Banche, credito e colpa Fonte: InternazionaleAutore: Ida Dominijanni

BANCHE-CREDITO-IMPRESE-300x189

Ho un’età rispettabile, ottimi studi, un discreto curriculum professionale, scrivo da quando ho imparato l’alfabeto e dicono che non sono del tutto stupida. Eppure ogni volta che un impiegato di banca prova a convincermi a investire qualche euro in questo o quel prodotto, azione, obbligazione, bot, cct , fondo, titolo e non so cos’altro, il mio cervello si chiude, le mie competenze linguistiche collassano, il significato delle parole mi abbandona e l’uso della tabellina mi risulta impossibile anche per calcolare un tre per cento: divento un’imbecille, abbozzo un grazie, ci penserò e me ne vado. Funzionava così anche prima che la crisi del 2008 fornisse qualche appiglio razionale a questo comportamento istintivo: semplicemente, non capivo e non mi fidavo. Non capivo, e tuttora capisco a stento malgrado molte buone letture sulla finanziarizzazione del capitale intervenute nel frattempo, la pretesa dei soldi di moltiplicarsi da soli, per partenogenesi. Non mi fidavo, e tuttora non mi fido, di quella lingua astrusa e specialistica, incomprensibile e sadica che riempie pagine e pagine e pagine di contratti bancari scritti in corpo 3 quando ti danno un bancomat, figurarsi dei titoli o delle azioni o delle obbligazioni. Non per questo tuttavia mi sentivo, o mi sento, accorta o furba o preveggente. Al contrario: mi sento una stupida, circondata da amici e conoscenti incompetenti quanto me ma che però investono, comprano, vendono, rispondono al telefono al consulente finanziario che spara consigli ansiogeni su quello che sta andando su e quello che sta scendendo giù. E mi chiedo quando questa specie di mutazione antropologica che ci ha trasformati (quasi) tutti in aspiranti broker sia cominciata.

Non c’è nessuna trasparenza nella lingua della finanza e di conseguenza nessuna consapevolezza e nessuna libera scelta

In realtà credo di saperlo, quand’è cominciata. È cominciata un martedì mattina che un mio amico mite e stravagante, poeta e sognatore, si è presentato a casa mia con in mano il Sole 24 ore, che in precedenza leggeva solo la domenica per via dell’inserto culturale, mi ha chiesto di fargli un caffè e mi ha spiegato che stava imparando come si gioca in borsa perché era l’unico modo che vedeva per comprarsi una casa. Non ho mai saputo se poi se la sia comprata in questo modo per davvero, ma so che quella mattina davanti ai miei occhi si è aperta una faglia, fra chi ci sapeva fare e chi no. Eravamo a metà degli anni Ottanta e nessuno era in grado di prevedere dove ci avrebbe portato la summenzionata finanziarizzazione del capitale.

Ora invece lo vediamo, dove ci ha portato. Ci ha portati, o deportati, in un pianeta dove l’imperativo è che i soldi devono rendere, e perché rendano non serve investirli in beni o in attività: basta che si muovano, anzi che qualcuno li muova per noi. Basta che si scambino con delle figurine astratte, titoli azioni e obbligazioni, che hanno il potere di moltiplicarli, un potere magico, insondabile e incontrollabile, come quello dei giochi di prestigio. Con la differenza sostanziale che mentre di fronte a un qualsiasi altro gioco di prestigio noi spettatori non siamo responsabili della sua riuscita, di cui risponde solo il mago, in questa magia dei soldi che si moltiplicano a mezzo di soldi siamo tutti supposti esserlo. Il gioco lo fa qualche altro di cui dobbiamo fidarci, ma noi corriamo dei rischi dei quali si presume che siamo informati e consapevoli, e siamo responsabili dei rischi che consapevolmente e liberamente accettiamo di correre: se va bene va bene, se va male è colpa nostra.

Peccato che come tutti i giochi di prestigio anche questo sia truccato: nel presupposto, che sarebbe l’informazione chiara e trasparente di cui saremmo dotati. Non c’è nessuna chiarezza e nessuna trasparenza nella lingua della finanza, e di conseguenza nessuna consapevolezza e nessuna libera scelta. Senza di che, responsabilità è un nome messo al posto di un altro, colpevolizzazione.

