contaminate dall’amianto e come ha riconosciuto la presidente della Commissione di Inchiesta sugli infortuni sul lavoro del Senato Camilla Fabbri, “di questo passo ci vogliano 85 anni per smaltirlo e eliminarlo dalle nostre vite”

Tutti conosciamo la storia di Casale Monferrato grazie alle lotte condotte dagli ex lavoratori dell’Eternit e dai cittadini, ma lo sviluppo industriale, il “progresso” di questo paese si fonda sul sangue di decine di migliaia di proletari e i cittadini, spesso dimenticati.

La stessa Unione Europea nel quadro strategico per la sicurezza sul lavoro dal 2007 al 2011 afferma che anche se in Europa si assiste a una diminuzione degli infortuni del 28%, i morti per amianto sono in continuo aumento.

Il mesotelioma, il tipico tumore maligno continua a colpire e uccidere senza pietà, in tutto il paese, dal nord al sud, ma l’amianto provoca anche molti altri tumori maligni di cui si parla poco nei mass-media.

Secondo recenti dichiarazioni del presidente di INAIL, Massimo De Felice, i lavoratori vittime dell’asbesto decedute assicurate all’INAIL sono state 17.428 e oltre 21mila i casi di mesotelioma tra il 1993 e il 2014.

I numeri ci dicono che l’amianto continua a uccidere oggi come nel passato e purtroppo senza bonifiche dei siti industriali e del territorio la lista dei morti e malati continuerà a crescere ancora per molti anni. Tutti sono a rischio, nessuno è esente dal pericolo.

La Scala di Milano

Anche nel tempio della musica, il Teatro della Scala di Milano (dove abbiamo manifestato in occasione della prima) l’amianto ha fatto delle vittime, e per le morti sospette per amianto alla Scala sono indagati quattro ex sindaci di Milano, Carlo Tognoli, Gian Paolo Pillitteri, Giampiero Borghini e Marco Formentini. Indagato anche l’ex sovrintendente Carlo Fontana indagati, con altre persone, per omicidio colposo e lesioni colpose per sette decessi e altri casi di malattia dovuti all’amianto presente al Teatro alla Scala.

In questo le denunce dei lavoratori e comitati sono servite.
La procura contesta agli indagati di non essersi adoperati per rimuovere in passato l’amianto dai manufatti nei vari locali, soprattutto tecnici, ma anche dal famoso lampadario all’interno del teatro. Per l’accusa non sarebbe stato fatto il censimento dell’amianto previsto dalla legge del 1992, e il minerale avrebbe provocando la morte dei lavoratori. Tra le persone morte per esposizione alla sostanza cancerogena dagli anni ’70-80, ci sono un siparista, un macchinista, un vigile del fuoco, un falegname, un addetto al trasporto delle scene e anche una cantante lirica. Questo dramma è solo uno dei tanti.

Anni di omertà e complicità da parte di tutte le istituzioni hanno finora garantito l’impunità a  padroni e manager colpevoli di aver mandato consapevolmente a morte migliaia di lavoratori nelle fabbriche pur di realizzare i massimi profitti. In questi anni molti processi sono stati esempi d’ingiustizia per le vittime e i loro famigliari assolvendo i padroni nel merito o per prescrizione. In ogni caso la mobilitazione dei lavoratori e delle vittime organizzate in comitati è servita per portare sul banco degli accusati i padroni e manager assassini di tanti operai. Anche se la giustizia per le vittime dell’amianto non arriva quasi mai e quando arriva è tardiva come dimostra il processo Eternit di Casale Monferrato, le vittime, i comitati e le associazioni continuano a lottare: oggi in Italia sono in corso più di 50 processi per amianto.

*) Presidente del “Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio”; articolo pubblicato dalla rivista “nuova unità”, gennaio 2016

 

Libertà per i progionieri politici comunisti in Ucraina (video) da:www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 18-01-16 – n. 572

Libertà per i progionieri politici comunisti in Ucraina (video)

Union Borotba | borotba.su

Gennaio 2016

Un video denuncia sui crimini del regime di Kiev e per la libertà dei prigionieri politici.

https://www.youtube.com/watch?v=D9jkawkeVvA&feature=youtu.be

 

La Palestina dopo Abbas: c’è in ballo il futuro di un popolo da: www.resistenze.org – popoli resistenti – palestina – 17-01-16 – n. 572

 


Ramzy Baroud* | ramzybaroud.net
Traduzione da nena-news.it

07/01/2016

Con il discorso televisivo (per l’inizio anno) Mahmoud Abbas voleva riaccendere l’entusiasmo dei militanti di Fatah in occasione del cinquantunesimo anniversario della nascita del gruppo; invece, ha aggravato ulteriormente una crisi senza precedenti, che continua a generare confusione nel popolo palestinese. Abbas è apparso sulla difensiva e privo di vere argomentazioni o progetti fondati, più concentrato sulla sua sopravvivenza politica che sul resto.

