Giorno della Memoria 2016, Armando il Bolero sopravvissuto ai lager: “Ho taciuto per 50 anni: nessuno mi credeva” da. ilfattoquotidiano.it

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di Annalisa Dall’Oca
L’OLOCAUSTO 71 ANNI DOPO – Intervista a Gasiani, tra i circa 24mila deportati per ragioni politiche: “Ci tolsero la nostra umanità, trasformandoci in cose, animali. La notte sognavi casa, i genitori, il profumo del pane caldo. E quando sono tornato e raccontavo agli amici, mi rispondevano: non è possibile. Per questo ho taciuto per decine di anni. Fino alla Vita è bella di Benigni”
di Annalisa Dall’Oca | 24 gennaio 2016
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Appesa al muro della sua abitazione di Bologna, a Battindarno, una foto lo ritrae con Roberto Benigni. Armando Gasiani, classe 1927, nome di battaglia Bolero, fu tra i 23.826 italiani deportati per ragioni politiche nei campi di concentramento. E quando tornò da Mauthausen, con 34 chili e i polmoni gravemente malati, dell’orrore che aveva vissuto, visto e subito, non riusciva a parlare. Non poteva, perché nessuno riusciva a credere alle sue parole, neanche a casa. Perciò rimase in silenzio, anno dopo anno. Per cinquant’anni. Finché non arrivò La vita è bella, Benigni appunto. “Quel film, per me cambiò tutto – racconta Gasiani a ilfattoquotidiano.it – Mi aiutò a ritrovare la voce”. Oggi Gasiani viaggia per l’Italia per raccontare agli studenti della prigionia nei lager. “Devono sapere che la libertà di cui godono ci è costata tante vite. E tanti sacrifici”.

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Armando, quando la catturarono?
Il 5 dicembre del 1944, avevo 17 anni. Io e la mia famiglia vivevamo ad Anzola dell’Emilia, eravamo agricoltori. Ma visto ciò che stava succedendo, al di qua e al di là delle Alpi, io e mio fratello Serafino decidemmo di unirci alla Resistenza. Non andammo mai a combattere, ma per i partigiani eravamo parte della cosiddetta “rete di supporto”. Quindi, in pratica, offrivamo cibo, assistenza, li aiutavamo a rimanere nascosti. Fu per quello che ci presero.

Le SS sapevano che ad Anzola c’era una base partigiana?
Sì, perché a guidarli fu un traditore, un ex partigiano che si unì alle SS. Arrivarono all’improvviso, e non ci fu tempo di scappare. Ci portarono in una scuola, eravamo circa 200, ci processarono, se così si può dire, e poi ci smistarono. Una parte di noi, me e mio fratello compresi, finì nel carcere di San Giovanni in Monte, a Bologna. Poi, da lì, fummo deportati. In 100 viaggiammo stipati su tre camion fino a Bolzano, e poi salimmo su un treno merci, direzione Mauthausen. Di quel gruppo siamo tornati in Italia solo in 17. Nessuno di noi pesava più di 38 chili.

Qual è il primo ricordo che ha del campo di concentramento?
La voce di un ragazzo, sul treno con noi, che mi disse: “Se finiamo a Mauthausen, nessuno saprà più nulla di noi”. Perché girava voce che quello non fosse un campo di lavoro, come inizialmente era stato impropriamente considerato. O meglio, si lavorava, sì, ma solo per morire. Quello era il fine di chi aveva creato il campo. Ma il viaggio fu talmente terribile che capimmo solo un paio d’ore dopo l’arrivo dove ci trovavamo.

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Quando, di preciso?
Quando ci assegnarono un numero. Quando ci tolsero la nostra umanità, trasformandoci in cose, animali. Io ero il 115523. Mio fratello, il 115524.

Quanto tempo ha passato a Mauthausen?
Mauthausen 9-10-11 maggio 2014 124Arrivammo al campo il 12 gennaio 1945, la liberazione fu il 5 maggio. Dopo l’arrivo, però, venni smistato a Gusen II, uno dei sottocampi di Mauthausen. Fu anche il momento più difficile di tutta la mia prigionia, perché mi separarono da mio fratello, che finì a Gusen I. Non l’ho mai più rivisto.

