Intervista a Lorenza Carlassare: La Costituzione ferita da: comitatoperlacostituzionevenezia

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Lorenza Carlassare alla conferenza “La legge (è) fondamentale”

1.Il fondamento di legittimità di un ordinamento giuridico, cioè di uno Stato, è sempre un fatto storico, una Grundnorm extragiuridica. Per la Repubblica italiana questo fatto, questa Grundnorm, è la Liberazione, la sconfìtta definitiva del fascismo grazie all’avanzata alleata e alla Resistenza, la cui insurrezione vittoriosa del 25 aprile è diventata non a caso festa nazionale. Le sembra che da questi elementi discenda che, in un orizzonte democratico, Resistenza e antifascismo costituiscano e debbano costituire l’elemento essenziale e irrinunciabile dell’identità italiana? O si deve «andare oltre» e «archiviare»?
Resistenza e antifascismo non si possono archiviare perché costituiscono il fondamento del nostro ordinamento repubblicano. La Costituzione è costruita sui princìpi, valori, interessi delle forze che le diedero vita e in essa trovarono condivisa composizione. Princìpi, valori e interessi che, secondo la teoria elaborata da Costantino Mortati è tuttora valida, formano la «Costituzione materiale», vale a dire il nucleo essenziale che identifica l’ordinamento giuridico ed è perciò immodificabile anche attraverso le procedure stabilite per la revisione costituzionale. La modifica sarebbe illegittima – una vera e propria rivoluzione nelle vie legali – determinando la rottura del sistema, che, mutate le sue basi e perduta la sua identità, non sarebbe più il medesimo. La Corte costituzionale in varie sentenze – fondamentale è la n. 1146 del 1988 – ha confermato che la Costituzione italiana «contiene alcuni princìpi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale». Non si tratta soltanto dei princìpi esplicitamente posti come limite alla revisione (la forma repubblicana, art. 139), ma anche di quelli, non menzionati, che «appartengono all’essenza dei valori supremi su cui si fonda la Costituzione repubblicana»: ad esempio la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo (art. 2), la dignità della persona, il diritto di ricorrere a un giudice; i princìpi di laicità, eguaglianza, solidarietà e altri ancora, taluni già compresi nell’unico limite espresso – la «forma repubblicana» – sintesi di vari princìpi. Un’importante sentenza dell’autunno scorso (n. 238 del 2014), chiudendo una questione discussa, ha chiarito che le stesse consuetudini internazionali (cui l’art. 10 conferisce rango costituzionale) si arrestano di fronte al «nucleo inviolabile» che forma una barriera invalicabile al loro ingresso nell’ordinamento italiano. I valori in contrasto, in quel caso, erano la dignità della persona e il diritto alla tutela giurisdizionale.
2.Molti dei protagonisti, ma anche molti studiosi, hanno parlato di «spirito della Resistenza», per indicare un mood di valori e atteggiamenti, al di là delle diverse ideologie dei gruppi e delle formazioni partigiane che l’hanno animata. In che cosa consiste secondo lei questo «spirito della Resistenza», e c’è qualche settore o formazione di essa che lo incarna meglio di altri?
Lo «spirito della Resistenza», comune a gruppi e formazioni partigiane diverse per ideologia, provenienza e cultura sta in primo luogo nella voglia di libertà, nella voglia di scrollarsi di dosso obblighi e divieti imposti dal regime, di costruire un sistema nuovo con al centro la persona umana e non più lo Stato, di vivere in pace senza guerre, morti, distruzioni e violenze; di vivere nel mondo, di uscire da un dominio chiuso, di aprirsi a culture diverse. Diffusa, insieme alla voglia di libertà, era l’aspirazione all’eguaglianza: sia come fine delle discriminazioni pesanti che la legislazione fascista aveva introdotto fra cittadini in base alle opinioni politiche, al sesso, alla razza, alla religione, sia – soprattutto nelle formazioni cattoliche, comuniste e azioniste – come aspirazione a una maggiore eguaglianza di condizioni economiche e sociali, a una diversa distribuzione della ricchezza. Dominava su tutto il desiderio forte di riprendersi la vita e il futuro, di partecipare alle decisioni collettive, di scegliere i governanti, di non essere dominati dall’alto. La voglia, insomma, di democrazia.
3.Quanto della lotta di liberazione e dello «spirito della Resistenza» è davvero penetrato nel testo e nello spirito della Carta costituzionale? Quali sono invece gli eventuali aspetti che ne risultano estranei o addirittura in confitto?
