Applausi, baci e abbracci. In Sicilia si continua ad omaggiare Cosa nostra da: antimafia duemila

L’informazione gira il volto dall’altra parte
di Rino Giacalone
Gli “applausi” della folla al boss Vincenzo Panicola mentre veniva scortato dalla Polizia Penitenziaria verso la chiesa di Castelvetrano per partecipare ai funerali della madre Lucia Bonanno non è che l’ultimo dei casi. Un paio di settimane addietro a Palermo un intero quartiere si precipitò a salutare il boss Salvatore Profeta mentre veniva portato via in piena notte dai poliziotti della Squadra Mobile di Palermo. Un anno addietro altro funerale e altri applausi stavolta a Castellammare del Golfo, rivolti a Diego Rugeri, anche lui al suo arrivo in chiesa con la Polizia Penitenziaria, stavolta non solo applausi ma anche abbracci e baci. Per non ricordare poi le processioni religiose che finiscono talvolta con omaggiare più il boss che il Santo.

Accadde tempo addietro a Campobello di Mazara, quando era sindaco quel tale Ciro Caravà finito condannato per mafia, la processione in quel caso fece tappa davanti casa di Francesco Luppino, detto, dai mafiosi, lo zio Franco, anche lui destinato poco dopo agli arresti, scoperto essere uno dei tanti “ufficiali di collegamento” tra il territorio e il latitante Matteo Messina Denaro. L’episodio dello “zio Franco” è citato nella relazione che ha condotto allo scioglimento per inquinamento mafioso del Comune di Campobello di Mazara. Andando indietro nel tempo fu dedicata a un altro mafioso, Filippo Guttadauro, l’accoglienza di sabato scorso dedicata al giovane mafioso rampante Vincenzo Panicola, cognato del latitante Messina Denaro, marito di Patrizia, soprannominata “a curta”, anche lei oggi in carcere: Vincenzo Panicola è mafioso e figlio di mafioso, di Vito, ex consigliere provinciale a Trapani , politico eletto sempre nella Dc, morto all’ergastolo che scontava per avere ucciso per sbaglio, in un agguato di mafia, il figlio Giovanni che lo avrebbe dovuto spalleggiare nella uccisione di Giovanni Ingrasciotta, sopravvissuto e diventato collaboratore di giustizia.

Erano esattamente i giorni di fine novembre del 1998, a Filippo Guttadauro, boss di Bagheria, cognato di Matteo Messina Denaro, perché marito di Rosalia Messina Denaro, fu concesso il permesso di uscire sotto scorta dal carcere per partecipare ai funerali del suocero, il potente patriarca del Belice Francesco Messina Denaro, morto di crepacuore durante la latitanza alla notizia dell’arresto del suo primogenito, Salvatore, coinvolto nell’operazione antimafia “Progetto Belice”. Alla gente fu impedito l’ingresso al cimitero per i funerali vietati al “patriarca”, tanti attesero fuori a salutare l’ingresso del parenti del padrino di Castelvetrano, e salutarono anche l’arrivo in manette di Filippo Guttadauro.

Possiamo ricordare altri funerali affollati, come quello del boss di Borgo Madonna, Calogero Minore, con tanto di cronaca finita stampata sul Giornale di Sicilia, quasi a segnare la commozione dei partecipanti, a sottolineare, senza commento critico i negozi del rione chiusi in coincidenza dei funerali. Andando avanti e indietro nel tempo i segnali di riverenza espressi da quella società che solo impropriamente possiamo chiamare civile, nei confronti della mafia, si scopre essere sempre gli stessi. La società civile avrà le sue colpe, ma i veri colpevoli sono altri. Sono i politici parolai contro la mafia, sono coloro i quali non esercitano una antimafia responsabile e con responsabilità, sono coloro i quali dicono che l’etica non serve, sono i mafiosi stessi che alimentano le peggiori idolatrie. E’ quella informazione che davanti al fatto preferisce girare il volto dall’altra parte, chiude i taccuini o peggio si presta a raccogliere la protesta del colletto bianco, del mafioso o paramafioso di turno, rivolta a quell’altro giornalista. E’ l’informazione che si presenta col volto pulito di chi dice di essere dalla parte dell’antimafia e poi sottobanco cerca appoggi magari per qualche impresa chiacchierata.