Cosa ricorda di quei mesi?
La fatica, straziante, ci svegliavano alle 4.30 del mattino, e si lavorava nella fabbrica di aerei fino a sera, poi si tornava al campo. E il giorno dopo uguale. La fame, quella vera, che ti consuma, che divora il tuo corpo finché non rimangono solo le ossa. E poi il freddo. L’aspettativa di vita media, a Mauthausen, era di 4 mesi, al massimo 4 mesi e mezzo. Io ci arrivai per miracolo.

In che senso?
A salvarmi la vita fu il consiglio che mi diede un romagnolo. Mi disse: “Quando te lo chiederanno, di’ che sei un meccanico, e non un contadino”. Fu la mia salvezza: lavorare in fabbrica significava stare al riparo dagli elementi, sebbene in galleria ci fossero appena 10 gradi. E poi ti davano qualcosa da mangiare. Avessi lavorato all’esterno, probabilmente sarei morto molto prima. Si moriva facilmente: di malattia, di fame, di consunzione, per le violenze subite.

Un incubo.
Sopravvivevamo aggrappati a una sola speranza: che la guerra finisse presto. Era come vivere continuamente in un incubo di dolore, sofferenza, circondati dalla morte, e quando certe notti sognavi casa, i tuoi genitori, il profumo del pane caldo appena sfornato, era persino peggio. Perché poi aprivi gli occhi, la mattina, ed eri ancora lì. Ho pianto tanto.

Lei ha scritto un libro su ciò che ha vissuto, si intitola Finché avrò voce”.
Sì, molti anni dopo essere tornato a casa. All’inizio non riuscivo a parlare dell’orrore. Il fatto grave è che non eri creduto. Raccontavi, ma nemmeno gli amici o i genitori riuscivano a crederti. Mi rispondevano sempre “non è possibile”. Dicevano: “La guerra l’abbiamo vissuta anche noi”. Ma non capivano che i campi di concentramento erano fabbriche di morte: non andavi lì a combattere, non avevi difese. Eri lì per morire.

Poi cosa è successo?
Ho visto il film di Roberto Benigni, La vita è bella, e per me è stata una seconda Liberazione. Era tutto lì, sul grande schermo, e mi sono sbloccato. L’ho incontrato, dopo, Benigni, per ringraziarlo.

Cosa racconta oggi ai ragazzi delle scuole che le domandano dell’Olocausto?
Ricordo loro che la libertà l’abbiamo pagata a caro prezzo, e che quella parola, libertà, scopri cos’è davvero solo quando l’hai persa. Che bisogna fare attenzione all’odio, al razzismo, perché oggi in Italia queste parole dominano, ma sono pericolose. Sono ciò che ha dato il via a tutto. Non bisogna mai dimenticare. Dobbiamo stringere tra le mani, con forza, la nostra democrazia, e scegliere sempre il dialogo, il rispetto reciproco.

Ha mai rimpianto di essersi unito ai partigiani?
Io? No, assolutamente no. Anche dopo ciò che ho sofferto.

Gli anelli deboli Fonte: il manifestoAutore: Marco Bertorello

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Sembrano lontani i tempi in cui il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dichiarava che «la posizione delle banche italiane è migliore di quella delle banche estere». Era l’inizio del 2009, in piena crisi economico-finanziaria, il cui epicentro veniva localizzato nei paesi anglosassoni che avevano fatto proprio della sregolatezza finanziaria il principale tratto propulsivo. Le parole di Tremonti sul modello nostrano di credito sobrio e senza eccessi apparivano ragionevolmente convincenti e aderenti alla realtà. Due anni dopo, persino durante la crisi dei debiti sovrani esplosa con particolare virulenza nei paesi periferici, il sistema bancario italiano resisteva e non finiva a gambe all’aria.

Oggi il quadro appare meno limpido e, seppur una crisi verticale non sembri dietro l’angolo, c’è più d’una ragione di preoccupazione. Al netto delle sorprendenti oscillazioni quotidiane e dell’opera di alleggerimento della pressione proveniente dalle dichiarazioni della Bce, si tratta di provare a guardare ciò che sta accadendo da una prospettiva di più lungo periodo. Il sistema bancario italiano regge il sistema industriale forse come in nessun altro paese, qui l’impresa raramente si rivolge al mercato dei capitali per trovare le risorse necessarie. Inoltre le banche negli anni della bolla immobiliare, benché senza gli eccessi verificatisi altrove, hanno concesso mutui per le abitazioni in misura crescente e con una certa facilità.

