CATANIA 27 GENNAIO GIORNATA DELLA MEMORIA ORE 17 PRESSO SALA CONFERENZE SCIENZE POLITICHE VIA GRAVINA N:12

da: Il cielo sopra l’inferno di Sarah Helm
15 maggio 1939 a 867 priginiere nel lager di Ravensbruk fu dato loro un triangolo di feltro colorato da cucire sulla spalla sinistra dell’uniforme
Il triangolo indicava la categoria delle prigioniere: il nero era per le asociali (prostitute, mendicanti, piccole criminali, lesbiche); il verde per le criminali abituali; il rosso per le prigioniere politiche; il lilla per le testimoni di Geova; il giallo per le ebree.
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Interventi di Rosario Mangiameli, Santina Sconza, Enzo Calò responsabile ANPI Sud, Pina Palella,
Danza di Alessandro Caruso e Roberta D’Amico

Ristorazione e campetti in mano a Cosa nostra Roberto Vacante gestiva i soldi dei Santapaola da: meriodionews.it

Dario De Luca 21 Gennaio 2016

Cronaca – Dal 2012 l’uomo, già arrestato in passato, si sarebbe occupato della gestione dei soldi della famiglia mafiosa catanese. Tra le persone coinvolte anche la moglie Irene Santapaola, nipote del capomafia Benedetto. «Colpiti nel cuore dei loro interessi», spiega il pm Liguori. Guarda il video

Una montagna di soldi sporchi da riciclare in affari apparentemente puliti. Da anni sarebbe stato questo il pensiero fisso di Roberto Vacante. È il suo il nome di spicco dell’operazione antimafia Bulldogportata a termine all’alba di oggi dalla squadra mobile etnea su delega della procura di Catania. L’indagine, iniziata a novembre del 2012, ha tolto il velo su una fitta rete di società e teste di legno che avrebbero gestito i capitali della famiglia di Cosa nostra dei Santapaola. Tra le 16 persone coinvolte c’è anche Irene Santapaola, nipote del capomafia Benedetto, sorella di Antonino e Vincenzo detto Il grande, recluso al carcere duro, e sopratutto moglie di Vacante. Una dinastia che, secondo gli investigatori, viene tramandata attraverso il vincolo di sangue di generazione in generazione.

Al centro del sistema scoperto dagli agenti ci sarebbero state numerose società, che sono state sottoposte a sequestro preventivo e affidate a un amministratore giudiziario. Tra queste la Sportitalia, che gestiva alcuni campi da calcetto nel quartiere Cibali, quote della società Parking car srl, che in via Santa Sofia si occupa di parcheggi e lavaggio auto, ma anche la Giarrusso catering, azienda titolare di una rosticceria in via Renato Imbriani. Nella misura interdittiva sono finiti anche il lido balneare di Riposto Satin blu, nella frazione di Torre Archirafi e le quote della società The bull dog camp. Una cooperativa – da qui il nome dell’operazione – che si stava occupando dei lavori di realizzazione di alcuni campi da calcio nella periferia di Nesima.  Non solo palloni e macchine da lucidare, i Santapaola avrebbero lavato i soldi della famiglia anche nella periferia cittadina attraverso un centro estetico a San Gregorio di Catania e il ristorante L’Oste di Tremestieri Etneo.

«Li abbiamo colpiti al centro dei loro interessi – spiega il magistrato Rocco Liguori -, ossia l’attività economica e di natura patrimoniale». Ad allargare le fila del gruppo ci sono anche alcuni uomini ritenuti vicini agli affari di Vacante. Il fratello Giuseppe, il tuttofare Santo Patantè e Francesco Russo. Quest’ultimo viene definito un elemento di cerniera, non affiliato a Cosa nostra ma che si sarebbe occupato di svolgere alcune mansioni delicate. «Un gruppo accorto – lo definisce il pm Liguori -, basti pensare che molti incontri venivano tenuti al cimitero». Il silenzio del campo santo, secondo gli inquirenti, sarebbe servito a Vacante e soci per discutere affari e programmare anche una fiorente attività di recupero crediti. Numerosi commercianti si sarebbero rivolti a boss e gregari per ottenere delle spettanze: «Nessuno dei debitori però ha collaborato con la giustizia e ha ammesso di essere stato taglieggiato», è il commento sconfortato che arriva dalla procura etnea.

