Business Cosa nostra su discoteche e serate I guadagni milionari, tra sfarzo e prestanome da.meridionews.it

Dario De Luca 29 Dicembre 2015

Cronaca – Il clan di Sebastiano Mazzei, per gli investigatori, sarebbe il più attivo nei locali notturni della città. Una gestione oculata dietro la quale si celerebbe una fitta rete di intestazioni fittizie. Ad allungare i tentacoli su quest’affare sarebbero però anche i Santapaola e il clan di Salvatore Pillera. Guarda l’infografica

La mafia a Catania ha fiutato l’affare e ha deciso di camuffarsi tra luci stroboscopiche e deejay. Locali alla moda e discoteche, finiti al centro di alcune importanti inchieste della procura di Catania, che hanno fatto emergere i nuovi canali d’investimento delle cosche. Un ruolo predominante sarebbe quello che si è ritagliato negli ultimi anni il clan dei Carcagnusi di Nuccio Mazzei. Il boss, detenuto al 41bis dopo un periodo di latitanza, sarebbe «l’imprenditore in grado di condizionare l’economia», come lo definiscono nelle intercettazioni i suoi affiliati. Un mafioso etichettato come «forte», grazie «al suo modo di fare che faceva tremare». I particolari emergono dalle carte dell’inchiesta Nuova famiglia. Ultimo capitolo di un corposo faldone che contiene già altre due indagini, incentrate sulla cosca dei Mazzei.

L’elenco delle discoteche riconducibili ai Carcagnusi è sempre più lungo. Dal 69 Lune, passando per il Moon fino al Moon Beach. Tutte ritenute dagli inquirenti i «canali economici del clan» e gestite, almeno sulla carta, da una fitta rete di prestanome dietro i quali ci sarebbero Nuccio il Carcagnuso e il suo fedelissimo, William Cerbo. L’uomo con il mito della pellicola Scarfacearrestato a metà del 2014 ma che avrebbe mantenuto i suoi interessi sul 69Lune anche da dietro le sbarre. Tramite una lettera avrebbe incaricato Giuseppe Caruso di riscuotere le somme che gli spettavano dalla gestione del locale. Un quota compresa tra due e tremila euro mensili che in un’occasione sarebbero stati prelevati durante una serata direttamente dalla compagna dell’uomo.

Ulteriori particolari sulla movida emergono anche grazie a una gola profonda. Proprio Caruso, presunto affiliato dei Carcagnusi, poi transitato nelle fila dei Santapaola, fornisce alcuni spunti durante un’intercettazione ambientale. È il mese di novembre del 2014 quando Caruso parla all’interno della sua macchina con una donna. «È una vita che combatto con le discoteche, combattevo al 69Lune, al Moon, al Moon Beach perché erano di Willy (William Cerbo ndr.), ora poi mi sono messo allo Stone». La discussione prosegue con nuovi particolari: «Lui – spiega l’uomo riferendosi a Cerbo – il Moon l’aveva in società con il proprietario dello Stone con Mirko, con quel ragazzo con cui ho parlato sabato, erano soci». A questo punto la donna chiede chi sarebbe il vero proprietario della discoteca Stone: «Di chi è, di Andrea?», domanda lei. «C’è lui», risponde Caruso. Andrea, secondo gli investigatori, sarebbe uno dei fratelli Nizza. Latitante da dicembre 2014, condannato nel processo Fiori bianchi e ritenuto uno degli attuali vertici della famiglia di Cosa nostra dei Santapaola nel quartiere di Librino.

Mirko Panebianco viene identificato nell’ordinanza Nuova famiglia come «il figlio della zia Rosa». Nome dell’omonimo ristorante di viale Africa intestato alla madre Agata Carmela Fonte, moglie di Carmelo Panebianco. Quest’ultimo è stato rinviato a giudizio dopo l’inchiesta Scarface per mafia e intestazione fittizia. L’uomo, secondo gli investigatori, sarebbe stato in società con Cerbo nel locale Moon. La discoteca Stone – finita nel dialogo intercettato ma non coinvolta in nessuna indagine – risultata intestata ai fratelli Carmelo e Rosario Coniglione che la gestiscono tramite la società Le pietre rosse srl.

