Raffaele Cantone su Cara Mineo: “Avevamo chiesto revoca appalto, ma ci chiesero di cambiare parere” da. sudpress.it

cantone ars

Molti gli argomenti trattati dal presidente dell’autorità nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, durante l’audizione in commissione antimafia dell’Ars. Gestione dei beni confiscati, legislazione sugli appalti, ciclo dei rifiuti e sanità pubblica. Particolarmente inquietanti le parole sui collegamenti tra cooperative, Asp ed il Cara di Mineo

“Credo che questi interventi legislativi regionali in materia di appalti finiscano per creare complicazioni. La materia degli appalti è di competenza esclusiva dello Stato centrale”. Inizia con un giudizio duro il presidente dell’autorità nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, durante l’audizione in commissione antimafia dell’Ars, riferendosi alla legge regionale sugli appalti varata dal parlamento siciliano.

“Siamo intervenuti con un parere sul progetto di legge, il sistema messo in campo rischiava di avere un effetto non del tutto comprensivo. Abbiamo fatto delle verifiche specifiche e rischiava di essere in contrasto con le regole della Ue. Come presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione – ha aggiunto Cantone – credo che questi interventi legislativi finiscono per creare complicazioni”.

Il presidente si esprime poi sullo scandalo che ha recentemente colpito la Procura di Palermo e che ha portato all’allontanamento dalla magistratura del giudice Silvana Saguto: “La gestione dei beni confiscati è una delle grandi occasioni perdute, dello Stato, perché ci sono risultati molto modesti, se non negativi. La Sicilia dovrebbe essere in grado di lanciare un nuovo messaggio sull’utilizzo e la gestione dei beni confiscati e i rischi di speculazione che ci sono attorno al fenomeno dell’utilizzo dei beni confiscati”.

“Siamo passati da un eccesso di assenza di notizie a un eccesso di trasparenza e non sempre di qualità. Abbiamo bisogno di trasparenza di qualità, di conoscere notizie che riguardano le informazioni dei soggetti che gestiscono gli enti, a cominciare dai guadagni. Speriamo di potere ottenere questo grande risultato, semplificare e rendere più chiare le informazioni  perché noi evidenziamo spesso carenze di trasparenza e questa nostra capacità di svolgere un controllo approfondito si limita alla mera comunicazione dei dati mancanti”.

Sulla sanità regionale Cantone spiega che l’assistenza domiciliare integrata per gli anziani, i cui affidamenti sono gestiti dall’Asp, sono stati oggetto d’indagine dell’Autorità: “Gli affidamenti delle Asp siciliane per l’assistenza domiciliare integrata agli anziani disabili sono stati oggetto di un’attività di indagine da parte dell’ Autorità nazionale anticorruzione. Si tratta di un’attività in via di conclusione. In sei casi su nove le Asp avrebbero utilizzato criteri che in qualche modo sono stati considerati discutibili“.

Ma non solo, riguardo alle cooperative vincitrici di appalti nelle Asp, il presidente parla di segnalazioni che fanno riferimento a collegamenti con Mafia Capitale: “Abbiamo segnalato la stranezza agli uffici giudiziari competenti e all’assessorato regionale alla Sanita. Abbiamo fatto delle verifiche dopo una serie di segnalazioni. In molte Asp della Regione siciliana ha vinto la stessa cooperativa con sistemi di acquisizione di ottenimento della gara che hanno lasciato alcune perplessità. Faremo un nostro provvedimento nel quale contesteremo specificamente questi dati”. “Le cooperative, che hanno vinto l’appalto – ha detto Cantone – avevano dei riferimenti con uno dei gruppi coinvolti in Mafia Capitale”.

L’appalto da circa 90 milioni al centro dell’inchiesta, secondo il presidente Cantone”era stato fatto su misura per farlo vincere a un unico soggetto”. “L’Anac si è occupato in una prima fase del Cara Mineo in sede di redazione di un parere. Il Consorzio Calatino era stato costituito ad hoc come stazione appaltante, con una logica intelligente che era quella di coinvolgere le realtà locali. Noi abbiamo ritenuto, ben prima di Mafia capitale, che quello era un appalto costruito su misura, caratterizzato dalla eterogeneità di richieste, che andavano da richieste fisiologiche tipiche dei Cara, con i pasti o reinserimento fino alla manutenzione, un appalto così come costruito di fatto per farlo vincere a un unico soggetto. Noi avevamo segnalato in tempo questa vicenda il consorzio non ha ritenuto di revocare l’appalto. Anzi, ci ha chiesto di cambiare parere. Alla fine, l’appalto era ancora in corso quando è avvenuta la seconda parte di arresti Mafia Capitale”.

Sulla certezza della pena e sul sistema di sanzioni spesso ritenuto carente dalla politica il presidente conclude: “Abbiamo bisogno di un apparato sanzionatorio – dice – a noi non interessa sanzionare ma che il risultato sia raggiunto”.