Il passato criminale di Vacante è legato a numerosi arresti, condanne e aneddoti. Alcune fotografie lo hanno immortalato a cena, all’interno di un albergo a cinque stelle a Taormina, in compagnia di Eugenio Sturiale. L’ex capomafia, capace di girare le principali cosche della città di Catania, che oggi è tra i principali collaboratori di giustizia. Nel 2000 Vacante viene coinvolto in un’inchiesta insieme al consigliere comunale catanese Alfio Russo. Il medico e politico democristiano viene però assolto dopo qualche anno dal reato di concorso esterno alla mafia. Nel 2007 il nome del genero di Salvatore Santapaola finisce nella lista dell’ordinanza cautelare dell’operazione Arcangelo con le accuse di traffico di droga ed estorsioni. Successivamente viene condannato a sei anni nel processo con rito abbreviato. L’ultimo capitolo delle vicissitudini giudiziarie era quello risalente al 2012 con l’operazione Efesto.

Colpito il cuore finanziario della famiglia Santapaola Retata della polizia, arresti e sequestri da: livesicilia.it

Giovedì 21 Gennaio 2016 – 07:39 di

I reati contestati sono associazione per delinquere di stampo mafioso, intestazione fittizia di beni e furti. Obbligo di firma per Irene Santapaola (figlia di Salvatore scomparso nel 2003): personaggio chiave è il marito Roberto Vacante (L’ARRESTO IN DIRETTA). Sequestrate diverse società: tra cui ristoranti e uno stabilimento balneare I NOMI DI TUTTE LE SOCIETA’. (Il video della polizia CLICCA QUI) I NOMI DEGLI ARRESTATI

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CATANIA – La pressione delle mani dello Stato questa volta ha piegato il cuore finanziario e patrimoniale di Cosa nostra catanese. Il colpo è stato assestato direttamente ai vertici della “famiglia”: l’entourage criminale è quello legato a Irene Santapaola, figlia di Salvatore, fratello – quest’ultimo – del capomafia Nitto, deceduto nel 2003.  E’ il marito della rampolla di “sangue” dei Santapaola, Roberto Vacante, il personaggio chiave dell’inchiesta coordinata dal Procuratore Michelangelo Patanè e dal sostituto della Dda Rocco Liguori. Nome già conosciuto dagli investigatori per essere rimasto investito da diversi cicloni investigativi. Il suo volto è stato riconosciuto dai cronisti questa mattina che hanno assistito all’uscita degli arrestati dagli uffici della Questura di via Ventimiglia.

Sedici persone sono finite nell’elenco di un’ordinanza di custodia cautelare e molte società sono state strappate al controllo del Clan Santapoala Ercolano. La Squadra Mobile di Catania ha eseguito cinque arresti in carcere, tre ai domiciliari, mentre agli altri otto è stato disposto dal Gip l’obbligo di firma. Oltre questo i poliziotti hanno sequestrato diverse società affidate alla gestione di un amministratore giudiziario. Tra le aziende sequestrate la Sporting Italia intestata (fittiziamente secondo gli investigatori) a Irene Santapaola, già colpita da un provvedimento di misure di prevenzione della Dia, che opera nella gestione dei campetti di calcio. Ma nonostante questo Roberto Vacante, il reale manager della società, stava procedendo a un nuovo investimento nello stesso settore: a Nesima stava costruendo nuovi impianti sportivi sotto l’effige della The Bull Dog Camp Cooperativa. Da qui il nome del blitz, Bulldog.

Gli indagati, che sono molti di più di quelli che oggi sono destinatari della misura, sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, furti e intestazione fittizia di beni. L’inchiesta coordinata dalla Dda di Catania ha radiografato gli affari della famiglia di “sangue” di Cosa nostra Ercolano: in particolare hanno fotografato l’interessamento (ormai diventato abitudine) dei rappresentanti del gotha dei Santapaola a investire nel settore economico, attraverso la “ripulitura” in attività finanziare e commerciali del denaro sporco.