Ad Arezzo come a Wall street il capitalismo finanziario funziona come una bolla di ricatti e raggiri

La vicenda di Banca Etruria e delle sue consorelle, che pare abbia fatto cadere di parecchi punti in un mese la fiducia nel governo Renzi, ha svelato questo trucco in modo definitivo. Delle innumerevoli e meritorie cose che si sono potute leggere sui vari aspetti del crac e del salvataggio, dei controlli mancati, dei conflitti d’interesse e degli insider trading presunti, ce n’è una che non riesco a togliermi dalla testa, l’intervista al funzionario della banca che curava i rapporti con Luigino D’Angelo, il pensionato suicida diventato il simbolo tragico di questa epopea. Nera su bianco e non smentita, lì c’è tutta la morale della favola: ebbene sì, ammette il funzionario, i risparmiatori li abbiamo programmaticamente raggirati, perché a nostra volta eravamo ricattati dai vertici della banca; o accettavamo di farlo o rischiavamo il licenziamento, e viceversa, più riuscivamo a raggirarne e più venivamo premiati. C’è bisogno di altre prove per capire com’è andata e come va? C’è bisogno di altre prove per smetterla con la solfa della responsabilità, e della colpa, dei risparmiatori, trasformati da più d’un commentatore in investitori spericolati e ancora ieri l’altro divisi da un esponente del governo in truffati e corrivi?

Altro che informazione trasparente, altro che libera scelta e responsabilità. Ad Arezzo come a Wall street il capitalismo finanziario funziona così, come una bolla di ricatti e raggiri con a monte la promessa che puoi farcela, a valle la colpevolizzazione perché non ce l’hai fatta. È lo stesso dispositivo che all’inizio della crisi ci ha trasformati d’un botto da creditori esigenti in debitori penitenti, da cicale euforiche in formiche depresse. Non finirà finché qualcuno non comincerà a chiamarlo con il suo nome: il meccanismo perverso che ci tiene legati all’etica del capitalismo neoliberale, un’etica in cui rischio e colpevolizzazione si annidano e si annodano sotto quello che chiamiamo credito e fiducia.

I nomi, finora, sono stati diversi. Con la solita scappatoia delle mele marce, si è continuato a dire che a fronte del caso isolato delle quattro banche in questione, il sistema bancario nel suo complesso è solido, laddove nel suo complesso si regge largamente e ovunque sul dispositivo di cui sopra. Oppure sono state messe a fuoco, giustamente, le responsabilità dei dirigenti delle banche fallite, del governo che ha salvato le banche a spese degli azionisti e degli obbligazionisti e a favore della famiglia di un proprio membro, dei controllori che non hanno controllato. Tutte imputazioni sacrosante, sulle quali è giusto che si continui a indagare ma sulle quali non è facile sperare che sia fatta giustizia: i precedenti della crisi americana insegnano quanto poco abbiano pagato lì i responsabili dei crolli bancari, e tutti conosciamo i meandri in cui riesce a impantanarsi l’individuazione delle malefatte dei potenti in Italia.

Il nome proprio dell’ affaire , invece, stenta a usarlo perfino quella che si presenta come la nuova sinistra italiana, a vocazione – si presume – anticapitalista. Quel nome è: etica del capitalismo finanziario neoliberale, un’etica che ci abbindola e ci truffa tutti, salvo i maghi che se ne avvantaggiano. Prima ce ne rendiamo conto meglio è. La crisi di fiducia che muove la protesta dei risparmiatori traditi di Banca Etruria potrebbe rivelarsi una crepa nel sistema del credito, finanziario e politico, ben più profonda di quanto non appaia. Sarebbe un ottimo auspicio per l’anno che è appena cominciato.

Roma Capitale, Tronca vuole privatizzare i nidi e le scuole dell’infanzia. Vuole esercitare in sostanza i pieni poteri del sindaco! Autore: fabrizio salvatori da. controlacrisi.org