«Non c’è nessun provvedimento della procura di Catania nei confronti di Mirko Panebianco – spiega il legale di famiglia, l’avvocato Salvatore Di Dio -. La mafia nell’operazione Scarface a mio avviso c’entra poco o nulla. Caruso è un elemento di poco conto non contestualizzato a livello associativo per quanto di mia conoscenza. Il riferimento a Panebianco Jr è relativo soltanto all’attività organizzativa di serate nei locali. Sul padre Carmelo Panebianco ci tengo a precisare che è stato scarcerato il 16 luglio 2014, dopo tre mesi e mezzo dal blitz per la mancanza di esigenze cautelari. Il 3 settembre dello stesso anno il tribunale del riesame ha inoltre restituito tutti i beni che gli erano stati sequestrati».

Musica, privé e piste da ballo non si fermano però al clan Mazzei. Nel recente passato i sigilli sono scattati alla discoteca Empire, di proprietà dall’incensurato Mimmo Di Bella ma di fatto, secondo gli inquirenti, riconducibile a Giacomo Nuccio Ienipresunto capomafia della cosca Pillera-Puntina. Ci sono poi i locali dei fratelli Antonio e Andrea D’Emanuele, figli del boss Natale e cugini di Nitto Santapaola. Nel 2013 la direzione investigativa antimafia confisca loro il Sobha. Uno stabilimento balneare alla Playa. Nelle carte dell’inchiesta Arcangelo del 2007 c’è invece il nome del Martini Plaza. Ritrovo per alcuni anni tra i più in voga della città di Catania ma ormai chiuso, era finito al centro delle attenzioni di Angelo Santapaola. Il reggente della famiglia mafiosa vittima di lupara bianca.

Gli affari con le discoteche si spostano anche sulla strada; con i numerosi parcheggiatori che ogni sera stazionano nei pressi dei locali. Nell’area della stazione centrale a gestire gli abusivi sarebbero proprio i clan mafiosi. «Tutto quello che c’è in quel territorio – spiega la magistrata Assunta Musella – deve passare sotto il controllo del clan. Serve anche per dare un segnale di controllo e presenza sul territorio». Nel nome di un tacito accordo tra consorterie, come emerso durante l’indagine Capolinea. Il riferimento è al clan santapaoliano di Giuseppe Zucchero, che avrebbe deciso di non pestare i piedi a quello dei Mazzei, pienamente inserito lungo il viale Africa, e al gruppo della Civita, capeggiato in passato dai boss Carmelo Puglisi e Orazio Magrì, con interessi in zona.

Una grande questione di politica economica Fonte: il manifestoAutore: Alfonso Gianni

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La conclusione del dibattito sulla mozione di sfiducia intentata nei confronti della ministra Boschi non avrebbe potuto avere altro esito data la forza dei numeri. Tanto più che Forza Italia si è sfilata dal voto. Resta però da chiedersi se era il caso di esporre l’opposizione a una sconfitta annunciata. La mozione di sfiducia individuale è uno strumento da maneggiare con molta cura. Richiede la capacità di argomentare le accuse in modo talmente efficace e circostanziato da potere fare breccia nello schieramento avversario.

E, onestamente, non è ciò che è andato in scena a Montecitorio. Ben diverso sarebbe stato il quadro se si fosse giunti ad una mozione di sfiducia, o individuale o nei confronti dell’intero governo, al termine di un lavoro di una commissione di inchiesta parlamentare, come previsto dall’articolo 82 della nostra Costituzione, capace di procedere «alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria».

L’argomento è tornato d’attualità sia perché i truffati dai malfamati bond stanno dando assedio agli sportelli della banca di Arezzo, sia perché ne ha fatto cenno lo stesso presidente del consiglio. Ma il governo non deve avere voce in capitolo su uno strumento tipicamente parlamentare, previsto proprio per potenziare al massimo livello la funzione conoscitiva e ispettiva delle Camere. Nello stesso tempo non si può permettere che la questione si chiuda affidando al solito Raffaele Cantone, presidente dell’Anac — il Mr. Wolf di Renzi — l’arbitrato sui bond emessi dalle quattro banche salvate dal provvedimento governativo. Quanto è successo chiama in causa il funzionamento dell’intero sistema bancario italiano; il suo grado di solidità e di sicurezza; i nessi che questo ha con la nuova legislazione e il sistema di governance finanziaria europea in materia; il nodo della vigilanza: da chi e come viene esercitata; la tutela del risparmio e dei risparmiatori, cui ci richiama lo stesso dettato Costituzionale. Ovvero una grande questione di politica economica.