E’ un corollario di cose che piovono addosso alla società che così non coglie anche i pur deboli ma presenti segnali di cambiamento e di avversione contro Cosa nostra. Ad essere colpevole è il politico, il sindaco, l’amministratore che, per esempio, dinanzi a casi come quello dei funerali della vedova Panicola preferisce tacere. Noi abbiamo scelto di non tacere. Abbiamo filmato e vi diamo il prodotto realizzato, nelle immagini si vede Vincenzo Panicola scendere dal furgone della Penitenziaria e nell’avviarsi verso la Chiesa di San Giovanni, raccogliere gli applausi di chi lo aspettava. Poi magari ci si dice scandalizzati quando qualche giornalista scrive che a Castelvetrano c’è ancora una società che rende ossequi ai mafiosi. Si dice che i giornalisti infangano la città, quando a infangarla sono state quelle persone che sabato scorso davanti alla chiesa di San Giovanni hanno applaudito il boss Vincenzo Panicola. Una espressione della società, ma preoccupa il silenzio dell’altra parte della società. Stare in silenzio, minimizzare i fatti, o peggio denigrare chi li racconta non significa certo essere mafiosi, ma ciò indirettamente produce un ulteriore vantaggio a Cosa nostra che potrà sempre dire come nessuno, solo qualcuno, ha mai gridato contro al suo indirizzo, che lo squallore mafioso resiste senza contrasto alcuno. Tra la mafia e l’antimafia non può esistere una posizione terza. I mafiosi, lo ripetiamo, vivi o morti che siano sono solo dei pezzi di merda..e però fa male talvolta vedere chi applaude e sostiene che la merda possa fare buon odore.

Tratto da: articolo21.org

La coda lunga dei tagli all’università: più disoccupati, meno laureati Fonte: Il ManifestoAutore: Roberto Ciccarelli

studenti-universita-incatenati

Solo il Lussemburgo riesce a fare peggio dell’Italia nella spesa per l’istruzione terziaria nei paesi Ocse. Ma il paese che sarebbe «uscito dalla crisi» riesce a gareggiare in una drammatica corsa al ribasso testa a testa con il Brasile e l’Indonesia. Il rapporto Education at a glance 2015 , presentato ieri a Roma al Miur, offre un dato fermo al 2012 ma ancora valido per descrivere lo stato comatoso dell’università ottenuto, programmaticamente, dai tagli Gelmini-Tremonti al fondo per gli atenei. Allora il finanziamento rappresentava lo 0.9% del Pil, con un leggero aumento rispetto allo 0,8% del 2000. Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti sono al 2%.

La distanza, enorme, esiste ancora oggi e ha provocato effetti a cascata sulla ricerca, su laureati e diplomati e la loro speranza di trovare un lavoro con un reddito dignitoso, sui docenti. L’Ocse sostiene che il drastico taglio delle risorse abbia scoraggiato i diplomati a iscriversi all’università; ha fortemente attenuato l’idea che l’istruzione serva a trovare un lavoro qualificato visto che i titoli di studio oggi non coincidono con l’acquisizione di competenze durevoli. In un mercato del lavoro arretrato, tecnologicamente e dal punto di vista delle tutele, il corto-circuito è diventato esplosivo. Nel corso degli anni l’abbandono dell’università ha peggiorato la già scarsa domanda di lavoratori con qualifiche terziarie.

Sfiducia totale dello Stato

Uno Stato che attacca l’istruzione superiore manda alla popolazione un segnale di sfiducia totale: «solleva interrogativi sulla qualità dell’apprendimento nell’istruzione terziaria» commenta l’Ocse. Il crollo delle immatricolazioni, registrato negli anni della grande crisi, sarebbe stato provocato dall’idea che una formazione universitaria porta pochi, o nulli, miglioramenti alla propria condizione socio-professionale.

In una situazione dove i giovani Neet che non studiano né lavorano sono il 41%, percentuale seconda solo a Grecia e Spagna, mentre il tasso di occupazione giovanile crolla dal 32% al 23% e i laureati occupati sono calati di cinque punti percentuali tra il 2010 e il 2014 (oggi sono il 62%) «la prospettiva di proseguire gli studi è raramente considerata come un investimento che potrebbe migliorare le loro opportunità di successo sul mercato del lavoro». Tutto questo accade mentre aumenta la fuga all’estero degli studenti (record di 46 mila) e l’università attrae pochissimi studenti stranieri: 16 mila. In questo dato c’è il trucco, commenta l’Ocse. In Italia si contano gli immigrati permanenti e non solo chi si è trasferito per studiare come accade altrove.

Una società che nega una possibilità alla formazione e alla ricerca produce un contraccolpo sui saperi acquisiti. Non potendoli applicare o estendere sul lavoro, o metterli all’opera in relazioni sociali complesse, tali saperi si perdono. Negli studi Ocse sulle competenze degli adulti (25–34 anni) titolari di un diploma universitario l’Italia, con la Spagna e l’Irlanda, ha registrato il punteggio più basso in termini di lettura e comprensione nell’istruzione terziaria).

Dopo la stagnazione, si torna indietro.

Queste sono le conseguenze macro-economiche della guerra contro l’intelligenza condotta dai «governi del disastro Berlusconi-Monti-Letta» (la definizione è di Luciano Gallino che aggiungeva anche quello di Renzi): l’Italia è stato l’unico paese Ocse a tagliare di 8,4 miliardi di euro il fondo per la scuola e di 1,1 miliardi quello per l’università negli anni della crisi iniziata nel 2008. E a non avere avuto il coraggio di fare marcia indietro.

