Colonia: donne, uomini e priorità da. ndnoidonne

“Gli uomini violenti di Colonia devono essere assicurati alla giustizia e condannati per i reati che verranno accertati, e sono un banco di prova ….”

inserito da Monica Lanfranco

Da alcuni giorni non c’è conversazione nella quale sia assente la menzione dei fatti di Colonia. Ravviso un’inquietudine diffusa, tra le donne che conosco e dentro di me: mi tornano in mente le pagine del libro, e del film, pochissimo visto e conosciuto, della pure celeberrima Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, nel quale si descrive un mondo sempre più violento che decide che i diritti delle donne sono da sacrificare in nome del controllo sociale e dell’ordine.
Le aggressioni, avvenute nei pressi della stazione centrale, (emergono ora casi analoghi anche in altre città tedesche) sono state organizzate in modo preciso, come emerge dalle testimonianze delle vittime, da parte di gruppi di giovani uomini, sembra nordafricani, che hanno circondato, intimidito e fatto violenza alle donne scelte come bersaglio, in modo ripetuto e per molte ore.
I numeri sono impressionanti: un migliaio gli aggressori, decine le vittime, forse alcune non denunceranno mai per la vergogna, la paura e lo shock.
Il dibattito si polarizza in queste ore sull’insufficiente presenza della polizia da una parte e sull’identità degli aggressori dall’altra. Si fa presto a semplificare, per sottovalutazione del problema e per voglia di strumentalizzarlo: da una parte serve più repressione, si dice, considerando l’accaduto un fatto di delinquenza comune, e dall’altra si allontana la palese connotazione sessista delle aggressioni condannando questi uomini perché stranieri, spostando lo sguardo sul tema emergenziale dell’immigrazione.
Soluzione trovata: meno immigrazione più pattugliamenti e voilà, la violenza sulle donne magicamente scompare, dalla Germania e dal mondo.
Magari, viene da dire: se la violenza sessista e la misoginia fossero un problema ascrivibile solo ad una parte della popolazione maschile saremmo in un mondo felice. Come sappiamo non è così, purtroppo.
La violenza maschile sulle donne è una piaga planetaria, che coinvolge tutte le culture, ogni fede religiosa, ogni fede politica e qualunque società.
Non sono però d’accordo nell’affrontare i fatti di Colonia e il fenomeno del sessismo senza nominare i suoi potenti alleati: l’ignoranza, l’assenza di alfabetizzazione sui diritti universali, l’accettazione acritica delle religioni per rispetto delle tradizioni e, specialmente a sinistra, per paura di alimentare il razzismo, una piaga sempre in agguato che però non può giustificare deroghe alla centralità della laicità e dei diritti delle donne, che sono la cartina di tornasole della civiltà umana.
E’ stato emozionante ascoltare le parole della giovane indiana scampata alla morte per il rogo appiccato dal marito-padrone a Brescia, perché colpevole di voler uscire dalla gabbia patriarcale imposta dalla tradizione e dalla religione.
Senza velo sulla testa, ancora segnata dalle ferite, Parvinder Kaur Aulak, detta Pinki, ha detto: ”Non fate il mio errore: non giustificate un uomo se vi picchia. Al primo schiaffo allontanatelo”. Rispetto alla tragedia di Hina Salem, giovanissima pachistana uccisa anni fa dal padre con la complicità di altri maschi della famiglia, perché voleva vivere la sua vita senza costrizioni, la novità è stata la vicinanza del padre di Pinki, che ha supportato la figlia e le sue scelte di libertà. Un cambiamento che testimonia la possibilità di uscire dall’oscurantismo.
Ma perché questo accada è necessario rafforzare la laicità e con essa i diritti delle donne, che nella storia umana garantiscono sempre la crescita dell’autodeterminazione di ogni essere umano; è urgente mettere al centro il valore universale dell’educazione al rispetto delle donne, che viene prima del rispetto della fede religiosa e delle tradizioni, molte delle quali, (come l’Isis testimonia), sono un oscuro ed inquietante baluardo contro la storia che cambia ed evolve.
Gli uomini violenti di Colonia devono essere assicurati alla giustizia e condannati per i reati che verranno accertati, e sono un banco di prova della nostra capacità di dimostrare che i valori di libertà e civiltà che abbiamo costruito anche e soprattutto con la lotta delle donne sono giusti e fecondi.
Quei giovani vanno messi di fronte alla loro responsabilità, e va fatto loro capire, (così come ad ogni uomo violento, quale che sia il suo passaporto), che ogni forma di umiliazione, dileggio, discriminazione e violenza contro le donne è una violazione dell’umanità. La loro umanità, oltre a quella delle loro vittime.