Non a caso Fabrizio Cicchitto si schiera con decisione contro l’istituzione di una simile commissione. Per l’occasione la presunta invadenza della magistratura viene strumentalmente rovesciata in quella del Parlamento ai danni di quest’ultima: «Lasciamo lavorare i magistrati in santa pace». Non c’è dubbio che le attribuzioni conferite a una commissione di inchiesta parlamentare costituiscano una deroga al principio della divisione dei poteri. Ma solo parziale, poiché ovviamente la commissione non avrebbe alcun potere di giudizio né sanzionatorio propri di un giudice, ma poteri inquisitori tali da incidere anche sulle situazioni giuridiche soggettive.

Con finalità diverse, tese non ad acclarare le responsabilità penali dei singoli ma le distorsioni del sistema preso in esame o di parti di esso. Conseguentemente una commissione potrebbe avere un indirizzo più “politico”, se finalizzato ad esempio a supportare di dati una mozione di sfiducia o più “legislativo” se teso a suggerire l’adozione di nuove normative. Fermo restando che i due piani non sono rigidamente distinguibili. Dipende dalla legge istitutiva.

Naturalmente la composizione della commissione, che dovrebbe essere bicamerale, rispetta la proporzionalità della rappresentanza dei gruppi. Una modifica all’articolo 82 della Costituzione che potenziasse il ruolo delle opposizioni in questo campo sarebbe utile e logica, ma non tira aria. Tuttavia, come già successe ai tempi di quella su Cirio e Parmalat, una buona opposizione avrebbe strumenti più affilati contro il governo e l’attuale governance bancaria.

«Sel resti con noi». E il Pd riesuma il centrosinistra Fonte: il manifestoAutore: Daniela Preziosi

L’invito di Guerini, Serracchiani e Orfini agli ex alleati: restiamo uniti. Fratoianni: allora cambiate politica

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La «moratoria sulle primarie» chiesta un mese fa da Matteo Renzi alla direzione del Pd sta per scadere. E del resto nessuno l’aveva presa sul serio, a partire dai due vicesegretari Guerini e Serracchiani che per tutto dicembre ne hanno continuato a parlare sui giornali. Ma da un paio di giorni dal Pd va in onda un nuovo format, anzi un format antico rimaneggiato per l’occasione: quello dell’appello a sinistra.

Il 20 marzo, data in cui le città che vanno al voto celebreranno il loro ’primarie day’, non è più così lontano. I gazebo di Milano si apriranno il 7 marzo, dunque prima. Ma in molte città il Pd non ha ancora le idee chiare sui candidati. Anche perché in mezza Italia il vecchop centrosinistra si è rotto; eccezion fatta per Cagliari, dove il vendoliano Zedda si ripresenta con l’appoggio dem; e per Milano dove il sindaco Pisapia ha benedetto la ’sua’ candidata alle primarie Francesca Balzani, gesto che con ogni probabilità spaccherà la Sel milanese. Ma a Roma, Torino, Bologna e Napoli, solo per citare le città più grandi, la coalizione non c’è più. E la vittoria dei candidati Pd è a rischio. Per questo domenica su Repubblica Guerini ha spiegato che il Pd cercherà «in ogni modo di tenere unito il fronte del centrosinistra». E lunedì, ieri, Serracchiani sulla Stampa si è appellata i vecchi compagni di strada: «La decisione della sinistra di Sel è irragionevole. Dopo aver governato insieme ci siamo sentiti sbattere la porta in faccia in modo incomprensibile».

Ma a sinistra l’argomento non funziona, giura Nicola Fratoianni, coordinatore di Sel e deputato di Sinistra italiana: «Dopo Guerini anche Debora Serracchiani, fulminata sulla via di Damasco, riscopre la passione per quel centrosinistra di cui il Pd parlava fino a ieri come di un peso e un inutile rimasuglio del passato». Un passato ormai seppellito anche a sinistra: «Fino a ieri c’era da approvare pessime leggi con la destra. Oggi invece al Pd cambiano idea perché c’è la campagna elettorale e un mare di elettori di sinistra che li ha definitivamente abbandonati. Scoprono solo oggi che i conti non tornano, e vorrebbero dare la colpa a noi». Niente da fare, almeno per lui: «Se volete allearvi con la sinistra perché continuate, solo per fare alcuni esempi, a privatizzare servizi, tagliare sanità e trasporti pubblici, investire su carbone e petrolio?».

