Acireale No al carnevale il 25 Aprile appello ANPI e CGIL alle istituzioni

AL SIG. PREFETTO DELLA PROVINCIA
CATANIA

AL SIG. QUESTORE DELLA PROVINCIA
CATANIA

AL SIGNOR PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA

AL SIG. ASSESSORE REGIONALE
AGLI EE. LL.
PALERMO

Oggetto: appello alle Istituzioni

I sottoscritti Santa Sconza e Giacomo Rota nella qualità di Presidente provinciale ANPI Catania e Segretario Provinciale CGIL Catania espongono quanto segue:
Nei giorni scorsi il Comune di Acireale decideva di fare svolgere le manifestazioni legate al cosiddetto Carnevale dei fiori in coincidenza della ricorrenza del 25 Aprile.
Orbene, tale decisione, oltre che improvvida ed inopportuna, è profondamente offensiva dei valori della Resistenza i quali, mai come nell’attuale temperie storica, devono essere considerati il fondamento ed il coronamento della nostra democrazia.
La decisione del Comune di Acireale dimostra l’impressionante perdita della memoria storica nel nostro Paese, che deve essere fermamente combattuta perché un popolo il quale dimentica il suo passato è condannato a ripeterne, se pure in forma diversa, gli errori o peggio, gli orrori. Si chiede, pertanto, che le S.V. adottino gli opportuni provvedimenti al fine di consentire un’adeguata celebrazione della giornata del 25 Aprile spostando ad altra data le manifestazioni legate al Carnevale dei fiori .

Distinti saluti.
Catania lì, 13/1/2016
Firma
Santa Sconza
Giacomo Rota

 

 

 

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Manca, “L’ha ucciso lo Stato” da: l’informazione

Lo Stato l’ha ucciso, lo Stato ha depistato, lo Stato gli ha negato giustizia. La storia del suicidio di Attilio Manca, con un’overdose di eroina, è una bufala costruita ad arte per sviare l’attenzione da un boss che per quarant’anni è stato protetto dalle istituzioni: Bernardo Provenzano.

Adesso non è più una ipotesi. Adesso quello che la famiglia, i suoi avvocati, pochissimi giornalisti e l’opinione pubblica hanno sempre detto, viene confermato dal collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, grande conoscitore di vicende inconfessabili che riguardano la Cosa nostra messinese. Il quale tira in ballo un generale dei Carabinieri, un boss-avvocato, un ufficiale dei servizi segreti e il circolo barcellonese “Corda fratres”. Praticamente le istituzioni. Con quali conseguenze, non è facile dire, ma conoscendo le dinamiche che contraddistinguono il coinvolgimento dei servizi segreti, non è difficile prevedere che anche questa volta certe forze sotterranee si stiano muovendo per screditare il pentito o per mettere tutto a tacere.

Ai magistrati peloritani, D’Amico dice che il trentaquattrenne urologo siciliano Attilio Manca, originario di Barcellona ma residente a Viterbo, dove da due anni prestava servizio presso l’ospedale Belcolle, è stato ucciso dai servizi segreti deviati perché ha avuto un ruolo – sia nell’intervento in Francia, sia nella diagnosi e nella cura in Italia – nell’operazione di cancro alla prostata alla quale, nell’autunno del 2003, si sottopose a Marsiglia il capomafia corleonese Bernardo Provenzano, allora latitante e nascosto sotto il falso nome di Gaspare Troia.

Manca – secondo D’Amico – sarebbe stato eliminato perché avrebbe scoperto sia la vera identità di “Troia”, che il fitto reticolo di alleanze istituzionali che lo avrebbe protetto per quattro decenni.