Per fortuna c’è l’impero del male! da: famigliacristiana

03/12/2015  Come ci hanno spiegato, i russi mentono sempre. Per fortuna! Pensate come dovremmo preoccuparci se, invece, i turchi aiutassero l’Isis, gli Usa aiutassero la Turchia che aiuta l’Isis, la Nato…

Vladimir Putin al poligono di tiro (Reuters).

Vladimir Putin al poligono di tiro (Reuters).

Noi occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l’impero del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così.

Se non fosse così, dovremmo pensare che la Turchia, un Paese a cui l’Unione Europea, per mano della signora Mogherini (appunto Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dicesi sicurezza!) vorrebbe consegnare 3 miliardi per controllare i confini e impedire che i profughi siriani si riversino verso l’Europa, usa uno dei suoi confini, quello con la Siria, per fare affari con i jihadisti che mettono a ferro e fuoco la Siria, producendo appunto quei profughi. Un bellissimo sistema, quello turco, per guadagnare tre volte su un’unica tragedia: comprando petrolio e opere d’arte dall’Isis; vendendo all’Isis armi e altre attrezzature e facendo passare i foreign fighters che vanno a rinforzare le sue file; infine, obbligandoci a versare milioni se non vogliamo veder arrivare i profughi.

Certo, l’impero del male ha prodotto foto e testimonianze. E anche chi scrive, visitando il Kurdistan iracheno, non ha mancato di notare le centinaia e centinaia di autobotti che ogni giorno partono per la Turchia, cariche di petrolio “clandestino”, quello che il Kurdistan dovrebbe vendere attraverso il ministero del Petrolio di Baghdad e invece vende per conto proprio. Qualche tempo fa, inoltre, Hisham al-Brifkani, iracheno e presidente della commissione Energia della provincia di Ninive, aveva pubblicamente detto che le forniture di petrolio contrabbandato dall’Isis in Turchia avevano raggiunto un massimo di 10 mila barili al giorno, per assestarsi poi sui 2 mila barili, anche se molti altri esperti parlavano di un potenziale da 250 mila barili al giorno.

Ma non importa, per fortuna l’ha detto l’impero del male e noi sappiamo che son tutte frottole. Il che ci tranquillizza a cascata. Perchè se la Turchia è amica dell’Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Barack Obama, per esempio. Il superdemocratico Nobel per la Pace che, quando la Turchia abbatte un aereo russo dice “la Turchia ha diritto a difendere i suoi confini” come se la Turchia fosse stata attaccata, e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte “la Turchia non c’entra”? Se non sapessimo che l’impero del male mente sempre, potremmo persino pensare che è Obama a mentire. E’ Obama che spalleggia gli amici dei terroristi. E’ Obama che finge di combattere l’Isis, lasciandogli invece aperte tutte le porte di rifornimento: quelle della Turchia, certo, ma anche quelle del Golfo Persico, le cui monarchie continuano imperterrite a distribuire quattrini e armi ai jihadisti.

Dovremmo persino pensare (ma qui siamo proprio al colmo) che i satelliti del Pentagono hanno qualche disfunzione. Se un aereo russo esplode sul Sinai, dopo un paio d’ora sanno dirti per filo e per segno che cos’è successo. Ma se lunghissime colonne di autobotti attraversano il deserto (o una non meno lunga colonna di mezzi e blindati carichi di miliziani solca per ore il deserto per raggiungere Palmira) non vedono nulla. Misteri della tecnologia.

Non è dunque una gran fortuna sapere che l’impero del male mente sempre? E che sospiro di sollievo sapere che in ogni caso, a tenerlo a bada, c’è la Nato. L’Alleanza militare che per due anni ha taciuto sui maneggi della Turchia, e sul transito di armi e foreign fighters verso la Siria, ma si è tanto tanto preoccupata dei bombardamenti russi sui ribelli. E che adesso, di fronte al generale smandrappamento dei suoi amici, e al “liberi tutti” nell’intervento anti-Isis in Siria (Germania, Francia e Gran Bretagna perché l’opinione pubblica non sopporta più le ciance, la Cina in nome di vecchi alleanze), non sa far altro che organizzare qualche provocazione a base di aerei abbattuti, Governi ucraini all’attacco e inviti al Montenegro.

Quindi che gran fortuna che l’impero del male menta sempre. Se no, sai quanto ci dovremmo preoccupare?

Evo Morales alla Cop21: «Il capitalismo provocherà la scomparsa della vita sul pianeta» Fonte: greenreport.itAutore: Red.

Morales

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, è intervenuto alla seduta inaugurale della Conferenza delle parti Unfccc di Parigi con una forte denuncia dei fallimenti dei colloqui sul clima degli ultimi e mettendo nuovamente in guardia sul pericolo per il pianeta rappresentato dall’attuale modello di sviluppo e consumo. «Se continuiamo nel cammino tracciato dal capitalismo, siamo condannati a sparire».

Il presidente socialista della Bolivia ha definito la Conferenza di Parigi «storica e unica», ma ha avvertuito che questo «Implica responsabilità verso la vitae la Madre Tierra, la quale si avvicina pericolosamente al crepuscolo del suo ciclo vitale».