Il discorso del 31 dicembre era un coacervo di vecchi clichés: qua e là, ha strigliato Israele, stando ben attento a scegliere le parole adatte, e ha ribadito che ogni decisione sul “futuro della terra, del popolo e dei diritti nazionali” dovrà essere “soggetta a elezioni generali e approvata dal Consiglio Nazionale (PNC), perché il nostro popolo ha sopportato sacrifici enormi ed è lui la fonte di ogni potere.”

Affermazione alquanto singolare, visto che Abbas presiede l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in virtù di un mandato scaduto nel gennaio 2009 e che il suo partito, Fatah, che ha sostanzialmente rifiutato di accettare il risultato delle elezioni democratiche nei Territori Occupati nel 2006, continua ad agire come il ‘partito di maggioranza’ senza alcun mandato, se si esclude la legittimazione politica che riceve da Israele, dagli USA e dai loro alleati.

Quanto al Consiglio Nazionale, questo fungeva da organo legislativo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) fino all’istituzione dell’ANP, nel1994. Finanziata da attori internazionali, l’ANP doveva essere un mezzo, e non un fine, per condurre al termine delle negoziazioni e fondare uno Stato Palestinese. Si è invece trasformata in uno status quo, e le sue istituzioni, che rispecchiavano per lo più gli interessi politici di una corrente specifica all’interno di Fatah, hanno di fatto rimpiazzato l’OLP, il PNC, e ogni altro organismo che fosse espressione di democrazia e partecipazione.

Quanto è simbolicamente rimasto dell’OLP, dopo il colpo di mano dell’ANP, è ridotto a un fantoccio che riflette gli interessi di un partito, Fatah (che ha perso la fiducia dei Palestinesi nel 2006), o meglio di un’élite benestante all’interno di quel partito che un tempo era maggioritario. Per certi versi, il ruolo di Abbas sembra essere quello di servire gli interessi di questo gruppo, e non quello di tracciare un percorso di liberazione per l’intera comunità palestinese, in patria, nei campi profughi o in Diaspora.

Le intenzioni di Abbas non erano mai state esposte tanto chiaramente quanto nel suo discorso del 31 dicembre, quando ha sostanzialmente escluso lo smantellamento dell’ANP, che pure ha fallito la sua missione, nonostante esista già una complessa struttura politica dell’OLP in grado di sostituirla. Abbas ha invece bizzarramente descritto l’ANP come uno dei maggiori traguardi del popolo palestinese.

Uso l’avverbio “bizzarramente” perché l’ANP è il frutto del “processo di pace” di Oslo, oggi sostanzialmente defunto, portato avanti con Israele da Abbas e da un gruppo ristrettissimo di persone, su ordine dell’allora leader di Fatah, Yasser Arafat. Tutte le trattative furono condotte in gran segreto e non tennero in considerazione il popolo palestinese. Anzi, quando questo tentò, per mezzo del voto, di sfidare lo status quo imposto da Oslo, il risultato elettorale non fu riconosciuto da Fatah, e si scatenò la guerra civile del 2007, con centinaia di vittime palestinesi.

Ma a parte i lapsus sulla storia dell’ormai ottantenne Abbas, il punto è che le sue parole, anziché rassicurare i militanti, hanno drammaticamente evidenziato che il popolo palestinese, protagonista da ottobre di una rivolta violenta, non ha alcuna guida.

Abbas spiega che le ragioni della ‘habba’ o ‘insurrezione’, termini che descrivono l’intifada in corso, sono da ricercarsi nelle continue violazioni israeliane e negli insediamenti illegali, ma si guarda bene dal legittimare la rivolta o dal porsi alla guida di tale mobilitazione. Continua a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, per non scatenare le ire del suo popolo né tantomeno quelle di Israele.

