27 dicembre 1947: viene promulgata la Costituzione Italiana da: urbannews

27 dicembre 1947: il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola promulga la Costituzione Italiana che l’Assemblea Costituente aveva approvato cinque giorni prima

costituzione italiana

27 dicembre 1947: sono passati più di due anni dal giorno che vide la liberazione di Milano e Torino da parte dei partigiani e l’annuncio della fine della Repubblica di Salò da parte dello stesso Benito Mussolini; appena undici giorni invece dalla riunione in Comitato segreto dell’Assemblea Costituente in cui era stata fissata l’indennità parlamentare mensile per ogni onorevole in 45.000 lire. Come si legge in molti siti web, a quel tempo “la paga di un operaio è di circa 20.000 lire, quella di un impiegato circa 30.000, la Domenica del Corriere costa 12 lire, un giornale 10 lire, un chilo di zucchero 300 lire, di carne 2000”. Il 22 dicembre, 5 giorni prima, la Carta Costituzionale era stata approvata con 453 sì e 62 no.

Il 27 dicembre è una data storica: il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola appone la propria firma e promulga la nuova Carta Costituzionale della Repubblica Italiana. Il testo sarà pubblicato il giorno dopo, il 28 dicembre, in un numero speciale della “Gazzetta Ufficiale” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 1948. Ma perché è così importante la nostra Costituzione? Potremmo citare le abusate parole di Piero Calamandrei, uno dei padri fondatori della patria (“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”) per ricordare il sangue versato affinché il nostro stato venisse finalmente riconosciuto libero ed unitario. Ma non vogliamo fare della facile retorica. La Costituzione Italiana è importante, più semplicemente, perché è la legge fondamentale dello Stato Italiano, quella a cui si devono uniformare tutte le leggi approvate dal Parlamento, è il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto. Perciò, tutte le leggi e le regole che governano il nostro lavoro, la nostra vita e i nostri diritti devono essere in linea con i suoi principi. E, nel leggerla, ci si rende conto di quanta strada ci sia ancora da fare per renderla effettiva.

Ma torniamo alla sua storia: dopo la cessazione delle ostilità del secondo conflitto mondiale, era stato indetto il referendum per la scelta fra repubblica e monarchia (2 giugno 1946) e gli italiani avevano scelto a maggioranza la Repubblica (54% dei voti); dopo sei anni dall’inizio della seconda guerra mondiale e venti anni dall’inizio della dittatura fascista, il 2 giugno 1946, si svolse contemporaneamente al referendum istituzionale l’elezione dell’Assemblea Costituente: l’Assemblea fu eletta con un sistema proporzionale e furono assegnati 556 seggi, distribuiti in 31 collegi elettorali. Fu proprio in questo momento che i partiti del Comitato di liberazione nazionale cessarono di essere uguali e si poté constatare la loro rappresentatività. Tre i partiti più importanti: la Democrazia Cristiana, che ottenne il 35,2% dei voti e 207 seggi; il Partito socialista, 20,7% dei voti e 115 seggi; il Partito comunista, 18,9% e 104 seggi. La tradizione liberale (riunita nella coalizione Unione Democratica Nazionale), protagonista della politica italiana nel periodo precedente la dittatura fascista, ottenne 41 deputati, con quindi il 6,8% dei consensi; a seguire il Partito repubblicano, il Partito d’Azione, l’Uomo qualunque.

Nelle linee guida della Carta è ben visibile la tendenza al compromesso dialettico tra le diverse forze politiche presenti in Costituente ed è evidente come esse siano all’avanguardia in merito alle categorie dei diritti contemplati e tutelati: nei “Principi fondamentali”, che vengono posti nei primi 12 articoli, sono evidenti la tradizione liberale e giusnaturalista (articolo 2, “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, intesi come diritti naturali e preesistenti allo Stato”); quella laica (si vedano il principio personalista, di cui all’articolo 2 e il principio di uguaglianza dell’articolo); quella pluralista (viene tutelato infatti il pluralismo delle formazioni sociali, degli enti politici territoriali, delle minoranze linguistiche, delle confessioni religiose, delle associazioni, di idee ed espressioni, della cultura, delle scuole, delle istituzioni universitarie e di alta cultura, dei sindacati e dei partiti politici); quella socialista (il pieno sviluppo dell’individuo può avvenire solo con quello di tutte le organizzazioni intermedie che concorrono alla sua formazione e alla sua crescita: per questo anche le formazioni sociali meritano un ambito di tutela loro proprio); quella marxista (il lavoro non è considerato un mero rapporto economico ma è valore sociale che nobilita l’uomo e non è solo un diritto ma anche un dovere che eleva il singolo: nello stato liberale la proprietà aveva più importanza, il lavoro ne aveva meno); quella solidaristica (lo Stato ha il compito di aiutare le associazioni e le famiglie, attraverso la solidarietà politica, economica e sociale, vedi art. 3 II comma e art.2) quella autonomista (viene assicurata alle collettività territoriali come Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni una forte autonomia dallo Stato, grazie alla quale i cittadini sono in grado di partecipare più da vicino e con maggiore incisività alla vita politica); quella internazionalista (l’ordinamento italiano si conforma infatti alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute) e quella pacifista (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” accettando una “limitazione alla propria sovranità nell’intento di promuovere gli organismi internazionali per assicurare il mantenimento della pace e della giustizia fra le Nazioni”).