Secondo  Morales, «Il sistema capitalista ha scatenato una forza sviluppista e distruttrice in nome della libertà di mercato cado, che ha avuto significative conseguenze sul pianeta. Il capitalismo ha convertito tutto in merce a beneficio di pochi. Non avvertire con chiarezza le cause dell’origine del cambiamento climatico, sarebbe un atto di tradimento della vita e della Madre Tierra. Siamo presenti qui per esprimere le cause del riscaldamento globale a nome dei movimenti sociali del mondo,  per consegnare le conclusioni della conferencia mundial sobre el cambio climático celebrata a Cochabamba, con delegati dei cinque continenti»

Morales ha detto ai delegati della COP21: «Dobbiamo ascoltare i popoli, gli scienziati per salvare la vita. Partecipiamo a questo vertice per esprimere la nostra profonda preoccupazione per i drammatici effetti del cambiamento climatico e consegnare il manifesto che abbiamo chiamato  “Salvar la Madre Tierra para salvar la vida”. Chiediamo la cessazione dell’irreversibile distruzione del pianeta e ricordiamo che il capitalismo ha sviluppato una forza travolgente e distruttiva della vita, ispirato dalla produzione di beni di consumo che distruggono la natura, con guerre e conquiste. Non possiamo mantenere il silenzio complice, né parlare di prudenza quando siamo alla soglia della distruzione della vita. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha convertito tutto in merce. Oggi osserviamo con angustia che centinaia di popoli e culture sono scomparsi e altri stanno scomparendo e che milioni di persone muoiono come conseguenza della fame e delle malattie e che la storia del mondo è piena di massacri, sangue, orrore e ingiustizie».

Morales ha concluso: «L’individualismo, il consumismo sono una piaga che condanna l’umanità a sparire».

In una conferenza stampa a margine della COP21 Morales ha detto: «Possiamo parlare di un grado, due o meno di un grado e della responsabilità condivisa,  di finanziamenti, di trasferimenti condivisi, però se non aggrediamo le cause del riscaldamento globale nessuno risolverà il problema del cambiamento climatico, nessuno avrà risolto il problema».

Il presidente boliviano ha ricordato che «Con meno di un grado muoiono migliaia di persone nel mondo e non si trova acqua nei pozzi», per questo «Bisogna attaccare alla radice il problema, che riguarda il sistema capitalista dei Paesi esageratamente industrializzati. La causa del riscaldamento globale è il sistema capitalista. Un sistema che ha distrutto un modello economico e che non ha risolto nessun problema».

Alla COP21 è intervenuto, anche come presidente de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe,  un altro esponente della sinistra sudamericana, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che ha ricordato che «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile. E’ indesiderabile perché gli aumenti del PIL  per abitante, a partire da un certo limite, non ha relazione con il sentimento di felicità di un popolo, il che è conosciuto come “paradosso di Easterlin”, definito oltre 30 anni fa. Però, soprattutto, la crescita economica illimitata è impossibile. La tecnologia e l’efficienza ampliano i limiti, però on li eliminano. L’effetto consumo domina l’effetto efficienza.  Il consumo de energia è amentato a un tasso medio annuo del 2.5% tra gli anni 1971 e 2012. La domanda non è s possiamo continuare a crescere, ma quando si fermerà la crescitra economica nel mondo: una decisione concertata tra gli abitanti della Terra o la reazione del pianeta che convertirà questo sogno di avidità nel peggiore degli incubi».

Correa ha ripreso il tema delle responsabilità comuni ma differenziate tanto caro al G77 + Cina e ha ricordato che «Un abitante dei paesi ricchi emette 38 volte più CO2 di un abitante dei Paesi poveri. Questo non vuol dire che non ci sono effetti ambientali legati alla povertà come l’erosione dei suoli o la mancanza di trattamento dei rifiuti solidi. Inoltre, la differenza dell’efficienza energetica tra i Paesi ricchi e poveri è abissale e si è incrementata da 4,.2 a 5,1 volte tra il 1971 e il 2011. La scienza e la tecnologia sono  rivali del consumo, di conseguenza, più persone le utilizzino meglio è. Questa è l’idea centrale di quella che in Ecuador abbiamo chiamato l’ecnomia sociale della conoscenza. Al contrario, quando un bene diventa scarso o si distrugge mentre viene consumato, come la natura, è allora che bisogna limitare il suo consumo, per evitare quello che Garret Hardin nel suo celebre articolo del 1968 chiamò “la tragedia dei beni comuni”».