Un ragionamento che però non torna a Matteo Orfini, presidente del partito e commissario del Pd romano che dopo le feste dovrà affrontare il delicato dossier del successore di Ignazio Marino al Campidoglio. «Noi proponiamo a Sel di non rompere il centrosinistra. Anche perché la loro linea non ha senso: o noi del Pd siamo davvero di destra, e allora non si capisce perché restino con noi in tutte le giunte d’Italia; oppure non si capisce perché debbano rompere in città dove andiamo d’accordo e governiamo insieme». La partita non è chiusa. Orfini ne è convinto. Non a Roma. «Noi non decidiamo i candidati nei vertici di palazzo. Li facciamo scegliere agli elettori con le primarie. Da questo metodo sono usciti Zedda, Doria e Pisapia. Se credono davvero in Stefano Fassina», ovvero l’ex Pd e oggi in corsa per la sinistra, «lo candidino alle primarie».

Schiavi nell’oceano. Multinazionali senza legge. Seconda puntata dell’inchiesta “Mare di nessuno” Autore: francesca marras da. controlacrisi.org

Maltrattamenti, ingenti debiti, scarsa sicurezza, falsi salari: sono alcuni dei problemi che ruotano intorno allo sfruttamento del lavoro in alto mare. E sono diverse le storie di uomini, vittime di questi abusi, raccontate da Ian Urbina nei suoi reportage. Li definisce “sea slaves” – gli schiavi del mare – intrappolati all’interno di un sistema senza scrupoli che, in nome del profitto, sfrutta gli esseri umani e le situazioni svantaggiose in cui essi vivono. Perché alla base c’è l’inganno e, di conseguenza, la falsa speranza di poter dare alla propria vita una nuova direzione. La seconda puntata dell’inchiesta di Controlacrisi “Mare di nessuno” tratta appunto di lavoro. E dello strapotere delle multinazionali della filiera alimentare (e non solo) che stanno rendendo il mare, appunto, quel “luogo di nessuno” in cui non vale nessuna legge e in cui il padrone ha diritto di vita e di morte sui lavoratori.  

Sono “viaggi della disperazione” per uomini che si trovano su queste imbarcazioni quasi per caso, incoraggiati dalla speranza di trovarsi presto al sicuro, fuori dal proprio Paese, con un lavoro che possa aiutarli a sostenere le famiglie lontane. Viaggi testimoniati da chi a quella drammatica esperienza è riuscito a sopravvivere e ha potuto raccontarla, portando alla luce un problema importante ai più sconosciuto, come se le onde del mare ne avessero inghiottito ogni traccia.
Sulle imbarcazioni vi sono anche migranti “invisibili” in cerca di una vita migliore, che scelgono la via del mare, spesso con l’aiuto dell’equipaggio della nave. E si ha come l’impressione di trovarsi lì, attraverso le interviste e le parole di Ian Urbina, in mezzo ai mari e agli oceani, a bordo delle prigioni-peschereccio, dove i marinai vengono sottoposti a maltrattamenti e dove, a volte, vengono uccisi.

I pescherecci illegali scelgono per lo più la pesca ad ampio raggio, motivo per cui le imbarcazioni trascorrono tempi molto lunghi – talvolta anche anni – in mare aperto fuori dal controllo delle autorità, una situazione che consente di violare liberamente e indisturbatamente le norme sui diritti dei lavoratori marittimi.
Il lavoro forzato è molto diffuso nei mari del sud-est asiatico e riguarda principalmente le flotte thailandesi, in cui la carenza di marinai viene colmata attraverso lo sfruttamento di migranti, spesso sprovvisti di documenti d’identità, provenienti soprattutto da Cambogia e Myanmar. Parte di loro viene reclutata dai trafficanti e talvolta si tratta della prima esperienza come pescatori e marinai in alto mare.

Ufficiali del governo thailandese avevano annunciato l’intenzione di aumentare i controlli e i procedimenti penali, introducendo anche un sistema di registrazione dei migranti senza documenti per fornire loro un documento di identità, come aveva dichiarato Vijavat Isarabhakdi, ambasciatore della Thailandia negli Stati Uniti.
Forte la voce dei difensori dei diritti umani che invocano una maggiore attenzione delle aziende sull’origine della materia prima utilizzata nei propri prodotti a base di pesce e sulle condizioni di pesca e di lavoro; basti pensare che in questi pescherecci illegali i lavoratori trascorrono talvolta anche più di un anno in totale mancanza di igiene e di sicurezza, sprovvisti di acqua dolce per lavarsi, con lunghi turni di lavoro e, per di più, costretti a farsi carico di tutte le spese.
“Life at sea is cheap,” – “la vita in mare è economica” – ha detto Phil Robertson, dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, “and conditions out there keep getting worse” – e le condizioni stanno peggiorando – . I pasti sono ridotti al minimo, con una ciotola di riso al giorno con gli avanzi del pesce, e le condizioni di igiene sono pessime: le imbarcazioni sono infestate da scarafaggi e ratti.

