Cofferati: «Passiamo la mano, tocca ai ragazzi» da. ilmanifesto.it

Sinistra. A Milano fuori dalle primarie, se passa il nome antirenziano ci dialogheremo. Per una nuova forza basta tavoli, serve un appello alle persone, così si superano le sigle. Il Prc non si scioglie? Cambierà idea

Sergio Cofferati

«Comincia ad essere evidente lo scarto fra le condizioni del paese e quello della ’narrazione’. Purtroppo le cose non vanno come Renzi racconta. Le previsioni economiche si sono dimostrate non rispondenti al vero». Per Sergio Cofferati, europarlamentare, ex Pd, fra i protagonisti degli sforzi per la nascita di un nuovo soggetto della sinistra italiana, per il governo sta arrivando l’ora della verità: «Se si prendono i dati dell’occupazione le conclusioni sono semplici e non positive: una crescita di pochi decimali non fa peggiorare la situazione ma non crea nuovo lavoro. Intanto ci sono nuove generazioni che entrano nel mercato del lavoro. E non è con la stabilizzazione incentivata che si risolve il problema. Servirebbe una progressiva ma certa ripresa della crescita. Che non c’è. Tutto questo comincia ad apparire chiaro al di là delle illusioni alimentate. Il meccanismo redistributivo si è inceppato, senza nuove risorse le risorse per i più deboli calano. Che i tagli li faccia il governo o che costringa a farli le regioni o i comuni, la sostanza non cambia».

L’ora della verità però non premia la sinistra. Lo si è visto anche in Francia. In Italia lo slancio per mettervi insieme si è fermato. Su cosa, dal suo punto di vista?

È importante provare a dare vita a un soggetto nuovo. Lo chiedono le persone. A sinistra c’è uno spazio enorme perché il Pd ha cambiato natura e valori, molte persone non vanno più a votare. Ce n’è bisogno. A questa domanda bisogna rispondere dando vita a un soggetto o che sia in grado di affascinare le persone che si riferiscono a valori della sinistra, e che sono deluse perché non li vedono in campo. Un soggetto nuovo però deve avere presupposti precisi: garantire discontinuità con la storia che ci ha portato fin qui, che è fatta del mutamento del Pd ma anche della caduta di credibilità di una sinistra radicale, per come l’abbiamo conosciuta. Dobbiamo superare quello che c’è. Lo dico con precisione: Sinistra italiana è un gruppo parlamentare, è utile, ma non può essere la nuova formazione politica. Che invece deve avere l’ambizione di un perimetro molto più grande.

Pensa a un nuovo partito, come chiedono alcuni, o un soggetto ’plurale’ sul modello della coalizione greca Syriza?

Un soggetto plurale, al di là delle intenzioni di chi lo vuole, ripropone il vecchio: tende ad avere al suo interno quello che già c’è. Invece io penso a un partito. Nuovo. Ma ci vorrà tempo per costruirlo. Il punto di partenza debbono essere i valori.

Sui valori siete tutti d’accordo. Sulla loro declinazione concreta organizzativa o elettorale no.

Intanto cominciamo a condividere questi valori. Un’Europa che scrive un nuovo trattato che assegni alle istituzioni europee funzioni che oggi non hanno, togliendole dalla sovranità degli stati membri. Ancora: il valore sociale del lavoro, la solidarietà, i diritti delle persone sia come lavoratori che come cittadini, la pace. Questi valori, certo, devono avere una declinazione coerente. Che si verifica nel progetto che di volta in volta presenti nei luoghi dove vai a chiedere il consenso, quelli dove coinvolgere le persone nella discussione e nella militanza. L’obiettivo è governare, dalle amministrative al governo centrale.

Il percorso si è incagliato sul tema partito/coalizione. Come potrebbe ripartire?

Serve un appello/manifesto proposto da persone, non da associazioni o organizzazioni. Se lo firmano le persone vorrà già dire che le organizzazioni non vengono cancellate ma messe da parte. E con questo si avvia una discussione che avrà bisogno anche di quanto c’è già di organizzato, ma come supporto. Saranno persone che chiedono disponibilità a altre persone, con i tempi che ci vorranno, uscendo dalla strettoia delle amministrative. L’importante è cominciare un cammino. Serve un’assemblea nazionale che dia poi il via alle assemblee locali. Anche perché un tavolo che si riunisce ogni tanto dà un’idea di verticismo che non è né utile né efficace.

Quindi per lei non è necessario lo scioglimento dei partiti e delle sigle esistenti?

Non nella fase transitoria. Purché alla fine del percorso non resti più niente.

Ma il Prc non intende sciogliersi. Lo ha confermato ieri al manifesto il segretario Ferrero.

Quello che dice Ferrero è legittimo. Ma nel cammino Ferrero può cambiare idea. Oppure la possono cambiare i suoi iscritti.

Sempre per essere concreti: alle amministrative in quasi tutte le città ci saranno candidati di sinistra. Ma non a Milano. Secondo lei Sel non deve partecipare alle primarie?

Il processo di cui sto parlando ha tempi lunghi. Sarebbe auspicabile un primo coagulo alle amministrative. Ci dev’essere chiaro il segno della discontinuità. A Napoli è ragionevole sostenere De Magistris, a Cagliari Zedda. A Genova Doria, se si ricandiderà a suo tempo. A Milano se Pisapia si fosse ricandidato, il candidato sarebbe lui. Questi sindaci hanno rappresentato la rottura con la politica precedente. Ma Pisapia non si ricandida. Oggi in quella città il perimetro delle primarie è utile al Pd per risolvere le sue contraddizioni ma inutile o controproducente per una forza nuova. Se vincerà Sala un candidato di sinistra potrebbe prendere una caterva di voti, anche dai delusi del Pd. Se invece vincerà un candidato o una candidata contro il partito della nazione la sinistra potrà verificare se ci sono le condizioni per dare continuità all’esperienza di Pisapia. Senza rinunciare al suo candidato.

Però lei in Liguria ha partecipato alle primarie del Pd.

Infatti dico queste cose sulla base di un’esperienza fatta.

A Milano un pezzo della sinistra ha governato con Pisapia. Perché in assenza di Pisapia dovrebbe rinnegare questa esperienza, che anche lei giudica innovativa?

Perché Sala non può essere considerato la continuità della giunta Pisapia. Se il partito di maggioranza relativa candida una persona di centrodestra lo fa contro l’esperienza di Pisapia, non per proseguirla ma per cancellarla. E per sperimentare un’altra ipotesi, appunto quella del partito della nazione.

Non c’è una contraddizione fra dire che servono assemblee dei territori e imporre loro quello che devono fare?

Se dai un’indicazione generica sbocceranno cento fiori. A noi serve avere un perimetro definito. Sarà più utile e efficace.

Se questo significasse perdere personalità importanti, a Milano o altrove, la sinistra nascerebbe sotto il segno di nuovi abbandoni?

È una delle contraddizione che bisogna vivere: porta con sé il segno della discontinuità.

Non teme l’irrilevanza? Anche perché alle amministrative il vostro avversario non sarà solo il Pd, ma anche il M5S con il vento in poppa.

Il processo sarà lungo e non deve farsi condizionare dalle difficoltà, l’importante che ci sia la volontà e che il processo parta. All’inizio non saranno rose e fiori. Appena nati i 5 stelle non hanno avuto i risultati di oggi. Ma bisogna dar loro atto di aver tenuto la barra, cosa che gli ha portato dei risultati.

Non crede che fra voi ci siano differenze antiche di culture politiche che, per parlare delle elezioni politiche, solo l’Italicum nella sua attuale formulazione tiene insieme?