Da politico navigato qual è, cerca anzi di trarne vantaggio, schierandosi di tanto in tanto con il popolo, come leader rivoluzionario, per ricordare a Israele e agli Stati Uniti la sua importanza in qualità di rappresentante della componente non violenta della politica palestinese e per cavalcare l’onda dell’Intifada finché non sarà stato restaurato il vecchio ordine. In realtà, i segni di questo vecchio ordine, le interminabili negoziazioni, sono ancora evidenti. Il responsabile per le negoziazioni dell’ANP, Saeb Erekat, ha recentemente dichiarato che le trattative con Israele sono tuttora in corso: un terribile auspicio, in un periodo in cui i Palestinesi avrebbero quanto mai bisogno del completo superamento di un approccio alla politica e alla liberazione nazionale che sembra ormai fallito.

Tuttavia, il problema è più vasto e non riguarda solo Mahmoud Abbas. Attribuire i fallimenti a un’unica figura rappresentativa è un elemento comune a tante fallaci analisi sulla politica palestinese (più evidente nei media occidentali che in quelli arabi, a onor del vero). Purtroppo, anche quando l’ormai anziano Abbas non sarà più sulla scena politica, il problema continuerà a persistere, se non sarà affrontato e risolto.

Fatah ha dato un contributo enorme alla Resistenza, il più importante dei quali è stato liberare la causa palestinese, nei limiti del possibile, dai confini e dalle manipolazioni della politica del mondo arabo. Grazie a quella generazione di giovani dirigenti, che includeva esponenti del PFLP e di altri gruppi socialisti, era nata, per la prima volta, una piattaforma piuttosto unita che rappresentava una fetta importante delle priorità e degli obiettivi dei Palestinesi.

Ma quell’unità relativa è andata in frantumi sotto la spinta delle pulsioni settarie: prima all’interno, e poi anche all’esterno dell’OLP, sono nate correnti e sottocorrenti che hanno preso diverse direzioni ideologiche; molte erano finanziate dai regimi Arabi, che hanno sfruttato la lotta palestinese per interessi nazionali o regionali. Il fallimento nazionale è stato poi seguito da un tragico evento: quando la Resistenza Palestinese è stata esiliata dal Libano nel 1982, in seguito all’invasione israeliana del Paese, l’OLP e tutte le sue istituzioni erano nelle mani di un unico partito. Fatah, da quel momento, è diventato sempre più obsoleto e corrotto e ha iniziato a prendere decisioni in ambiti geografici lontani dalla Palestina. Ha assunto il controllo dell’OLP, che si è gradualmente trasformato in un organismo incentrato sul tribalismo politico e sulla corruzione finanziaria.

Senza ombra di dubbio, Abbas è stata una figura centrale in quel triste evento che ha condotto al fallimento di Oslo, nel 1993; ma le tendenze di cultura politica che egli ha in parte incoraggiato e sostenuto continueranno a divergere dalle aspirazioni del popolo palestinese, con o senza di lui.

È l’intera classe politica, sostenuta dal denaro dell’Occidente e degli Stati Uniti e ben tollerata da Israele, a dover essere sfidata dai Palestinesi, se vorranno avere di nuovo l’opportunità di rivendicare i loro obiettivi nazionali.

L’opinione corrente di alcuni, secondo cui sarà l’Intifada a porre le condizioni per rovesciare l’ANP, non ha alcun senso. Una mobilitazione popolare non potrà mai avere successo se è ostacolata da un gruppo potente come quello coinvolto nell’ANP, unito da comuni interessi.

Tuttavia, è inutile e assolutamente controproducente aspettare che Abbas articoli un messaggio più forte e convincente, perché il suo problema non è di natura lessicale: la verità è che il suo gruppo di potere si rifiuta di cedere anche solo un millimetro dei privilegi immeritati di cui gode per aprire uno spazio più democratico, in cui tutti i Palestinesi (laici, islamisti e socialisti) possano avere voce in capitolo nella lotta per il proprio Paese.

Il primo passo sarebbe la costituzione di una leadership unita nei Territori Occupati, in grado di gestire l’Intifada al di fuori dei confini delle varie fazioni; si dovrebbe inoltre procedere a una ristrutturazione delle istituzioni dell’OLP, che le renda più inclusive e le trasformi in uno spazio comune per i Palestinesi.

Presto, Abbas lascerà l’arena politica, per dinamiche interne a Fatah o per la sua età avanzata. Ma il futuro dei Palestinesi non può essere lasciato in balia dei suoi seguaci, impegnati solo nella protezione dei loro interessi. In ballo, c’è il futuro dell’intera nazione.