Correa chiede quindi un accordo mondiale che dichiari le tecnologie per la mitigazione del cambiamento climatico “beni pubblici” e che ne garantisca il libero accesso. Chiede invece un accordo vincolante per «evitare il consumo gratuito di beni ambientali. Una risposta è rendere vincolante il  Protocollo di Kioto ed ampliaro per compewnsare le Emissioni nette evitare. Le ENE sono le emissioni che potendo essere realizzate non sono emesse, o le emissioni che, esistendo nell’economia di ogni Paese, vengono ridotte. ENE è il concetto esaustivo richiesto per completare Kioto, perché implica compensazioni per le azioni e le astensioni e ingloba tutte le attività economiche che coinvolgono lo sfruttamento, l’uso e l’approvvigionamento di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Questi sono incentivi per evitare flussi di emissioni. Però esiste anche un debito ecologiche deve essere pagato e che, soprattutto, non deve continuare ad aumentare».

il presidente dell’Ecuador ha poi sottolineato che «E’ qui che c’è un’indea fondamentale per qualsiasi dibattito slla sostenibilità e la conservazione nei Paesi poveri: non sarà possibile se non produrrà miglioramenti chiari e diretti nel livello di vita della loro popolazione. Papa Francesco, nella sua recente enciclica Laudato S i, ci ricorda che nei Paesi in via di sviluppo ci sono le più importanti riserve della biosfera  e che con quelle si continua ad alimentare lo sviluppo dei paesi più ricchi».

Per Correa è necessario realizzare la Declaración Universal de los Derechos de la Naturaleza, contenuti nella Costituzione dell’Ecuador e «Il principale diritto universale della natura dovrebbe essere quello che possa continuare a esistere, per essere fonte di vita, però anche perché possa offrire i mezzi necessari perché le nostre società possano raggiungere il buen vivir . Da qui un’altra idea per evitare certi fondamentalismi: l’essere umano non è l’unico importante in natura, però continua ad essere il più importante».

Correa ha concluso sottolineando che «La principale risposta per la lotta contro il cambiamento climatico è, quindi, creare la Corte Internazionale di Giustizia Ambientale, la quale dovrebbe sanzionare gli attentati contro i diritti della ntura e stabilire gli obblighi riguardo al debito ecologico e al consumo dei beni ambentali. Niente giustifica il fatto che abbiamo tribunali per proteggere gli investimenti, per obbligare a pagare debiti finanziari, però non per proteggere la natura e obbligare a pagare i debiti ambientali. Si tratta solo della perversa logica di “privatizzare i benefici e socializzare le perdite”, pero il pianeta non la regge più. Le nostre proposte si possono riassumere in una frease magica: Giustizia ambientale, però, come diceva Trasimaco più di duemila anni fa nel suo dialogo con Socrate, “la giustizia è solo la convenienza del più forte”».

I dati, come i fatti, hanno la testa dura Fonte: Il ManifestoAutore: Marta Fana

Poletti Renzi

I dati dell’indagine mensile sulle forze di lavoro, pubblicati ieri dall’Istat, sono impietosi: a ottobre rispetto a settembre sono stati distrutti 39mila posti di lavoro, mentre il calo dei lavoratori in cerca di occupazione (-13mila) viene superato da un aumento del numero di inattivi.

Ragione per cui il tasso di disoccupazione diminuisce all’11.5%. Il tasso di occupazione rimane al 56.3%, con un aumento dell’1.3% per la componente maschile e una riduzione dello 0.4% di quella femminile rispetto a fine febbraio, cioè all’entrata in vigore del Jobs Act.

Complessivamente, rimane senza alibi l’azione riformatrice del mercato del lavoro, operata dal governo. Da gennaio ad ottobre di quest’anno, il numero di occupati aumenta di 84,000 unità, di cui solo l’1,3% è riferito a contratti cosiddetti permanenti (+2mila), mentre gli occupati a termine continuano la loro corsa con un +178,000. Al contrario, gli occupati indipendenti diminuiscono i questi primi dieci mesi di 97,000 unità. In particolare, nell’ultimo mese ci sono 44,000 lavoratori indipendenti in meno. E’ così che l’incidenza degli occupati dipendenti a tempo “indeterminato” diminuisce sul totale degli occupati (-1% da gennaio), una corsa in discesa che si fa più ripida da marzo, cioè da quando entra in vigore il Jobs Act, con l’innovativo “contratto a tutele crescenti”. Indipendentemente dalla tipologia contrattuale, la distribuzione dei nuovi occupati per classi di età specchia nitidamente i rischi strutturali che l’assetto del mercato del lavoro italiano porta con sé: un mercato del lavoro sempre più anziano, che non lascia spazio ai giovani, relegandoli a un futuro di instabilità e precarietà. Una dinamica già in atto che gli ultimi governi non hanno voluto né saputo invertire. L’unica componente anagrafica per cui tra gennaio e ottobre il numero di occupati aumenta sensibilmente è quella degli over 50, mentre si riduce sensibilmente per la classe tra i 35 e 49 anni. I più giovani sono di fatto ignorati (+11,000 occupati). Sicuramente queste dinamiche nel medio periodo possono essere spiegate, come osserva l’Istat, dall’invecchiamento della popolazione.

Tuttavia ciò è vero se si considera un arco temporale pluriennale, come il triennio 2013–2015 preso in esame dall’Istituto di Statistica, mentre non è vero (o comunque irrilevante) nell’analisi di brevissimo periodo, cioè all’interno dello stesso anno, in cui le variazioni demografiche non sono tali da poter determinare, in assenza di shock, le dinamiche occupazionali.