Le differenze ci sono, sono inevitabili ma in un partito l’articolazione e la dialettica sono persino fondamentali. L’orizzonte politico del domani non lo devono tracciare quelli della mia generazione ma le ragazze e i ragazzi. Sono loro i soggetti primari del nuovo partito. Quelli che non hanno le nostre storie da mettere in equilibrio.

La fine di Gelli, le parole di verità di Tina Anselmi da. antimafia duemila

di Anna Vinci
È morto Licio Gelli, nella sua casa, era il 15 dicembre del 2015.
Che riposi in pace. Ogni morte chiede rispetto e preghiere, per chi crede. Resta che se i morti sono tutti uguali, appunto bisognosi di rispetto, le vite restano diverse.
Una impronta di un uomo che ha voluto segnare la vita del nostro paese non è  quella caduca sulla neve di primavera. Resta e va mantenuta “viva”. Purtroppo c’è una tradizione nel nostro paese: sulle impronte nefaste si tenta di gettare il fango dell’oblio, è fatto di fango infatti, e uso un eufemismo, quel procedimento per cui si vuole celare, confondere: tutti in qualche modo, colpevoli, nessuno colpevole fino in fondo.
Ho conosciuto Gelli attraverso i tanti colloqui avuti con Tina Anselmi, una donna che lo ha combattuto a viso aperto, in prima persona, durante la sua presidenza della Commissione Bicamerale inquirente sulla loggia Massonica P2 di Licio Gelli. E forte di ciò, mi permetto alcune considerazioni, nella speranza che servano, se non altro a far sentire una voce, e quanto autorevole – parlo di Tina – a cui cerco di dare parola ricordano le sua parole, lei ancora adesso presente pur nella sua vecchiaia silenziosa, dignitosa nella malattia. Il rischio è che anche questa volta, infatti, ci si ritrovi ad ascoltare commossi elogi funebri sul grande uomo che Gelli fu.
E inizio con il riportare la considerazione dell’Anselmi su Gelli: “Un buon direttore generale, ossessionato dal potere, malato di potere, il cui potere si basava sul ricatto, sulla millanteria a volte, sulla cattiva coscienza di molti, la vigliaccheria di tanti […]. Tra i tanti che ho ascoltato durante i lavori della Commissione, i peggiori, di certo, coloro che dicevano che si erano iscritti alla Loggia P2, ‘solo’ per fare carriera, solo!? E allora, chi è colui che mette a repentaglio, altro che la carriera, ma la propria vita e quella dei propri cari?! Chi sono coloro che hanno combattuto, e ne ho conosciuti, perché il nostro Paese fosse una democrazia compiuta?!”.
Voglio a riguardo ricordare alcune considerazioni pubbliche dell’Anselmi tratte dalla sua relazione nella seduta del 9 gennaio 1986 alla Camera dei deputati, sulla conclusione dei lavori della Commissione chiusa il 14 luglio del 1984… quasi due anni e non l’avevano ascoltata!! Avevano altro da fare i nostri rappresentanti politici, eletti dal popolo: pacificare il paese!

“Dall’esplorazione di questo mondo, da questa ricognizione, invero poco edificante dell’altra faccia della luna, possiamo trarre una conclusione principale: che la politica sommersa vive e prospera contro la politica ufficiale; che ogni tentativo di correggere surrettiziamente e per vie traverse il sistema democratico significa in realtà negarlo alla radice dei suoi lavori costitutivi”. [Tratto dagli Atti Parlamentari (da pagina 35662 a pagina 35670 IX legislatura Discussioni]

Un uomo quindi, ossessionato dal potere e talmente forte nel ricatto che osò scrivere una lettera all’appena eletto Presidente Cossiga il 3 dicembre del 1985 nella quale ‘chiede giustizia’ lettera che Tina Anselmi conservava fotocopiata tra i suoi foglietti/diario che tenne durante i lavori della Commissione. Come mi disse con ironia una volta: “Nel nostro paese spesso i ‘disturbati’, vanno per la maggiore”.
Ecco di seguito  alcune frasi tratte dalla lettera su citata:
“Le sottopongo Signor Presidente, alcune modeste considerazioni sulla vicenda della Loggia P2 e soprattutto le allego i documenti che provano l’autenticità d quanto sostengo. Ad essi si possono opporre tutte la favole che si vuole, come si è fatto in questi anni, ma i documenti restano e rappresentano il sigillo della verità…”.
Tra le favole ovvio i lavori della Commissione presieduta dall’Anselmi.
“Vale la pena, Illustre Signor Presidente soffermarsi anche sulle aberrazioni di questa Commissione d’inchiesta, che si è mossa per ben cinque inutili semestri in sedute “medianiche”…”.
Così Gelli aveva l’ardire di rivolgersi alla massima carica dello Stato, parlando di una Commissione Bicamerale. Da dove gli  veniva tanto potere? Già, da dove?
E più oltre: “Un secolo buio quello che abbiamo vissuto  con il falso scandalo della P2, Signor Presidente. In esso, per gusto, per cinismo o per incoscienza, molti si sono lasciati coinvolgere, spesso per il male sottile del protagonismo. E mi riferisco, senza ombra di irrispettosità per la carica che ha ricoperto e per la sua venerandissima età, anche al Suo Predecessore, al Presidente Sandro Pertini”:
Credo che quella lettera sia sì, il sigillo, a una scelta.
In quel momento si poteva scegliere, o proseguire nella via indicata dai lavori della Commissione o invece affossarli, per pacificare il Paese, ovvio.
Affossare lavori che avevano fatto luce, avevano “[…] documentato la presenza di uomini affiliati alla loggia in buona parte delle vicende più torbide che hanno attraversato il paese nel corso di più di un decennio. Da vicende finanziarie, come quelle di Sindona e di Roberto Calvi, sino a episodi di eversione violenta del sistema, troviamo che la Loggia P2, con la sua segretezza, costituisce il luogo privilegiato nel quale entrano in contatto e si intrecciano ambienti disparati che hanno in comune di fatto di voler agire a di fuori della legalità repubblicana.”.
E sempre dalla relazione:
“[…] Così, qui, ho sentito parlare di Gelli fascista, di Gelli in contatto con la Resistenza comunista, di Gelli maggiordomo del potere democristiano. L’indubbio trasformismo del personaggio, e soprattutto della realtà che esso incarna credo che costituisca il maggior pericolo di questo fenomeno, perché è appunto la sua presenza reale, o comunque attendibile, negli ambienti più disparati che sta alla base della tecnica di potere di una organizzazione occulta delle ambizioni e del peso della Loggia P2: una tecnica che eleva a suo cardine l’arma squallida del ricatto, che quanto più è esteso e generalizzato tanto più è funzionale e soprattutto tanto più garantisce”. Più oltre ancora: “Per questo io credo che se la Loggia P2 è stata, come è stata, un meccanismo di controllo e di condizionamento, allora è evidente che in questa vicenda siamo tutti perdenti o tutti vincenti: perché se la loggia P2 è stata come è stata politica sommersa, essa è in realtà contro tutti noi”. Noi che crediamo nello Stato di diritto, nella Costituzione, nella trasparenza della politica là dove la loggia P2 le nega.
Quindi, tra Pertini e Cossiga si scelse Cossiga e quindi… Gelli.
Gelli che lascia dietro di sé una scia di sangue che ha segnato il nostro Paese. Gelli che lascia una incompiuta, tra le sue vittorie. Nel suo combattimento contro Tina Anselmi non vinse.
Giusto ricordarlo quindi con le parole della donna che indagò in quella grande abbuffata di potere, nutrita di una cultura consolidata in luoghi storicamente, superbamente maschili: massoneria, chiesa, esercito, mafia, polizia.
Una grande donna che lui cercò fino alla fine di incontrare, per non lasciare questa incompiuta. Mi riferisco all’ultimo tentativo, di pochi anni fa, di incontrarla, attraverso un intermediario inviato a Castelfranco. Avendo ricevuto un rifiuto, Gelli stesso riferì che non aveva potuto incontrarla perché malata.
Falso, bugia, di bugie lui visse. Mai Tina lo avrebbe incontrato. Quale pacificazione può esserci se non si riconoscono i responsabili? La colpa è altro discorso. Ma in politica c’è la responsabilità, o no?!
Che Gelli riposi in pace e che almeno per una volta lo accompagnino parole di verità
Quelle di Tina Anselmi.