Ieri la propaganda di regime si è soffermata su un dato: i laureati magistrali (o equivalenti) sono il 20% in Italia contro la media del 17%. Peccato che nessuno abbia letto quanto scrive l’Ocse dopo: solo il 42% dei giovani si iscriverà ai programmi d’istruzione terziaria. Siamo terzultimi, con Lussemburgo e Messico. Il 34% dei giovani dovrebbe conseguire un diploma d’istruzione terziaria, rispetto a una media del 50%. La maggior parte dei laureati lascia gli studi dopo aver ottenuto un titolo di secondo livello. È vero che in media, in Italia come altrove, i laureati hanno redditi da lavoro più alti, ma si parla sempre di redditi bassi: 143% rispetto alla media Ocse del 160%. Tutto questo avviene in un paese con il corpo docente più vecchio e meno pagato del mondo. Nel 2013, il 57% degli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola secondaria superiore e il 51% dei docenti dell’istruzione terziaria avevano compiuto 50 anni. Queste persone guadagnavano in media due terzi del salario medio dei lavoratori con qualifiche comparabili.

Spot, più che visione

«È evidente che ci troviamo in un paese che non è in grado di valorizzare lavoratori con una formazione elevata» sostiene Jacopo Dionisio, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), che analizza anche gli auspici del governo legati all’ ever green sui percorsi professionalizzanti al termine dell’istruzione secondaria. «È da più di 10 anni — continua Dionisio — che si parla di ITS come priorità d’intervento, ma i fatti dimostrano il contrario: in Italia gli istituti professionalizzanti sono stati continuamente sviliti. È necessario che se ne incominci a parlare in maniera seria: non può essere analizzata come una questione a sé, ma come un percorso di formazione professionalizzante da inserire all’interno del nostro sistema di istruzione, in modo che sia finalmente funzionale».

«Il nostro sistema — sostiene il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi — ha un’allarmante disomogeneità territoriale, con un calo notevole degli iscritti nelle università meridionali». «Il nodo prioritario da affrontare per ridurre le disuguaglianze è intervenire sul diritto allo studio, sia universitario che scolastico, attraverso una legge quadro nazionale e procedere ad un incremento di risorse, a partire dalla legge di stabilità».

Un buon senso che non sembra essere popolare dalle parti di un governo che insiste su interventi frammentari e occasionali, anche rispetto alla logica manageriale ed economicistica — ma organica – dell’Ocse. Ci si muove sempre nell’ottica di interventi spot , come ha fatto ieri la ministra dell’Istruzione Giannini. Davanti ai dati sul disastro, ha continuato a omaggiare l’ottimismo di rito renziano. L’assunzione dei 500 ricercatori «eccellenti» «ad alta velocità», e i mille «di tipo B», sarebbe «un cambiamento» e «un’inversione del trend di investimento». In realtà è un modo per sollevare la polvere e buttarla al vento.

La mancetta dei 500 euro

Si conferma la legge dei 500. Sono 500 i ricercatori, 500 euro il “bonus” per i consumi culturali elargito agli insegnanti (invece di aumentare lo stipendio fermo dal 2009. E 500 euro andranno ai 18enni. Insieme alla patente, i ragazzi potranno spendere la mancetta per “consumi culturali”. Anche loro. L’annuncio è stato dato da Renzi, in persona, dalla Sala degli Orazi e Curiazi dei Musei Capitolini. Il premier strologava sul tema: la sicurezza si difende con la cultura.

Uno avrà pensato: metterà 1 miliardo cash sulla scuola; ripianerà i tagli all’università; aprirà il salvadanaio per il diritto allo studio e  invece dei 50 milioni nella legge di stabilità ce ne metterà 200, necessari per avere il minimo di diritto allo studio . Anzi, potrebbe istituire il reddito minimo: 500–600 euro a testa per formarsi, sostenere le spese dei fuorisede, una borsa di studio, un sussidio per chi cerca occupazione o impara un mestiere.

Niente di tutto questo. Nel suo linguaggio cifrato, di scarsa comprensibilità, si è capito che Renzi destinerà “Un miliardo in sicurezza, uno nell’identità culturale e valorizzazione urbana”. Due miliardi presi dallo slittamento del taglio dell’Ires al 2017. Per i diciottenni sarà estesa «una misura già prevista per i professori (500 euro, ndr)», e cioè «una carta bonus da investire in teatri, musei, concerti e cultura che diventa simbolicamente il modo con il quale lo Stato carica i ragazzi della responsabilità di essere protagonisti e coeredi del più grande patrimonio culturale».

L’illusione di essere “coeredi” di un “patrimonio” ottenuto pagando il “consumo” della cultura. Mai parlare, invece, di investire il giusto per apprendere a produrre discorsi, stili, linguaggi. Cioè il mestiere della “cultura”. E’ naturale: nel mondo di Renzi si impara a consumare, non a produrre qualcosa. Il mondo visto da una vetrina.