Mentre la realtà parla chiaro, esponenti del governo e del Pd, come Filippo Taddei, perseverano in un’operazione comunicativa ingannevole che rasenta l’ignoranza dei fatti quando dichiara ««Il Jobs Act funziona Il dato Istat di ottobre è un tipico segnale di ripresa»» perché diminuiscono gli autonomi mentre aumentano i dipendenti. A Taddei sfugge guarda caso che il lavoro dipendente che aumenta è quello a termine, che — negli slogan di governo – sarebbe dovuto diminuire grazie ai contratti stabilmente precari. In piena sintonia il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti che addirittura, commentando i dati Istat, afferma che la riduzione degli occupati indipendenti è risultato positivo dell’azione di governo che conduce ««alla riduzione delle false partite Iva»». Come il Ministro stabilisca questa relazione non è dato sapere, dal momento che i dati Istat non hanno questo dettaglio e neppure i dati del Ministero del Lavoro, che ricordiamo dal 25 agosto non vengono più resi pubblici.

Allo stesso tempo, non è il caso di riesumare la cosiddetta staffetta generazionale, dal momento che, in ogni caso allo stato attuale, i giovani sarebbero impiegati in lavori a bassa produttività, da imprese tradizionalmente restie all’innovazione e all’investimento in ricerca e sviluppo. Lo confermano i dati pubblicati ieri dall’Eurostat: le imprese italiane spendono, nel 2014, solo 190 euro per abitante in ricerca e sviluppo, contro una media europea di 356 euro.

Le stesse imprese che pur beneficiando di sgravi contributivi enormi non hanno creato lavoro, perché le condizioni non erano favorevoli ma forse, soprattutto, perché è mancata la volontà per crearle, preferendo i servizi a basso valore aggiunto, l’esplosione dei voucher e la riduzione delle retribuzioni dei neo assunti, soprattutto quelli a tempo indeterminato (-1.4%), come ci ricorda l’INPS. Nel 2015, la situazione non è affatto mutata, infatti, sul totale dei settori istituzionali, il contributo alla crescita del Pil derivante dagli investimenti fissi lordi è nullo negli ultimi quattro trimestri e negativo nel terzo trimestre 2015.

Il calo delle esportazioni (-0.4%) fa da traino nel limitare la crescita del Prodotto Interno Lordo, mentre la domanda interna, per consumi o investimenti, non decolla. Non potrebbe essere diversamente per un’economia che ha scelto di avallare l’idea di una crescita fondata sulle esportazioni, la cui competitività dovrebbe dipendere esclusivamente dalla svalutazione del lavoro. Non deve allora stupire il deterioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei cittadini, lavoratori e non. Quel che desta enorme stupore invece è l’assenza di una reale opposizione politica e sindacale, fondata su un’analisi consapevole, non velleitaria e corporativistica dei processi in atto e delle soluzioni programmatiche da offrire al paese

Gino Strada: aboliamo insieme la guerra Fonte: AvvenireAutore: Gino Strada

Gino Strada

L’articolo di questa pagina, affidato inesclusiva ad “Avvenire” nella suaversione integrale, è il discorsopronunciato ieri dal fondatore di”Emergency”, Gino Strada, ricevendo alParlamento svedese il “Right LivelihoodAward”, considerato il premio per la pacealternativo al Nobel. Il premio è statoconferito a Strada, 67 anni, chirurgo,nato a Sesto San Giovanni, «per la suagrande umanità e la sua capacità dioffrire assistenza medica e chirurgica dieccellenza alle vittime della guerra edell’ingiustizia, continuando adenunciare senza paura le cause dellaguerra». Il “Rla” mira a «onorare esostenere coloro che offrono risposte pratiche ed esemplari allemaggiori sfide del nostro tempo», ed è la prima volta che viene datoa un italiano. Emergency è un’associazione fondata nel 1994 peroffrire cure medico-chirurgiche gratuite e di qualità alle vittime diguerre, mine antiuomo e povertà. Dalla sua nascita ha curato oltre 6milioni di persone in 16 Paesi.

Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa,Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone,ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. A Quetta, la città pakistanavicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime dellemine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette ‘minegiocattolo’, piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto disigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambinocurioso le prenda e ci giochi per un po’, fino a quando esplodono: una odue mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia eciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l’aver visto taliatrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l’idea che una ‘strategia di guerra’possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e lamutilazione dei bambini del ‘Paese nemico’. Armi progettate non peruccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendoa carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi queibambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, unacostante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari.Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo’il nemico’? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare unforte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale aoltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più ‘conflitti rilevanti’ che il pianetaha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggiravacostantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quelloriscontrato nel conflitto afgano. Lavorando in regioni devastate dalle guerreda ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e tristerealtà e ho percepito l’entità di questa tragedia sociale, di questacarneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree incui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgiciper le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, SierraLeone e in molti altri Paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambitomedico con l’inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri diriabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso. L’origine e lafondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie diprincipi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e incorsie d’ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, èsemplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica aoltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell’oceano, si potrebbe dire, maquella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anchecambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l’esperienza diEmergency. Ogni volta, nei vari conflitti nell’ambito dei quali abbiamolavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per qualeragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro chel’uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la solaverità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamoconcepito l’idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sullasolidarietà e il rispetto reciproco. In realtà, questa era la speranza condivisain tutto il mondo all’indomani della seconda guerra mondiale.