Charlie Hebdo, le armi della strage di Parigi fornite da un ex del Fronte national da: l’espresso

Estremista di destra, è stato parà, mercenario, funzionario di Fn. Ora è accusato di avere gestito mitra e pistole usate da Culibaly negli attacchi dello scorso gennaio

di Gianluca Di Feo
Charlie Hebdo, le armi della strage di Parigi fornite da un ex del Fronte national

Un ex mercenario di estrema destra ed ex funzionario del Fronte National ha contribuito ad armare gli stragisti islamici che hanno terrorizzato Parigi nello scorso gennaio. Gli ultimi sviluppi nell’indagine sull’assalto alla redazione parigina dello scorso gennaio sembrano usciti dalla trama di una fiction televisiva. Ma i provvedimenti della magistratura francese adesso sembrano confermare i sospetti che circolavano da mesi: un kalashnikov e quattro pistole usate da Amedy Coulibaly sono passati dalla rete di Claude Hermant un personaggio dai mille misteri e una sola certezza, l’odio xenofobo.  

Hermant e la sua compagna sono stati posti in stato di fermo. Gli inquirenti sarebbero riusciti a dimostrare che le armi usate per uccidere una poliziotta e quattro ostaggi catturati in un supermarket parigino erano transitate dalla società della donna, per poi essere vendute a Coulibaly nella città belga di Liegi.

I due sono già in cella dal 23 gennaio, due settimane dopo la prima ondata di massacri jihadisti in Francia, con l’accusa di traffico d’armi internazionale. Avrebbero modificato mitragliatori e pistole destinati al mercato dei collezionisti rendendoli perfettamente funzionanti. Un’indagine nata nella primavera 2014, dalla quale però emergono misteri su misteri. Inclusa la possibilità che Hermant fosse un informatore della polizia francese e belga.

Tutta la storia di quest’uomo ha aspetti romanzeschi, ricostruiti da una lunga inchiesta di “Liberation”. È stato paracadutista, congedandosi con il grado di sergente nel 1982. Ma negli anni di attività militare avrebbe operato anche con i servizi segreti francesi. Viene segnalato come mercenario in Angola. Poi ricompare nella guerra jugoslava, combattendo con la legione croata che aveva richiamato volontari neofascisti da tutta Europa.  Quindi nel 1999 finisce in cella in Congo, con il sospetto di avere partecipato a un complotto contro le autorità locali. Ma viene rilasciato, per un intervento delle autorità francesi che ha fatto ipotizzare come in realtà fosse in missione per conto degli 007 di Parigi.

Non solo. Tra il 1994 e il 1999 è stato membro del servizio d’ordine del Fronte National. Lui stesso nel 2001 disse di avere fatto parte di una cellula clandestina creata dal partito nel 1997 per alimentare la rivolta nelle banlieu. Il compito del gruppo era di infiltrarsi nelle periferie, prendere contatto con le bande criminali e giovanili, condizionandole e incitandole alla rivolta. Tutto questo per alimentare un senso di insicurezza che avrebbe permesso al Fronte di ottenere consensi. Rivelazioni smentite dai vertici del movimento nazionalista.

Nel 2008 assieme a un altro ex del Fn crea a Lille l’associazione di estrema destra “La maison du peuple flamand”, facendosi notare per una serie di iniziative contro i musulmani, caratterizzate dalle grigliate in piazza di carne di maiale. È anche l’animatore dei “Campi di Ares”, dal nome greco del dio della guerra, dove si insegnavano tattiche militari ai giovani neofascisti. Nell’ottobre 2011 organizza una manifestazione a Lille con Serge Ayoub, il leader della Terza posizione francese, sciolta dopo l’omicidio dell’antifascista Clement Meric. Anche “La maison” è stata chiusa nel 2012.

Da allora l’ex parà si è dedicato alla vendita di patatine fritte in un chiosco con la moglie, svolgendo lavori saltuari come vigilantes o promuovendo sfide di paintball, un gioco con fucili che sparano proiettili alla vernice. Attività di copertura, perché in realtà, avrebbe sfruttato la sua rete di camerati per acquistare, modificare e rivendere armi. Usate da rapinatori. E anche dagli attentatori islamici. Una circostanza che sembra fatta apposta per alimentare le tesi complottiste più ardite.

Fonte: nonconimieisoldi.orgAutore: Andrea Baranes Per favore, non parliamo più delle “quattro banche”

La colpa è dei risparmiatori che dovevano informarsi. Oppure è delle banche, che hanno piazzato titoli spazzatura. È di chi doveva vigilare, Banca d’Italia in testa. È del governo e del pasticcio del decreto salva­banche. È dell’UE e delle sue regole. Negli ultimi giorni è esploso il dibattito sul salvataggio di CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti, per cercare di individuare responsabilità e colpe.

Certo è che una banca non dovrebbe vendere a clienti inesperti prodotti come delle “opzioni certificates su sottostanti cartolarizzati”. Difficile anche solo capire di cosa si tratta, figuriamoci investirci i propri risparmi. Per questo esiste una normativa europea – la Mifid – che prevede che le banche, prima di vendere un prodotto, facciano quella che si chiama la profilatura del cliente, ovvero verifichino la conoscenza degli strumenti finanziari, la propensione al rischio, gli obiettivi dell’investimento.

Peccato poi che si scopra che il 75% della clientela – anche chi aveva un’istruzione media inferiore – è risultato figurare sui tre livelli più alti di conoscenza ed esperienza finanziaria. Dati a dire poco strani, ma che trovano una spiegazione se si viene a sapere quanto le strutture commerciali vengano pressate per raccogliere volumi e incentivi. Se da un’indagine della Consob risulta “il costante e penetrante controllo delle performance di rete” e “forme di pressione per raggiungere i budget”; se, come rivelato dalle parole di un dirigente: “forse non mi sono spiegato: vanno fatti i numeri”. Come dire vendita di prodotti in conflitto di interesse; forme di marketing scorrette; fissare obiettivi in funzione delle esigenze della società, privando l’investitore di alternative; e chi più ne ha più ne metta.

Fermi un momento. Quanto scritto non è relativo alle famigerate quattro banche oggi nell’occhio del ciclone. E’ relativo a Poste Italiane. E’ riportato nel procedimento della Consob verso le care vecchie Poste, da sempre considerato il porto sicuro in cui gli italiani depositano il proprio risparmio. E non parliamo di un periodo lontano nel tempo, ma degli anni tra 2011 e 2013.