La crisi e il conseguente profondo impoverimento da alcuni anni stanno presentando il conto anche per il sistema del credito nostrano. La percentuale dei crediti deteriorati è pari al 16% e costituisce di gran lunga la cifra più alta tra i paesi paragonabili all’Italia. Che l’aumento di tale tipo di prestiti sia da addebitare prevalentemente alla crisi lo dimostra il fatto che dal 2009 sono più che raddoppiati in termini assoluti. E continuano ad aumentare anche negli ultimi mesi in cui sembrerebbe in ripartenza l’elargizione di credito. I protagonisti delle sofferenze sono per i 2/3 circa imprese non finanziarie (+89% dal 2011) e, a seguire, cittadini che hanno acceso un mutuo per l’abitazione. Certamente, dunque, incidono i processi di finanziarizzazione avviati da tempo, come pure le dispute a livello politico-continentale o le nuove regole sui salvataggi, ma ciò che definisce il quadro d’insieme sono le debolezze della crescita globale e il ridimensionamento cinese, frutto di una politica economica fondata su un eccesso di debito che non lascia spazio per una ripresa vera. Quale altro fattore dovrebbe intervenire in Italia se neppure euro e costi energetici così bassi consentono di uscire dalla stagnazione? Nel quadro generale, dunque, quella che era già considerata una grave zavorra, cioè il credito in sofferenza, diventa fattore di ulteriore destabilizzazione.

Queste incertezze emergono dentro un processo che va a colpire l’anello debole di congiunzione tra finanza ed economia reale. Prima i fallimenti delle quattro piccole banche, poi Monte dei Paschi e Carige che stanno assistendo a una fuga di capitali che è divenuta macroscopica negli ultimi giorni, ma che già da un anno a questa parte ha visto ridurre il valore delle azioni di questi istituti di oltre il 60%. Nel caso senese è già evaporata la ricapitalizzazione fatta con i soldi pubblici. Un fenomeno che colpisce a cerchi concentrici il sistema, da cui non sono del tutto al riparo neppure i grandi attori. Persino Unicredit patisce un lento e relativamente lungo periodo di indebolimento. Per tutti questi casi più che di speculazione, parlerei di mancanza di fiducia nel sistema di credito nazionale, e qualche ragione, se guardiamo ai fondamentali, esiste di certo. La finanza, dunque, si mangia l’economia, ma anche quest’ultima contribuisce a mandare in affanno la prima in un cortocircuito che permane sistemico.

La repubblica sospesa Fonte: il manifestoAutore: Giuliana Sgrena

«La Tunisia contemporanea» di Stefano Maria Torelli per Il Mulino. La storia del paese, dalla conquista arabo-islamica del VII secolo, fino alle elezioni recenti del 2014

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Le guerre che stanno insanguinando la Siria e la Libia hanno fatto decretare il fallimento di tutte le rivolte arabe oscurando quelle esperienze che ancora mantengono viva qualche speranza di evoluzione positiva. Certo non si è arrivati a «cambiare radicalmente la situazione della società araba» per questo, secondo il famoso poeta siriano Adonis (in Violenza e islam ), non si può parlare di rivoluzione. Ma neanche di totale fallimento delle rivolte: alcuni dittatori sono caduti e la «rivoluzione» non si è trasformata ovunque in una lotta sanguinosa per il potere, come in Libia e in Siria.