Come si legge su Wikipedia: “Da una prima lettura di questi principi traspare la volontà del Costituente, che aveva vissuto la tragica esperienza dell’oppressione nazi-fascista e della guerra di liberazione, di prendere le distanze non solo dal regime fascista, ma anche dal precedente modello di Stato liberale, le cui contraddizioni e incertezze avevano consentito l’instaurazione della dittatura”. Il modello di organizzazione statale tracciato dai padri costituenti è quello dello Stato sociale di diritto che si fa carico di intervenire nella società e nell’economia affinché siano garantite uguali libertà e dignità a tutti i cittadini. La Costituzione è composta da 139 articoli e dai relativi commi suddivisi in quattro sezioni: principi fondamentali (articoli 1-12); parte prima: “Diritti e Doveri dei cittadini” (articoli 13-54); parte seconda: “Ordinamento della Repubblica” (articoli 55-139); disposizioni transitorie e finali (disposizioni I-XVIII). Sorta dalla ceneri del ventennio fascista e dalle distruzioni fisiche e morali della seconda guerra mondiale, la Costituzione Italiana rappresentò un momento fondamentale di unità e condivisione. Non a caso si caratterizza come mezzo di compromesso: un parlamentarismo forte, per i padri costituente, sarebbe stato il metodo più efficace per impedire la rinascita di governi autoritari.

Su questo numero di ANPInews (in allegato): n.185

 

APPUNTAMENTI

 

Per uno Stato pienamente antifascista” (come rafforzare il ruolo delle Istituzioni per il contrasto ai movimenti ed alle iniziative neofasciste): il 9 gennaio prossimo a Gattatico (RE) seminario nazionale promosso da ANPI e Istituto Alcide Cervi. Introdurrà Albertina Soliani, Presidente dell’Istituto Alcide Cervi e concluderà Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale dell’ANPI

 

 

 

 

 

PROTOCOLLO D’INTESA ANPI – ARCI

Un patto per diffondere attivamente gli ideali della Resistenza

 

 

 

 

 

ARGOMENTI

 

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Banca Etruria e dintorni – Una vicenda incredibile

 

La Consulta è al completo, ma a quale prezzo?

 

UN GRANDE AUGURIO DI BUON NATALE E BUON ANNO NUOVO

Per uno Stato pienamente antifascista – Seminario ANPI-Istituto Alcide Cervi Anpinews n 185

Francia, vandalizzato centro di preghiera musulmano in Corsica. Gli assalitori: “Fuori gli arabi da casa nostra” da. ilfattoquotidiano.it

L’assalto è avvenuto a Ajaccio, dove seicento persone si erano riunite per esprimere solidarietà a pompieri e poliziotti rimasti feriti in un agguato nel quartiere islamico la sera della Vigilia di Natale. Bruciate pagine del Corano. Il premier Valls: “Profanazione inaccettabile”

Prima la presunta imboscata ai danni di forze dell’ordine e vigili del fuoco in un complesso di appartamenti del quartiere islamico della città. Poi, la sera di Natale, la rappresaglia: circa seicento persone hanno attaccato e vandalizzato una sala di preghiera musulmana. Teatro degli scontri Ajaccio, in Corsica.

Le violenze sono iniziate nella notte del 24, che quest’anno è coincisa con il “Maulid”, anniversario della nascita del Profeta Maometto: secondo la ricostruzione del sotto-prefetto François Lalanne, due pompieri sono stati feriti “gravemente” e un poliziotto in maniera lieve dopo aver risposto a una chiamata di emergenza partita dal complesso Jardins de l’Empereur, dove era stato “appiccato volontariamente” un incendio proprio per attirarli in un agguato. Un gruppo di giovani incappucciati li ha aggrediti e ha anche rotto i finestrini del camion dei pompieri.