Alcuni di questi marinai accettano il lavoro in barca per pagare il debito accumulato per ottenere un passaggio da un Paese a un altro. “Servitù a contratto”: così viene chiamato il sistema che si basa sul meccanismo “viaggi adesso, paghi dopo”. Allo sfruttamento del lavoro contribuiscono anche le cosiddette “manning agencies”, ossia le agenzie preposte al reclutamento dei marinai per gli equipaggi, che operano illegalmente.

Il settore delle agenzie di reclutamento dei marinai non è ben regolamentato e le poche norme esistenti non vengono applicate correttamente sui pescherecci, dove gli abusi sui lavoratori marittimi trovano, dunque, terreno fertile.
Dalle ricerche riportate negli articoli di Ian Urbina, risulta che una di queste agenzie illegali aveva reclutato circa una dozzina di uomini in un piccolo villaggio delle Filippine (Linabuan Sur), che, raggirati con la promessa di ingenti salari, erano stati mandati in Singapore e tenuti prigionieri in attesa di essere smistati nelle navi taiwanesi che trasportavano il tonno. Una volta a bordo, gli uomini sono stati sottoposti a duri turni di lavoro e maltrattamenti, per poi essere rimandati a casa senza salario.
“Step Up Marine Enterprise” è il nome dell’agenzia riportato nell’inchiesta. Una società con sede a Singapore, conosciuta per la lista dei capi d’accusa che le sono stati imputati: legami con i trafficanti, raggiro, negligenza e mancato pagamento del compenso agli uomini assunti per lavorare sulle navi.
Ma i procedimenti legali non sono stati portati a termine.

Risale al 2014 un’inchiesta aperta dall’accusa che ha coinvolto più di mille marinai reclutati illegalmente. Tuttavia, nonostante la portata del caso, le autorità non avevano competenza per incriminare la Step Up Marine Enterprises. Quest’ultima, insieme a una società partner di Manila, era stata già ripresa nel 2001 dalla Corte Suprema delle Filippine, ma i proprietari ne sono usciti puliti e, delle undici persone accusate delle illegalità, solamente una è stata arrestata.
Eppure la nave costituisce comunque un’àncora di salvezza per chi vuole abbandonare, anche temporaneamente, la propria terra d’origine, sia che si tratti di un’occasione di lavoro, sia che si tratti di un mezzo per fuggire altrove.
La ricerca di un salario e di una vita dignitosa porta tanti uomini ad accettare condizioni di lavoro degradanti e a rivolgersi, ad esempio, alle agenzie di reclutamento illegali. Un sistema distorto che fa parte di tante realtà lavorative, ancor più radicato lontano dalla terraferma e dagli occhi di chi ignora ciò che succede fuori dai propri confini o di chi, troppo spesso, fa finta di non vedere.

Chi è disposto a nascondersi dal resto del mondo pur di cambiare la propria vita non teme la morte. “A ship gives me the chance for my dreams to come true” – ha dichiarato durante un’intervista un migrante trovato nascosto a bordo della Dona Liberta e abbandonato in mezzo al mare dall’equipaggio – una nave gli dà l’opportunità di realizzare i suoi sogni. La nave è il simbolo della libertà. E anche questo è qualcosa di importante su cui riflettere.
introduzione “Sfruttamento e morte ai confini del mondo”

prima puntata “Dona Liberta, la nave che cambia bandiera a seconda dei traffici del momento”

“Apologia del capitalismo e distruzione sistematica del pianeta”. Riflessioni post-Cop 21 di Rob Urie da. controlacrisi.org

In concomitanza con gli incontri regolari tra i rappresentanti delle multinazionali per lo sfruttamento dei combustibili fossili e del settore finanziario, che fingono di affrontare il cambiamento climatico, e qualche gruppo delle loro vittime, attualmente COP21, Oxfam ha pubblicato un’analisi che sostiene che “la disuguaglianza” è una causa centrale della crisi climatica.
Di fronte al valore in senso ampio di quest’affermazione, la replica tecnocratica occidentale è che se emettono tutti circa la stessa quantità di anidride carbonica, a risolvere la questione sarà un “democratico” suicidio di massa. Il contingente “sviluppato” in COP21 fa di questa formulazione il principio motivante: diffondere il consumismo occidentale nel mondo vista l’impossibilità di un consumo “pulito”.