Tale speranza ha condotto all’istituzione delle Nazioni Unite, comedichiarato nella Premessa dello Statuto dell’Onu: «Salvare le futuregenerazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questagenerazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, riaffermare la fede neidiritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della personaumana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazionigrandi e piccole». Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapportodi reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nellaDichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. «Tutti gliesseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e il «riconoscimentodella dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti,uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia edella pace nel mondo».

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva echiaramente falsa. A oggi, non uno degli Stati firmatari ha applicatocompletamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto auna vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all’istruzione e alla sanità. Inuna parola, il diritto alla giustizia sociale. All’inizio del nuovo millennio non visono diritti per tutti, ma privilegi per pochi. La più aberrante in assoluto,diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sueforme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei Paesisconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini edonne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Solonel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4mila civili in vari Paesi,tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria eSomalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette alasciare le loro case. In qualità di testimone delle atrocità della guerra, hopotuto vedere come la scelta della violenza abbia – nella maggior parte deicasi – portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze.La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: ildenominatore è comune, l’uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russel-Einstein: «Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciarealla guerra?». È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro algenere umano? Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempreesistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile,né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardoimpossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostropassato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema darisolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.

Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprimel’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiutidalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questadevastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla esconfiggerla. Concepire un mondo senza guerra è il problema piùstimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il piùurgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell’apocalisse, stannomettendo in guardia gli esseri umani: «L’orologio ora si trova ad appena treminuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stannoeseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salutee la vita della civiltà umana».

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare,progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorsoalla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione diquesti metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta ecurata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide ilpaziente. L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo inquesta direzione. Possiamo chiamarla ‘utopia’, visto che non è maiaccaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo,ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento.Molti anni fa anche l’abolizione della schiavitù sembrava ‘utopistica’.

Nel XVII secolo, ‘possedere degli schiavi’ era ritenuto ‘normale’, fisiologico.Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccoltoil consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezionedella schiavitù: oggi l’idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù cirepelle. Quell’utopia è divenuta realtà. Un mondo senza guerra è un’altrautopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà.Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra èuna necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto devepenetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerradivenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità.

Ricevere il Premio Right Livelihood Award incoraggia me personalmente edEmergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura dellevittime e promuovere un movimento culturale per l’abolizione della guerra.Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità deicolleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questainiziativa. Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosache possiamo fare per le generazioni future.

“Il lungo cammino di Corbyn verso le elezioni”. La testimonianza di un compagno italiano a Londra Autore: federico rossi da: controlacrisi.org

Abito nel Regno Unito dal 2012, e sono un membro del Labour Party dal 2013. Quando mi iscrissi, in Italia ero ancora iscritto a Rifondazione Comunista. Molti compagni allora non capirono la mia scelta. Io spiegai che la tradizione politica inglese richiedesse, a differenza di quella nostrana, un certo “compromesso”. Il Labour si e’ sempre reso fiero di una tradizione pluralista al suo interno. Nulla contraddiceva questo approccio all’epoca ero uno dei pochi a sperare in una virata a sinistra. Il mio pessimismo sulla situazione fu smentito nell’agosto scorso, quando ho avuto il piacere di mandare il mio voto elettronico per Jeremy Corbyn, durante le primarie per la scelta del nuovo segretario del Labour Party.

Quando mandai il voto, Corbyn era gia’ conosciuto in giro per l’Europa come il candidato della sinistra Laburista, ad un passo dalla vittoria. Non senza difficolta’. Innanzitutto, per questioni di regole interne: il partito Laburista esige un minimo di 35 parlamentari che supportino il candidato alle primarie. Corbyn ce la fece per il rotto della cuffia, a 10 minuti dalla scadenza dei termini. Lui rifiuto’ le “charity nominations” , una specie di via preferenziale che gli avrebbero garantito un posto nel “dibattito interno”, come fece l’altro favorito del momento, Andy Burnham.

Era chiaro che il suo obiettivo non fosse semplicemente avere una piattaforma per parlare e per far uscire il partito dall’accusa di antidemocraticita’. Questa decisione ebbe subito un risultato: gia’ prima del 5 Luglio, giorno in cui a Roma festeggiavamo l’esito del referendum Greco, il sindacato inglese piu’ grande, “Unite the Union”, decise di sostenere Jeremy Corbyn nelle primarie laburiste. E da quel momento in poi, solo una catena di buone notizie. La maggioranza di “Costituency Labour Party Branches”, ovvero le sezioni locali, davano il suo sostegno a Corbyn, e il sindacato dei servizi pubblici piu’ grande, Unison, si era nel frattempo unito al resto della compagnia. Si parlava di migliaia di nuovi membri del Labour che entravano nel partito, spesso anni dopo esserne usciti per colpa delle politiche Centriste e moderate del New Labour di Blair.

Ad un mese dalla proclamazione dei risultati, Chuka Umunna, rappresentante della destra del Labour, durante una sua visita in Italia, disse ai corrispondenti che ormai il gruppo Parlamentare laburista si fosse rassegnato alla vittoria di Corbyn. Insomma, mentre la gente sosteneva Jeremy dal primo momento, nessuno si e’ mai illuso che la battaglia e l’insidia maggiore venisse dal gruppo parlamentare del Labour. E cosi’ e’ stato sin dal primo giorno in cui Corbyn e’ diventato il nuovo leader.

Sia Jeremy Corbyn, che John McDonnell, ministro ombra dell’Economia sono le voci radicali del Labour. Il resto del governo ombra rispetta abbastanza una certa parita’ di genere, con un ministro ombra della difesa donna cosi’ come nell’educazione. Il resto del governo ombra pero’ ha anche dovuto includere diverse voci provenienti sia dal centro (Andy Burnham ministro ombra dell’interno), sia dalla destra (Hilary Benn ministro degli esteri). Quindi si capisce come Corbyn sia intenzionato a mantenere un certo equilibrio, non potendosi permettere di creare un governo ombra totalmente a sinistra. Se fra gli iscritti la maggioranza adesso penda decisamente a sinistra, cosi’ non e’ nel gruppo parlamentare.

Infatti, gia’ durante il primo congresso post-elettorale, Corbyn e’ stato attaccato da membri stessi del governo ombra per essersi pronunciato contro Trident, un programma nucleare da cento miliardi l’anno che dovrebbe fare da “deterrente”. Cio’ che rende quanto piu’ folle il modo in cui l’attacco e’ avvenuto, e’ che corbyn e’ stato retarguito per aver detto di non voler mai “spingere il bottone rosso”, ovvero usare il sistema nucleare. Nei vari tabloid anglosassoni questa e’ una posizione che molti hanno addirittura detto essere “anti-patriottica”.

In compenso, gia’ dal primo mercoledi’ di “Prime Minister Questions”, un’usanza della camera dei comuni consistente nel fare domande al primo ministro e al tesoriere, si e’ capito come la musica fosse cambiata. Ed Miliband era sempre ridicolizzato dai conservatori. Corbyn invece pare cavarsela in maiera egregia. Uno degli effeti che la stampa mainstream nasconde a dovere e’ che dall’elezione di Corbyn, il labour party abbia guadagnato 5 punti percentuali nei sondaggi. Ad essere onesti, pero’ c’e’ qualcosa che non va nel duo della sinistra laburista Corbyn- McDonnell.

Mentre la maggioranza dei media inglesi e’ stata fin troppo ingenerosa sulla polemica dell’inchino non abbastanza profondo dinanzi la regina durante le cerimonie di commemorazione per le vittime della prima Guerra mondiale, altre dichiarazioni sono state incaute. Citare Mao durante una sessione di “Prime Ministers’ Questions” non è esattamente quello che il pubblico inglese richieda o riguardo ai dettagli dell’omicidio del noto jihadista inglese Mohamed Enwazi, “Jihadi John”, criticate persino dal segretario generale di Unite the Union, Len McCluskey, che ha chiesto a Corbyn di pensare a come rilascia certe dichiarazioni, visto che possono essere facilemente strumentalizzate, e di pensare alla responsabilita’ che gli derivi dalla sua carica di segretario del Labour.

In sintesi, per quanto manchino ancora cinque anni al voto, ci sono gia’ sul tappeto diversi elementi di riflessione. Corbyn e’ sicuramente riuscito a costruire una coalizione sociale cercando in primis i voti di coloro che hanno disertato le elezioni, i disoccupati, i pensionati e le categorie piu’ colpite dalle politiche di austerita’. Allo stesso tempo, serve un linguaggio diverso per potersi relazionare al meglio con il partito presente in parlamento. Non ci resta che sperare

Amazzonia, la battaglia degli Awà contro i taglialegna illegali, che appiccano incendi. Che dicono i “grandi” da Parigi? Autore: redazione (bs) da: controlacrisi.org

Nuovi incendi incontrollati stanno infuriando nell’Amazzonia brasiliana, distruggendo vaste aree di foresta ai margini occidentali del “polmone della terra”. Le fiamme, divampate in coincidenza con l’inizio del summit internazionale sul clima Cop21, stanno minacciando uno degli ultimi popoli incontattati del mondo. Gli incendi sarebbero stati appiccati dai taglialegna illegali, in rappresaglia per i tentativi degli indigeni di difendere i loro territori e tenere lontani gli invasori. Ora minacciano una delle poche aree di foresta pre-amazzonica rimaste in Brasile: e’ l’ultimo ambiente di questo tipo al mondo. Questa foresta e’ la casa degli Awá- uno dei popoli piu’ vulnerabili del pianeta- che dipendono dalla terra per la loro sopravvivenza. Gli Awá e altri popoli indigeni del mondo sono in prima linea nella lotta contro il cambiamento climatico e la distruzione degli ambienti naturali in cui vivono.