Adesso tutto torna

Ecco allora che tutto torna. Torna la circostanza di quella telefonata che Attilio avrebbe fatto ai familiari dal Sud della Francia nei giorni in cui Provenzano era sotto i ferri a pochi chilometri da lui, telefonata che i magistrati di Viterbo si sono rifiutati di acquisire. Torna la circostanza del falso rapporto redatto dall’ex capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (condannato in Cassazione per aver falsificato un altro rapporto: quello del pestaggio dei ragazzi della scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001). In quel verbale, Gava scrisse che il medico non si sarebbe mosso dall’ospedale Belcolle nei giorni in cui il boss corleonese si operava a Marsiglia. Secondo un’inchiesta della trasmissione “Chi l’ha visto” – mai smentita dagli interessati – è vero esattamente il contrario: consultando il registro delle presenze ospedaliere i giornalisti del programma hanno stabilito che l’urologo, proprio in quei giorni, era assente dal posto di lavoro. Torna la circostanza della sparizione di un’altra telefonata dai tabulati, l’ultima che Attilio avrebbe fatto ai familiari, la mattina dell’11 febbraio 2004, circa dodici ore prima di morire. Una telefonata dalla quale – se fossero stati acquisiti i tabulati – si sarebbe potuto individuare il luogo di provenienza e far partire le indagini proprio da lì. Invece niente. Si è preferito non andare oltre le apparenze e far morire Attilio Manca per droga. Torna la frase pronunciata da un consulente al quale – a proposito delle telefonate scomparse – i Manca si sono rivolti: “Solo un’entità, in Italia, è in grado di fare sparire la traccia di una telefonata: i servizi segreti”.

Sì, ora tante cose tornano, fin troppe. E tante persone cominciano a tremare.

Perché la “Corda fratres”?

Secondo D’Amico, “l’alta mafia” avrebbe fatto da anello di congiunzione fra l’ala militare di Cosa nostra e l’ala “istituzionale”. La dinamica raccontata dal pentito sarebbe stata questa: Provenzano essendo affetto da problemi alla prostata, aveva bisogno di un bravo urologo in grado di assisterlo, non solo durante l’operazione, ma per la diagnosi e per le cure post operatorie. A quel punto sarebbe entrato in gioco un misterioso Generale dei Carabinieri vicino alla “Corda fratres”, il quale avrebbe contattato l’avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi, da sempre trait d’union fra i servizi segreti deviati e la mafia santapaoliana, presente a Barcellona con un esercito sanguinario e organizzato.

Rosario Cattafi

In parole povere, lo Stato avrebbe chiesto un favore alla mafia, che a sua volta avrebbe girato la richiesta allo Stato deviato. Non è la prima volta che succede. Basta vedere i casi Pecorelli, Rostagno, Mattei, De Mauro…

Ma perché D’Amico sente l’esigenza di tirare in ballo la “Corda fratres”? In altre parole: il sodalizio barcellonese, in questa vicenda, ha un ruolo? Dalle parole del collaboratore di giustizia non è emerso. Ma allora – se nel racconto di D’Amico la “Corda fratres” è ininfluente – perché il pentito associa il nome del sodalizio con la figura misteriosa del Generale? E poi: questo Generale avrebbe agito da solo o per conto di altri?

Attilio Manca fu trovato morto nel letto del suo appartamento di Viterbo la mattina del 12 febbraio 2004. con due buchi al braccio sinistro – braccio sbagliato in quanto il medico era un mancino puro – il setto nasale deviato, le labbra gonfie e tumefatte, delle ecchimosi ai polsi e alle caviglie, due siringhe a pochi metri dal cadavere, sulle quali la Procura di Viterbo, per ben otto anni, si è ostinatamente rifiutata di far prendere le impronte digitali, mentre le tracce del Dna rilevate su alcuni oggetti hanno dato esito “neutro”, una formuletta ambigua che vuol dire tutto e il contrario di tutto. Mai nessuno ha spiegato perché nell’appartamento non sono stati trovati gli indumenti intimi della vittima.

Il gravissimo racconto di D’Amico

I particolari raccontati da D’Amico sono ben più gravi di qualsiasi tesi – anche fosca – formulata da chi, in base agli elementi emersi, aveva ipotizzato la mafia come autrice del delitto e i servizi segreti come depistatori. Quello che emerge, invece, è un quadro molto più complesso, in cui pezzi dello Stato e l’Antistato agiscono in stretta sintonia e pianificano un delitto nei minimi particolari, anche perché – dispiace dirlo – certe istituzioni, consapevolmente o inconsapevolmente, accettano ogni forma di deviazione. È questo che emerge dalle parole di D’Amico.