In particolare Vacante e i suoi familiari – secondo le ricostruzioni delle indagini – sarebbero direttamente collegate a diverse attività comemrciale formalmente riconducibili ad altri soggetti, a loro infatti è stato contestato il reato di intestazioni fittizie di beni con il contestuale sequestro preventivo. In totale sono stati posti sotto amministrazione giudiziaria due impianti sportivi di calcetto, di cui uno in fase di realizzazione, un parcheggio, un autolavaggio, un ristorante, una rosticceria, un’attività commerciale ed uno stabilimento balneare, del valore complessivo di svariati milioni di euro. La moglie di Vacante è accusata di intestazione fittizia di beni e per lei è stato disposto l’obbligo di dimora con obbligo di firma oggi giorno agli uffici della Pg.

Ancora una volta l’indagine ha portato alla luce tra le attività illecite poste in essere dalla famiglia mafiosa quello del “recupero crediti”, il creditore invece di rivolgersi ad avvocati che cercheranno di riottenere i debiti attraverso gli strumenti previsti dalla legge chiede “supporto” a boss o esponenti della criminalità organizzata che con i tradizionali mezzi di intimidazione e minaccia cercherà di “recuperare” le somme, di cui una fetta entrerà nelle casse del clan. Questa “attività” occupava un posto di rilievo nel gruppo che farebbe capo a Roberto Vacante. Su questo piano però non c’è stata da parte della magistratura la collaborazione degli imprenditori debitori.

I furti contestati agli indagati sono tre: due dei quali ai danni di una sala bingo in territorio di Ferentino (FR), che sarebbero stati organizzati dal gruppo e commessi, con la complicità di  Danilo Di Maria, impiegato della sala bingo, da Giuseppe Celestino Vacante e Santo Patanè, rispettivamente fratello e factotum del capo Roberto Vacante.

La figura che fa scattare le indagini viene fuori un altro personaggio chiave: Francesco Russo, a cui è contestato il concorso esterno in associazione mafiosa e oggi finito ai domiciliari. Russo non è direttamente affiliato al clan ma le sue condotte illecite hanno favorito (anche economicamente) gli interessi della famiglia Santapaola. Nel corso degli accertamenti, partite nel novembre 2012 al termine di un’altra inchiesta che portò al sequestro di alcuni ristoranti e attività commerciali che sarebbero state gestite da Enzo Santapaola e i fratelli Ercolano (il processo è in corso), sono stati notati diversi episodi che servivano a depistare le forze dell’ordine. Uno degli indagati, ma non colpito dall’ordinanza di oggi, più volte si recava al cimitero con un omaggio floreale apparentemente destinato ai defunti. Un particolare non sfugge agli inquirenti: i fiori erano finti. L’escamotage – poco furbo per la verità – serviva al soggetto monitorato a incontrarsi al camposanto con altri esponenti del gruppo criminale.

A chiudere il cerchio sulle contestazioni le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia provenienti dalle file del clan Santapoala come Santo La Causa, Carmelo Di Stefano e Giuseppe Scollo.

La «Tempesta nel deserto» apriva la fase che viviamo di Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

16/01/2016

Guerre del golfo 1991/2016. Una cronologia dei conflitti che iniziavano. Nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, sta per dissolversi l’Urss

Nelle prime ore del 17 gennaio 1991, inizia nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apre la fase storica che stiamo vivendo. Questa guerra viene lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stanno per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Ciò crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. E, su scala mondiale, scompare la superpotenza in grado di fronteggiare quella statunitense. «Il presidente Bush coglie questo cambiamento storico», racconta Colin Powell. Washington traccia subito «una nuova strategia della sicurezza nazionale e una strategia militare per sostenerla». L’attacco iracheno al Kuwait, ordinato da Saddam Hussein nell’agosto 1990, «fa sì che gli Stati uniti possano mettere in pratica la nuova strategia esattamente nel momento in cui cominciano a pubblicizzarla».