Il 25 dicembre, dopo la notizia dell’aggressione, centinaia di persone hanno reagito radunandosi davanti al centro di preghiera islamico e mettendolo a soqquadro. Alcuni hanno strappato diverse pagine delle copie del Corano trovate all’interno, tentando di bruciarle. Secondo quanto riferito dal sito di FranceTv, alcuni gridavano nel dialetto locale: “Arabi fora!”, ovvero “Fuori gli arabi“, mentre altri urlavano: “Questa è casa nostra”. Nel corso delle violenze è stato preso di mira anche un ristorante kebab.

Il primo ministro francese Manuel Valls ha condannato “l’aggressione intollerabile verso i vigili del fuoco e la profanazione inaccettabile di un luogo della preghiera musulmana”. A causa delle tensioni, la prefettura di Ajaccio ha deciso di rafforzare il dispositivo di sicurezza.

Isis, Al Baghdadi perde il 14% dei territori in un anno. Merito di curdi, raid occidentali e l’aiuto della Russia ad Assad da: ilfattoquotidiano.it

A dispetto della propaganda del Califfo, lo Stato islamico ha quasi 13mila chilometri quadrati in meno rispetto all’inizio dell’anno. La ritirata soprattutto al nord della Siria, al confine con la Turchia. Così ora i jihadisti sembrano più preoccupati di dare la priorità alla difesa di altre aree

Lo Stato Islamico ha perso il 14% dei suoi territori nel 2015. Nonostante la continua propaganda nelle parole di Abu Bakr al-Baghdadi e le immagini dei successi degli uomini del Califfato in Siria e Iraq, secondo i dati diffusi dall’istituto di ricerca americano Ihs Jane’s Conflict Monitor Team, le bandiere nere sono dovute indietreggiare su numerosi fronti, soprattutto al confine turco-siriano. I raid della coalizione occidentale e, più recentemente, della Russia, l’azione on the ground delle milizie curde e la necessità di concentrare le forze jihadiste su altri fronti hanno costretto gli uomini di al-Baghdadi a cedere parte delle proprie conquiste, alcune delle quali fondamentali anche per i traffici illegali con i quali Isis finanzia la propria guerra.

L’Isis via dal nord, persi 12.800 chilometri quadrati
Dal primo gennaio al 14 dicembre i terroristi in nero hanno perso 12.800 chilometri quadrati di territorio, arrivando a controllarne 78mila, cioè meno dell’estensione del Nord Italia. Un meno 14 per cento che, oltre a mostrare le difficoltà militari del Califfato, è indice anche di un cambio di tattica da parte del movimento. La maggior parte delle perdite territoriali riguardano le aree al confine turco-siriano, snodi fondamentali per i traffici illegali attraverso la Turchia che rappresentano un’importante fetta dei finanziamenti del gruppo terroristico e importanti punti di collegamento tra il nord e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato. È così che i miliziani hanno perso, oltre alla città simbolo della resistenza curda, Kobane, anche altri avamposti fondamentali come Tal Abyad, dove erano continui i passaggi di mezzi pesanti da e per il Califfato

Tra le cause dietro alla ritirata dal nord della Siria ci sono l’azione di terra delle milizie curde, i raid della coalizione occidentale, aumentati dopo l’adesione attiva di Francia e Gran Bretagna in seguito agli attentati di Parigi e l’intervento russo al fianco del governo di Bashar al-Assad. Secondo il report, però, a influire su questo ridimensionamento ci sarebbe anche l’esigenza di Isis di ricompattare le forze militari in campo che, al momento, non permettono di gestire un numero così elevato di fronti aperti. Così i terroristi hanno dovuto dare la priorità ad alcune aree. Nonostante l’importanza strategica e commerciale dei territori al confine turco-siriano, gli analisti sostengono che i vertici del movimento hanno preferito concentrare le proprie forze nelle zone a maggiore presenza sunnita, dove è più facile fare presa sulla popolazione e dove le bombe occidentali non colpiscono con la stessa intensità del Nord.