***Il dossier: La bolla formativa è scoppiata

Almalaurea, rapporto sulla morte programmata dell’università pubblica

La bolla formativa è esplosa

Figli della bolla formativa: laureati, precari e al nero

Che novità: la laurea serve, dopo 5 anni di precariato

Il ventennale assalto all’istruzione pubblica (e al ceto medio)

Europa vs. Islam, una guerra di religione Fonte: Il ManifestoAutore: Alessandro Dal Lago

isis

Sun Tzu, stratega cinese, vissuto tra il VI o V secolo avanti Cristo, sosteneva che la guerra è l’ultima risorsa di uno statista e la battaglia l’ultima risorsa di un comandante. Queste parole tornano alla mente quando si pensa al crescendo di appelli alle armi che risuonano a Parigi, a Bruxelles come a Londra. Quello che si vuole da tante parti non è neanche più uno scontro di civiltà alla Huntington.

È una guerra di religione, contro l’Isis o Daesh, ma anche contro l’Islam, contro gli immigrati, contro tutti i fantasmi o gli incubi che assillano un’Europa impaurita e paranoica.

Certo, gli accenti sono diversi. Si va dai fanatici dei diritti umani, nostalgici della guerra lampo del Kosovo, a quelli che vedono nell’Islam una volontà millenaria di rivalsa contro l’occidente cristiano, agli opinionisti “ragionevoli” che esigono dai musulmani che “escano allo scoperto” e “si pronuncino contro il terrorismo”, ai simpatizzanti di Netanyahu, che mettono nello stesso sacco Isis e resistenza palestinese, ecc.. Ma l’idea di fondo è che si faccia una bella coalizione di tutti contro l’Isis, che lo si polverizzi, magari insieme ai civili di Raqqa tra cui si nasconde, e poi… E poi?

Sembra che venticinque anni ininterrotti di guerre dell’Occidente nei paesi arabi e/o musulmani non abbiano insegnato nulla. Che cioè i bombardamenti non fanno un gran male ai militanti e agli armati, ma prostrano le popolazioni e creano le condizioni per future insurrezioni, fanatismi e reti terroristiche. Così è stato in Iraq nel 1991, in Afghanistan, di nuovo in Iraq, in Libia e oggi in Siria. Se si considerano i risultati politici, e non la mera contabilità militare di morti nostri e morti loro (per non parlare delle vittime civili che pagano sempre il prezzo più alto), tutte le guerre occidentali sono finite con sconfitte, con immani spargimenti di sangue dopo i quali Usa, Inghilterra, Francia e così via sono più deboli di prima. Se oggi l’Isis è contenuto in Siria è grazie ai curdi, come in Iraq grazie alle milizie sciite e iraniane. Ma se anche qualche stato occidentale volesse mettere i boots on the ground, e cioè mandare le forze di terra, non cambierebbe nulla. L’esercito americano, il più potente al mondo, si è dovuto ritirare, di fatto, sia dall’Afghanistan, sia dall’Iraq Quanto alla Francia, la sua vittoria in Mali non è servita a granché, se la guerriglia può attaccare di sorpresa Bamako.

Il punto decisivo della questione è che se gli altri, i cattivi, i terroristi, sono disposti preventivamente a morire, a farsi uccidere per qualsiasi motivo e cioè a non sopravvivere, quando uccidono noi, ebbene, in un certo senso hanno già vinto. Questo Obama l’ha perfettamente compreso, diversamente dai fanatici neo-con che hanno contribuito a creare tutto questo invadendo l’Iraq nel 2003. Ma se persino Tony Blair, oggi, sente il bisogno di chiedere scusa per quella guerra, così stupida per lui e così letale per centinaia di migliaia di iracheni!

Il dolore e l’emozione per quello che è successo a Parigi non giustificano l’orgia militarista, in Francia come da noi, con cui si vorrebbe rispondere al terrorismo. Invece di ragionare, di riflettere sul groviglio di ragioni che hanno portato a tutto questo, e cioè sul fatto che giovani europei si trasformano in alleati dell’Isis in nome della religione, si preferisce evocare il nemico assoluto, tirar fuori argomenti da prima crociata, eccitare un’opinione pubblica già scossa per conto suo.

Probabilmente, il terrorismo ci accompagnerà per molto tempo. Bastano poche centinaia di aspiranti martiri in Europa, cresciuti nelle banlieue più derelitte, frustrati dalla marginalità e magari fanatizzati da predicatori retrogradi a compiere azioni come quelle di Parigi. Al di là del lavoro di intelligence, che nel caso francese presenta ampie zone di opacità, il terrorismo si può contrastare con un lavoro di educazione civile e politica di lungo periodo e rimuovendo le cause della frustrazione e dell’odio. Un lavoro lungo che non darà, ammesso che lo si voglia cominciare, risultati nel breve periodo. E si potrà contrastare, soprattutto, rinunciando alle tentazioni neo-colonialiste che si manifestano nella difesa dei diritti umani a suon di bombe.