Per carità, non vogliamo dire che tanto lo facevano (quasi) tutti. Nessuno intende sminuire le responsabilità degli amministratori delle quattro banche salvate negli scorsi giorni, i prestiti agli amici degli amici o la necessità di comprendere eventuali comportamenti fraudolenti. Dobbiamo però essere chiari su un punto: non è possibile, al continuo ripetersi di ogni problema, scandalo, truffa, fallimento, salvataggio o disastro finanziario continuare a parlare delle proverbiali poche mele marce, concentrarsi sul caso singolo perdendo di vista il quadro generale. È l’intero sistema finanziario a essere autoreferenziale, ipertrofico e intrinsecamente instabile. Negli ultimi sette anni i salvataggi e gli interventi a favore del sistema bancario potrebbero essere costati oltre 4.000 miliardi di dollari. Questo mentre, tra il 2012 e il 2014, le banche hanno pagato 139 miliardi di dollari di sanzioni alle sole autorità statunitensi. Un operatore finanziario su quattro negli USA e uno su tre in Gran Bretagna riconosce candidamente che commetterebbe un delitto per fare soldi se fosse sicuro di non essere preso.

Il sistema finanziario negli USA rappresenta il 7% del PIL ma assorbe circa il 30% dei profitti. Com’è possibile che la finanza, continuamente e costantemente, realizzi dei tassi di profitto superiori a quelli dell’economia? Un sistema che assomiglia sempre di più a un gigantesco schema di Ponzi, dal nome del celebre truffatore attivo negli USA negli anni ’20. Ponzi prometteva guadagni mirabolanti, ma si limitava a girare ai primi clienti una parte delle risorse che arrivavano da quelli nuovi. Per un po’ il sistema sembrava funzionare, attraendo nuovi sprovveduti, i cui capitali venivano in parte usati per dare l’impressione che si stavano realizzando i profitti promessi, finché il castello di carte non è fragorosamente crollato. Se oggi l’economia nel mondo cresce tra il 2 e il 3% – molto meno in Europa, per non parlare dell’Italia – ma tutti pretendiamo il 5% o più dai nostri investimenti finanziari, forse abbiamo un problema.

Solo uno dei paradossi attuali. I manuali di economia spiegano che le banche lavorano con i risparmi depositati dai clienti, e sono vigilate da un ente di controllo, solitamente la banca centrale. Oggi la situazione è diametralmente opposta. Con il Quantiative Easing la BCE pompa liquidità nel sistema finanziario al ritmo di 60 miliardi di euro al mese. D’altra parte, con il bail­in sono azionisti, obbligazionisti e clienti su cui ricadono le perdite in caso di crisi ­ risparmiatori senza alcuna esperienza, in un mondo finanziario senza trasparenza ­ a essere chiamati a controllare quello che combinano le banche.

Gli stessi azionisti, obbligazionisti e clienti che si attendono un profitto dai propri investimenti finanziari, con il problema che la montagna di soldi immessi dalla Banca Centrale sta schiacciando i rendimenti dei titoli “tradizionali”. Basta vedere i titoli di Stato italiani con rendimenti negativi. Una situazione che spinge fondi pensione e di investimento, banche e altri investitori verso titoli sempre più rischiosi, alla ricerca dei rendimenti che i clienti si aspettano.

Clienti che si ritrovano prodotti sempre più complessi e più rischiosi. Ecco il gigantesco schema di Ponzi alimentato dalla liquidità delle banche centrali per estrarre profitti superiori alla crescita dell’economia. Per quanto potrà durare? E al prossimo crack ci limiteremo nuovamente a rileggere le prime righe di questo articolo? Nuovamente, tutti a domandarsi se “la colpa è dei risparmiatori che avrebbero dovuto informarsi. Oppure è delle banche, che hanno piazzato titoli spazzatura ai propri clienti. È di chi doveva controllare e vigilare, Banca d’Italia in testa, e non l’ha fatto. È del governo…”. E via per un altro giro di giostra.

Prc, scoppia la polemica. Dopo il fallimento del “soggetto unitario” Imma Barbarossa scrive alla segreteria (il testo della lettera) Autore: redazione da: controlacrisi.org

La scorsa settimana, il processo di costruzione del soggetto unitario a sinistra si è bloccato. Il tavolo dove stavano discutendo SI, Prc e AltraEuropa, per citare solo le componenti maggiori, ha subito una battuta d’arresto proprio sul punto dello scioglimento delle varie organizzazioni. E di conseguenza è saltata l’assemblea prevista a gennaio. 
La segreteria del Prc ha fatto circolare un documento (cliccare qui) nel quale mette in fila tutti gli elementi che hanno portato dapprima al vicolo cieco e poi alla fine di qualsiasi velleità unitaria. 
Pubblichiamo qui di seguito la lettera di Imma Barbarossa, che fa parte del Cpn, e che pochi mesi fa fu tra le prime firmatarie di un documento in cui una parte dei militanti prendevano la strada dell'”autoconvocazione”. 

Care compagne e cari compagni della segreteria nazionale,
ho letto con attenzione la vostra nota informativa e la proposta che avevate inviato al mitico “Tavolo” prima della “rottura”.
Parto da quest’ultima: alla voce Statuto si legge, tra l’altro, un passaggio che ha qualcosa di amaramente grottesco e surreale, intriso di una “doppiezza”, a dir poco inaccettabile, laddove si scrive che i soggetti collettivi <<che si riconoscono nell’azione del soggetto unitario>> (siano essi partiti, associazioni, comitati, sindacati etc. <<devono impegnarsi a non presentarsi autonomamente alle elezioni e a non assumere posizioni politiche pubbliche contrastanti i principi etici e fondativi del soggetto unitario (sic!). Sicché una forza politica come il Prc non dovrebbe praticare in pubblico (!?!) alcune sue posizioni politiche, ma coltivarle, forse, in segreto al suo interno come una “tendenza culturale” (do you remember?), nel chiuso delle catacombe (Vendola docet). Per quelli del Tavolo tale “promessa” sarà sembrata patetica e irrealizzabile, per noi comuniste e comunisti risulta un’offesa inaccettabile.

Ma andiamo avanti. Sono stupita del vostro, diciamo così, “disappunto” come dello sconforto del gruppo di contatto dell’Altra Europa. Lungi da un saccente “ve l’avevamo detto”, mi limito sommessamente a dire che tutte le premesse c’erano. Al di là di quello che ciascuno/a pensa dell’Altra Europa, è chiaro che il lungo e sonnolento stallo dopo le elezioni europee rispondeva a un bisogno – ossessivo quanto “comprensibile” – di attendere ossequiosamente le decisioni di SEL e degli esponenti del PD in “crisi”. I quali non potevano che pensare a un nuovo soggetto “liquido” (l’accusa che fate a loro di volere un partito “ideologico-identitario” è ridicola), non uno spazio aperto di discussione ma un luogo liquidamente aperto a ipotesi variamente combinate. Insomma una SEL liquida, ma paradossalmente (!?!) autocentrata sulle varie prospettive di governo. Premessa e condizione erano – e restano – l’azzeramento e/o l’emarginazione del punto di vista e dell’iniziativa politica dei comunisti e delle comuniste organizzati/e. I quali e le quali, ed io tra loro, pensano che oggi di fronte ad una prospettiva reale, sinteticamente analizzata da alcuni di noi in occasione del recente CPN, per noi non già di “governo”, ma di “organizzazione e unificazione di resistenze e di lotte” di cui c’è urgente e drammatico bisogno.