| 11 Gennaio 2016

Siria: la verità su Madaya da:www.resistenze.org – popoli resistenti – siria – 11-01-16 – n. 571

 


Redazione di Sibialiria | sibialiria.org

09/01/2016

Dilaga su tutti i media main stream la “notizia” dei bambini che muoiono di fame a Madaya, in Siria, assediata dall’esercito di Assad che impedisce l’invio di viveri. Ma quali sono le fonti di questa “notizia”? Sostanzialmente, una foto nella quale quelli che appaiono “ribelli”, per nulla denutriti, invocano con uno striscione il Papa per far cessare l’assedio a Madaya, alcune foto  risalenti ad anni fa e buone per tutte le occasioni,  e – ça va sans dire – l’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Ma perché mai il governo di Damasco dovrebbe volere la morte di cittadini siriani ostaggio dei terroristi di al-Nusra? Ce lo chiedevamo già davanti alla “notizia” del “bombardamento russo sul mercato di Idlib”. E anche per Madaya una risposta può essere data consultando siti solitamente bene informati – in questo caso,  Al Manar,  attivisti presenti in Medio Oriente – come Vanessa Beeley della Rete No Syria Intervention – e la Croce Rossa Internazionale. E il quadro che, così, ne esce fuori è completamente diverso da quello descritto dai media main-stream (che sono arrivati a pubblicare – ovviamente Repubblica – “notizie” come questa).

La strategia dei miliziani jihadisti, per sfuggire ai rastrellamenti dell’esercito siriano  – e, da qualche mese, ai bombardamenti russi – è asserragliarsi in centri urbani facendosi scudo delle popolazioni. Una situazione che comporta assedi che, comunque, il governo siriano per evitare si trasformassero in una ecatombe ha accettato fossero mitigati. Nel caso di Madaya (ma stesso discorso potrebbe essere fatto per altri villaggi), ad esempio, già l’anno scorso (non certo da oggi)  il governo di Damasco ha permesso a colonne di soccorso della Croce Rossa Internazionale di entrare in questo centro, posto a 1400 metri di altitudine, per portare aiuti umanitari. Aiuti umanitari  requisiti, per lo più, dai miliziani jihadisti. Probabile che questa situazione abbia comportato casi di inedia, tra l’altro diffusissimi in tutta la Siria.

Anche per scongiurare l’aggravamento della situazione, il governo di Damasco, già nell’agosto 2015, aderiva ad una proposta della Croce Rossa Internazionale di un “cessate il fuoco” e di un salvacondotto che prevedeva l’allontanamento da Madaya di miliziani jihadisti feriti. L’ultimo trasbordo di miliziani feriti è avvenuto nel dicembre 2015 tramite autoveicoli della Croce Rossa Internazionale entrati a Madaya con aiuti umanitari.

Ci sarebbe da domandarsi – per fare nostre le parole di Vanessa Beeley – perché mai la Croce Rossa Internazionale non avrebbe portato in salvo, oltre ai miliziani feriti, anche i bambini e le persone di Madaya che stavano morendo di fame.

 

Libia, il piano della conquista «L’arte della guerra» da: Manlio Dinucci | ilmanifesto.info


«Il 2016 si annuncia molto complicato a livello internazionale, con tensioni diffuse anche vicino a casa nostra. L’Italia c’è e farà la sua parte, con la professionalità delle proprie donne e dei propri uomini e insieme all’impegno degli alleati»: così Matteo Renzi ha comunicato agli iscritti del Pd la prossima guerra a cui parteciperà l’Italia, quella in Libia, cinque anni dopo la prima.