A sostegno di questa lettura ci sono i dati relativi alle conquiste delle diverse milizie curde, la fazione in guerra che ha guadagnato la più ampia fetta di terreno nel 2015, con un incremento del 186%, circa 15.800 chilometri quadrati di territorio. Lo Stato Islamico sembra, così, aver perso la speranza di portare a casa nuove vittorie nei territori controllati dai curdi, tanto da concentrare a Baghdad e Damasco la maggior parte delle attività al di fuori del Califfato. Lo Stato Islamico ha però registrato perdite importanti anche in altre zone, come le città irachene di Tikrit, ad aprile, e soprattutto di Baiji, a ottobre, dove si trova un importante raffineria di petrolio. Importante per la coalizione anti-Isis è stata anche la riconquista di Sinjar, a metà novembre, piccola città situata su una delle principali strade di collegamento tra Raqqa e Mosul.

Le conquiste delle bandiere nere: Palmira e Ramadi
Lo spostamento dei miliziani dal nord ha però portato anche ad alcuni successi per gli uomini di al-Baghdadi. In evidenza, in questo anno, sono state la presa di Palmira e quella di Ramadi. La città siriana è una conquista di primaria importanza per due motivi. Da una parte, ha offerto ai jihadisti grande visibilità vista la minaccia che questi rappresentano per il patrimonio storico e culturale dell’antico complesso. Dall’altra, proprio le bellezze artistiche a disposizione dei terroristi sono una vera e propria risorsa economica da far fruttare sul mercato illegale di opere d’arte e antichità.

 

La città irachena, invece, è situata in una posizione strategica: capitale della provincia di al-Anbar è la porta d’accesso occidentale per Fallujah, anche questa contesa tra Isis ed esercito iracheno, e, soprattutto, per Baghdad. La presenza delle bandiere nere alle porte della capitale permette agli uomini di al-Baghdadi di tenere la città sotto pressione, come testimoniano i continui attentati compiuti in diversi quartieri. È anche per questa sua importanza strategica che, il 22 dicembre, l’esercito iracheno ha sferrato una controffensiva nel tentativo di riconquistare la città.

Oltre 8mila raid aerei e 16 mila obiettivi distrutti da settembre 2014
Sono 61 i Paesi che sostengono, militarmente o con supporto economico e strategico, i raid condotti a partire da settembre 2014 da tre diverse coalizioni impegnate nella lotta a Isis in Siria e Iraq. A questi vanno aggiunti gli Stati non ancora scesi in campo ma che hanno aderito, il 14 dicembre, alla nuova coalizione islamica capitanata dall’Arabia Saudita. La formazione anti-Isis ha portato a termine 8.912 raid aerei contro le postazioni del Califfato da settembre 2014, secondo i dati del Dipartimento di Difesa americano riferiti al periodo che va fino al 16 dicembre 2015, colpendo, alla data del 13 novembre, 16.075 obiettivi. Le operazioni militari, al 30 novembre 2015, sono costate in totale 5,36 miliardi di dollari, circa 11 milioni al giorno.

Intervento russo e clima post-Parigi potrebbero accelerare la ritirata di Isis
Dilatati in un arco di tempo di un anno, i dati sui territori in mano allo Stato Islamico risentono poco dei cambiamenti avvenuti negli ultimi mesi, soprattutto l’intervento russo, a settembre, e quello francese e britannico, dopo gli attentati di Parigi. Questi cambiamenti influenzeranno probabilmente i dati relativi al 2016, ma sul campo si notano i primi cambiamenti, soprattutto quelli dovuti all’intervento di Vladimir Putin al fianco di Assad. I soldati di Mosca hanno prima di tutto consolidato la presenza dei governativa nelle province costiere di Latakia, il cui porto è uno sbocco storico russo nel Mediterraneo, e Tartus. L’intervento dei militari di Putin ha anche riacceso il fronte di Aleppo, battaglia di fondamentale importanza ma in stand-by da anni, con una città divisa tra l’esercito governativo e le diverse fazioni ribelli. Inoltre, le bombe russe, ma anche quelle della coalizione occidentale, negli ultimi mesi si sono concentrate maggiormente anche su obiettivi strategici come centri di estrazione e raffinerie di petrolio in mano aello Stato Islamico, riducendo gli introiti collegati al traffico illegale che comunque rimangono intorno ai 500 milioni di dollari all’anno.