Ingenuità la vostra? Non credo. Penso che di fronte alle difficoltà oggettive in cui ci troviamo tutti, invece che percorrere le strade del mondo, di questo mondo, “in direzione ostinata e contraria”, invece che rimettere mano finalmente alla ridefinizione di una formazione comunista all’altezza della crisi capitalistica, di questo capitalismo che tende a distruggere, a corrompere, a deformare le nostre vite, avete ritenuto prioritario l’approdo – in qualsiasi modo – alle istituzioni. Giacché oggi chi non sta nelle istituzioni non appare, quindi non esiste. Ma appunto questo assioma va ribaltato anche nel senso comune.
Quindi seminare vento o non seminare niente non può che produrre tempesta. Aggravare la tempesta, avviando – come suggerite – un grottesco percorso di retorica e astratta pedagogia “unitaria” nei cosiddetti “territori” e – ancora peggio – insistere sulle “consultazioni” a babbo morto, ci pare fuori dal mondo e indice di una sorta di disperata impotenza.
Sono infine molto preoccupata che di fronte al rischio concreto di una emarginazione dal “Tavolo” si cada nella trappola di “emendamenti volenterosi” che diano a Rifondazione l’appiglio per rientrare a sedersi da commensale al “Tavolo”, continuando magari a dire che non si scioglie.
Ma invece è il Tavolo che va rovesciato; occorre semplicemente e umilmente ricominciare da un’altra parte a seminare.

I danni della “buona scuola” e la crisi della sinistra Fonte: micromegaAutore: Marco Magni

Inquietudine

Io sono contrario alle occupazioni delle scuole che stanno avvenendo in questi giorni (anche se ovviamente contrario anche agli sgomberi). Non ho neppure scioperato il 13 novembre con i Cobas. Non ho neanche partecipato a mobilitazioni e convegni sulla LIP. Non perché “tanto non c’è niente da fare”, e neppure perché mi sia convertito all’idea renziana di scuola.

E’ perché mi pare che, una volta perso il riferimento che coagulava la lotta, l’iter parlamentare della legge “La buona scuola”, sembra che nessuno voglia interrogarsi sulla sua insufficienza. Sì, anche quando a migliaia si scendeva in piazza, anche quando si scioperava in massa, era il nemico che ti offriva il terreno su cui agire. Era lui a porre le domande, e proprio nei confronti di quelle si agiva di riflesso. Di rimessa, quindi in modo subalterno.

Ma, adesso, il punto è che, mentre la “buona scuola”, nelle sue diverse articolazioni (quelle che necessariamente provocheranno, senza dubbio, ancora rabbia, come la perdita della titolarità di cattedra nella scuola dove si insegna, non valgono ancora per la maggioranza dei docenti) viene implementata, non è che la scuola si converta unanime al nuovo credo, anzi è il contrario, ma il malessere e il disagio si disperdono in mille rivoli. Si torna, immediatamente, ad una visione corporativa, che era quella dominante anche il 5 maggio 2015, anche se non sembrava, viste le piazze piene e le scuole chiuse. Ciascuno, mi sembra, teme il momento in cui il “nuovo” lo toccherà personalmente, ciascuno cerca le strategie attraverso cui difendersi individualmente, per proteggere il proprio spazio e la propria modalità di essere.

Evidentemente, il “terreno”, nel senso del “sentire comune”, della cultura o dell’orizzonte simbolico che consenta di costruire un consenso contro una riforma della scuola aziendalista e tecnocratica non c’è perché si è venuto disgregando, sin dagli anni ’80, quello precedente, egualitario, su cui si era venuta costruendo, nei decenni, la scuola di massa. Una nuova declinazione di quello spirito, a figure sociali mutate, a composizione sociale mutata, a spazio sociale dilatato, dal nazionale al globale, non c’è. Manca una sinistra, manca un “popolo”, ma perché mai allora la scuola dovrebbe trovare in se stessa i semi di una resistenza costante, duratura?

Nel vissuto quotidiano senti la rabbia, quei colleghi che non ti hanno sostenuto in una quella determinata protesta contro quel determinato atto della preside, la voglia di accusare l’altro di egoismo, di essere un piccolo o una piccola borghese. Un senso di solitudine. Ma, certo, la situazione presente, nel “piccolo mondo” scolastico (che assomiglia – in parte, solo in parte – senz’altro al modo in cui letteratura o cinema lo mettono da secoli in ridicolo), è senza dubbio una spia. Di un’assenza, di una lacuna politica più vasta, in particolare italiana. Ho detto, prima, “il nemico”, e l’ho fatto di proposito. Mi sembra che una cultura che avanzi una critica dello stato di cose presenti debba ricominciare ad usare questa parola, senza paura né di apparire “novecentesca” né di prestarsi all’accusa di voler offrire il fianco all’odio cieco di chi terrorizza e uccide. Non penso che chi riduce le tasse ai ricchi e privatizza i servizi pubblici possa essere definito altrimenti.

Ma, nello stesso tempo, so che fermarsi alla denuncia di un “vuoto politico” significa solamente prolungare all’infinito il lutto (tipo chi pensa: “Ah, se ci fosse stato il Pci…” ma il Pci non c’è e bisogna farsene una ragione). Non c’è nulla di meno intelligente, di meno produttivo. Della scuola la cosa che mi piace di più sono i ragazzi e le ragazze perché li vedo sempre protesi verso l’azione, curiosi, oscillanti e incerti senz’altro ma senza colpa, anche nella mancanza di orizzonti, anche nell’assenza di storia.

Per agire servono delle condizioni, ma di quelle condizioni si è comunque responsabili. La possibilità di “fare qualcosa” che non sia un puro atto simbolico e testimoniale c’è sempre. Intendo dire che, se la paralisi degli attori della scuola si spiega con la mancanza di orizzonti politico-culturali, gli attori della scuola possono contribuire a colmare il vuoto, a costruire pratiche, legami, idee, non subalterni. L’occasione sta nel fatto che l’elemento chiave dell’orizzonte generale, e ciò che può incidere sul terreno specifico della scuola credo coincidano: la parola chiave è “cultura”. Intesa non nel senso di patrimonio simbolico, e neppure nel senso di “formazione”, ma nel senso di “sguardo” ed “habitus”, modo di percepire ed interpretare il reale. Per cambiarlo.

Il mito della “scuola liberatrice”

La costruzione della scuola di massa, dentro la costruzione del welfare state, ha sedimentato “cultura”. Ha contribuito al costituirsi, come diceva Valeria Pinto tempo fa in un’intervista, un senso del “pubblico” che proprio la recente riforma, e la protervia con la quale è stata imposta, intendono disgregare. L’apice, nel nostro paese, non è stato il ’68 (che fu al contempo pro-scuola, come nella Lettera a una professoressa , e descolarizzatore) ma è venuto dopo, negli anni ’70: penso alle “sperimentazioni” o all’enorme partecipazione popolare alle prime elezioni degli organi collegiali del 1975. Le istituzioni, in quel periodo, pensarono a riforme della scuola che contrastassero la segregazione sociale negli indirizzi scolastici, mediante la costruzione di un curricolo unitario, ma anche avvicinando fisicamente i ragazzi dei tecnici e professionali a quelli dei licei (una delle proposte del Convegno internazionale di Frascati, del 1970, intendeva “comprensivo” proprio in questo senso). Parte della legislazione antidiscriminatoria ancora in vigore (penso all’abolizione delle “classi differenziali”) proviene da quegli anni. Se è vero che quel ’68 istituzionalizzato ha determinato ciò che viene definito una “selezione differita”, meno netta attraverso le bocciature scolastiche ma comunque affidata all’”autoselezione” nella scelta del percorso di studio o nel suo abbandono, viene da dire, in ogni caso, che non è stato poi così male che la scuola sia divenuta un “bene di consumo di massa”.