Il piano è in atto: forze speciali Sas – riporta «The Daily Mirror» – sono già in Libia per preparare l’arrivo di circa 1000 soldati britannici. L’operazione – «concordata da Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia» – coinvolgerà circa 6000 soldati e marine statunitensi ed europei con l’obiettivo di «bloccare circa 5000 estremisti islamici, che si sono impadroniti di una dozzina dei maggiori campi petroliferi e, dal caposaldo Isis di Sirte, si preparano ad avanzare fino alla raffineria di Marsa al Brega, la maggiore del Nordafrica».

La gestione del campo di battaglia, su cui le forze Sas stanno istruendo non meglio identificati «comandanti militari libici», prevede l’impiego di «truppe, carrarmati, aerei e navi da guerra». Per bombardare in Libia la Gran Bretagna sta inviando altri aerei a Cipro, dove sono già schierati 10 Tornado e 6 Typhoon per gli attacchi in Siria e Iraq, mentre un cacciatorpediniere si sta dirigendo verso la Libia. Sono già in Libia – conferma «Difesa Online» – anche alcuni team di Navy Seal Usa.

L’intera operazione sarà formalmente «a guida italiana». Nel senso che l’Italia si addosserà il compito più gravoso e costoso, mettendo a disposizione basi e forze per la nuova guerra in Libia. Non per questo avrà il comando effettivo dell’operazione. Esso sarà in realtà esercitato dagli Stati uniti attraverso la propria catena di comando e quella della Nato, sempre sotto comando Usa. Un ruolo chiave avrà lo «U.S. Africa Command», il Comando Africa degli Stati uniti: esso ha appena annunciato, l’8 gennaio, il «piano quinquennale» di una campagna militare per «fronteggiare le crescenti minacce provenienti dal continente africano».

Tra i suoi principali obiettivi, «concentrare gli sforzi sullo Stato fallito della Libia, contenendo l’instabilità nel paese».

Fu il Comando Africa degli Stati uniti, nel 2011, a dirigere la prima fase della guerra, poi diretta dalla Nato sempre sotto comando Usa, che con forze infiltrate e 10mila attacchi aerei demolì la Libia trasformandola in uno «Stato fallito». Ora il Comando Africa è pronto a intervenire di nuovo per «contenere l’instabilità nel paese», e lo è anche la Nato che, ha dichiarato il segretario generale Stoltenberg, è «pronta a intervenire in Libia».

E di nuovo l’Italia sarà la principale base di lancio dell’operazione. Due dei comandi subordinati dello «U.S. Africa Command» si trovano in Italia: a Vicenza quello dello «U.S. Army Africa» (Esercito Usa per l’Africa), a Napoli quello delle «U.S. Naval Forces Africa» (Forze navali Usa per l’Africa). Quest’ultimo è agli ordini di un ammiraglio Usa, che è anche a capo delle Forze navali Usa in Europa, del Jfc Naples (Comando Nato con quartier generale a Lago Patria) e, ogni due anni, della Forza di risposta Nato. L’ammiraglio è a sua volta agli ordini del Comandante supremo alleato in Europa, un generale Usa nominato dal Presidente, che allo stesso tempo è a capo del Comando europeo degli Stati uniti.

In tale quadro si svolgerà la «guida italiana» della nuova guerra in Libia, il cui scopo reale è l’occupazione delle zone costiere economicamente e strategicamente più importanti.

Guerra che, come quella del 2011, sarà presentata quale «operazione di peacekeeping e umanitaria».

 

Anche USA e NATO coinvolti nel contrabbando di petrolio tra Turchia e ISIL da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 05-01-16 – n. 571


Mahdi Darius Nazemroaya | globalresearch.ca

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/01/2016

Il governo turco non agisce da solo in Siria e Iraq. La leadership corrotta del governo regionale del Kurdistan, la Gran Bretagna, Israele e gli Stati Uniti sono altrettanto coinvolti. Essi hanno giocato un ruolo diretto o indiretto anche nel furto del petrolio. Dopo che il ruolo della Turchia nel trafugare petrolio alla Siria è stato scoperto, il governo degli Stati Uniti ha iniziato a darsi da fare per mascherare e nascondere le operazioni di contrabbando del petrolio.

