A Colonia da una parte il branco, dall’altra le prede: rigorosamente donne da. 27oracorriere.it


«Germania modello d’integrazione? Dimenticatelo». I fatti di Colonia segnano un punto di non ritorno nel dibattito sull’immigrazione, finora frenato «da pregiudizi al contrario, dalla paura di apparire razzisti e compromettere la pace sociale — dice Chantal Louis della storica rivista Emma , che dagli anni Settanta incarna la coscienza femminista tedesca —. Il vero coraggio sta nel dare alle cose il loro nome».

La dinamica dell’incidente è fin troppo chiara: da una parte il branco, dall’altra le prede rigorosamente donne. All’apice della crisi dei rifugiati l’estrema destra avrà buon gioco a presentarla come la rappresentazione plastica di quel sistema di valori patriarcale che l’Occidente ancora fatica a lasciarsi alle spalle ma che conserva la sua presa nel mondo musulmano.

«Rischia di essere un assist per i movimenti xenofobi che non aspettano altro che equiparare gli immigrati ai criminali, ma il grande errore della sinistra fino ad oggi è stato proprio essersi voltata dall’altra parte, lasciando alla destra il monopolio dell’interpretazione e del racconto delle inquietudini della società. I cittadini sono i primi a voler capire cosa sta accadendo in Germania, qualcosa che non ha precedenti. E gli unici a parlare il loro linguaggio per spiegare la realtà sono i partiti anti-immigrati. Questa è l’ultima occasione che abbiamo per cambiare la situazione».

È l’elemento culturale la chiave per comprendere la vicenda?

«Sì. Certo, le dinamiche di gruppo e il contesto fanno molto, ma conosciamo bene le situazioni nelle quali si può perdere il controllo. Ogni anno al Carnevale di Colonia ci sono tedeschi che compiono aggressioni sessuali, si tratta però di singoli o piccoli gruppi. Quello che impressiona stavolta è l’organizzazione e la dimensione dell’assalto. Sembrava un’azione di guerra. Prima hanno lanciato fuochi d’artificio, poi hanno circondato le donne toccandole, strappando loro gonne e camicie… C’è un senso di legittimazione in questa volontà di ferire che ha una forte radice culturale».

Cosa definisce questa radice?
«La fondamentale mancanza di rispetto, una distinzione netta di ruoli e valori per la quale la donna merita considerazione finché rientra in codici precisi come stare a casa e coprire il corpo. Fuori dallo schema, perde soggettività e diventa una figura anonima che è possibile trattare come una prostituta».

Il complesso rapporto con il passato nazista e il tabù della criminalizzazione di un gruppo etnico-religioso hanno ostacolato la messa a fuoco del problema?
«Senz’altro, e hanno influito sulla reazione delle vittime all’aggressione. Ci sono donne che hanno esitato a denunciare per non dare l’impressione di accusare un’intera categoria».

Il rapporto tra i sessi è il punto di caduta dell’integrazione?
«Dimostra che l’integrazione della prima ora, quella degli arrivati negli anni 60 e 70, non ha funzionato ma ha lasciato crescere una società parallela oggi ben visibile in città come Berlino e Colonia. Comunità fisicamente delimitate e molto conservatrici, dove spesso si pratica un Islam radicale e le donne non imparano neanche il tedesco. Gli aggressori di San Silvestro non erano certo arrivati da poco. È con i nuovi rifugiati che dobbiamo spingere per un’integrazione seria, veloce, profonda».

Ci sono altre vie oltre all’istruzione?
«Un punto centrale è la fermezza. Occorre chiarire per esempio che chi commette reati deve risponderne, anche vedendosi bloccare la procedura d’asilo. Un modo per rassicurare la popolazione oltre che per tutelare gli stessi profughi giunti da noi in cerca di pace e protezione. Dobbiamo costruire insieme una nuova cultura dell’accoglienza».

Solo pochi mesi fa un neonazista ha aggredito la candidata Henriette Reker, poi eletta sindaco. La tollerante Colonia ha scoperto l’intolleranza?
«Siamo da sempre la città dell’apertura alle differenze, di fede religiosa o di orientamento sessuale. Il fatto che questo clima di contrapposizione sia arrivato anche qui è un segnale tragico per tutto il Paese».

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