Tuttavia, quell’epoca ha generato anche la fede nel mito della “scuola liberatrice”. Intendo con ciò una forte sopravvalutazione dell’incidenza della scuola nel mutare i destini sociali e nel determinare un’eguaglianza reale all’interno della società. Una sopravvalutazione del ruolo della scuola nella costruzione di una democrazia reale: la scuola, infatti, inevitabilmente, come parte di una società socialmente divisa, porta anche nel suo seno quelle divisioni, e le riproduce. Ed è la sua stessa cultura accademica che opera – nell’inconsapevolezza totale dei suoi attori – il ruolo fondamentale nella riproduzione delle differenze sociali: la lingua parlata a scuola, non è la lingua normale, ma la lingua dei ceti colti e dei ceti dominanti. La scuola è opera – necessaria – di “acculturazione” che, assieme alla formazione di “competenza”, determina anche la selezione sociale, per di più legittimandola secondo il criterio “meritocratico” dei voti. La scuola trasforma l’arbitrio della diseguaglianza sociale in “natura”: le statistiche e di tassi di probabilità differenziale di successo scolastico distribuiti per diversi livelli socioculturali stanno a dimostrarlo. E non è affatto in contrasto, con questa lettura, la selezione direttamente economica, ovvero l’alto costo delle tasse universitarie, di cui parla anche Piketty. Si può forse dire che uno dei pochi casi storici di scuola effettivamente liberatrice sia stata l’esperienza di Don Milani a Barbiana: ma ciò è accaduto perché la scuola di Barbiana implicava l’opera irriproducibile di sostituzione completa di una condizione sociale subalterna, l’oppressiva realtà contadina di Barbiana, con il contesto sociale costituito dalla scuola e dalle sue attività.

La fede nel mito della “scuola liberatrice” ha prodotto un simbolico, e delle pratiche politiche, che perdurano. A Firenze, nel 2004, si tenne un incontro nazionale molto partecipato, contro la riforma Moratti della scuola secondaria superiore, da cui nacque successivamente l’idea di contrapporre al testo governativo una riforma scritta dai movimenti a difesa della scuola pubblica. Il testo successivamente stilato (la LIP), che riprendeva gli elementi trainanti dei progetti di riforma della secondaria degli anni ’70 (unitarietà del curricolo, aumento del tempo scolastico) sommando ad essi articoli che richiamavano i principi del welfare (rispetto rigoroso del numero di alunni per classe, il 7% del PIL destinato per legge all’istruzione) è stata depositata alla Camera negli anni seguenti, quindi riproposta nell’attuale legislatura in concomitanza con l’inizio dell’iter dell’approvazione della “Buona scuola”. La LIP – che ovviamente non aveva possibilità alcuna di proseguire l’iter legislativo – è stata appoggiata da decine di migliaia di firme e discussa in vari convegni.

Credo che una prassi che si ponga l’obiettivo di incidere efficacemente sull’impianto dominante delle politiche della cultura e dell’istruzione debba lasciarsi alle spalle questo metodo. Che senso ha, dal punto di vista pratico, contrapporre una scuola immaginaria, ideale, alla scuola reale, manageriale e mercantile, che si è delineata in perfetta continuità dall’abortito progetto Moratti alla riforma Gelmini, alla Buona scuola? La fede nella scuola liberatrice ha prodotto un idealismo senz’altro nobile, ma impotente. Quindi, abbiamo assistito, nel corso degli anni 2000, ad uno sdoppiamento dell’azione collettiva: da un lato la resistenza – nella quale, occorre dirlo, gli studenti sono sempre stati solidali con gli insegnanti – nei confronti dell’attacco ai diritti sindacali nella scuola (aumento orario, abolizione titolarità di cattedra, premi ai meritevoli, ecc.), dall’altro un’azione rivolta a ribadire i principi di una “scuola democratica”, come uno sventolio di bandiere.

Se dico questo, è perché nulla è stato prodotto in termini di analisi e di inchiesta sulla scuola reale (a parte qualche contributo, soprattutto grazie ai Cobas, sui test Invalsi), così come nelle pratiche d’intervento sociale e politico. Evidentemente, altri fattori sono in gioco: l’assenza di una tradizione d’inchiesta rigorosa e scientifica sui temi della scuola (esistono solo due libri italiani di sociologia dell’istruzione veramente memorabili, entrambi di Marzio Barbagli, Le vestali della classe media , del ’68, e Disoccupazione e mercato del lavoro in Italia , del ‘73), dipende dalle vicende del mondo accademico italiano, ma probabilmente anche dal nostro retaggio crociano e dall’estrema facilità con cui gli intellettuali italiani inseguono le mode epistemologiche e i mutamenti di paradigma, oltre che dalle risorse disponibili, tradizionalmente scarse rispetto ad altre nazioni nel campo della ricerca. I contributi rilevanti di analisi delle trasformazioni sociali e politiche nel campo dell’istruzione provengono tutti da Francia, Inghilterra e Commonwealth, Stati Uniti. Se è possibile individuare un esempio di critica attiva nel mondo dell’istruzione, che sappia connettere tra loro inchiesta, conoscenza della realtà effettuale e prassi, lo si può trovare nella rete che si è creata attorno a Diane Ravitch negli Usa, la storica dei sistemi di istruzione divenuta punto di riferimento nella lotta contro la privatizzazione della scuola statunitense. In Italia, qualcosa di simile si è determinato, nel campo universitario, con il sito R.O.A.R.S.

Realismo

Un difetto di approccio empirico nella tradizione culturale, e mi riferisco ad un empirismo critico, non alla fede nei dati e nei numeri di stampo economicista, ovviamente si riflette anche nella cultura politica. Una nuova cultura politica dovrebbe fondarsi sul realismo, su di una “radicalità realista”. Diffusa. E’ semplicemente un punto, che senza dubbio lascia aperti molti più nodi di quanti ne affronta. Ovvero, è solamente l’istanza di un atteggiamento, di una postura di fronte al reale. Questione di cultura, nel senso di sguardo e di habitus.

La dissoluzione della sinistra italiana, nel corso dei decenni, ha senza dubbio generato non soltanto frammentarietà e delusione, ma anche uno sfalsamento della relazione tra teoria e prassi. Se l’idealizzazione di certe simbologie (la “scuola democratica”, ma anche il “cognitariato” messo a critica da Carlo Formenti in “Utopie letali”) si dimostra utile solamente alla riproduzione di determinate aggregazioni e sigle politiche, rende anche incapace di vedere le cose quando stanno sotto i nostri stessi occhi.

Siccome è vero, come diceva Gramsci, che “tutti gli uomini sono filosofi”, è senza dubbio vero che le pratiche sociali e sindacali di questi anni – penso soprattutto alla FIOM – abbiano prodotto non solo conoscenze concrete del sociale e dell’economico nella sua effettualità, ma anche modalità produttive dello sguardo e dell’agire politico. Ma è anche chiaro che la loro trasferibilità dipende dal fatto che per adottare delle pratiche e dei linguaggi, oltre che una certa “massa critica”, occorre al contempo la capacità di saperli leggere, cioè una “cultura”, che manca al di fuori delle esperienze sociali che hanno direttamente prodotto le lotte e le inchieste.