Responsabilità degli USA e della NATO

Il primo dicembre, Alexander Gruskho, rappresentante permanente della Russia presso il Quartier Generale della NATO, ha evidenziato che USA e NATO avevano fornito “copertura politica” alla Turchia per il suo attacco al bombardiere russo Sukhoi SU-24 in Siria. Nello stesso giorno, la parlamentare russa Irina Yarovaya ha indicato che l’alleanza militare è altresì coinvolta nella protezione dell’ISIL e nel furto del petrolio siriano e iracheno. La risposta della NATO all’incursione Turca in Iraq è stata inoltre debole e smorzata, anche dopo che il primo ministro iracheno Al-Abadi ha chiamato il Segretariato della NATO l’8 dicembre chiedendo al medesimo di ingiungere alla Turchia quale membro NATO di ritirare le sue forze.

Secondo il presidente russo Vladimir Putin, agli Stati Uniti erano stati anche forniti i piani di volo del SU-24. Due giorni dopo la Turchia ha abbattuto il cacciabombardiere russo; il 26 novembre, Putin ha detto che è sembrato che Washington avesse fornito i piani di volo operativi del SU-24 ad Ankara prima dell’incidente e che è stato “precisamente” quando i piani di volo sono stati consegnati agli USA che l’esercito turco ha attaccato l’aviogetto russo. Per allontanare la responsabilità ed evitare però ogni verifica, i funzionari USA avrebbero anonimamente respinto tali accuse.

Il governo USA è pienamente conscio di tutte le pratiche di contrabbando del petrolio e ha deliberatamente preteso di non conoscerle. USA e Turchia, entrambi, hanno violato la Risoluzione 2199 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ha indicato Vitaly Churkin, rappresentante permanente della Russia all’ONU, quando in un’intervista ha dichiarato alla RIA Novosti che USA e Turchia sono legalmente obbligate a fornire ogni informazione che abbiano raccolto su come l’ISIL venga finanziata.

Tenendo una conferenza stampa il 2 dicembre fuori dal Centro di Controllo della Difesa Nazionale a Mosca, funzionari delle forze armate russe hanno presentato prove dettagliate di come la Turchia fosse coinvolta nel furto del petrolio e nel traffico illecito con l’ISIL attraverso tre principali vie di contrabbando. La risposta di Washington è stata quella di insabbiare tali prove dicendo che le fotografie fornite dalla Russia potevano essere autentiche, ma che non vi era in esse la prova che i posti di confine turco fossero stati oltrepassati. “Quella che non ho visto è l’immagine dei confini con i camion che li oltrepassavano, e questo perché non credo che una tale prova esista” ha così commentato alla Reuters il 4 dicembre un anonimo alto funzionario del Dipartimento di Stato, sotto il vincolo dell’anonimato.

I funzionari militari russi hanno rilasciato un’importante dichiarazione in lingua inglese sulla pagina del loro social network. Si spiegava che se gli USA non erano soddisfatti dalle prove di Mosca, potevano consultare i filmati video raccolti dai loro stessi droni che la Russia ha osservato in crescente attività sul confine siriano-turco e sui pozzi di petrolio.

La prova verificata delle modalità di contrabbando turche

A parte le fotografie e i dati da satellite, la Russia ha presentato prove video dove si possono vedere le autobotti dell’ISIL mentre vengono liberamente lasciate oltrepassare il confine turco-siriano dalle guardie turche di confine, senza essere fermate come gli altri veicoli. Questa è una delle modalità usate negli incidenti del 2014, dove alcuni camion di proprietà del servizio segreto turco (MIT), dissimulati come convogli umanitari, furono colti nell’atto di inviare armi oltre il confine siriano-turco agli insorti in Siria. Hanno iniziato a circolare diffusamente notizie che il capo del MIT, Hakan Fidan, come anche riportato dall’agenzia di stato turca Anadolu Agency, aveva detto nell’ottobre 2015 che l’ISIL era una realtà politica che doveva essere accettata e protetta dalla Russia. L’agenzia Anadolu avrebbe risposto prendendo misure legali per cancellare la storia rilasciando una dichiarazione che le notizie diffuse il 20 ottobre erano menzogne.