“Il pubblico impiego sarà in piazza il 28. Ma una sola scadenza non basterà”. Intervento di Matteo Gaddi Fonte: Sinistra lavoro

In questi ultimi anni il pubblico impiego è stato sotto attacco come mai prima d’ora. le campagne giornalistiche scandalistiche, sapientemente orchestrate e sfruttate da chi intendeva sferrare attacchi ai diritti dei lavoratori, hanno preparato il terreno ideale per i continui interventi che si sono succeduti ad un ritmo impressionante. l’assenteismo, le finte malattie, l’abuso di permessi (come la legge 104) e molto altro ancora, riferiti a singoli casi (ben individuabili e punibili) sono stati invece presentati come la condizione normale, ordinaria di milioni e milioni di “fannulloni”, che quotidianamente rubavano lo stipendio pagato con le tasse degli onesti cittadini. a questo si sono aggiunte le manovre di risanamento dei conti pubblici che, ovviamente, anziché partire da un progetto complessivo di riforma della pa, hanno operato tagli indiscriminati colpendo i soliti noti: lavoratrici e lavoratori che con il loro lavoro quotidiano garantiscono quei servizi essenziali che caratterizzano ogni stato democratico (sanità, istruzione, servizi sociali, servizi ai territori ecc.). ha avuto buon gioco l’allora ministro brunetta a cancellare, per legge, anni e anni di contrattazione nel pubblico impiego stabilendone il blocco. di anno in anno, il blocco stabilito dalla legge brunetta, è stato prorogato fino a raggiungere la cifra record di sei anni. sei anni di vacanza contrattuale che ha provocato un danno enorme ai lavoratori pubblici, già alle prese con i loro magri salari. oltretutto si è provveduto anche a svuotare, letteralmente, la contrattazione decentrata infliggendo un ulteriore danno salariale. nel frattempo sono state peggiorate le norme sulla mobilità (anche nel pubblico si possono mettere in esubero i lavoratori e licenziarli, altroché certezza del posto fisso!), si sono introdotte regole umilianti sulla malattia, si sono tagliati i diritti sindacali, sono proseguite esternalizzazioni, privatizzazioni, appalti al massimo ribasso ecc. senza contare gli interventi “settoriali”: la vicenda-province non ancora conclusa con migliaia di posti di lavoro in ballo e la messa in discussione di interi servizi (politiche del lavoro, formazione professionale, sociale ecc.), il taglio delle prefetture, l’intervento sulle camere di commercio. per tacere della sanità, che ogni anno finisce nel tritacarne dei tagli lineari. la lista potrebbe continuare, ma il senso è chiaro. il problema è che a fronte di un attacco così brutale è venuta a mancare una reazione sindacale all’altezza dello scontro che i vari governi (sostenuti da confindustria e da quasi tutti i partiti) hanno condotto nei confronti del pubblico impiego. E’ servita una sentenza della corte costituzionale per riaprire la questione del rinnovo contrattuale. la risposta del governo è stata insultante: dopo sei anni di blocco contrattuale che ha causato migliaia di euro di perdita, ha messo sul piatto 5 euro, un caffè (alla macchinetta) al giorno. al momento le risposte dei sindacati di categoria e delle confederazioni sono state insufficienti: sono mancate iniziative capaci di mobilitare il pubblico impiego su obiettivi chiari e costruiti con i lavoratori. sabato 28 il pubblico impiego scende in piazza: dovrà essere una grande manifestazione, partecipata e combattiva. gli obiettivi sono quelli di: rinnovare il contratto nazionale, scaduto da oltre sei anni, stanziare risorse adeguate nella legge di stabilità per i contratti pubblici, ben oltre la ‘mancia’ proposta dal governo, liberare dai vincoli la contrattazione decentrata, la sola via per migliorare l’organizzazione del lavoro e la qualità dei servizi pubblici; valorizzare il lavoro pubblico e i servizi pubblici, contro le scelte sbagliate del governo e contro i tagli che riducono i diritti di tutti; rivendicare risposte per i precari e per l’occupazione tutta, a partire dal contrasto alle nuove e intollerabili misure che bloccano il turn over. ovviamente non basterà una manifestazione: l’auspicio e l’impegno è che da sabato per il pubblico impiego si apra una reale stagione di lotta. tacco così brutale è venuta a mancare una reazione sindacale all’altezza dello scontro che i vari governi (sostenuti da confindustria e da quasi tutti i partiti) hanno condotto nei confronti del pubblico impiego. E’ servita una sentenza della corte costituzionale per riaprire la questione del rinnovo contrattuale. la risposta del governo è stata insultante: dopo sei anni di blocco contrattuale che ha causato migliaia di euro di perdita, ha messo sul piatto 5 euro, un caffè (alla macchinetta) al giorno. al momento le risposte dei sindacati di categoria e delle confederazioni sono state insufficienti: sono mancate iniziative capaci di mobilitare il pubblico impiego su obiettivi chiari e costruiti con i lavoratori. sabato 28 il pubblico impiego scende in piazza: dovrà essere una grande manifestazione, partecipata e combattiva. gli obiettivi sono quelli di: rinnovare il contratto nazionale, scaduto da oltre sei anni, stanziare risorse adeguate nella legge di stabilità per i contratti pubblici, ben oltre la ‘mancia’ proposta dal governo, liberare dai vincoli la contrattazione decentrata, la sola via per migliorare l’organizzazione del lavoro e la qualità dei servizi pubblici; valorizzare il lavoro pubblico e i servizi pubblici, contro le scelte sbagliate del governo e contro i tagli che riducono i diritti di tutti; rivendicare risposte per i precari e per l’occupazione tutta, a partire dal contrasto alle nuove e intollerabili misure che bloccano il turn over. ovviamente non basterà una manifestazione: l’auspicio e l’impegno è che da sabato per il pubblico impiego si apra una reale stagione di lotta