Il Saddam Hussein, che diventa «nemico numero uno», è lo stesso che gli Stati uniti hanno sostenuto negli anni Ottanta nella guerra contro l’Iran di Khomeini, allora «nemico numero uno» per gli interessi Usa in Medioriente. Ma quando nel 1988 termina la guerra con l’Iran, gli Usa temono che l’Iraq, grazie anche all’assistenza sovietica, acquisti un ruolo dominante nella regione. Ricorrono quindi alla tradizionale politica del «divide et impera». Sotto regia di Washington, cambia anche l’atteggiamento del Kuwait: esso esige l’immediato rimborso del debito contratto dall’Iraq e, sfruttando il giacimento di Rumaila che si estende sotto ambedue i territori, porta la propria produzione petrolifera oltre la quota stabilita dall’Opec. Danneggia così l’Iraq, uscito dalla guerra con un debito estero di oltre 70 miliardi di dollari, 40 dei quali dovuti a Kuwait e Arabia Saudita. A questo punto Saddam Hussein pensa di uscire dall’impasse «riannettendosi» il territorio kuwaitiano che, in base ai confini tracciati nel 1922 dal proconsole britannico Sir Percy Cox, sbarra l’accesso dell’Iraq al Golfo.

Washington lascia credere a Baghdad di voler restare fuori dal contenzioso. Il 25 luglio 1990, mentre i satelliti del Pentagono mostrano che l’invasione è ormai imminente, l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie – come spiegò poi nella sua intervista a Jeune Afrique -, assicura Saddam Hussein che gli Stati uniti desiderano avere le migliori relazioni con l’Iraq e non intendono interferire nei conflitti inter-arabi. Saddam Hussein cade nella trappola: una settimana dopo, il 1° agosto 1990, le forze irachene invadono il Kuwait.

A questo punto Washington, formata una coalizione internazionale, invia nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 per cento statunitensi, agli ordini del generale Schwarzkopf. Per 43 giorni, l’aviazione Usa e alleata effettua, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciano oltre 10 milioni di submunizioni. Partecipano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciano l’offensiva terrestre. Essa termina il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush. Alla guerra segue l’embargo, che provoca nella popolazione irachena più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

Subito dopo la guerra del Golfo, Washington lancia ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).

La guerra del Golfo è la prima guerra a cui partecipa sotto comando Usa la Repubblica italiana, violando l’articolo 11 della Costituzione. La Nato, pur non partecipando ufficialmente alla guerra, mette a disposizione sue forze e strutture per le operazioni militari. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico vara, sulla scia della nuova strategia Usa, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia viene varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo la Costituzione, indica quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».

Nasce così con la guerra del Golfo la strategia che guida le successive guerre sotto comando Usa, presentate come «operazioni umanitarie di peacekeeping»: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda contro la Russia. Profetiche, ma in senso tragico, le parole del presidente Bush nell’agosto 1991: «La crisi del Golfo passerà alla storia come il crogiolo del nuovo ordine mondiale».

 

Mare di Nessuno, terza puntata. “Se Fido e Minou mangiano pesce pescato illegalmente” Autore: francesca marras da. controlacrisi.org

La seconda puntata dell’inchiesta di Controlacrisi (qui il link) “Mare di nessuno” ha affrontato il tema dello sfruttamento del lavoro sui pescherecci, alimentato non solo da leggi inadeguate e scarsi controlli che lasciano spazio alla violazione dei diritti umani, ma anche dalla scarsa attenzione internazionale verso queste problematiche. Nel quadro che cerchiamo di ricostruire, partendo sempre dall’inchiesta del giornalista Ian Urbina (The Outlaw Ocean series: qui il link), inseriamo ancora un tassello, quello delle aziende alimentari che, consapevolmente o no, contribuiscono a mandare avanti questo sistema attraverso i legami commerciali con chi fornisce la materia prima.

Fido mangia pesce pescato illegalmente
Basti pensare che la maggior parte del pesce pescato in grossa quantità nei mari thailandesi, su pescherecci che operano nell’illegalità, viene mandata negli Stati Uniti e utilizzato per produrre il cibo destinato agli animali da compagnia, da fattoria e ai pesci d’allevamento che gli americani trovano poi sulla propria tavola. “The human misery feeds pets and livestock”, scrive Ian Urbina.
Il cibo per gli animali a base di pesce costituisce una grossa fetta delle esportazioni della Thailandia e gli Stati Uniti rappresentano il maggior acquirente di questi prodotti. Infatti dalle interviste realizzate risulta che una grossa quantità del pesce pescato illegalmente viene inviato alla Songkla Canning Public Company, una filiale dell’azienda Thai Union Frozen Products, la più grossa della Thailandia nel settore del pesce, di cui gli Stati Uniti sono clienti (Iams, Meow Mix and Fancy Feast sono alcuni dei marchi americani che utilizzano i prodotti dell’azienda thailandese, secondo i dati raccolti dai documenti della dogana degli Stati Uniti).