Il Comune di Roma vuole privatizzare gli asili nido. Si solleva subito un coro di critiche, ma il prefetto Tronca sembra voler tirar dritto per la sua strada. E se da una parte, proprio come un politico consumato, cerca di tenere un “basso profilo” sulla vicenda, dall’altra non perde l’occasione di fare alcune sottolineature, come quella che vedrebbe nell’affidamento ai privati: “significativi minori costi” se non addirittura “la possibilità di ampliare i posti disponibili per l’utenza, riducendo le liste di attesa”.
Francesco Paolo Tronca, che in teoria avrebbe solo il compito di traghettare l’istituzione comunale fino alle prossime elezioni in primavera, ha tutta l’aria di volersi mettere al lavorare al Bilancio di Roma Capitale, per il quale si prospettano tagli di dieci milioni l’anno. Dal Campidoglio così ci tengono a chiarire che non c’è nulla di deciso, ma che si tratta solo di consigli e previsioni. “Giova segnalare che il documento delinea scenari ipotetici da valutare in sede di redazione del bilancio di previsione – recita una nota- a partire dall’attuale situazione articolata in 209 nidi a gestione diretta pubblica e solo 7 strutture in concessione”.
La proposta ha raccolto critiche da destra e a sinistra. Tutte le forze politiche hanno chiesto un confronto urgente con l’autorità commissaria per avere chiarimenti, al pari delle forze sindacali. Sel intanto ha deciso di non aspettare di essere ricevuta, lanciando una mobilitazione per giovedì 7 gennaio alle ore 15.00 in Campidoglio: “Diciamo no alla vendita degli asili nido di Roma Capitale ai privati, diciamo no perché è sempre stato un servizio di eccellenza nella Capitale, diciamo no perché si è lottato e lavorato per rendere il nido pubblico il luogo adatto per accogliere bambini e famiglie col massimo della professionalità e competenza, diciamo no perché le educatrici di Roma Capitale hanno contribuito a fare la storia dei nidi pubblici in Italia”.

“La proposta di privatizzazione degli asili nido e di cessione progressiva allo Stato delle scuole dell’infanzia comunali, vedrà la ferma opposizione di USB – si legge in un  comunicato del sindacato di base – e come fatto, già questa estate per impedire il licenziamento di migliaia di precarie, siamo pronti a rimettere le nostre tende in Campidoglio per impedire la svendita dei servizi pubblici essenziali e la perdita di centinaia di posti di lavoro!”.
Le delegate di Nidi e Scuole dell’Infanzia di USB di Roma Capitale parlano di un piano di rientro per 180 milioni di euro “che prevede una prima trance di 17 nidi dati in concessione ai privati, nell’ottica di una progressiva privatizzazione dei servizi, aumento delle tariffe per le famiglie e un graduale affidamento delle scuole dell’infanzia allo stato”. E’ ciò che emerge, in sostanza, dal Documento unico di Programmazione 2016/2018. Se la gestione delle scuole comunali dovrà essere completamente statale, i nidi verranno privatizzati. L’elenco dei “primi” da dare in gestione a terzi sarebbe pure pronto: Boccioni (II Municipio); Tor Cervara di via Eneide, Giocolandia di via Montecassiano, Bimbilandia di via Bonifacio e Flora (IV Municipio); Casale Prampolini di via Valente(V); Castelverde di largo Rotello, Ponte di Nona di via Crocco e Villaggio Prenestino di via Montegano (VI); Trafusa, Vivanti e Camboni (IX); Il bruco e la mela di via dei Colli Portuensi, Massimina di via Aquilanti e PortaPortese di via Bettoni (XII), Valcannuta (XIII) e Monsignor Antonino Spina di via San Basilide (XIV). 17 strutture considerate d’impiccio per il bilancio comunale. Eppure i rapporti nazionali sulle città che hanno esternalizzato i servizi educativi parlano chiaro: più la gestione è privata e più i costi salgono.”

“Un vero schiaffo in faccia alla città – sottolineano le delegate – all’idea stessa del valore dell’educazione che famiglie e lavoratrici in questi anni hanno rimesso costantemente al centro della politica gestionale, affermando che il futuro delle persone non si decide con il pallottoliere. Uno schiaffo che parla chiaro: la politica spinge i tecnici al lavoro sporco e Roma Capitale taglia sull’educazione. In linea con le tragiche politiche di governo, vedi la buona scuola, ci si libera in un sol colpo della responsabilità sul futuro di migliaia di lavoratrici precarie e di quella di garante di una qualità educativa fin troppo strumentalizzata in tempi di campagna elettorale”.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ha dichiarato: “Siamo fermamente contrari alle ipotesi di privatizzazione degli asili comunali di Roma Capitale da parte del prefetto Tronca: nessuna privatizzazione e nessun taglio dev’essere fatto sull’educazione e in ogni caso sui servizi per i cittadini e le famiglie. Tronca agisce al di fuori e al di sopra del suo mandato e lo fa con un provvedimento totalmente sbagliato: cosa fare degli asili nido lo decideranno i romani in libere elezioni e non può essere certo deciso attraverso decreti prefettizi. Che il Prefetto si muova sulla linea dell’ex sindaco Marino, non ha alcuna rilevanza: il popolo e non il Prefetto è sovrano”.