Costituzione: le ragioni del NO da: rifondazione comunista

Costituzione: le ragioni del NO

Costituzione: le ragioni del NO

di Alessandro Pace

Alla Camera è in corso la discussione sulla controriforma costituzionale Boschi-Renzi. E’ possibile sottoscrivere la petizione on line associandoci alla lettera che il prof. Alessandro Pace ha inviato a tutti i Parlamentari nella veste di Presidente del neocostituito Comitato per il No. Vi inviatiamo a firmare e a far circolare la petizione, che si apre al seguente link: https://www.change.org/p/ai-deputati-le-ragioni-del-no

lettera ai deputati del COMITATO PER IL NO NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE SULLA LEGGE RENZI-BOSCHI

 Onorevoli deputati,

1. la vasta e complessa riforma costituzionale che vi accingete a votare in quarta lettura, ma pur sempre nell’ambito della prima deliberazione, è una riforma che, in coerenza col nostro sistema di democrazia parlamentare, avrebbe dovuto procedere dall’iniziativa parlamentare, e non dal Presidente del Consiglio dei ministri Renzi e dal Ministro per le Riforme Boschi. Il che ha determinato inammissibili interferenze da parte dei medesimi sulla libertà di coscienza dei parlamentari in sede referente e in assemblea; e con modalità di approvazione che se legittime per leggi ordinarie, non lo sono certo per le leggi di revisione costituzionali. Come, ad esempio, l’asserita non emendabilità degli articoli approvati sia da Camera che da Senato, che è bensì un principio valido per le leggi ordinarie (art. 104 reg. Sen.) ma non per le leggi costituzionali.

Contro l’applicabilità di tale norma vi è, infatti, non solo il precedente della Giunta del regolamento della Camera del 5 maggio 1993 (presidente Napolitano), secondo il quale nel procedimento di revisione costituzionale possono essere introdotti emendamenti anche soppressivi pur quando sul testo si sia formata la “doppia conforme”, ma sussiste l’argomento ulteriore – assorbente e insuperabile – secondo il quale, fino a quando non sia stata definitivamente approvata e promulgata, una modifica non può prevalere sulla Costituzione vigente e sostituirsi ad essa.

2. Quella che vi accingete ad approvare in seconda lettura, pur sempre nell’ambito della prima deliberazione, è una revisione costituzionale che, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014 – dichiarativa dell’incostituzionalità di talune norme del c.d. Porcellum -, non avrebbe dovuto essere nemmeno presentata in questa legislatura.

La Corte costituzionale, nella citata sentenza (v. il n. 7 del cons. in dir.), ebbe infatti a precisare che, a seguito dell’incostituzionalità di tali norme, le Camere avrebbero potuto continuare ad operare grazie ad un principio implicito – il «principio fondamentale della continuità dello Stato» – però essenzialmente limitato nel tempo, come esemplificato dalla stessa Corte, in quella sentenza, col richiamo alla  prorogatio prevista negli articoli 61 e 77, comma 2, Cost., che prevedono tutt’al più un’efficacia non superiore ai tre mesi!

3. Ancora: tale legge di revisione costituzionale è disomogenea nel contenuto, e pertanto contraria all’art. 48 Cost., in quanto costringe l’elettore ad esprimere con un solo voto il suo favore contestualmente a proposito sia delle modifiche alla forma di governo, sia delle modifiche ai rapporti tra Stato e autonomie locali, ancorché egli sia favorevole solo ad una delle due. Ripetendo così l’errore della riforma Berlusconi del 2005, che violava per l’appunto la libertà di voto dell’elettore.

4. Gravi e svariate sono poi le perplessità che sollevano gli articoli fin qui approvati, molti dei quali – come si dirà nel prosieguo – ridondano addirittura nella violazione dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale, come tali non sopprimibili ancorché con legge di revisione costituzionale, sulle quali la Corte, come  esplicitamente affermato nella sent. n. 1146 del 1988 (ripetutamente ribadita), si è esplicitamente riservata di dichiararne l’incostituzionalità ove tempestivamente investita della relativa questione.