La procura, il Gip, e l’ex capo della Squadra mobile di Viterbo devono spiegare perché, senza lo straccio di una prova, hanno sempre parlato di “sicuro” suicidio causato da una “inoculazione volontaria” di eroina mista ad alcol e tranquillanti che il medico si sarebbe somministrato da solo. Perché il pm titolare delle indagini Renzo Petroselli, il procuratore della Repubblica Alberto Pazienti, il Gip Salvatore Fanti e l’ex capo della Squadra mobile Salvatore Gava, si sono ostinati a non cercarle, le prove, anche al cospetto di una famiglia e dei suoi avvocati che hanno indicato le strade per arrivare ad una verità alternativa. Devono spiegare perché è stato imbastito un processo surreale (“per droga”) non ai possibili assassini, ma alla vittima – anche se formalmente l’imputata in quel dibattimento è una donna, Monica Mileti, secondo gli inquirenti la persona che avrebbe venduto la dose letale all’urologo – dando credito a un pugno di “amici” barcellonesi, autori di dichiarazioni così contraddittorie che il processo (per falsa testimonianza) avrebbero dovuto farlo a loro. In quelle dichiarazioni Attilio Manca viene accusato di essere un eroinomane e di usare la mano destra per iniettarsi lo stupefacente. Tutto estrapolato dal contesto e manipolato attraverso l’assolutizzazione di un dettaglio banale come quello delle canne che il medico si faceva ai tempi del liceo; dichiarazioni alle quali è stato dato ampio credito, malgrado l’assoluta mancanza di affidabilità delle fonti barcellonesi, e le numerose deposizioni di segno opposto provenienti da colleghi, infermieri e primari autorevolissimi di Roma e di Viterbo.

Una sapiente regia?

Sarebbe carino sapere in quale contesto certe dichiarazioni partite da Barcellona ed utilizzate a Viterbo, sono saltate fuori, cioè se dietro a quelle deposizioni esiste una sapiente regia o se quelle parole sono sgorgate spontaneamente dalle bocche immacolate degli “amici” di Attilio. Ufficialmente “amici” di Attilio, sostanzialmente amici di quella pletora di mafiosi e di Colletti bianchi che contribuisce a tenere alto il prestigio della “Corda fratres”.

Peccato che uno degli “amici” barcellonesi di Attilio, tale Ugo Manca, oltre ad essere cugino del medico, oltre ad avere lasciato una impronta palmare nell’appartamento dell’urologo, risulti organico alla mafia barcellonese.

Ma le “perle” giudiziarie non si fermano qui. Al processo contro Monica Mileti – tuttora in corso – il Giudice monocratico, su richiesta del Pm Petroselli, ha escluso la famiglia Manca dalla parte civile poiché la stessa – è stato scritto – non avrebbe subito alcun danno dalla morte del congiunto. Il quadro è stato completato da una querela per diffamazione contro l’avvocato Antonio Ingroia, legale della famiglia (assieme a Fabio Repici), reo di aver pronunciato in dibattimento il termine “insabbiato”, ritenuto gravemente lesivo per il buon nome delle istituzioni viterbesi che si sono occupate del caso Manca.

1^ puntata. Continua.

Luciano Mirone

Lo Stato l’ha ucciso, lo Stato ha depistato, lo Stato gli ha negato giustizia. La storia del suicidio di Attilio Manca, con un’overdose di eroina, è una bufala costruita ad arte per sviare l’attenzione da un boss che per quarant’anni è stato protetto dalle istituzioni: Bernardo Provenzano.

Adesso non è più una ipotesi. Adesso quello che la famiglia, i suoi avvocati, pochissimi giornalisti e l’opinione pubblica hanno sempre detto, viene confermato dal collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, grande conoscitore di vicende inconfessabili che riguardano la Cosa nostra messinese. Il quale tira in ballo un generale dei Carabinieri, un boss-avvocato, un ufficiale dei servizi segreti e il circolo barcellonese “Corda fratres”. Praticamente le istituzioni. Con quali conseguenze, non è facile dire, ma conoscendo le dinamiche che contraddistinguono il coinvolgimento dei servizi segreti, non è difficile prevedere che anche questa volta certe forze sotterranee si stiano muovendo per screditare il pentito o per mettere tutto a tacere.