Nello stesso giorno che il SU-24 russo è stato attaccato dalla Turchia, il Presidente turco Recepì Tayyip Erdogan ha indirettamente riconosciuto le attività del MIT. Egli ha chiesto in modo retorico ai critici di casa propria quale fosse il problema se il MIT inviava equipaggiamento militare oltre il confine con la Siria. Io credo che il nostro popolo non si dimenticherà di quelli che sabotano questo supporto” ha anche detto ad una stanza piena di insegnanti turchi attaccando quelli che avevano rivelato che il MIT stava inviando armi agli insorti in Siria.

Le bugie del governo turco nei confronti nell’ISIL sono inequivocabili. A causa di una mancata comunicazione tra le autorità locali e il MIT, gli invii di armi sono stati scoperti nel gennaio 2014 dal colonnello Ozkan Cokay, comandante del Reggimento provinciale di Gendarmeria di Adana e dai suoi uomini. A parte i tentativi del governo turco di nascondere i patti e perseguitare gli ufficiali che hanno scoperto i legami del MIT con le squadre della morte in Siria, un rapporto autorizzato dal Comando Generale della Gendarmeria ha candidamente dichiarato che i camion del MIT stavano portando armi e vettovaglie ad Al-Qaeda.

Dividendo e conquistando l’Eurasia

E’ in corso un gioco machiavellico. Mentre gli USA sono dietro alla campagna di disinformazione che accusa la Russia di non combattere l’ISIL in Siria, la verità è che la Russia e i suoi alleati hanno pesantemente indebolito l’ISIL e le sue operazioni di contrabbando del petrolio. Questo ha provocato le ire dei funzionari turchi, le quali, come crede Mosca, sono alla base dell’attacco al bombardiere SU-24. Gli USA hanno facilitato l’attacco fornendo le coordinate di volo dell’aviogetto russo ad Ankara.

Dopo la conferenza stampa del 2 dicembre al Centro di Controllo e Difesa Nazionale a Mosca, uno sprezzante Erdogan ha addirittura accusato la stessa Russia di essere dietro al contrabbando di petrolio con l’ISIL. Dall’altra parte, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha iniziato dal 9 dicembre ad accusare la Russia di essere dietro a una campagna di “pulizia etnica” contro i turcomanni in Siria, accusa che il portavoce del Ministero degli Esteri Russo Maria Zakharova ha respinto come “senza fondamento”. L’ironia sta nel fatto che è proprio la Turchia a supportare le settarie squadre della morte che stanno deliberatamente cercando di distruggere e dividere la Siria.

Mentre l’avidità e la meschinità di Erdogan hanno gettato benzina sul fuoco delle tensioni russo-turche, lo scontro tra Turchia e Russia serve agli interessi di Washington volti a fomentare la destabilizzazione politica ed economica dell’Eurasia usando i suoi stessi alleati come carne da cannone contro i suoi nemici. Mohsin Rezaei, segretario del Consiglio per il Discernimento dell’Interesse del Sistema dell’Iran (1) ha a sua volta avvisato che il Medio Oriente è diventato una polveriera che può innescare una guerra mondiale.

A parte le differenze tra l’Iran e il governo turco e la riduzione delle forniture invernali di gas iraniano alla Turchia, Teheran si è pubblicamente offerta di mediare tra Mosca ed Ankara. Il primo vice-presidente iraniano Jahangiri ha anche avuto un incontro con Erdogan il 12 dicembre, ai margini di una conferenza internazionale in Turkmenistan. Dopo aver parlato con Jahangiri e la delegazione iraniana in Turkmenistan, i toni di Erdogan si sono affievoliti. Cercando una strategia di uscita, egli è tornato in Turchia da Ashgabat incolpando il pilota russo morto del SU-24, il tenente colonnello Oleg Peshkov, per le tensioni russo-turche, dicendo che le relazioni bilaterali tra Ankara e Mosca non potevano essere condizionate dall’“errore di un pilota”.

Nota del traduttore:

1. Il Consiglio per il Discernimento dell’Interesse del Sistema è un organo collegiale amministrativo nominato dalla Guida Suprema dell’Iran (la più alta carica della Costituzione Iraniana), inizialmente creata per la revisione della Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, il 6 febbraio 1988 e per dirimere le dispute tra il Majles (parlamento iraniano) e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, (sorta di Corte Costituzionale formata da sei giuristi e sei teologi). Oggi, i suoi reali poteri sono collegati al suo ruolo consultivo svolto per la Guida Suprema.