La battaglia di Ramadi e l’impegno militare Usa in vista delle presidenziali
Tra i principali obiettivi per il 2016 c’è la riconquista di Ramadi. L’esercito iracheno ha dato il via alla campagna per riprendere la città irachena dall’alto valore simbolico e strategico per il controllo della provincia di al-Anbar. E a sostenerli potrebbero arrivare anche le forze statunitensi. Dopo le numerose critiche bipartisan rivolte alla politica anti-interventista di Barack Obama, diventate vere e proprie accuse dopo la strage di San Bernardino compiuta da due estremisti islamici, il presidente Usa ha dovuto rivedere le proprie posizioni. I sondaggi sfavorevoli dovuti anche alle scelte in materia di politica estera, antiterrorismo e sicurezza nazionale hanno convinto la Casa Bianca che la strategia del “contenimento” degli estremisti potrebbe non pagare in vista delle elezioni presidenziali del 2016. È per questo che gli Usa stanno pensando di sostenere l’esercito di Baghdad con la propria aviazione nella riconquista di Ramadi.

Le parole del segretario americano alla Difesa, Ashton Carter, davanti alla commissione Forze Armate del Senato parlavano di un’America “in guerra” e annunciavano la creazione di una forza di spedizione con base in Iraq ma che, all’occorrenza, poteva inviare le forze speciali statunitensi nelle aree limitrofe. Non saranno ancora i famosi boots on the ground che Obama ha sempre escluso, ma si tratta di un primo passo indietro della strategia di seconda linea e disimpegno scelta dal presidente degli Stati Uniti in Ucraina e nelle aree calde del Medio Oriente.

Twitter: @GianniRosini

Messina, un’opera e una piazza per il profugo ignoto da: popoffquotidiano.it

L’Assessorato alla cultura di Messina indice un bando per la realizzazione di una scultura dedicata al profugo ignoto che verrà collocata nella piazza Unione Europea della città

di Francesco Ruggeri

1498419606627351a100eb

Un’opera dedicata al profugo ignoto in una piazza di Messina: l’Assessorato alla cultura del Comune di Messina unitamente a Recosol (la Rete Comuni Solidali), indice un bando nazionale per la realizzazione di un’opera o installazione di contenuto artistico e simbolico (scultura o altro tipo d’intervento) che verrà collocata nella piazza Unione Europea della città di Messina, in un sito che verrà concordato con l’assessore all’urbanistica della giunta Accorinti. L’opera, viene spiegato in una nota stampa verrà dedicata al PROFUGO IGNOTO, per ricordare le migliaia di persone, di cui non sappiamo più nulla, che sono morte nel Mediterraneo in questi anni. Vittime innocenti di una guerra, come l’ha definita papa Francesco, che viene sistematicamente condotta contro i più poveri della terra. L’opera dovrà avere un’altezza di almeno tre metri ed essere visibile dal mare. Il materiale usato ovviamente dovrà tenere conto dell’installazione all’aperto, resistente alla salsedine alle intemperie. Tutte le informazioni tecniche potranno essere richieste a: assessorato.cultura@comune.messina.it. Il costo complessivo dell’installazione non dovrà superare il tetto di 10mila euro e dovrà comprendere il costo dei materiali, della realizzazione dell’opera e il trasporto a Messina. L’artista sarà ospite del Comune per il periodo dell’installazione dell’opera. La base sulla quale verrà installata l’opera sarà a carico del Comune.

«Crediamo che per la rilevanza sociale, culturale e politica di quest’opera molti artisti vorranno partecipare al di là del dato economico», dice l’assessore alla cultura Antonio Perna. All’inaugurazione ufficiale, un piccolo catalogo presenterà l’artista e alcune sue opere. Le proposte progettuali dovranno essere inviate via mail all’indirizzo dell’assessorato alla cultura entro il 15 febbraio 2016, e saranno selezionate da una giuria nazionale individuata da Recosol.

L’amministrazione comunale di Messina di riserva di non accettare la selezione della proposta vincente qualora non ci fossero le condizioni per la sua realizzazione.

Oasi Simeto, animali vanno via da area protetta «Situazione pietosa, emblema di mala gestione» da. meriodionews

Foto di Davide Restivo

Marco Di Mauro 26 Dicembre 2015

Cronaca – La zona è passata dalla gestione della provincia a quella dell’area metropolitana di Catania. «Ma il sindaco Enzo Bianco se ne disinteressa», dice Massimo Musmeci dei Verdi. Mancano fondi, le zone umide spariscono e con esse pure gli uccelli «per tutelare i quali era stata istituita la riserva», spiegano dalla Lipu

«L’oasi del Simeto è abbandonata a se stessa». La costa si ritira, le zone umide sono quasi tutte sparite e, di conseguenza, il numero di animali si è ridotto notevolmente. A pesare sulla condizione della riserva naturalistica catanese, secondo il coordinatore provinciale dei Verdi Massimo Musmeci, è lo scarso interesse della politica, che causerebbe mancanza di fondi e quindi controlli e manutenzione insufficienti. La gestione è di recente passata dalla provincia alla città metropolitana di Catania: «In trent’anni la situazione è peggiorata anziché migliorare», dice un ambientalista.