Ai magistrati peloritani, D’Amico dice che il trentaquattrenne urologo siciliano Attilio Manca, originario di Barcellona ma residente a Viterbo, dove da due anni prestava servizio presso l’ospedale Belcolle, è stato ucciso dai servizi segreti deviati perché ha avuto un ruolo – sia nell’intervento in Francia, sia nella diagnosi e nella cura in Italia – nell’operazione di cancro alla prostata alla quale, nell’autunno del 2003, si sottopose a Marsiglia il capomafia corleonese Bernardo Provenzano, allora latitante e nascosto sotto il falso nome di Gaspare Troia.

Manca – secondo D’Amico – sarebbe stato eliminato perché avrebbe scoperto sia la vera identità di “Troia”, che il fitto reticolo di alleanze istituzionali che lo avrebbe protetto per quattro decenni.

Adesso tutto torna

Ecco allora che tutto torna. Torna la circostanza di quella telefonata che Attilio avrebbe fatto ai familiari dal Sud della Francia nei giorni in cui Provenzano era sotto i ferri a pochi chilometri da lui, telefonata che i magistrati di Viterbo si sono rifiutati di acquisire. Torna la circostanza del falso rapporto redatto dall’ex capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (condannato in Cassazione per aver falsificato un altro rapporto: quello del pestaggio dei ragazzi della scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001). In quel verbale, Gava scrisse che il medico non si sarebbe mosso dall’ospedale Belcolle nei giorni in cui il boss corleonese si operava a Marsiglia. Secondo un’inchiesta della trasmissione “Chi l’ha visto” – mai smentita dagli interessati – è vero esattamente il contrario: consultando il registro delle presenze ospedaliere i giornalisti del programma hanno stabilito che l’urologo, proprio in quei giorni, era assente dal posto di lavoro. Torna la circostanza della sparizione di un’altra telefonata dai tabulati, l’ultima che Attilio avrebbe fatto ai familiari, la mattina dell’11 febbraio 2004, circa dodici ore prima di morire. Una telefonata dalla quale – se fossero stati acquisiti i tabulati – si sarebbe potuto individuare il luogo di provenienza e far partire le indagini proprio da lì. Invece niente. Si è preferito non andare oltre le apparenze e far morire Attilio Manca per droga. Torna la frase pronunciata da un consulente al quale – a proposito delle telefonate scomparse – i Manca si sono rivolti: “Solo un’entità, in Italia, è in grado di fare sparire la traccia di una telefonata: i servizi segreti”.

Sì, ora tante cose tornano, fin troppe. E tante persone cominciano a tremare.

Perché la “Corda fratres”?

Secondo D’Amico, “l’alta mafia” avrebbe fatto da anello di congiunzione fra l’ala militare di Cosa nostra e l’ala “istituzionale”. La dinamica raccontata dal pentito sarebbe stata questa: Provenzano essendo affetto da problemi alla prostata, aveva bisogno di un bravo urologo in grado di assisterlo, non solo durante l’operazione, ma per la diagnosi e per le cure post operatorie. A quel punto sarebbe entrato in gioco un misterioso Generale dei Carabinieri vicino alla “Corda fratres”, il quale avrebbe contattato l’avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi, da sempre trait d’union fra i servizi segreti deviati e la mafia santapaoliana, presente a Barcellona con un esercito sanguinario e organizzato.

Rosario Cattafi

In parole povere, lo Stato avrebbe chiesto un favore alla mafia, che a sua volta avrebbe girato la richiesta allo Stato deviato. Non è la prima volta che succede. Basta vedere i casi Pecorelli, Rostagno, Mattei, De Mauro…

Ma perché D’Amico sente l’esigenza di tirare in ballo la “Corda fratres”? In altre parole: il sodalizio barcellonese, in questa vicenda, ha un ruolo? Dalle parole del collaboratore di giustizia non è emerso. Ma allora – se nel racconto di D’Amico la “Corda fratres” è ininfluente – perché il pentito associa il nome del sodalizio con la figura misteriosa del Generale? E poi: questo Generale avrebbe agito da solo o per conto di altri?