 

Privatizzazione ferrovie, i dubbi della Filt-Cgil. Prc: “Scelta scellerata”

La Filt Cgil esprime “perplessita’ e preoccupazione sull’operazione di privatizzazione del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane”. Alessandro Rocchi, segretario nazionale Filt Cgil, lo dice in audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato. “Sembra prevalere eccessivamente l’aspetto finanziario dell’operazione ed il relativo introito atteso per le casse pubbliche”, lamenta Rocchi, mentre pare “restino in secondo piano gli aspetti industriali e, per certi versi, gli aspetti sociali”, che, invece, la Filt-Cgil ritiene “prioritari per la valutazione dell’operazione”.
Le ragioni sostenute “dal ministero dell’Economia e dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti” sul cosiddetto “scorporo” dell’infrastruttura dal resto del Gruppo non sono considerate convincenti dalla Filt-Cgil, mentre ritiene che collegare lo “scorporo” con una maggiore liberalizzazione del settore del trasporto ferroviario “sia improprio”, dice il segretario nazionale Filt Cgil, visto che “gia’ l’attuale assetto del sistema e’ rispondente alle disposizioni comunitarie e la sua ulteriore evoluzione viene costantemente stimolata, in Italia, dai ripetuti interventi dell’Autorita’ di Regolazione dei Trasporti”.
Filt-Cgil esprime invece una “valutazione positiva sul limite massimo del 40% della quota di proprieta’ da porre in vendita”, dice Rocchi, mentre ritiene che “i successivi atti da predisporre nelle prossime fasi della procedura di vendita debbano ulteriormente chiarire, nel rafforzare l’impostazione per un azionariato diffuso, le condizioni di sbarramento che impediscano qualsiasi forma di accesso all’operazione da parte di investitori in conflitto di interessi”.
Sull’argomento è intervenuto anche il segretario del Prc Paolo Ferrero.
“Renzi continua a svendere il patrimonio pubblico, di famiglia, costruito negli anni dagli italiani e lo regala a qualche ricco amico suo – si legge in una nota -. Noi diciamo no alla svendita dei gioielli di famiglia, la privatizzazione di un settore strategico come le ferrovie è una scelta scellerata di questo governo di destra. Inoltre si privatizzano le tratte che guadagnano, quelle in attivo, mentre quelle “in perdita”, che sono poi alla fine quelle dei pendolari, restano in carico alle Regioni: così i privati faranno i profitti e il pubblico sarà il solo a rimetterci! Per non parlare della rete dell’alta velocità, costruita con soldi pubblici, Affittata ai privati sottocosto: una vera e propria truffa di cui Padoan dovrebbe rispondere, invece di negare l’evidenza”.
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Venerdì 22 gennaio alle ore 17.30 presso la sede della LILA di Catania, in via Gabriello Carnazza numero 10, verrà presentato il libro

“Recluse, lo sguardo della differenza femminile sul carcere” a cura di Grazia Zuffa e Susanna Ronconi, edito da Ediesse Edizioni.

Intervengono:
– Susanna Ronconi, autrice del libro “Recluse”, ricercatrice Forum Droghe
– Tiziana Lazzaro, insegnante e operatrice LILA-CT
Modera:
–  Luciano Nigro, presidente LILA-CT.

Questo libro si basa su interviste a donne detenute nelle sezioni femminili delle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, e nasce dal desiderio di indagare la soggettività delle donne detenute e dare ad esse voce, senza assecondare visioni «patologizzanti» del reato al femminile né facili stereotipi sulla «debolezza» delle donne detenute. Al contrario, lo sforzo è di rintracciare nelle loro biografie, nelle loro autoriflessioni e valutazioni due diverse «mappe»: quella delle sofferenze, dei fattori di stress e dei momenti critici indotti dalla carcerazione, da un lato; e dall’altro, quella delle risorse, delle strategie personali, in una parola della forza e dei fattori di tenuta, resistenza e resilienza, che consente loro non solo di «tenere» durante la detenzione, ma anche, nonostante tutto, di apprendere e immaginare un futuro.