I principi supremi che vengono esplicitamente violati dal d.d.dl. Renzi-Boschi sono, in primo luogo, il principio della sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost. (ritenuto ineliminabile dalle sentenze nn. 18 del 1982, 609 del 1988, 309 del 1999, 390 del 1999 e, da ultimo, dalla sent. n. 1 del 2014, secondo la quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare»). In secondo luogo il principio di eguaglianza e di razionalità di cui all’art. 3 Cost. (sentenze nn. 18 del 1982, 388 del 1991, 62 del 1992 e 15 del 1996).

4.1. Il principio secondo il quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare») è violato dal “nuovo” art. 57, commi 2 e 5, il quale, con una formulazione criptica indegna di una Costituzione, da un lato, esclude comunque che i senatori-sindaci non vengano  eletti dai cittadini nemmeno in via indiretta, dall’altro prevede che la scelta dei senatori-consiglieri regionali avvenga da parte dei consiglieri regionali, che dovrebbero però conformarsi al risultato delle elezioni regionali. Per cui, delle due l’una: o l’elezione dei senatori-consiglieri si conformerà integralmente al risultato delle elezioni regionali e allora ne costituirà un inutile duplicato oppure se ne distaccherà e allora viola il principio dell’elettività diretta del Senato sancito dall’art. 1 della Costituzione.

Si badi bene: l’esigenza dell’elettività diretta del Senato non è fine a se stessa, essa consegue da ciò, che, anche a seguito della riforma Renzi-Boschi, il Senato eserciterebbe sia la funzione  legislativa sia la funzione di revisione costituzionale che, per definizione, costituiscono il più alto esercizio della sovranità popolare.

Di qui l’ineludibilità del voto dei cittadini che, della sovranità popolare, «costituisce il principale strumento di manifestazione».

Senza poi dimenticare che solo l’elezione popolare diretta consentirebbe di svincolare l’elezione del Senato dalle beghe esistenti nei micro-sistemi politici regionali, come è stato sottolineato, tra gli altri, dal Presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri. Il che, detto più ruvidamente, sta a significare che l’elezione diretta sottrarrebbe, almeno in via di principio, le elezioni dei senatori dal tessuto di scandali che contraddistingue la politica locale italiana.

4.2. Passando alle violazioni del principio supremo di eguaglianza e razionalità (art. 3), la prima e più evidente consiste nella macroscopica differenza numerica dei deputati rispetto ai senatori, che rende praticamente irrilevante – nelle riunioni del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti laici del CSM – la presenza del Senato a fronte della soverchiante rappresentanza della Camera,.

Sotto un diverso profilo, la competenza dei 100 senatori ad eleggere due giudici costituzionali mentre i 630 deputati ne eleggerebbero solo tre, solleva sia un problema di proporzionalità a svantaggio della Camera, sia un problema di inadeguatezza tecnica dei senatori nella scelta dei giudici costituzionali, che finirebbe per essere effettuata dalle segreterie nazionali dei partiti politici.

Né si può sottacere che, secondo la riforma Renzi-Boschi, i 95 senatori eletti dai consigli regionali continuerebbero ad esercitare part time la funzione di consigliere regionale o di sindaco, per cui è facile prevedere che eserciterebbero in maniera del tutto insufficiente le funzioni senatoriali. Con un’ulteriore evidente violazione del principio di eguaglianza-razionalità

4.3. Nel sistema federale tedesco – che alcuni parlamentari erroneamente ritengono di aver introdotto in Italia (sic!) – il Bundesrat, l’equivalente tedesco del nostro Senato (operante però sin dalla Costituzione imperiale del 1870, tranne la parentesi hitleriana), è costituito dalle sole rappresentanze dei singoli Länder che, a seconda dell’importanza del Land, hanno a disposizione da 3 a 6 voti per ogni deliberazione.

Ebbene, a parte l’ovvia considerazione, anch’essa ignorata, che i cittadini dei singoli Länder eleggono bensì il Governo del Land, me non, indirettamente, il Bundesrat, ciò che deve essere sottolineato è che nel Bundesrat sono presenti i singoli Governi del Länder, con tutto il loro peso politico, nei confronti del Governo federale, derivante dall’elezione popolare.

Ci si deve allora realisticamente chiedere quale mai forza possa avere il  Senato della Repubblica – privo di effettiva politicità (v. ancora G. Silvestri) -, sia nei confronti dello Stato centrale, sia dei Governatori delle singole Regioni, in quanto composto da soli 100 senatori part time consiglieri o sindaci.

4.4. Di minore importanza pratica è il problema, che però testimonia la trascuratezza e superficialità del disegno costituzionale del Governo Renzi, della nomina presidenziale dei cinque senatori che durerebbero in carica per sette anni, quanto quindi il Presidente che li ha nominati.