Una rivolta possibile?
Una delle eccezioni – e la più positiva – è sicuramente rappresentata dalla Tunisia, quella che Stefano M. Torelli, nel suo libro La Tunisia contemporanea (il Mulino, pp. 216, euro 14) definisce un laboratorio la cui storia è in continua evoluzione: «tra sfide globali e mutamenti interni». Torelli, ricercatore dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), nel suo libro affronta la storia del paese, fin dalla conquista arabo-islamica del VII secolo, per arrivare alle elezioni del 2014. La parte più approfondita è naturalmente quella più recente, dal 2011, con lo scoppio della rivolta che avrebbe poi contagiato numerosi paesi arabi.
Per Torelli quella tunisina è una «repubblica sospesa» che se riuscisse a raggiungere gli obiettivi della rivoluzione – la costruzione di un paese democratico – potrebbe rappresentare un esempio per altri paesi dell’area. Questa è la sfida. Si è infatti rivelato velleitario il «modello turco» che fino a qualche anno fa sembrava rappresentare il miraggio delle rivolte arabe. L’autoritarismo di Erdogan, il suo appoggio all’Isis, la repressione dell’opposizione ne hanno svelato la vera natura. Tuttavia, Torelli in qualche modo sembra ispirarsi al passato «islamo-democratico» di Erdogan, per sostenere che il partito islamista tunisino Ennahdha è autenticamente democratico, depurato delle frange estreme. L’autore riconosce che il primo voto del dopo Ben Ali, che ha portato al successo Ennahdha, è stato per molti tunisini un voto di protesta e quindi non di adesione al progetto islamista. Ma soprattutto mette in evidenza gli aspetti positivi del partito islamista, come la diffusione su tutto il territorio e la sua «immacolatezza» rispetto al passato regime. La potente rete organizzativa e gli aiuti alla popolazione però non sarebbero stati possibili senza gli ingenti aiuti finanziari arrivati per la campagna elettorale dall’Arabia saudita e dal Qatar, che ha messo a disposizione anche la sua tv satellitare, al Jazeera. E questo non è secondario.

Non c’è dubbio che Ennahdha, come la sua guida spirituale e fondatore Rachid Ghannouchi, che non ha occupato nessuna carica nel governo, ha dato prova di grande pragmatismo. Quando i salafiti si rivolsero a lui per forzare le tappe e prendere il potere, Ghannouchi aveva risposto – ne è stato diffuso il video registrato – che bisognava attendere di avere il controllo di settori istituzionali e militari che ancora non erano nelle loro mani, prima di forzare le tappe. Il partito islamista non ha però mai fatto nulla quando i salafiti occupavano le università o attaccavano l’ambasciata americana. Nonostante Ennahdha avesse la maggioranza relativa nella costituente, la costituzione non introduce la sharia e non cancella di diritti delle donne, sebbene Torelli non spieghi come si sia arrivati a questo risultato — dopo tre anni di braccio di ferro. Gli islamisti volevano introdurre la sharia e a un certo punto si era parlato anche di hudud (le pene previste dal corano), poi invece è prevalso il compromesso. Perché? Non per la disponibilità degli islamisti, ma per il ruolo giocato dal Quartetto (sindacato, confindustria, associazione degli avvocati e lega per i diritti dell’uomo), che ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2015.

Sinfonie politiche
La tensione era alta in Tunisia, soprattutto dopo gli assassini di uomini politici della sinistra che avevano provocato grandi mobilitazioni contro il governo, finché il Quartetto non è riuscito a farlo dimettere e a creare un governo di tecnici per arrivare alle nuove elezioni. A pesare e a indurre gli islamisti al compromesso è stato anche il timore che in Tunisia intervenissero i militari, come era successo in Egitto. Anche se i militari tunisini non hanno mai avuto un ruolo determinante nella gestione del paese.
Le nuove elezioni (politiche e presidenziali) del 2014 sono state vinte da un partito laico di centro, Nidaa Tounes, che vive momenti molto travagliati al suo interno. Il merito di Ennahdha, per Torelli, è stato quello di accettare il risultato elettorale e di appoggiare, partecipandovi, il governo. Ancora una volta entrambe le parti hanno dato prova di grande pragmatismo.
Avendo seguito molto da vicino la situazione tunisina direi che il grande segnale che viene dalla Tunisia è la maturità del suo popolo che ha permesso agli islamisti di andare al potere e poi glielo ha tolto, e quello di Ennahdha di permettere che questo accadesse.
Grande ruolo nella lotta per la democrazia deve essere riconosciuto al movimento delle donne che fin dalle prime manifestazioni ha avuto un protagonismo evidente. Il mantenimento di uno stato laico, pur tra mille contraddizioni, espone però la Tunisia all’attacco dei jihadisti dell’Isis (nelle cui file militano anche molti tunisini) che ha già compiuto sanguinosi attacchi. La vicinanza della Libia mantiene la Tunisia ancora più «sospesa»

Podemos al re: «Governo socialista con Iglesias vicepremier» Fonte: il manifestoAutore: Luca Tancredi Barone

Rajoy rinuncia a presentarsi per primo al Congresso, palla al Psoe. Possibile la svolta a sinistra. Nel fine settimana primi colloqui tra Sánchez e Iglesias sul governo «di cambiamento e di progresso»

Iglesias podemos

La prima settimana di consultazioni con il monarca spagnolo si è chiusa ieri con i fuochi d’artificio. Dopo una giornata piena di colpi di scena, poco prima delle 21 arriva il notizione: Mariano Rajoy rinuncia all’incarico offertogli da Filippo VI di formare il governo.