“Realismo” significa diverse cose, che qui non possono essere esaurite tutte: innanzitutto una postura che reagisce tanto all’adattamento pigro di chi pensa si possa solamente agire “di rimessa”, ma anche al populismo che costruisce il consenso su rappresentazioni ammiccanti al senso comune e fondate sulla banalizzazione della realtà (chiaramente, se Podemos è populista, il mio giudizio non li riguarda); in secondo luogo, uno sguardo pratico mirato allo smascheramento delle falsificazioni generate non solo dalla manipolazione mediatica, ma dallo stesso senso comune dominante; quindi, un metodo che faciliti la possibilità degli agenti sociali di riconoscere la realtà in cui vivono e operano, ma di cui, per effetto del simbolico dominante, restano all’oscuro; un approccio effettivamente sperimentale alle cose (“la prova del pudding è mangiarlo”, diceva Engels).

Un esempio: l’alternanza scuola-lavoro

Mi accorgo di aver scritto il testo come una sorta di pendolo, passando dallo specifico vissuto nella scuola alla politica in senso lato. Ma credo che non sia una necessità solo mia, di riconnettere un vissuto sociale frammentato ad una prospettiva più generale. Infine, so sicuramente di aver scritto un articolo il cui bersaglio polemico è la sinistra, ma soprattutto la “sinistra della sinistra”, i cosiddetti “movimenti”. Ma, evidentemente, l’assenza di critiche deriva da un giudizio di irrilevanza, mentre l’istanza della critica nasce esattamente dal contrario.

Vorrei concludere con un esempio estremamente attuale di ciò che sono andato dicendo, riferito proprio alla fase di applicazione della “Buona scuola”, ovvero la generalizzazione dell’”alternanza scuola-lavoro”. Se un sindacato come la Cgil non ha speso una sola parola critica contro questo aspetto della riforma (evidentemente perché l’etichetta “alternanza scuola-lavoro” rientra nel novero di valori positivi), l’assemblea dei movimenti e delle associazioni promotrici della LIP afferma che l’alternanza scuola-lavoro “produrrà milioni di ore di lavoro gratuito a scapito dei lavoratori a tempo determinato e degli stagionali”. Mentre questi sono gli orientamenti di carattere pubblico sul punto, ho la sensazione che noi docenti sul campo – senza distinzioni tra destra e sinistra, è doveroso aggiungere – abbiamo una percezione molto più realistica dell’impatto reale dell’alternanza scuola-lavoro.

Il fatto è che l’alternanza scuola-lavoro esiste da sempre con una funzione professionalizzante, per applicare in un contesto reale le modalità operative di un mestiere appreso a scuola: è proprio così nel tanto celebrato “sistema duale” tedesco, che ha formato generazioni di lavoratori di industrie ad alto contenuto tecnologico. Che senso ha, allora, se non propagandistico e ideologico, generalizzarla anche ai licei, che sono notoriamente scuole di formazione generale e non professionalizzante?

Non esiste altra giustificazione all’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro nei licei se non quella di propagandare le “virtù morali del lavoro”, riallacciandosi ad un’antica tradizione, che a torto viene attribuita al solo mondo protestante, che si afferma in Europa nei secoli che vanno dal XV al XVII, e che nel lavoro vede l’agente fondamentale del disciplinamento degli individui. Tale accezione “morale” del lavoro (che nulla ha a che vedere né con la “formazione professionale” ma neppure con quella tradizione pedagogica, che da Marx, a Dewey, Montessori, considera centrale il lavoro, in quanto attività pratica, nella formazione della persona), è di lunga durata quanto la storia del capitalismo. Il suo ritorno di fiamma sono state le varie considerazioni dei politici sui giovani “choosy” e viziati, attribuendo la disoccupazione giovanile a questioni di natura psicologica, per sviare l’attenzione dalle reali cause di natura strutturale.

Ed è proprio per questo, trattandosi di una motivazione di natura propagandistica, di una “legge-manifesto”, che sul campo, cioè all’interno del lavoro docente, ci si può accorgere di quale sarà l’effettivo impatto dell’alternanza scuola-lavoro nei licei: agenzie esterne, che pare siano per lo più enti pubblici, tipo università o musei, che sulla base di proprie esigenze di coordinamento e organizzazione spingono le scuole a sacrificare ore di lezione ai programmi di alternanza scuola-lavoro; e, senza dubbio, progetti abborracciati che saranno messi su dalle agenzie esterne solo per giustificare l’alternanza, e magari per avvalersi degli incentivi governativi; ma, soprattutto, l’umiliazione per gli studenti di dover svolgere programmi esterni di alternanza senza alcun reale contenuto formativo, solo per esaurire l’ammontare orario previsto dalla legge 107. Profilandosi delle condizioni di questa natura, non di un referendum credo ci sia bisogno, ma dell’organizzazione di un’ampia campagna di boicottaggio, oserei dire di “diserzione” dai programmi di alternanza scuola-lavoro nei licei. Nelle forme che, ovviamente, dovranno essere famiglie, studenti e insegnanti a determinare.

CGIL e FILCAMS denunciano Coop Sicilia per comportamento antisindacale all’Ipercoop Katanè di Gravina da. cgil catania

 

Lo sciopero del 7 novembre a Catania
Durante lo sciopero del 7 novembre Coop Sicilia sostituì 18 dipendenti e scoraggiò gli altri alla partecipazione della protesta del 19 dicembre
La Filcams Cgil e la Camera del Lavoro di Catania hanno denunciato formalmente la società Coop Sicilia per condotta antisindacale presso la sezione Lavoro del Tribunale civile di Catania. I sindacati avevano preannunciato l’iniziativa al termine della sciopero del settore Commercio  dello scorso 7 novembre (nella foto un momento della protesta a Catania). In quell’occasione, l’80 per cento dei lavoratori degli ipermercati catanesi aderirono alla protesta indetta da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, lanciata in tutta Italia con lo slogan “Fuori tutti”. Ma si aggiunse anche il caso della Coop Katane di via Quasimodo 1 a Gravina , dove l’azienda sostituì 18 dipendenti in sciopero, spostando anche alcune figure di qualifiche superiori e lavoratori esterni al punto vendita.
“Un atteggiamento grave che segnaleremo nelle sede opportune”, avevano sottolineato il segretario generale della Cgil di Catania, Giacomo Rota e il reggente di Filcams Cgil Catania, Andrea Montagni. Nella denuncia, Filcams e Camera del lavoro di Catania sottolineano che “l’azienda per il tramite di alcuni responsabili dei reparti del punto vendita dell’ipermercato IPERCOOP sito all’interno del Cento Commerciale Katanè di Gravina di Catania, provveduto nel corso della scorsa settimana a convocare personalmente i lavoratori che avevano partecipato allo sciopero del 7/11/2015 per scoraggiarli alla partecipazione allo sciopero proclamato dalle organizzazioni sindacali per il 19/12/2015, anche attraverso gravi ‘avvertimenti’ intimidatori su future ritorsioni lavorative e con la denigrazione delle organizzazioni sindacali  proclamanti lo sciopero” .
In particolare, “la società resistente ha provveduto alla sostituzione di 18 unità lavorative inquadrate al 4° e 5° livello con altro personale, esterno al punto vendita di Gravina di Catania, Via Quasimodo, 1, di livello superiore ed inquadrato al 1°, 2°, e 3° livello del contratto nazionale del lavoro. La sostituzione è consistita, in violazione dell’art. 28 dello Statuto dei lavoratori e dell’art. 2103 del codice civile, nell’impiego alle casse e nelle operazioni ausiliarie alla vendita presso l’ipermercato della società resistente IPERCOOP sito all’interno del Cento Commerciale Katanè di Gravina di Catania, di capi area, direttori e responsabili degli uffici amministrativi di altri punti vendita ovvero di dipendenti che normalmente svolgono loro attività presso altre società quali Centrale Adriatica Società Cooperativa e Coop Italia”.
È doveroso sottolineare, si legge ancora nella denuncia, ” che i dipendenti comandati in sostituzione non solo risultano essere inquadrati in un livello superiore ma svolgono mansioni diverse rispetto a quelle dei lavoratori che hanno aderito allo sciopero”.