“E’ l’unità dal basso che sta facendo la differenza in questa lotta così dura e dagli esiti incerti”. Parlano i lavoratori della Saeco Fonte: radio fabbricaAutore: Davide Bacchelli e Domenico Minadeo

Raffaele e Barbara sono delegati RSU Fiom della Saeco, fabbrica i cui lavoratori dal 26 novembre scorso sono in lotta con un presidio permanente contro il licenziamento di 243 lavoratori annunciato dalla proprietà, la multinazionale Philips.
Di questa vertenza si parla molto, non solo a Bologna e provincia. Sono già state coinvolte le istituzioni a livello locale, regionale e nazionale, tanto è vero che si è aperto un confronto tra il governo e la proprietà che dovrebbe riprendere il 18 gennaio 2016.

Partiamo dall’inizio: l’annuncio da parte dell’azienda degli esuberi e la risposta immediata da parte di tutti i lavoratori. Questa reazione da parte di tutta la fabbrica era qualcosa che vi aspettavate?
Raffaele – Devo dire assolutamente no. Nel senso che non è così banale e scontato che quando si arrivi a dover affrontare questo tipo di situazioni la gente si coalizzi compatta. Anzi, forse quando le cose sono così negative c’è anche il pensiero “ognun per se, Dio per tutti”. Potrebbe essere il pensiero che balena nella testa di tanti. Invece è stata proprio una comunità intera che si è stretta e che ha partecipato, ognuno con le proprie energie, le proprie forze e la propria inventiva per creare quello che abbiamo creato, cioè un presidio permanente 24 ore su 24 strutturato e veramente organizzato. Anche per affrontare meglio il periodo invernale. Addirittura i commercianti si sono stretti intorno a noi, ci hanno donato un sacco di roba. Abbiamo anche delle strutture dove passare la notte al caldo, e quindi tutte cose che hanno contribuito a creare questa grande situazione di solidarietà che non era assolutamente scontata. Penso che i primi ad essersi stupiti sono proprio i vertici aziendali che non si aspettavano una cosa di questo genere, e magari contavano sul fatto che noi potessimo “disperderci” dopo pochi giorni perchè c’erano le feste di mezzo, il freddo, e un po’ la disorganizzazione. Invece hanno fatto male i loro calcoli.

La Saeco ha passato altri momenti critici negli ultimi anni?
Raffaele– Questa dichiarazione di esuberi non è stata proprio un fulmine a ciel sereno. Per quanto ci riguarda – mi riferisco a me e Barbara che abbiamo vissuto la stessa esperienza – già 5 anni fa ci siamo trovati in un percorso che per noi è stato l’inizio di questa delocalizzazione. Lavoravamo nello stabilimento Saeco situato a Iola di Montese, a pochi chilometri da qui, che è stato chiuso per una questione che dicevano di logistica, senza una dichiarazione di esuberi, senza nessun impatto occupazionale, ma è stato il primo passo della operazione portata avanti da Philips. Dopo siamo stati trasferiti in un altro stabilimento più vicino a questo, che si chiamava Saeco Panigali, e anche lì dopo un anno hanno chiuso, quindi ci hanno stretto ancora di più negli stabilimenti attuali in via Torretta 240, e hanno fatto una piccola ristrutturazione con incentivi volontari all’esodo. E così sono uscite una sessantina di persone. Dopo di che quest’anno, oltre alla chiusura di un altro stabilimento in via Torretta 230, hanno fatto una cessione di ramo d’azienda di 65 persone che si sono trovate a dover andare in un’altra società, la Saeco Vending, che fa distributori per uffici, ma non contenti hanno fatto anche questa dichiarazione di esuberi di 243 “unità”. Quindi si tratta di un progetto inesorabile e continuo che negli ultimi 5 anni ci ha colpito, prima in silenzio, adesso un po’ meno in silenzio.Chiedo in particolare a Barbara, per dare un’idea più chiara di cosa è la Saeco, quante lavoratrici ci sono in azienda, e quindi l’impatto che questa ristrutturazione potrebbe avere sulla occupazione femminile del territorio?
Barbara – In Saeco siamo circa l’80% di donne. A volte anche interi nuclei familiari, con madre e figlia, a volte marito e moglie, e nella vallata non ci sono molte possibilità lavorative per le donne. Ce ne sono molte di più per gli uomini. Sarebbe veramente preoccupante mettere a casa tutte queste donne che si ritroverebbero senza lavoro. In più c’è un’altra azienda della zona, la Demm, che va male, e ci sono molte lavoratrici che hanno il marito che lavora lì e che non stanno prendendo lo stipendio da gennaio. Quindi sarebbe veramente una tragedia. Non c’è spazio per le donne a livello occupazionale in questa vallata. Ce ne è già poco per tutti, figuriamoci per le donne.