La zona sottoposta a vincolo ambientale copre la foce del Simeto e l’area circostante. «Potrebbe essere una grande risorsa per il turismo naturalistico», dice Musmeci. Ma da quando l’ente gestore è cambiato «se prima le cose non andavano bene, ora sono pure peggiorate». La competenza in quanto a gestione e manutenzione della riserva spetta al sindaco Enzo Bianco «che invece, non capiamo perché, si è disinteressato totalmente alla questione. Come se Catania finisse dove termina la Playa». I Verdi hanno intenzione di chiedere un confronto col primo cittadino etneo, intanto però «le condizioni dell’oasi peggiorano. Giorno dopo giorno perdiamo biodiversità».

Ma a pesare è soprattutto «la mancanza di fondi – lamenta l’esponente dei Verdi – Necessari non solo per le attività quotidiane ma pure per i controlli». A sorvegliare la riserva dovrebbero essere il corpo forestale, gli impiegati e le autorità provinciali: «Ma sono anche loro in guai economici, per quel che mi risulta, e non riescono a svolgere il loro servizio». Il danno più importante sofferto dall’oasi sarebbe stato fatto però in passato. Nel 2014 è stata disposta la pulizia dei canali «che riempiendosi – spiega Musmeci – creavano delle zone umide, ideali per ospitare la fauna. Sparite le zone umide sono scomparsi anche gli animali».

«La gestione era pessima anche quando se ne occupava la provincia – afferma Roberto De Pietro, ambientalista – I fatti sono inconfutabili, la situazione dell’Oasi è pietosa». La riserva continua a essere accessibile ai turisti ma «rappresenta tutto quello che non dovrebbe essere una zona protetta, che comunque mantiene un elevato valore naturalistico». Sarebbero tanti gli aspetti di degrado, già denunciati in passato, che restano sotto gli occhi dei visitatori: «Discariche, caccia, case abusive». La costa inoltre, sta arretrando – come esposto in uno studio condotto da De Pietro – lo spazio dedicato ad animali e vegetazione si sta riducendo: «Senza l’interesse degli enti pubblici, nonostante l’istituzione dei vincoli ambientali, le condizioni sono peggiorate anziché migliorare».

Dopo il prosciugamento dei canali, secondo le stime della Lega italiana protezione uccelli, delle 20 coppie nidificanti di moretta tabaccata ne sarebbero rimaste solo due. «Le zone umide vanno ripristinate. Stanno scomparendo le specie per le quali era stata istituita la riserva», dice Giuseppe Rannisi della Lipu. Col venire meno delle zone umide sarebbe scomparso pure l’airone rosso, mentre la popolazione di altri uccelli, come il tarabusino e il pollo sultano, si è ridotta di parecchio. La Lipu ha registrato anche il progressivo allontanamento di altre specie che prima svernavano nella riserva. E che adesso non trovano più gli habitat e l’alimentazione necessari: le aquile anatraie minori e maggiori, le aquile minori, il falco pescatore, gli aironi.

Abbiamo bisogno del vostro aiuto per stare in alto! I nostri programmi per il 2016 Autore: redazione di controlacrisi