“Sul soggetto unico andremo avanti, ma non scioglieremo il Prc”. Intervista di Ferrero al manifestoda: IL MANIFESTO.IT

Paolo Ferrero (segretario del Prc, ndr) il nuovo soggetto unitario della sinistra non si fa più?

C’è stato un colpo di arresto. Ma io penso che sia assolutamente necessario e che bisogna continuare a lavorarci. Il neoliberismo sta imbarbarendo e distruggendo la terra, basti pensare che la conferenza sul clima di Parigi ha fissato alcuni obiettivi ma non gli strumenti con cui realizzarli né le sanzioni. Di fronte a tutto questo in Italia dobbiamo costruire una forza politica che raccolga tutti gli strati popolari che per mille e una ragione sono contro le politiche di austerità. E che punti alla maggioranza e a fare un governo alternativo.

Su questo siete tutti d’accordo. Ma questa forza non nasce. Perché per farla nascere voi non volete sciogliere il Prc nel nuovo soggetto, invece Sel sì?

Il dissenso è su cosa dobbiamo fare. Sel propone un partito. Per noi non può essere un partito a riunificare quello che il neoliberismo ha diviso, a meno che non ci si voglia fermare al 5 per cento. La crisi della forma-partito è evidente, il percorso unitario deve darsi una forma allargata, plurale, che valorizzi le autonomie culturali e politiche. Non serve un fortino ma un campeggio. Com’è in tutto il mondo, a sinistra, dall’America latina all’Europa.

Lei parla di crisi della forma-partito. Allora perché non scioglie il suo partito?

Diciamo da anni che il Prc è necessario ma non sufficiente. Proprio per questo serve un percorso unitario, ampio, non federativo, basato su una testa un voto.

Nella vostra idea quale rapporto ci sarebbe fra partiti e soggetto unitario? Proponete una doppia tessera?

Sì. Il soggetto avrebbe piena titolarità sulla costruzione del programma e dell’iniziativa politica. E monopolio della rappresentanza. Il Prc non si presenterà più al voto.

Quindi quale sarebbe il ruolo, se permette l’utilità, di un Prc partito ’parallelo’?

Vi è un enorme lavoro politico che i comunisti e le comuniste oggi fanno poco perché stiamo sempre a discutere di elezioni. Penso all’analisi del capitale e della composizione sociale, all’individuazione delle contraddizioni, alla formazione e controinformazione, al conflitto sociale e alla sua unificazione, alla formazione di militanti in grado di connettere conflitti e linguaggi.

In un’associazione culturale?

No, resterebbe un partito che però si riconosce in una struttura più ampia. In Italia molti fanno politica, la faceva il sindaca dei consigli, la fa la Coalizione sociale di Landini, la fanno i movimenti. È un fatto positivo: bisogna valorizzare la pluralità delle forme della politica, non ridurle ad una. Non capisco perché si pone il problema di chiudere il Prc.
La Coalizione di Landini non non si presenta alle elezioni per statuto. E così farebbe Rifondazione. Il Frente Amplio dell’Uruguay è fatto di quaranta fra associazioni e partiti. Hanno vinto e governano. In Grecia Syriza ha una formula molto più federativa di quella che propongo.

La vecchia Federazione della sinistra doveva funzionare come lei propone, e invece si è rotta. Proprio sulle alleanze.

Quell’esperienza non c’entra niente, e non la ripropogo. Non funzionò perché lì si decideva in quattro, i segretari. E quando il Pdci chiese a Bersani di stare nel centrosinistra si ruppe tutto. Non riproponiamo la federazione. Tant’è che chiediamo che chi fa parte degli esecutivi dei partiti non faccia parte di quelli del soggetto unitario.

A proposito del ’si decideva in quattro’. Non state facendo lo stesso con il ’tavolo’ del soggetto unitario?

Se avessimo raggiunto un accordo a quel tavolo sarebbe stato un passo avanti. Ma accolgo la critica: un processo così deve partire dall’alto e dal basso. E non può fermarsi per un dissenso tra i vertici. Per rilanciarlo serve il protagonismo dei territori.

La sinistra si spacca sull’alleanze. Le differenze fra voi e altri è che sulle alleanze avete un’analisi diversa e irriducibile?

Le politiche di Renzi, l’Italicum e il fallimento dell’ipotesi del condizionamento del Pd, che ormai sta a destra, sono oggi un punto unitario rilevante. Per spirito di unità abbiamo scelto di non far saltare tutto sulle divisioni milanesi. Nel testo ’Noi ci siamo’ (un accordo fra partiti e associazioni approvato a novembre, ndr) era scritto chiaro che occorre costruire una sinistra alternativa alternativa al Pd, ed è stato sottoscritto da tutti: da Sel a Fassina a Civati. Continuo a pensare che uno spazio per stare insieme alle prossime politiche ci sia.

Almeno finché l’Italicum vi costringe a stare insieme?

Da questo punto l’Italicum di vista alza un muro. Ma quando il processo partirà la questione delle alleanze con il Pd sparirà. Io nelle assemblee di gente che chiede il ritorno al centrosinistra non ne incontro.

All’osso: voi dite ’mai con il Pd, altri dicono ’mai con Renzi’.

Con il Pd noi non faremo alleanze. Non le ho fatte neanche con quello di Bersani.

Ma avete governato insieme: dalla Milano di Pisapia alla Liguria di Burlando.

Oggi abbiamo superato quella fase. Il Pd ormai è costitutivamente un pezzo di liberismo. Sono avversari.

Civati si è sfilato dal soggetto unico.

Civati non pone un problema di indirizzo politico ma di modo di costruzione di un soggetto unitario. Sulla forma che proponiamo noi, unitaria ma plurale, Possibile potrebbe starci. Ma va chiesto a lui.

Andrete avanti lo stesso con il soggetto unitario?

Certo, è necessario. Stiamo discutendo con gli altri per vedere come. Sono anni che proponiamo una Syriza italiana, non a caso siamo nel percorso dell’Altra Europa con Tsipras. Un nuovo partito non risolve il problema. Se Sel e Fassina vogliono fare un nuovo partito, nulla da obiettare. Civati lo ha fatto. Ma questo non deve sostituire il processo costituente unitario in cui dobbiamo stare tutti e tutte. Chi dice che il soggetto unitario deve essere un partito in realtà vuole farsi il suo partito.

A Milano il Prc non parteciperà alle primarie con il Pd. Avete un’alternativa?

Ne cominciamo a discutere in un’assemblea mercoledì a Milano, ci saranno anche Revelli e Civati. Alle primarie del Pd può vincere un esponente del centrodestra. Per noi è semplicemente improponibile.

L’ANPI Emilia Romagna e la Regione Emilia Romagna hanno chiesto a 10 scuole superioridella regione di effettuare una ricerca sul ruolo della donna nell’Antifascismo e nella Resistenza in occasione del 70° anniversario della Liberazione.

L’ANPI Emilia Romagna e la Regione Emilia Romagna hanno chiesto a 10 scuole superioridella regione di effettuare una ricerca sul ruolo della donna nell’Antifascismo e nella Resistenza in occasione del 70° anniversario della Liberazione.
Questo lavoro, coordinato dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, si è tradotto in un sito Internet (www.donneresistenza.it) e in questa app.
 
Se i link non funzionassero questi gli indirizzi completi: