Massoni, toghe e divise infedeli: la Calabria è in ostaggio da. corrieredellacalabria.it

di Paolo Pollichieni

Mercoledì, 09 Dicembre 2015 15:05 Pubblicato in Politica

C’è un segmento, piccolo ma non per questo trascurabile, della magistratura calabrese che in passato ne ha fatte di cotte e di crude e, ciclicamente, ci riprova. Gli armamentari sono quelli vecchi: un paio di cronisti prezzolati, qualche messaggio trasversale per intimidire la politica, la riesumazione di vecchie ispezioni ministeriali, l’utilizzo di marescialletti adusi al piccolo cabotaggio. Li stiamo rivedendo all’opera in queste settimane.

C’è il tonto che ci casca sempre e si mette paura; c’è il politico pluriricattabile che si nasconde sotto il letto; c’è chi si ritene furbo e pensa di trarre vantaggi personali restandosene a guardare.

In mezzo a questo verminaio ognuno ha il suo obiettivo: presto ci saranno nomine pesanti ai vertici della magistratura calabrese a cominciare dal nuovo procuratore della Dda di Catanzaro per finire al procuratore capo di Cosenza, occorre tagliare le gambe ai migliori. Poi c’è da consolidare la “reggenza” di alcuni direttori generali che da sempre sono la cinghia di trasmissione con la cabina di comando, dove massoni e uomini della ‘ndrangheta gestiscono affari, appalti e territorio. Infine c’è da tenere sotto schiaffo quei magistrati che non si rassegnano e c’è da mettere la mordacchia a “quelli” del Corriere della Calabria.

Rispondiamo per il nostro segmento: si rassegnino! Non ci hanno messo fuori gioco i servizi segreti deviati. Non lo hanno fatto le solerti inchieste di chi voleva impedire la pubblicazione di atti importanti (la relazione del prefetto Basilone sulla sanità reggina, giusto per fare un esempio). Non ha prodotto effetti neanche la “fatwa” dell'(allora) potentissimo governatore Peppe Scopelliti. Figuriamoci se è robetta da sito-spazzatura, messo in piedi da chi mena vanto di essere inattaccabile perché nullatenente e quindi, avendo rinunciato da tempo alla dignità, personale, familiare e professionale, si ritiene “irresponsabile” davanti alle leggi, alle regole e alla deontologia professionale.

Non sprecheremmo tempo, non lo abbiamo fatto in passato figuriamoci adesso, per sbugiardare questo juke-box del fango pagato a gettone. È quello che sta alle spalle che ci interessa. E quello che sta alle spalle sa di toghe ammanicate, loro sì, con divise sporche, massoni spuri e imprenditori da saccheggio. La manovalanza la si lascia a personaggi che danno in mano al cronista veline da non pubblicare ma solo da mostrare al politico per vedere di renderlo malleabile.

E siccome non è nel nostro stile ammiccare, in altro servizio troverete fatti, personaggi, stranezze e circostanze che testimoniano questo trafficare attorno alla Giustizia.

Qui ci interessa ribadire alcuni concetti. Uno fra tutti: i loschi figuri che si illudono di condizionare il nostro quotidiano lavoro non riusciranno a farlo.

Anche i loro tentativi, piuttosto goffi, di trascinarci all’interno delle “cose cosentine” sono destinati all’insuccesso. Delle gare d’appalto si possono occupare i dante causa del Carchidi di turno, noi ci siamo occupati solo di quegli imprenditori che hanno portato le carte in Procura. Magari attendono ancora di sapere che fine hanno fatto, quelle carte, ma le hanno consegnate ai magistrati inquirenti. Come nel caso del “depuratore” (sic!) di Rende-Cosenza, quello che sotto gli occhi di Carchidi, e di qualche magistrato amico suo, ha inquinato, intossicato e distratto decine e decine di milioni di euro. Quando i carabinieri sequestrarono l’impianto il custode giudiziario pretese, e ottenne, che le consegne dai carabinieri arrivassero dopo verbale fotografico e filmati dei luoghi. Venne denunciato tutto quello che avrebbe trovato fuori regola: materiali vecchi venduti per nuovi, attrezzature inventariate ma inesistenti, fanghi altamente pericolosi gettati nei torrenti (dove ancora si trovano), impianti di sollevamento pagati ma mai realizzati, centraline di controllo che invece di essere posizionate all’uscita del depuratore erano messe all’ingresso, in modo che i test dell’Arpacal fossero tanto rassicuranti quanto falsi.

Siamo legati a doppio filo con Marco Minniti? Politicamente e professionalmente, assolutamente no. Lo conosciamo da sempre, ci stimiamo reciprocamente. Restiamo convinti che è un raro esempio di competenza, lealtà e onestà applicato alla politica. Ciò non ci ha mai impedito di andare avanti di testa nostra e non gli ha mai impedito di fare cose che, dal nostro osservatorio, troviamo semplicemente inutili, come quella, ad esempio, di pensare che il Pd calabrese sia, nella sua attuale classe dirigente, redimibile!

I servizi segreti li abbiamo visti da vicino spessissimo, erano sempre in rotta di collisione con la nostra strada professionale. Lo erano con le false bombe che ancora oggi garantiscono una scorta a Peppe Scopelliti. Lo erano con gli intrallazzi per far cadere la “primavera” di Italo Falcomatà, la cui morte seguitiamo a considerare un omicidio di Stato. Lo erano con le bombe messe da un poliziotto infedele, pagato dai servizi, negli ospedali di Locri e Siderno contro i parenti di Franco Fortugno.

Su queste cose abbiamo scritto decine di articoli con nomi e fatti. Per nessuno di questi siamo mai stati querelati. Certo, abbiamo avuto altri “fastidi”, ascrivibili tra questi anche le calunnie di questi giorni, rispetto alle quali siamo in buona compagnia, posto che colpiscono molti magistrati per bene e molti politici indigesti a “quel” grumo giudiziario-massonico-politico che ancora oggi resta in sella e pensa di intimidire chi gli sbarra la strada ricorrendo ai calunniatori di professione.

Questi orditori di faide e i loro messaggeri non ci impediranno di esistere e di resistere. In quanto a faide, è vero, ne abbiamo seguite tante: quella di Motticella, di San Luca, di Locri, di Taurianova, di Portigliola, di Cittanova. Abbiamo seguito anche la mattanza di Reggio (settecento omicidi in cinque anni). Ma quelle erano cosa seria, combattute da criminali feroci, abominevoli e spietati e tuttavia presentavano una loro compostezza e una loro dignità. A Cosenza, invece, c’è gente capace di spaccare vetri alle macchine per trafugare videocassette, oppure di tentare di estorcere 500 euro in cambio di alcune trascrizioni telefoniche. Ci sarà un tempo anche per loro e quando scadrà non sprecheremo spazio: dieci righe in cronaca, quanto meritano i ladri di dignità.

direttore@corrierecal.it

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