*Ramzy Baroud – http://www.ramzybaroud.net – scrive sul Medio Oriente da oltre vent’anni. Giornalista di fama internazionale, media consultant, autore di diversi libri e fondatore del PalestineChronicle.com. Tra i suoi libri “Searching Jenin”, “The second Palestinian Intifada” e l’ultimo, “My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story”

 

Siria, “basta guerra”: l’appello di 120 organizzazioni umanitarie Fonte: green report

Mentre continuano i naufragi mortali tra la Turchia e la Grecia e non si ferma la guerra in Siria e la mattanza dei kurdi in Turchia, con un appello congiunto pubblicato nei giorni scorsi, più di 120 organizzazioni umanitarie e agenzie dell’Onu (Unhacr, Unicef, Ocha e Pam) esortano i governi, ma anche i cittadini di tutto il mondo, ad unirsi a loro per reclamare la fine della guerra in Siria e delle sofferenze subite da milioni di civili.«La guerra arriverà ben presto al sesto anno di brutalità. Il sangue continua a scorrere. Le sofferenze si aggravano. Eì per questo che oggi, noi, i dirigenti di organizzazioni umanitarie e dell’agenzie umanitarie della Nazioni Unite, chiediamo non solo ai governi ma anche ciascuno di voi, s cittadini di tutto i mondo, di levare la vostra voce per mettere fine a questa carneficina. Per esortare tutte le parti in conflitto a trovare un accordo di cessate il fuoco ed un cammino verso la pace – si legge nell’appello – Più che mai, il mondo ha bisogno di sentire una voce pubblica e collettiva esigere che sia messa fine a queste atrocità. Perché questo conflitto e le sue conseguenze non colpiscano tutti». Attualmente in Siria 13,5 milioni di persone hanno bisogno di aiuto umanitario e 4,6 milioni di persone sono fuggite nei Paesi vicini. Sono questi i serbatoi della disperazione che alimentano le migrazione di massa verso l’Europa, alimentati da una guerra nella quale i Paesi occidentali hanno enormi e imperdonabili colpe, storiche e recenti.

Le organizzazioni umanitarie chiedono «a coloro che ne hanno la possibilità di mettere fine alle sofferenze e di prendere delle iniziative immediate». In particolare le 120 organizzazioni e agenzie onu reclamano: «Un accesso senza restrizioni e durevole perché le organizzazioni umanitarie possano apportare dei soccorsi immediati a tutti coloro che ne hanno bisogno in Siria; Delle pause umanitarie e dei cessate il fuoco senza condizioni e controllati per avviare il cibo ed altri aiuti urgenti ai civili, organizzare delle campagne di vaccinazione e altre campagne sanitarie e permettere ai bambini di tornare a scuola; La fine degli attacchi contro le infrastrutture civili, perché le scuole, gli ospedali e l’approvvigionamento idrico siano protetti; Libertà di movimento per tutti i civili e togliere immediatamente i posti di blocco di tutte le parti».

L’appello congiunto afferma che «si tratta di misure pratiche. Nessuna ragione pratica deve impedirne la messa in opera se esiste la volontà di farlo. Per il bene di milioni di innocenti che hanno già sofferto tanto e per gli altri milioni le cui vite e il futuro sono in bilico, è necessario agire ora».

Un destino che l’Europa continua ancora a guardare soltanto di riflesso. Lunedì, durante una riunione programmata i ministri dell’Interno dei paesi Ue si discuterà del presente e prossimo futuro di Schengen. La libera circolazione delle merci è un caposaldo della nostro attuale modello di sviluppo economico, ma davanti alla mare montante di migranti in fuga da guerra e morte, la nobile Europa si trova sempre più in difficoltà nell’accettare ed accogliere la libertà di circolazione delle persone. Eppure sono gli stessi economisti a mettere in guardia rispetto a questa prospettiva. Al World economic forum in corso a Davos, riporta l’Ansa, il presidente della Bce Mario Draghi sottolinea come l’emergenza dei migranti rappresenterà per l’Europa ancora per i prossimi anni una sfida enorme ma anche un’opportunità, richiedendo «il più grande progetto di investimenti pubblici che ci sia stato in molti anni».

«In base alle norme attuali in materia di asilo casuali e arcaiche – aggiunge da parte sua il premio Nobel per l’economia Robert Shiller, intervenendo su Project syndicate – i rifugiati devono assumersi rischi enormi per raggiungere la sicurezza, e i costi e i benefici per aiutarli sono distribuiti senza criterio. Non deve essere così. Gli economisti possono dare il loro contributo testando quali norme e istituzioni internazionali sono necessarie per riformare un sistema inefficiente e spesso disumano».