Uno dei numerosi commercianti della zona, che come diceva giustamente Raffaele vi stanno sostenendo e che capiscono che la crisi della Saeco è una crisi per l’intero territorio, in una intervista sottolineava che negli anni la proprietà della Saeco – non so se solo Philips o anche le precedenti – ha usufruito di numerosi aiuti statali attraverso casse integrazioni e vi chiedo se nel tempo ci possono essere state altre forme di aiuti pubblici alla Saeco. E’ un aspetto della questione conosciuto e che è stato valutato?
Raffaele – Lo stato attraverso gli ammortizzatori sociali ha sovvenzionato parecchio la Philips Saeco, che ci ha molto marciato sulla cassa integrazione rendendo il numero degli occupati, diciamo così, proporzionato a quello che volevano che fosse effettivamente la fabbrica. Mi spiego meglio. Se tu hai la possibilità di mettere in cassa integrazione la metà degli operai che hai all’interno della tua fabbrica, metà li paga lo stato con gli ammortizzatori sociali, e metà sono quelli che effettivamente vorresti far lavorare. Tant’è che oggi ci troviamo di fronte a questa percentuale di esuberi che sono proprio pari alla metà dei lavoratori, e alla quantità di cassa integrazione che abbiamo fatto negli ultimi anni. Ma vado oltre. Secondo me, soprattutto nella costruzione dei capannoni, lo stato, i comuni, e anche la regione hanno dato degli aiuti perché, per la costruzione dei capannoni che avevano a Iola di Montese era stata addirittura buttata giù una parte di montagna. Quindi io credo che anche nella realizzazione degli impianti attuali siano state date delle altre sovvenzioni a questa multinazionale. E oggi vengono ripagate con la dichiarazione di 243 esuberi.

Barbara – C’erano delle agevolazioni per le aree depresse, perché comunque il capannone di Iola era stato costruito con queste sovvenzioni. Sicuramente quel capannone, ma anche altri. Quello di Casona sicuramente.

Dal vostro punto di vista pensate che sia sbagliato dire che la Saeco già in buona parte è stata pagata dalla collettività, anche attraverso il vostro lavoro e di chi ci ha lavorato negli anni, rispetto a quanto dicono di aver speso le varie proprietà per la fabbrica?
Raffaele – Assolutamente no, e noi pensiamo che ci troviamo di fronte a una situazione che non è di perdita o di mancanza di lavoro e di commesse, ma ci troviamo di fronte a una speculazione vera e propria, nel senso di una delocalizzazione a tutti gli effetti. Qui il lavoro c’è, i capannoni sono stati strapagati, e comunque qui la Saeco continuava a fare dell’utile se c’era la volontà della Philips di continuare a produrre. Non sta mancando il lavoro, ma è stato preso e portato in Romania perché chiaramente là ci guadagnano 5 volte tanto. Stiamo parlando di una speculazione vera e propria.

Ultimamente è emersa una polemica tra il PD e la Fiom. Taddei, il responsabile economico nazionale del PD e quindi il principale consigliere economico del presidente del consiglio, ha dichiarato che è illusorio mantenere tutti i posti di lavoro in Saeco. Quale reazione e discussione si è sviluppata tra di voi?
Barbara – Vorrei invitare Taddei a vedere dov’è Gaggio Montano prima di parlare perché bisognerebbe capire che qua non c’è il modo di ricollocare 243 persone, prima di dire o pensare di ricollocare le persone. Bisogna guardare la realtà dove si trova l’azienda prima di parlare.
Raffaele – Secondo me se ci rendiamo ben conto che in questo tipo di trattative nessuno ne uscirà vincitore o sconfitto al 100%, e sappiamo molto bene che qualsiasi soluzione si troverà dovremo lasciare qualcosa perché in ogni caso sarebbe illusorio dire ai lavoratori che vinceremo senza fare dei “morti”, però credo che sia altrettanto illusorio poter pensare o immaginare una ricollocazione, come diceva Barbara, in un territorio dove le fabbriche sono state veramente martoriate, dove non c’è nient’altro perché ci troviamo in una zona un po’ particolare. Perciò insieme a Barbara rinnovo l’invito a questo signor Taddei a venire dove siamo. Secondo me lui si è un po’ confuso sulla cartina geografica. Forse pensa che Gaggio Montano sia una zona industriale vicino a Milano o a Bologna…

Quella della Saeco ora a livello locale ma anche regionale e nazionale è una delle lotte simbolo a cui tanti lavoratori guardano e fanno riferimento. Da questo punto di vista una cosa che può essere di insegnamento è capire come è nata l’idea del presidio. Cioè se è stata una indicazione venuta dai sindacati, oppure una spinta venuta dai lavoratori, dalla loro rabbia, e poi come viene partecipato il presidio giornalmente. Perché queste sono le cose che vogliono sapere i lavoratori che guardano alla vostra lotta.
Raffaele – Il presidio nasce sicuramente in parte dall’organizzazione sindacale che ha già visto e vissuto esperienze come questa [il riferimento è alla Fiom]. Sarei un ingrato se non dicessi che l’organizzazione ci ha guidato nella messa in atto di questo presidio, ma è nato veramente molto in maniera spontanea. Nel senso che la gente effettivamente ha sentito un richiamo quasi ancestrale a fare tutto e di più, di portare ognuno qualcosa da casa. Chi aveva un gazebo lo ha messo a disposizione, chi aveva lo zio che conosce qualcuno che lavorava in una radio per dare pubblicità alla lotta. Tutto questo tam-tam, tutto questo movimento mi auguro non serva solo a noi perché secondo me è importante che questo sia veramente un esempio che possano seguire anche altri, sperando che ci siano sempre meno situazioni di questo genere. Il massimo della partecipazione è venuta dalla base, dai lavoratori.

Barbara – Non c’è stato bisogno di tanta organizzazione per come è venuto spontaneo. Probabilmente la gente si è sentita presa in giro dalla Philips in questi ultimi anni, e questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, che ci ha reso uniti e ci ha fatto mandare avanti questa lotta.

Questo presidio, che viene portato avanti in maniera esemplare, dimostra anche che quando c’è l’unità tra i lavoratori si superano, se ci sono, ogni divergenze tra i sindacati. Al di là delle forme di lotta – il segretario della Fiom di Bologna Alberto Monti ha dichiarato che non si esclude l’occupazione della fabbrica – che poi decideranno i lavoratori, la questione di fondo è l’obiettivo. Si parla di preservare l’occupazione, di evitare i licenziamenti, ma anche del fatto che, come dicevate, sarà inevitabile lasciare qualcosa. A volte gli esodi incentivati, come è successo anche in Saeco, sono stati visti come un aspetto del preservare l’occupazione. Cosa ne pensate?
Raffaele – Tra le organizzazioni sindacali tutte le varie divergenze che normalmente ci sono tra noi della Fiom e la Fim sono assolutamente scomparse. Oggi siamo veramente uniti anche da questo punto di vista. Per quanto riguarda i lavoratori all’interno del presidio a volte si formano dei piccoli gruppetti che possono non essere sempre d’accordo su tutto, ma sono tutte questioni che siamo sempre riusciti a risolvere perché la forza di questo presidio sia come l’abbiamo impostato. Certamente non deve essere un parco dei divertimenti, ma non deve essere una caserma. Il principio su cui ci basiamo è che quello che puoi lo fai senza guardare se quello è venuto due notti in più o rimane di più al presidio. Chiunque è qua non deve andare a chiedere a un altro “perché tu non vieni, perché tu non fai”. Per me questa è la nostra forza, lo è stata anche per quanto riguarda il fatto che nei giorni in cui non eravamo in ferie come ora ma in cassa integrazione sono stati richiamati in fabbrica dei lavoratori in deroga. Secondo me questo è stato un tentativo dell’azienda di creare spaccature tra noi, che abbiamo superato dicendo a queste persone “andate dentro, sentitevi liberi di andare al lavoro, non solo, ma sarete supportati da noi” proprio per non creare la divisione che voleva l’azienda e che ci avrebbe spaccato in questo momento. Quindi credo che la forza di questo presidio sia l’organizzazione non militare, ma una organizzazione veramente spontanea.

Barbara – Comunque un minimo di organizzazione ci vuole se no saremo al caos. Però non vogliamo che ci siano le dita puntate addosso alla gente perché ognuno ha la propria realtà a casa che non può completamente abbandonare, e non possiamo sapere quella di tutti i 558 lavoratori Saeco perché è impossibile. Quindi cerchiamo di portare avanti il presidio in questa maniera, e finora ci ha dato molta ragione.

Raffaele – Riguardo a quello che lasceremo, nonostante quello che pensa il signor Taddei, io sono una persona abbastanza realista quindi so bene che durante le trattative non si può andare in giro a dire che perderemo su tutti i fronti o vinceremo su tutti i fronti. E’ chiaro che se il governo ci da una mano, e l’azienda accetta le nostre proposte, noi sicuramente sappiamo che dobbiamo fare la nostra parte. Quindi si può prospettare un minimo di trattativa sulle nostre condizioni interne alla fabbrica. Dipende quanto dovremo lasciare sul campo perché gli accordi difensivi vanno bene per mantenere il posto di lavoro però bisogna vedere fino a che punto…

Barbara – Sono cose che vanno viste nel momento in cui si prospettano. Perché puoi farti mille film, ma non arriverai mai a quello che sarà la realtà. Quindi quando si prospettano si discuterà e deciderà in quel momento. Si cerca di vivere giorno per giorno in questa fase perché non puoi guardare molto in là.

Proprio in virtù di quanto detto ora, durante il presidio queste ipotesi di soluzione vengono discusse, vengono fatte assemblee, o sono ragionamenti solo tra i delegati? C’è un dibattito nel presidio?
Raffaele – E’ chiaro che in un presidio 24 ore su 24 l’argomento è sempre quello. Noi dibattiamo tutti i giorni coi lavoratori, ma le assemblee, quindi i grossi ragionamenti, le facciamo solo quando si prospettano veramente delle novità. Prima le condividiamo con i delegati della Fim e con i nostri funzionari. Nel frattempo discutiamo tra di noi tutti i giorni, e vengono fuori tutti i ragionamenti che ci danno la percezione di quello che pensano i lavoratori. Facciamo dei capannelli, e solo dopo gli incontri di trattativa facciamo le assemblee e lì c’è la discussione.

Quali sono i rapporti con i vostri colleghi della Saeco Vending [che non è interessata dagli esuberi come la Saeco International], e quale tipo di solidarietà stanno dando alla lotta e al presidio?
Barbara – Ci sostengono e alcuni partecipano anche al presidio. Non ci possiamo lamentare. Anche perché sono consapevoli che non sono in una botte di ferro. Non si sentono sicuri. Pensano che probabilmente quello che stiamo passando noi forse succederà a loro in un prossimo futuro. Quindi sono solidali con noi, assolutamente non hanno delle recriminazioni nei nostri confronti. Ci sono vicini e ci aiutano.

Raffaele – A tutti gli effetti sono stati scorporati da poco, sono stati con noi fino agli ultimi tempi. Anche come RSU avevamo lo stesso monte ore di permessi sindacali, partecipavamo insieme alle riunioni con l’azienda che riguardano il loro come il nostro stabilimento. Solo negli ultimi mesi, e chiaramente non a caso, sono stati separati, scorporati da noi. Ma ci sentiamo sempre cugini in tutto.

Quanto la vostra lotta può essere stata utilizzata mediaticamente da forze politiche, e quante forze politiche si sono interessate a questa vertenza?

Raffaele – Una delle prime regole che abbiamo condiviso anche con i sindacati è stata nessun cappello politico di nessuno. Niente clack, nessuno che venga con simboli di partito. E’ chiaro che in un contesto come questo la visibilità della nostra lotta è limitata. Se venisse un partito, senza far nomi (il PD…) sicuramente avrebbe messo in campo tutti i propri strumenti per amplificare questa situazione. E’ anche vero che oggi un PD che parla di ripresa del paese, di questo bellissimo jobs act che hanno messo in atto, venire poi a scontrarsi con la nostra realtà, credo che sia un controsenso. Quindi è più facile andare alla Ducati, faccio per dire, o alla Philip Morris che sta per nascere dove si dice che il jobs act sta per rivoluzionare il mondo del lavoro, che venire in una fabbrica come la Saeco dove metterci la faccia diventa più difficile. Quindi credo che un pochettino la presenza sui media ci sia preclusa per questo motivo. Ma ci interessa il giusto. A noi interessa che il nostro problema sia arrivato al governo, non ci interessano le passerelle ma il risultato finale.

La lotta continua in attesa delle prossime scadenze. Ci sarà l’incontro tra l’azienda e il governo il 18 gennaio, ma quali iniziative sono in programma al presidio? E’ stato detto che questa non deve essere una caserma, ma il presidio ha bisogno di un sostegno morale. Continueranno le visite quotidiane delle altre RSU Fiom, ma state ragionando su altre iniziative?

Raffaele – Su questo ci viene in aiuto una legge fisica. La reazione deve essere proporzionale all’offesa che ci viene fatta. Noi abbiamo delle idee che chiaramente verranno sviluppate nel momento in cui la proprietà ci dia picche su quanto è stato proposto al ministero e quanto dalle organizzazioni sindacali. E’ chiaro che noi stiamo pensando al peggio, e ci stiamo preparando al peggio. Parliamo anche di determinati tipi di lotta che possono essere l’occupazione della fabbrica piuttosto che lo sputtanamento nei centri commerciali dei prodotti Philips. Sono armi che ci teniamo per il prossimo passo nel caso che loro ci diano picche all’incontro del 18 gennaio, che confermino il fatto che vogliono andare avanti per la loro strada senza prendere in considerazione le nostre proposte. Il nostro slogan è “Dureremo un secondo più di loro” e quindi a quel punto dovremo studiare qualcosa per aumentare la pressione nei loro confronti.

In questa prospettiva, la dichiarazione del segretario della Fiom di Bologna, Monti, alla manifestazione del 1 dicembre a Porretta Terme di essere pronti ad andare fino all’occupazione dello stabilimento qualora l’incontro del 18 al ministero dovesse andare male – nessuno se lo augura – è stata solo una minaccia o sarebbe possibile? Secondo voi i lavoratori sarebbero disposti a questo passo o è troppo avventato?
Raffaele – Non metto limiti alla provvidenza nel senso che i lavoratori ci hanno stupito nel fare il presidio, le donne sono particolarmente agguerrite, e quindi non escludo niente. L’idea chiaramente non è da scartare.

Se le cose dovessero precipitare in maniera negativa, la lotta avrà bisogno di un supporto finanziario. Avete aperto un conto corrente?
Raffaele – Lo stiamo valutando. Vogliamo che la cosa sia il più trasparente possibile. Soprattutto certificata in modo tale che tutti possano vedere i movimenti del denaro perché è chiaro che finché si parla di 50/60 euro va bene tutto, quando iniziano ad arrivare donazioni o fondi che ci hanno già prospettato bisogna che le cose siano al massimo della trasparenza e della visibilità da parte di tutti. Ci sono problemi burocratici e legati alle tempistiche che al momento ci sfuggono, ma stiamo lavorando in questa direzione.

Barbara – Ci stanno aiutando le organizzazioni sindacali per aprire questi conti perché sembra che sia problematico farlo come vogliamo noi. Potremo aprirlo nominativo ma a noi non sta bene perché chi ci metterebbe il nome si troverebbe in una posizione un po’ scomoda oppure facilmente attaccabile se non ci fosse assoluta trasparenza nei movimenti.

Raffaele e Barbara rappresentano lo stato d’animo prevalente tra i lavoratori, non solo quelli della Saeco ma anche tutti coloro che sostengono questa lotta. E’ chiaro che “LA SAECO NON SI TOCCA” non è solo uno slogan, ma la precisa volontà che questa lotta vuole realizzare. Sostenerla deve essere un imperativo per tutti i coloro che pensano che la dignità del lavoro non deve sottostare agli interessi del profitto. Dietro la Saeco ci sono lavoratori, famiglie e un intero territorio. Soprattutto rappresenta una condizione che ha riguardato, riguarda e, continuando la crisi, continuerà a riguardare altri territori e altre realtà lavorative. Da questa lotta abbiamo tutti qualcosa da imparare.

Raffaele – Se mi permetti vorrei andare oltre. E’ chiaro che qui stiamo cercando di salvare il nostro posto di lavoro, ma visto che siamo arrivati a un punto dove mai avremo pensato di arrivare – arrivare al ministero nell’arco di soli 20 giorni dalla dichiarazione degli esuberi non è una cosa normale – e quindi ci siamo trovati anche al momento giusto nel posto giusto. Questo spero che faccia pensare a chi è nella “stanza dei bottoni” che quanto sta succedendo oggi con una multinazionale, domani possa capitare con un’altra, dopodomani con un’altra ancora, creando un buco enorme nel sistema lavoro del paese. E quindi devono muoversi e fare una legge che impedisca a queste multinazionali di prendere i nostri know-how, le nostre eccellenze, i nostri marchi per portarli all’estero. Perché è una cosa importante che non sentiamo solo su di noi. Speriamo di essere una scintilla che incendia la prateria, che si possano smuovere questi meccanismi, questi ingranaggi che se no ci porteranno solo al disastro.

Barbara – E’ ora che il governo inizia pensare di fare una legge che non permetta alle multinazionali di delocalizzare come e quando vogliono.