L’intuizione di base del rapporto di Oxfam, che profila la catastrofe ambientale quale prodotto del consumismo occidentale, colpisce quasi il bersaglio. La questione della genesi del consumismo punta agli ampi sforzi di considerare l’acquisto capitalista come fatto naturale, mentre l’atto medesimo di vendere crea una contraddizione: perché consumare energia vendendo ciò che è naturale?
Prima del XIX secolo la storia era colma di disuguaglianza nella ricchezza, cosa che però ha contribuito molto poco in termini di emissioni di gas serra. La disuguaglianza nella distribuzione economica è l’impianto del capitalismo. Il colpevole della crisi ambientale è la disuguaglianza associata alla produzione economica capitalistica.

Consapevolmente o no, il rapporto fa rivivere un’analisi di classe marxiana globale applicata alla distruzione dell’ambiente. Rinunciando alla pretesa “antropogenica” universalistico-umanista che “tutti” siano responsabili del riscaldamento globale, degli oceani morti e del cibo geneticamente modificato, Oxfam identifica chiaramente il pezzo di umanità maggiormente responsabile, ossia le “nazioni” ricche. Ciò che unisce queste “nazioni”, come se esistessero nazioni senza il loro essere costituente e le loro istituzioni, sono le prassi economiche direttamente riconducibili allo sviluppo economico capitalistico. La “ricchezza” in questione è chiaramente la ricchezza capitalistica misurata in palazzi e conti bancari, non in acqua pulita, aria pulita e in numero di relazioni sociali intrecciate strettamente dalle persone.

In questo quadro, la produzione economica che causa il riscaldamento globale è entropica senza che sia considerata tale: le “merci” occidentali sono inesorabilmente legate ai mali occidentali e non occidentali quali la distruzione ambientale e sociale. Se le merci potessero essere prodotte senza i mali, dove sarebbero le prove? Qui entra in campo la storia delle COP (Conferenza delle Parti): 21 conferenze e confronti con le emissioni di gas serra che continuano a crescere dopo ogni singolo incontro. Anche la cornice del “cambiamento climatico” è progettata per sottovalutare l’ampiezza della devastazione ambientale: quale teoria dell’isolamento ambientale suggerisce che gli oceani morti e morenti e la continua perdita di ecosistemi interconnessi siano meno pressanti rispetto al riscaldamento globale?

Oxfam scatena le dinamiche di classe sia all’interno che tra i vari paesi. Gli interessi nazionali nell’ambito delle COP sono arbitrari e fuorvianti in quanto il capitalismo e la produzione capitalistica di Stato è transnazionale.
Dalla fine degli anni 1980, la produzione sporca occidentale è stata spostata prima nelle maquiladoras in Messico, poi nel neo/post-coloniale Oriente e nel Sud globale. Come la vulgata dominante indica nella “tecnologia” la causa della riduzione dei salari nell’Occidente sviluppato, così la produzione “pulita” viene propagandata per spiegare il declino delle emissioni di gas serra delle nazioni sviluppate, mentre in realtà i flussi commerciali attestano lo spostamento della produzione sporca dagli Stati Uniti e dall’Europa alla Cina, all’origine di qualsiasi calo effettivo. Legando la distruzione ambientale alla ricchezza, e con essa le divisioni di classe intra e internazionali, il riflettore viene puntato dove dovrebbe: sui beneficiari delle calamità ambientali.

Aggiunge complessità al ruolo della politica economica in questo processo, la creazione di denaro quasi-privato del sistema bancario capitalista, che usa la “ricchezza” intercambiabile come leva del controllo sociale sui mezzi di produzione economica occidentali. In questo caso, l’entropia economica fornisce una scala utile data la natura contestuale della catastrofe ambientale: è la scala della produzione capitalistica che si è aggregata al riscaldamento globale. Lo scarico “efficiente” delle conseguenze indesiderate di questa produzione produce profitti. La finanza facilita la mobilità e con essa la capacità di scaricare le scorie della produzione capitalistica su quelli meno in grado di resistere. Con riferimento alle inferenze malthusiane sull’entropia economica, la storia delle emissioni di gas serra seguono lo sviluppo capitalistico troppo da vicino per essere considerate accidentali.
Lo scopo della conferenza COP21, in quanto riferita agli interessi delle nazioni “sviluppate”, è quello di fornire la parvenza di azioni per il clima, senza fatti. Speranze puntate su “leader” che rappresentano gli interessi economici alla base del loro potere e della loro posizione, sono fuori luogo.
Correlato e analogo è il trattamento da parte dei “leader” occidentali dei finanzieri che così recentemente hanno schiantato l’economia globale attraverso il self-dealing [benefici monetari facilmente trasferibili, cioè originati dal trasferimento di risorse economiche dell’azienda].