Secondo voi Controlacrisi ha ancora un senso? A giudicare dal numero di letture giornaliere noi pensiamo di sì. Non solo aumentano, ma ci siamo accorti che alludono a una platea di lettori maturi e consapevoli. Insomma, lettori che non se la bevono tanto facilmente. Pretendono molto dalla redazione. E non a torto. Siamo contenti di questo perché vuol dire che dal 2009, anno della nostra fondazione, a oggi, abbiamo fatto tanta e buona strada. Siamo andati, insomma, nella direzione giusta.
Sei anni nel segno dell’indipendenza, dell’impegno politico e dello spessore professionale. E provvedendo puntigliosamente ai bisogni di informazione di una comunità, quella della sinistra antagonista, che non si può dire se la passi proprio bene. Abbiamo provato, “in concorso con altri” a restare un punto fermo per tutti e tutte. E i fatti ci hanno dato ragione. Dieci-dodicimila letture al giorno , non si improvvisano certo. C’è chi lo fa con gattini e corpi patinati. Noi abbiamo scelto gli argomenti della lotta.E siamo pronti a metterci ancora buone dosi di impegno, e di fantasia. La pratica dell’informazione gratuita e qualificata, oltre dell’impegno ha bisogno di tanto altro. Ha bisogno dell’impegno dei lettori, per esempio. Vi chiediamo un supporto, sotto qualsiasi forma. Senza pubblicità e senza padroni è dura. Lo capite da soli. Non occorrono tante spiegazioni.
Stiamo cercando di fare del nostro meglio, però, anche perché il web è in continua evoluzione e occorre una applicazione continua per capire “dove tira il vento”, e quali sono i gusti dei lettori.

Il programma per il prossimo anno è quello di aprire nuove iniziative editoriali, e di spostarsi sempre più sui contenuti “audio”. Anche perché si passa sempre meno tempo a leggere. Cominceremo da un settore, quello del lavoro, che è da sempre la nostra stella polare. Probabilmente, il tutto prenderà forma nelle sembianze di una “Radio Web”, che si chiamerà “SolidaR-adio”.

L’idea è di approdare alla produzione più di podcast che si possano facilmente propagare in rete facendo conoscere le cause dei lavoratori e delle lavoratrici. C’è una novità, tutta politica, in questa impresa: daremo priorità alle lotte nel mondo del lavoro, senza guardare alle etichette sindacali. Ci sembra di capire che tra i lavoratori debba tornare a prendere piede una precisa idea di solidarietà. E quando la sigla sindacale diventa un ostacolo a questo allora occorre prendere il coraggio a due mani.
Il web è uno dei luoghi vocazionali, dove la solidarietà può trovare migliori canali di comunicazione. Abbiamo deciso di puntare in quella direzione, anche perché le alternative sono ben poche. Nella latitanza totale, e tutta politica, delle organizzazioni storiche della sinistra, i tempi dell’informazione, e della comunicazione, non aspettano.
Le nostre nuove iniziative editoriali si concretizzeranno in un maggiore spazio alle “campagne di informazione”, il cui obiettivo è quello di fornire contenuti di maggior pregio e supportati da una tecnica di diffusione più efficace. Inoltre, pensiamo di aprire ad una serie di collaborazione dalle capitali europee. Per adesso le sedi coinvolte sono solo tre, Bruxelles, Parigi, Amsterdam. Se avete altri “poli” da segnalare siamo pronti a recepire i vostri suggerimenti.
Infine, creeremo due nuove pagine fisse, una dedicata alla sinistra antagonista a Roma e l’altra alla magnifica esperienza della R@p, la rete dell’autorganizzazione proletaria. Il nuovo percorso aperto a Milano poche settimane ha visto la nostra partecipazione. La rete, in poche parole, ha bisogno di informazione.

Per fare tutto questo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Qui per le donazioni. Grazie.

“Ripresa? Aumenterà il divario tra Nord e Sud del Paese”. Intervista ad Emiliano Brancaccio Fonte: corriere del mezzogiornoAutore: emanuele imperiali

Professore, per Bankitalia e altri istituti di ricerca a fine anno il Centro-Nord segnerà un aumento del Pil di circa un punto percentuale, mentre al Sud dovremmo registrare crescita zero. L’uscita dal tunnel della crisi riguarda solo le regioni più ricche del paese?Per nessuna zona del paese parlerei di “uscita dal tunnel”: anche lì dove si manifesta, la ripresa risulta molto fragile. E’ vero tuttavia che nella crisi generale del paese la frattura tra Nord e Sud tende ad accentuarsi. Il problema principale riguarda il crollo degli investimenti delle imprese: rispetto al 2007 nel Mezzogiorno sono precipitati di oltre un terzo, una caduta di dieci punti percentuali più pesante di quella, già di per sé drammatica, che si è registrata al Nord.

Le misure di rilancio adottate dal governo Renzi sembrano accentuare i divari: gli ultimi dati evidenziano uno spostamento di risorse pubbliche a favore del Centro-Nord. Penso al bonus di 80 euro. Come mai?