Sono i migliori custodi delle loro foreste; per questo, rispettare i loro diritti territoriali e’ il modo piu’ economico e veloce per conservare l’Amazzonia. “Oggi sono andato nella foresta e mi sono trovato circondato da fumo e polvere- ha dichiarato Tatuxa’a, un portavoce Awá- C’e’ fuoco ovunque, ed e’ molto vicino alle nostre comunita’… Abbiamo bisogno che il governo ci aiuti. Da soli non possiamo spegnere gli incendi, sono troppi!. La foresta e’ ricca di frutti e selvaggina, e ora sta venendo tutto distrutto! Anche i nostri ruscelli si stanno prosciugando. Dove andremo a cacciare? Dove raccoglieremo il miele? Oggi sono molto triste e preoccupato”. Circa 100 Awá sono incontattati: non hanno contatti con la piu’ ampia societa’ brasiliana. Se gli incendi non venissero spenti al piu’ presto, rischiano di essere spazzati via. Ma, ad oggi, le autorita’ brasiliane non sono ancora intervenute in modo efficace, lasciando gli Awá e le tribu’ confinanti a combattere le fiamme da soli.

Cosi’ in un comunicato Survival International. Gli Awá vivono in 4 aree distinte. Lo scorso anno una campagna internazionale di Survival contribui’ a fare pressione sul Ministro della Giustizia e a convincerlo a inviare centinaia di agenti nel territorio centrale della tribu’ per sfrattare i taglialegna illegali. Ma la terra degli Awá non e’ ancora stata tutta adeguatamente protetta e i taglialegna premono per tornare. In ottobre il fuoco ha distrutto quasi meta’ di un vicino territorio indigeno noto come Arariboia, anch’esso casa degli Awá incontattati. Non si sa se i due incidenti siano collegati, ne’ se questa sia una nuova strategia dei taglialegna per rivendicare la terra dei popoli indigeni. Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, fa appello al governo brasiliano affinche’ intervenga per spegnere gli incendi e proteggere l’intero territorio Awá, salvandoli dall’estinzione.

I medici confermano lo sciopero contro la legge di stabilità: il 16 dicembre per 24 ore ospedali e ambulatori chiusi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sono quasi venti le sigle della galassia delle associazioni dei medici che per il 16 dicembre hanno indetto uno sciopero generale senza precedenti. In pratica, tutto il sistema sanitario si fermerà. Verranno garantite solo le urgenze. L’indignazione dei medici è grande. In ballo non ci sono solo i tagli alla sanità ma anche il controllo sulle prescrizioni delle analisi, il mancato adeguamento del contratto nazionale di lavoro e il mancato ricambio nel turn overo che sta portando ad un aumento del precariato. Non ultimo, la subordinazione delle Asl alla struttura delle facoltà di medicina.

I medici hanno già manifestato il loro dissenso sabato 28 novembre, “portando in piazza il disagio di una categoria professionale, centrale in tutti i sistemi sanitari, cui è affidato il compito di rendere esigibile il diritto alla salute dei cittadini”. I medici pensano che la sanità pubblica, la cui esistenza nel prossimo futuro non è più scontata, va rimessa in piedi subito perché farlo in ritardo può comportare costi più alti. “La diminuzione del perimetro della tutela pubblica, infatti, anche a fronte di indicatori economici del Paese che si descrivono in crescita, alimenta una prospettiva di ulteriore taglio dei servizi e limitazione dell’accesso alle cure, lasciando meno personale, e sempre più vecchio, a tenere in piedi quello che resta del SSN”, si legge in un documento.

In queste settimane hanno comunque cercato di aprire un confronto con il Governo, ricevendo solo un “assordante silenzio”. Da qui l decisione di rompere gli indugi e andare ad una protesta estesa e unitaria. Questi i punti della piattaforma lanciata dai medici.

1. apertura dei tavoli di contratto e convenzioni, non a costo zero, per valorizzare, dopo 6 anni di blocco, la fatica e la responsabilità del lavoro professionale, strumenti di governo ed innovazione e sedi di cambiamenti;

2. abolizione del comma 128 della legge di stabilità, che depaupera la contrattazione aziendale di risorse storiche;

3. approvazione di un piano di assunzioni e di stabilizzazione di precari, che affronti la normativa europea sull’orario di lavoro, evitando il pagamento di pesanti sanzioni alla UE, e la gobba demografica, che vedrà uscire dal lavoro attivo 13000 medici nel prossimo biennio;

4. avviamento del confronto sull’articolo 22 del patto della salute, per rimediare alle condizioni mortificanti e marginalizzanti di esercizio della professione;

5. aumento della sicurezza delle cure per cittadini ed operatori, attraverso una legge organica, già approvata da non trasformare in spezzatini vaganti nel mare della giurisprudenza italiana;

6. riforma delle cure primarie, nel rispetto del valore del lavoro e della dignità dei medici, per favorire la integrazione del territorio con l’ospedale e un concreto rilancio della prevenzione.

7. cancellare la subordinazione della rete ospedaliera e territoriale alle facoltà di medicina, prevista dalla legge di stabilità.