Questo self-dealing “locale” che è la quotidianità del capitalismo a livello globale, diventa catastrofica attraverso l’aggregazione dei “non voluto” individuali che portano alle crisi ricorrenti. La relazione tra azioni individuali e istituzionali alla crisi sistemica è socialmente gravosa quando applicata agli affari, ma potenzialmente catastrofica se applicata all’ambiente.
La disuguaglianza in materia di cambiamenti climatici si trova con uno sproporzionato potere sociale grazie a strumenti di coercizione politica e al loro legame storico con la produzione capitalistica.
I rapporti Stato-mercato del primo capitalismo britannico sono stati un modello approssimativo per lo sviluppo economico cinese, con la produzione per l’esportazione, distruttiva per l’ambiente, a tenere “su” la catena dell’approvvigionamento globale. Il governo cinese sta cercando attivamente di aumentare i consumi interni, con la premessa che una economia di consumo autosufficiente fornirà stabilità politica. Questo insieme dinamico in movimento è la proverbiale “gara-al-ribasso”, dove le esigenze di breve termine hanno continuamente la precedenza sullo sviluppo eco-sostenibile. Qualunque siano gli impegni ambientali, le minacce e le crisi ricorrenti li terranno perennemente nel cassetto.

Il passato-presente-futuro dell’ideologia capitalista si muove senza soluzione di continuità da un passato rozzo e distruttivo per l’ambiente a un “migliorato” seppur imperfetto presente, verso un futuro scintillante e prospero. Un futuro che non arriva mai. La produzione sporca non è mai stata lasciata alle spalle e il capitalismo di mercato “emergente” servirà come luogo della distruzione ambientale in “outsourcing” per tutto il tempo che i popoli lo sopporteranno. Gli impegni ambientali non sono che una crisi del capitalismo guardata alla rovescia per via di una disperazione indotta. L’attenta analisi di queste crisi, viste come incidenti estranei ai normali meccanismi del capitalismo, fornisce una copertura alle macchinazioni imperialiste, facendole passare come fatti naturali. Nelle crisi il discorso politico si sposta su compromessi egoistici mentre gli economisti si sforzano di trovare il modo migliore per ripulire i guai inspiegabili che la natura ha compiuto.

Recenti accordi “commerciali” come il TPP (Partenariato transpacifico) e il TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) rappresentano i tentativi di vincolare le istituzioni statali al sostegno dell’impresa “privata”, mentre restano precluse azioni statali nel pubblico interesse che ledano il “potere economico privato”. Attraverso i tribunali dell’ISDS (Investor-State Dispute Settlement, vale a dire la “regolamentazione delle controversie tra Stato e investitore”) le corporation quantificano l’entropia della produzione capitalistica come loro risarcimento per danni non causati. La strategia del “pagherete o vi bruceremo la casa” è sepolta, è una mitologia sociale e teoria economica poco considerata. Tuttavia, l’estorsione resta estorsione, indipendentemente dalla complessità degli accordi istituzionali che l’accompagnano.

La mitologia dello sviluppo capitalistico mette a confronto regioni come l’Appalachia, distrutta dalle miniere di carbone nel XVIII secolo, al capitalismo “pulito” degli “hedge fund” quando il confronto più rilevante è quello con regioni della Cina, dell’Africa e delle Filippine distrutte nel presente per produrre le merci da esportare negli Stati Uniti e in Europa. La concezione capitalistica delle conseguenze della produzione economica è più precisamente la contabilità del giocatore d’azzardo, dove solo i crediti vengono segnati. Aria respirabile, acqua potabile e terre coltivabili sono considerati alla stregua di servizi igienici industriali, la componente “gratuita” utilizzata per dare ai prodotti un valore economico. Il “paradosso” di questi beni di prima necessità senza valore opposti al valore dei beni non di prima necessità è una conseguenza imperiale imposta come teoria di vita: sono “gratuiti” solo una volta che le persone che dipendono da loro per la loro esistenza sono state rimosse dalla considerazione.

Il differenziale di potere al lavoro, “la disuguaglianza”, contrappone il mito occidentale che “noi tutti” beneficiamo della produzione capitalistica contro il fatto che i ricchi possono, mentre la povera gente no. Anche se le conseguenze della distruzione ambientale fossero equamente distribuite, rappresenterebbero ancora una questione economica, perché la loro sorgente è la produzione della “ricchezza” occidentale. Che tali conseguenze cadano in maniera sproporzionata sui popoli che vedono poco o niente del beneficio di tale produzione, definisce una chiara dinamica di classe. Le soluzioni occidentali uniscono giochi delle tre carte come la delocalizzazione della produzione sporca con le promesse perpetue che in futuro saranno intraprese azioni concrete. Le uniche certezze sono che i capitalisti e i loro apologeti sono in procinto di rendere il pianeta inabitabile e le eventuali soluzioni reali si trovano a dispetto degli incontri “ufficiali” e non per loro merito.

Catania: fogne, affini e…… l’incredibile leggerezza dell’essere da. domenico stimolo

Catania: fogne, affini e…… l’incredibile leggerezza dell’essere Incredibile…ma vero, l’incredibile “epilogo” sulle fogne a Catania. Un “affare” storico che attende lo scocco del fine anno. Si senta…si senta….come dicevano i cantastorie nei loro canti  che sulle ultime nuove aggiornavano il popolo nelle piazze.Nella sua storia plurisecolare a Catania si è sempre costruito senza fogne. Specie a cominciare dagli anni sessanta ( del novecento), dall’inizio del famoso sacco urbanistico della città, che trasformò i suoli cittadini della nuova espansione in oro sonante. Degli enormi utili godettero i vecchi e nuovi feudatari cittadini che, abbandonati i feudi campagnoli , si impadronirono della città.  L’ invasivo e plaudente motto modernista dei circoli politici governanti declamava: evacua in libertà….tanto è tutto a perdere……..nei sottofondi.I risultati sono ben noti. Catania “brilla” per l’assenza di un civile sistema fognario e di depurazione delle acque reflue. Infatti poco più del 20% dei cittadini sono allacciati alla rete fognaria e alla struttura di depurazione collegata. Praticamente si è al medioevo, nelle parti ultime della situazione nazionale che riguarda i capoluoghi di provincia. Le conseguenze ( tragiche) igienico-sanitarie-ambientali, delle aree in terraferma e in mare, sono facilmente percepibili da tutti!Nella nostra disastrata Sicilia la suddetta questione riguarda  numerose altre aree cittadine.Diversi anni addietro la Comunità Europea ( che sulla fattispecie si regge su ben altri ambiti) calò la mannaia, intimando all’Italia l’esecuzione immediata delle opere infrastrutturali necessarie, pena la somministrazione di ben consistenti  sanzioni economiche, come previsto nei regolamenti europei.Di conseguenza, nell’aprile del 2012 il CIPE – Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) a beneficio della Sicilia stanziò un miliardo e 161 milioni di euro, attingendo abbondantemente dai fondi finanziari europei destinati alle nostre aree.  Di questi  ben 600 milioni sono stati dedicati alla provincia di Catania: 213 per la città di Catania, poi, i più consistenti, 205 e 133 milioni per Misterbianco ed Acireale, in conto rete fognaria e depurazione. Investimenti economici enormi, che oltre  le consistenti utilità ambientali potrebbero dare grande occupazione lavorativa. Dalle nostre parti sono tante le bocche che giornalmente gridano per sfamarsi.Sono passati quasi quattro anni e come nelle migliori commedie pirandelliane  nulla è successo!Nel frattempo, cunta e ricunta, svariate sono state le proroghe concesse dai governi nazionali, pena il ritiro dei finanziamenti.Nel corso degli ultimi due anni l’amministrazione comunale catanese Bianco ha ottenuto il rinvio e l’accredito per la SIDRA come “ struttura gestionale ed appaltante” delle risorse e dei lavori collegati.Improvvisamente a pochissimi giorni dallo scocco del 31 dicembre.Infatti entro la mezzanotte….poi scatta il capodanno, il Comune di Catania deve rendere pubblica la gara per l’affidamento dei lavori, pena la perdita degli investimenti e l’applicazione di pesanti sanzioni. Orbene,….udite….udite, “improvvisamente”, a poche ore dal tocco,  si scopre che deve essere modificato lo Statuto della SIDRA  ( partecipata del Comune). Infatti il regolamento della Sidra non prevede siffatte operazioni. Una questione assolutamente fondamentale mai portata prima all’attenzione della pubblica conoscenza Quest’atto prioritario  deve essere deliberato dal Consiglio comunale entro il 31 dicembre.Ma come, si mette il tetto, senza costruire le fondamenta? Sembra proprio il regalo di Babbo Natale. E’ proprio “ l’incredibile leggerezza dell’essere” dei nostri amministratori cittadini  che non finisce mai di stupire.  ( domenico stimolo)