Motivo? C’è una maggioranza assoluta di voti contro di lui, e «per il momento», dice il presidente ad interim del governo, la sua opzione di governissimo Pp-Psoe-Ciudadanos non «ha i voti sufficienti». Rajoy, soprattutto, non ha intenzione di far scattare il conto alla rovescia convocando un’inutile sessione di investitura: a partire dal giorno dell’arrivo al Congresso, infatti, se dopo 60 giorni non c’è un governo, scattano le elezioni anticipate.

La repentina decisione del leader popolare arriva dopo un giorno convulso. Da lunedì Filippo VI sta gestendo la sua prima formazione di un governo, e in condizioni politiche totalmente nuove. Ieri era il turno dei tre principali partiti: Podemos, Psoe e Pp.

Fino a giovedì sembrava addirittura che, date le inedite circostanze politiche, il capo dello stato si accingesse a rompere la tradizione che prevede che l’incaricato debba essere il candidato del partito maggioritario. Ma Rajoy aveva detto giovedì che l’incarico lo voleva, nonostante fosse evidente che gli mancavano gli appoggi parlamentari sufficienti.

A rovesciare tutto, ieri mattina, è stato Pablo Iglesias di Podemos. Approfittando abilmente del fatto di essere il primo della giornata reale, ha lanciato la sua bomba.

Alla stampa prima ancora che allo stesso Pedro Sánchez ha detto di aver proposto al re «un governo socialista di cui io sia il vicepresidente», e in cui entri anche Alberto Garzón e Izquierda Unida. Un governo «plurale, proporzionale ai risultati e paritario».

Podemos con questa proposta vince comunque: se si forma il governo, ma anche se si torna alle urne perché può sempre sostenere di averci provato.

Il gesto ha spiazzato totalmente i socialisti, costringendoli a doversi riposizionare – e anche molti militanti di Iu, con il dente avvelenato verso la formazione viola dopo le vicissitudini della fallita formazione del gruppo parlamentare, per colpa del No di Podemos a che si unisse alla coalizione valenziana.

Lo sconcerto fra le file socialiste per la proposta di Podemos era tale che Sánchez, tagliava corto con una battuta: «Sono entrato alla Zarzuela (la residenza del monarca, ndr ) senza un governo e ne esco con ministri e ministre».

Ma se la posizione ufficiale socialista in mattinata era «prima le politiche e poi i nomi» e che avrebbero parlato «a destra e sinistra», ieri sera Sánchez e Iglesias hanno fatto sapere che, per la prima volta, si vedranno questo weekend per parlare per davvero del governo.

I tre partiti parlano tutti, con accenti diversi, di un piano di azione sociale immediato basato fra l’altro sul lavoro, sull’economia e sull’emergenza sociale. Sia Podemos che Psoe hanno già depositato proposte concrete. Da parte sua, Garzón ha espresso la speranza che le parole di Iglesias siano «sincere» e non «tattiche»: «Prima il programma, poi l’investitura, e poi i ministri per il governo». «Non è imprescindibile stare nel consiglio dei ministri, e questo lo decideranno le basi».

La Casa reale ha fatto sapere che lunedì chiamerà il presidente della camera bassa Patxi López per riprendere le consultazioni da mercoledì – ma in questo modo l’orologio dei tempi rimane bloccato un’altra settimana. Quando finalmente verrà convocato il Congresso, se nella prima votazione il candidato non ottiene la maggioranza assoluta, 48 ore dopo gli basterà solo che i sì siano più dei no.

Nella negoziazione per l’investitura dovranno entrare tutte e tre le coalizioni di Podemos, che metteranno sul tavolo la questione della plurinazionalità che tanti mal di pancia genera all’interno del partito socialista.

Ma Sánchez dovrà anche ottenere l’appoggio o almeno l’astensione di tutti gli altri partiti che non siano il Pp o Ciudadanos per poter superare l’investitura.

Le prime reazioni ufficiali di fronte ai giornalisti del responsabile organizzazione del Psoe César Luena sono furenti e segno di difficoltà: “Da Rajoy un gesto irresponsabile, ma parleremo con tutti, incluso Rajoy. Deve essere chiaro però che il suo tempo è finito, noi siamo disponibili a un governo progressista”.