In alcuni casi si tratta di un risultato scontato. Prendiamo il famigerato bonus di 80 euro ai lavoratori dipendenti: era prevedibile che il beneficio fiscale andasse a vantaggio soprattutto delle regioni caratterizzate da più elevati livelli di occupazione. In altri casi il meccanismo è più sottile. Un esempio interessante è il modo in cui i fondi pubblici vengono oggi ripartiti tra le università. L’attuale sistema tende a penalizzare gli atenei in cui si registra un numero più elevato di iscritti fuori corso. Il problema è che nelle realtà meridionali gli studenti vanno un po’ più a rilento non tanto a causa di una inefficienza delle strutture universitarie, quanto piuttosto per la carenza di occasioni di lavoro offerte dai territori in cui operano. Il risultato è che l’istruzione pubblica superiore subisce tagli più accentuati proprio nelle aree economicamente più deboli, dove rappresenta una delle pochissime vie per l’emancipazione sociale. Potremmo descrivere molti altri esempi di meccanismi sperequativi, che determinano uno spostamento dei fondi pubblici a favore delle regioni più forti. Una parte rilevante di essi è stata ideata dall’attuale governo, ma a ben guardare si tratta di una linea di politica economica consolidata, che si reitera ormai da anni.

Un caso ulteriore è rappresentato dalla sanatoria fiscale dei capitali esportati illegalmente. A quanto pare i benefici andranno soprattutto a favore di contribuenti del Nord. Ma non era il meridione a detenere il record di evasione fiscale?

In termini assoluti l’evasione fiscale si concentra soprattutto al Nord, specialmente se si tratta di mancato gettito sui redditi da capitale. Era inevitabile, quindi, che la sanatoria sul rientro dei capitali espatriati provocasse un ulteriore effetto distributivo favorevole al Settentrione. Ma gli effetti negativi sul Sud non si limitano a questo.

In che senso?

Una sanatoria sui capitali fuoriusciti illegalmente avalla il convincimento che viga ormai una competizione fiscale senza regole, in cui pur di attrarre risorse finanziarie un paese è disposto a negare la certezza del diritto. E’ una delle forme più deteriori di quella concorrenza al ribasso che governa l’attuale sistema di rapporti internazionali, e che danneggia soprattutto le aree economicamente più deboli dell’Unione europea. Oggi ci illudiamo che permettendo agli evasori di rimpatriare i capitali a costi irrisori favoriremo gli investimenti in Italia, in particolare nel Sud. Domani ci renderemo conto che la sanatoria ha solo alimentato un clima di impunità, e che gran parte dei capitali è nuovamente fuoriuscita all’estero a caccia di rendimenti più elevati in paesi più spregiudicati del nostro non soltanto in ambito fiscale ma anche sul versante dei salari e delle condizioni di lavoro.

In una ricerca recentemente pubblicata sul Cambridge Journal of Economics, Lei ha parlato di “mezzogiornificazione europea”. Che cosa intende con questa espressione?

E’ lo sviluppo di una tesi sostenuta fin dagli anni Settanta dal compianto Augusto Graziani, che è stata in seguito riproposta dal premio Nobel Paul Krugman. L’idea centrale è che lo storico divario tra Nord e Sud Italia non rappresenta un’eccezione a livello europeo ma andrebbe piuttosto intesa come fenomeno anticipatore di una forbice che oggi si riproduce su scala continentale, tra i paesi del Nord e i paesi del Sud Europa. Anche questo è il risultato di politiche che invece di contribuire a ridurre i divari fra i territori tendono ad amplificarli.

Quali ricette per affrontare questi divari che caratterizzano la “questione meridionale”, in Italia e in Europa?

Bisognerebbe riconoscere che le soluzioni “di mercato” adottate in questi anni non hanno dato i risultati attesi, e che i tagli alla spesa pubblica in conto capitale hanno prodotto più danni che benefici. La Svimez in questo senso fa bene a invocare una discontinuità di politica economica, basata sulla ripresa degli investimenti statali per la reindustrializzazione delle zone depresse. A mio avviso, però, questa richiesta di discontinuità andrebbe collocata in una riflessione più generale sul rapporto tra la cosiddetta globalizzazione e l’ampliamento dei divari tra aree ricche e aree povere. In questo senso domando: una credibile politica di rilancio dei Sud, in Italia e più in generale in Europa, può realisticamente svilupparsi in un contesto di indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali da e verso paesi che accumulano surplus verso l’estero a colpi di deflazione e concorrenza al ribasso? Molti studiosi, tra cui Dani Rodrik, ritengono che la risposta sia negativa. Forse è ora di aprire una discussione in merito.