A parte le perplessità a proposito del “partitino” del Presidente, che verrebbe così costituito, una cosa sono i senatori a vita in un Senato avente finalità generali, altra cosa, assai più discutibile, sono i senatori eletti in un Senato delle autonomie (G. Silvestri, S. Mangiameli).

Da questo diverso angolo visuale, volendo a tutti i costi mantenere questo  pubblico riconoscimento per chi ha illustrato la Patria, sarebbe allora più logico (rectius, meno illogico) che il riconoscimento avvenisse nell’ambito della Camera dei deputati, in quanto essa sola manterrebbe le funzioni di rappresentanza generale del popolo italiano nell’ambito delle quali i deputati “del Presidente” avrebbero una indubbia funzione culturale da svolgere.

5. Il vero è che tutti questi apparenti errori e apparenti strafalcioni costituiscono piuttosto dei precisi tasselli che determineranno lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo.

Grazie all’attribuzione alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col Governo, e, grazie all’Italicum – in conseguenza del quale il partito di maggioranza relativa, anche col 30 per cento dei voti e col 50 per cento degli astenuti, otterrebbe la maggioranza dei seggi – l’asse istituzionale verrà spostato decisamente in favore dell’esecutivo, che diverrebbe a pieno titolo il dominus dell’agenda dei lavori parlamentari, con buona pace della citata sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale, secondo la quale la “rappresentatività” non dovrebbe mai essere penalizzata  dalla “governabilità”.

Il Governo, rectius, il Premier, sarebbe quindi il dominus dell’agenda parlamentare, anche se un qualche problema la darà la cervellotica varietà di ben otto diversi iter legislativi a seconda delle materie (F. Bilancia).

Il Governo, rectius, il Premier, dominerà pertanto la Camera dei deputati cui non potrà contrapporsi, alla faccia del barone di Montesquieu, alcun potenziale contro-potere: né “esterno” – essendo il Senato ormai ridotto ad una larva – né “interno”, grazie alla mancata esplicita previsione dei diritti delle minoranze (né il diritto di istituire commissioni parlamentari d’inchiesta, né il diritto di ricorrere alla Corte costituzionale contro le leggi approvate dalla maggioranza [M. Manetti]).

Il riconoscimento dei diritti delle opposizioni, nella Camera dei deputati, viene, dal “nuovo” art. 64, graziosamente demandato esclusivamente ai regolamenti parlamentari, con la conseguenza che sarà il partito avente formalmente la maggioranza parlamentare e, quindi, il Governo, a precisarne i contenuti.

Con riferimento ai rapporti tra Stato e Regioni, la cartina di tornasole della contrazione delle autonomie territoriale è data dalla previsione della così detta “clausola di supremazia” (art. 117), con riferimento alla quale l’ex Presidente della Consulta,  Gaetano Silvestri, ha osservato nella già citata audizione dinanzi al Senato, che suscita perplessità la previsione di una tale clausola, la quale «ingloba in sé non solo la “tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” pienamente condivisibile, ma anche la reintroduzione del famigerato “interesse nazionale”, che nella prassi anteriore della riforma del 2001, si era rivelato uno strumento di azzeramento discrezionale dell’autonomia regionale da parte dello Stato (una “clausola vampiro”, secondo la felice espressione di Antonio d’Atena)».

Onorevoli deputati e senatori, di fronte a questo criticabilissimo quadro normativo, e a maggior ragione discutibilissimo perché pretenderebbe di avere la forza e l’autorità morale della Costituzione della Repubblica italiana, il Comitato per il NO vi chiede di tentare con decisione di modificare l’attuale testo del d.d.l. cost. n. 2613-B; in subordine, di aderire a questo Comitato, e, infine, qualora tale d.d.l. cost. venisse definitivamente approvato, di impegnarvi fin da ora a richiederne la sottoposizione a referendum popolare. Vi chiediamo di mandarci un cenno di conferma di questo impegno all’indirizzo: segreteria.comitatoperilno@gmail.com

Roma 20/11/2015

Prof. Alessandro Pace

          Presidente del Comitato per il No

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Consiglio direttivo del Comitato per il No nel referendum costituzionale: Gustavo Zagrebelsky (Presidente onorario), Alessandro Pace (Presidente), Pietro Adami, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Vittorio Bardi, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Sergio Caserta, Claudio De Fiores, Riccardo De Vito, Carlo Di Marco, Giulio Ercolessi, Anna Falcone, Antonello Falomi, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Alfonso Gianni, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Paolo Maddalena, Giovanni Palombarini, Vincenzo Palumbo, Francesco Pardi, Livio Pepino, Antonio Pileggi, Marta Pirozzi, Ugo Giuseppe Rescigno, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Cesare Salvi, Mauro Sentimenti, Enrico Solito, Armando Spataro, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Mauro Volpi.