Il rischio che a bruciarsi sia don Pedro e non don Mariano, come speravano i socialisti, è altissimo.

La doppia pena del migrante Fonte: il manifestoAutore: Alessandro Dal Lago

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Infine, forse, entrano in Austria, da dove sono spediti in Germania, cioè in Baviera. E quale è la prima mossa dei bavaresi, costretti a farli entrare da Angela Merkel? Sequestrare beni e contanti superiori a 750 Euro, «per finanziare la loro accoglienza».

Prima di maledire il governo bavarese, è utile qualche considerazione microeconomica, anzi di economia domestica. Per un viaggio del genere, una famiglia tipo, in cui lavora solo il capofamiglia, di quanto denaro avrà potuto disporre, in dollari?

Tenendo conto che il reddito pro capite in Siria non arriva a 2000 dollari (nel 2007, prima della guerra), meno di un ventesimo di quello tedesco o austriaco, è difficile immaginare più di un migliaio o due, cucito nelle fodere, ma solo se stiamo parlando di professionisti o commercianti. Il resto, se ce l’avevano, se ne sarà andato, sicuramente, a ungere miliziani e doganieri, non solo in Turchia, e a comprarsi da mangiare. E poi, ci saranno anche qualche gioiello di famiglia, un orologio, un cellulare e magari un tablet.

Sequestrare a questa gente i valori oltre 750 Euro è una cosa schifosa. La Danimarca ha fatto scuola. Ma non è solo schifosa, è insensata. Se si sfogliano i quotidiani economici europei si troveranno spesso, ma solo nelle pagine interne, analisi sulla necessità dei migranti per un continente che non cresce e la cui popolazione invecchia. In altri termini, il welfare europeo – o meglio i conti pubblici europei – hanno bisogno di gente che sostenga la domanda e paghi le tasse.

È il punto di vista dell’economia di mercato, fatto proprio da Merkel, a cui interessano fino a un certo punto le giaculatorie identitarie. Nulla di filantropico, per carità. Si parla della stessa tecnopolitica transnazionale che non ha voluto far fallire la Grecia, ma solo per comprarle a poco prezzo gli asset, insomma per succhiarle un po’ di sangue.

Torniamo alla famiglia siriana. Perché imporre il balzello d’ingresso, se poi, trovato un lavoro, anche misero, il capofamiglia e la moglie (lui facendo il lavapiatti, anche se in Siria magari era un dentista, e lei riparando giacche) cominceranno a finanziare il welfare bavarese? La risposta è in un concetto del sociologo algerino Sayad, «la doppia pena del migrante».

Loro non sono come noi e, se vogliono vivere tra noi, devono pagare pegno. Non solo stranieri, ma anche tenuti sotto il tallone. E di che pegno si tratta? I danesi, che hanno introdotto il sequestro d’ingresso, lo hanno detto chiaramente. Sappiamo che è una misura priva di qualsiasi significato economico, ma così li scoraggiamo. Tra l’altro, la Danimarca partecipa attivamente ai bombardamenti della Siria – cioè prima dice di bombardare l’Isis per sconfiggere il fondamentalismo e poi impone i balzelli a chi scappa dall’Isis. Un miracolo di logica.

D’altronde, nella vicenda dei profughi non c’è alcuna logica, tanto meno europea. Ogni stato, in base alla sua specifica xenofobia o paura del populismo, erige i suoi muri, chiude le sue frontiere, impone i suoi balzelli. Non esiste uno straccio di politica comune delle migrazioni, né di autorità capace di realizzarla, come mostra la vicenda dei ricollocamentii dei migranti approdati in Italia e Grecia. Una politica unitaria non esiste, perché l’Europa è solo un’espressione finanziaria, per citare un famigerato motto di Metternich sull’Italia.

Così, innalzare le barriere interne, come stanno facendo stati xenofobi o paranoici, significa compromettere quel po’ di libertà, di cosmopolitismo infra-europeo facilitato dalla libera circolazione delle merci.

Molti osservatori preconizzano che, con la crisi di Schengen, inizia la probabile agonia della Ue. Ma la fine o il declino di questo continente incombe da anni, da quando si è dichiarato incapace di dare una speranza di vita a chi, oltretutto, potrebbe aiutarlo a crescere.