Attilio Manca fu trovato morto nel letto del suo appartamento di Viterbo la mattina del 12 febbraio 2004. con due buchi al braccio sinistro – braccio sbagliato in quanto il medico era un mancino puro – il setto nasale deviato, le labbra gonfie e tumefatte, delle ecchimosi ai polsi e alle caviglie, due siringhe a pochi metri dal cadavere, sulle quali la Procura di Viterbo, per ben otto anni, si è ostinatamente rifiutata di far prendere le impronte digitali, mentre le tracce del Dna rilevate su alcuni oggetti hanno dato esito “neutro”, una formuletta ambigua che vuol dire tutto e il contrario di tutto. Mai nessuno ha spiegato perché nell’appartamento non sono stati trovati gli indumenti intimi della vittima.

Il gravissimo racconto di D’Amico

I particolari raccontati da D’Amico sono ben più gravi di qualsiasi tesi – anche fosca – formulata da chi, in base agli elementi emersi, aveva ipotizzato la mafia come autrice del delitto e i servizi segreti come depistatori. Quello che emerge, invece, è un quadro molto più complesso, in cui pezzi dello Stato e l’Antistato agiscono in stretta sintonia e pianificano un delitto nei minimi particolari, anche perché – dispiace dirlo – certe istituzioni, consapevolmente o inconsapevolmente, accettano ogni forma di deviazione. È questo che emerge dalle parole di D’Amico.

La procura, il Gip, e l’ex capo della Squadra mobile di Viterbo devono spiegare perché, senza lo straccio di una prova, hanno sempre parlato di “sicuro” suicidio causato da una “inoculazione volontaria” di eroina mista ad alcol e tranquillanti che il medico si sarebbe somministrato da solo. Perché il pm titolare delle indagini Renzo Petroselli, il procuratore della Repubblica Alberto Pazienti, il Gip Salvatore Fanti e l’ex capo della Squadra mobile Salvatore Gava, si sono ostinati a non cercarle, le prove, anche al cospetto di una famiglia e dei suoi avvocati che hanno indicato le strade per arrivare ad una verità alternativa. Devono spiegare perché è stato imbastito un processo surreale (“per droga”) non ai possibili assassini, ma alla vittima – anche se formalmente l’imputata in quel dibattimento è una donna, Monica Mileti, secondo gli inquirenti la persona che avrebbe venduto la dose letale all’urologo – dando credito a un pugno di “amici” barcellonesi, autori di dichiarazioni così contraddittorie che il processo (per falsa testimonianza) avrebbero dovuto farlo a loro. In quelle dichiarazioni Attilio Manca viene accusato di essere un eroinomane e di usare la mano destra per iniettarsi lo stupefacente. Tutto estrapolato dal contesto e manipolato attraverso l’assolutizzazione di un dettaglio banale come quello delle canne che il medico si faceva ai tempi del liceo; dichiarazioni alle quali è stato dato ampio credito, malgrado l’assoluta mancanza di affidabilità delle fonti barcellonesi, e le numerose deposizioni di segno opposto provenienti da colleghi, infermieri e primari autorevolissimi di Roma e di Viterbo.

Una sapiente regia?

Sarebbe carino sapere in quale contesto certe dichiarazioni partite da Barcellona ed utilizzate a Viterbo, sono saltate fuori, cioè se dietro a quelle deposizioni esiste una sapiente regia o se quelle parole sono sgorgate spontaneamente dalle bocche immacolate degli “amici” di Attilio. Ufficialmente “amici” di Attilio, sostanzialmente amici di quella pletora di mafiosi e di Colletti bianchi che contribuisce a tenere alto il prestigio della “Corda fratres”.

Peccato che uno degli “amici” barcellonesi di Attilio, tale Ugo Manca, oltre ad essere cugino del medico, oltre ad avere lasciato una impronta palmare nell’appartamento dell’urologo, risulti organico alla mafia barcellonese.

Ma le “perle” giudiziarie non si fermano qui. Al processo contro Monica Mileti – tuttora in corso – il Giudice monocratico, su richiesta del Pm Petroselli, ha escluso la famiglia Manca dalla parte civile poiché la stessa – è stato scritto – non avrebbe subito alcun danno dalla morte del congiunto. Il quadro è stato completato da una querela per diffamazione contro l’avvocato Antonio Ingroia, legale della famiglia (assieme a Fabio Repici), reo di aver pronunciato in dibattimento il termine “insabbiato”, ritenuto gravemente lesivo per il buon nome delle istituzioni viterbesi che si sono occupate del caso Manca.

1^ puntata. Continua.

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