Il disastro ecologico procurato dalla pesca a strascico
La pesca viene praticata in un periodo di tempo molto lungo, in alto mare e per lo più con la tecnica chiamata “bottom trawling” – la pesca a strascico. Questa tecnica fa uso di grosse reti zavorrate e dotate di ruote metalliche che, dai fondali, trascinano e intrappolano tutto ciò che incontrano, dai pesci ai coralli, alle tartarughe marine e così via. Questo metodo di pesca, oltre che essere illegale in alcuni Paesi, è particolarmente dannoso anche per l’ecosistema marino, in quanto non permette una pesca selettiva, con la conseguente cattura e morte di altre specie che non costituiscono interesse commerciale, e causa un danneggiamento dell’habitat del fondale marino. I pesci che non possono essere venduti vengono poi gettati nuovamente in mare già morti o in procinto di morire e, talvolta, si tratta di specie in via di estinzione.

Il pesce pescato viene poi trasferito nelle cosiddette “motherships”, ossia le “navi d’appoggio”, dove viene conservato nei frigoriferi e in questa fase risulta difficile per le autorità portuali capire da dove arriva il pesce e se questo è stato pescato legalmente e nel rispetto dei diritti dei lavoratori.
Secondo le dichiarazioni di Sasinan Allmand, responsabile per la comunicazione della Thai Union Frozen Products, riportate da Ian Urbina, verrebbero effettuati periodici controlli sia nelle proprie aziende, sia nelle barche stazionate al porto da cui proviene il pescato, con particolare riguardo alle condizioni di lavoro. “Non tolleriamo nessun tipo di traffico umano né di violazione dei diritti umani”, ha dichiarato. Ma alla domanda su eventuali controlli effettuati sui pescherecci in alto mare non è stata data una risposta.
Ma la responsabilità di ciò che avviene nella filiera alimentare è attribuibile a tutti i soggetti economici che ne fanno parte, a partire dal fornitore di materia prima fino al consumatore finale, in quanto manca l’interesse per la provenienza di ciò che si sta comprando o consumando. In realtà si assiste a una maggiore attenzione dei consumatori verso la pesca illegale e la contraffazione degli alimenti, ma è ancora scarso l’interesse per il lavoro che sta alla base della filiera alimentare del pesce.

Anche i difensori dei diritti umani chiedono una maggiore attenzione delle aziende per l’origine della materia prima utilizzata nei propri prodotti a base di pesce e per le condizioni di pesca e di lavoro. Nonostante la difficoltà dichiarata dalle aziende, molte di queste si stanno impegnando nell’effettuare controlli sulla provenienza del pesce e sui contratti di lavoro forniti ai membri degli equipaggi dei pescherecci. Tra queste aziende, la Mars Inc., multinazionale statunitense del settore agroalimentare, è una delle più attive sul fronte e conta di arrivare a una completa eliminazione del pesce di dubbia provenienza entro il 2020, per acquistare solo pesce pescato legalmente o comunque certificato da enti di controllo.

Nestlé si giustifica, ma è poco convincente
La criticità maggiore, secondo quanto hanno spiegato le aziende stesse, risiede proprio nella difficoltà di tracciarne il percorso. La Nestlè, che tratta anche cibo per animali domestici (come Fancy Feast e Purina), pur dichiarando il proprio impegno nell’eliminazione di materia prima proveniente dallo sfruttamento del lavoro e dalla pesca illegale dai propri prodotti, ha sottolineato che il processo sarebbe stato molto lungo perché il pesce non arriva da un solo porto o da un solo peschereccio ed è, quindi, difficile controllarne la reale provenienza.

Si tratta, dunque, di un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Finché sarà semplice trarre profitto dal mercato illegale del pesce, sarà sempre minore il rischio che si corre nell’uso di pratiche di pesca scorrette e nello sfruttamento del lavoro. E finché ci saranno aziende, dalle più piccole alle grosse multinazionali, e consumatori che accettano questo sistema, o per trarne un profitto o per disinteresse, a pagare il costo più alto saranno come sempre l’ambiente e i lavoratori sfruttati.