Il testo della Carta costituzionale è permeato dallo spirito della Resistenza e ne riflette i valori quali risultano dall’accordo (indispensabile in democrazia) fra le diverse ideologie e culture che l’hanno animata. Essendo il risultato di una necessaria mediazione, un punto d’incontro, la nostra Carta non riflette compiutamente le
idee delle diverse forze politiche presenti in Assemblea costituente, soprattutto in materia economica dove le distanze erano maggiori e, in definitiva, prevalente è il pensiero cristiano-sociale, combinato con apporti altrui. E significativo ad esempio che nel primo articolo sia posto come unico fondamento della Repubblica il lavoro, proclamato subito come «diritto» (art. 4) e che le discussioni, abbastanza accese, riguardassero più la formula della norma (sulla quale si giunse a una mediazione) che la sostanza. Per quanto riguarda libertà e diritti – oggetto di attenzione forte e condivisa – netta è l’impronta del pensiero liberale, non tanto per il peso di quella componente politica in Assemblea costituente, quanto perché dopo una ventennale esperienza di soppressione delle libertà (che in molti avevano vissuto sulla propria pelle), la tutela della persona, dei suoi diritti, della sua sfera libera corrispondeva a un’ideale da tutti condiviso costituendo una delle basi forti della Resistenza.
La nostra Costituzione, diceva Bobbio, «è il risultato della confluenza dell’ideologia socialista e di quella cristiano-sociale con quella liberale classica» che ne costituisce la base, perché «le forze morali preminenti erano quelle dell’antica tradizione liberale soffocata dalla dittatura e rinata nell’impulso liberatore della Resistenza europea».
La Costituzione repubblicana riflette significativamente lo spirito della Resistenza; ne resta fuori soltanto l’aspirazione alla distruzione totale del capitalismo che del resto in pochi ritenevano possibile. Che i valori della Resistenza stiano a fondamento della Carta è fuori dubbio; ma il problema vero viene dopo, al momento della loro attuazione.
4.Alla luce dei settant’anni che ci dividono dal giorno della Liberazione, ha senso parlare di «Resistenza tradita» o si tratta di una forzatura retorica? E nel caso, funzionale a quale retorica? Perché, comunque, il tema della «Resistenza tradita», presente a lungo sia nella polemica politica che nella ricerca storiografica, è scomparso dal dibattito pubblico?
Parlare di «Resistenza tradita» ha senso, oggi più che mai. Il pensiero antiautoritario che l’animava sembra sostituito – almeno nei vertici politici – dalla volontà di concentrare la decisione e il comando, congiunta a una crescente insofferenza per la democrazia e le istituzioni rappresentative. Quanto al progetto sociale, fortemente recepito dalla Costituzione, il suo abbandono progressivo, se non verrà efficacemente contrastato, sembra condurre alla sua totale negazione (si veda risposta n. 6).
La ragione per la quale di «Resistenza tradita» non si parla o si parla poco è la medesima ragione per la quale la Resistenza è stata tradita: le potenti forze contrarie che fin dall’inizio hanno ostacolato (e talora fermato) l’attuazione della Costituzione, espressione della Resistenza, vogliono che l’argomento sia il più possibile ignorato. E certamente non mancano dei mezzi necessari a realizzare questo volere; il mezzo più potente, l’informazione nelle sue varie forme, nel complesso è abbastanza docile e spesso addirittura è nelle loro mani.
5.La Resistenza è stata dapprima oggetto di commemorazione rituale, tendenzialmente agiografica e insieme banalizzante. Poi di revisione critica, anche grazie all emergere di una nuova generazione di studiosi e al Sessantotto, revisione che della Resistenza riaffermava però motivazioni e valore. E infine subentrata, al posto di una rilettura storico-critica, un revisionismo ideologico che tende a delegittimare la Resistenza, e che si è fatto sempre più aggressivo e liquidatorio. Sotto il profilo della « verità» storica (fra virgolette solo perché le varie metodologie storiografiche ne intendono diversamente il senso e l’approssimazione possibile), come giudica queste tre fasi e quale ritiene l’atteggiamento storico-storiografico da seguire mentre ci si avvicina al secolo di distanza dagli eventi?
La prima e la terza fase nell’atteggiamento verso la Resistenza, pur diverse nella forma, corrispondono a un medesimo intento: neutralizzare la Resistenza e nei limiti del possibile rimuoverla dalla coscienza degli italiani. La commemorazione agiografica, caratteristica dei primi tempi, e la stanca ripetizione dei riti tendono ad allontanare l’interesse, soprattutto dei giovani: la banalizzazione è un’arma potente ed è stata usata a lungo, a piene mani.
La riaffermazione del valore della Resistenza e dei suoi ideali dopo il Sessantotto era difficile da contenere, forse addirittura impossibile data la potente carica che animava i giovani di allora e le loro speranze. Appena la situazione lo ha consentito, la lotta non più sotterranea contro la Resistenza e ciò che rappresenta è ripresa in forma diversa: nella forma appunto di un’aperta delegittimazione. Sull’atteggiamento storico-storiografico da seguire a un secolo di distanza mi è difficile rispondere. In astratto dovrebbe esserci una seria attenzione ai fatti, agli orientamenti politici e culturali, evitando superficialità frequenti per indagare in profondità, dietro gli accadimenti, gli assetti sociali nelle loro dinamiche; in particolare cogliendo nel profondo l’essenza del fascismo, con le pesanti motivazioni economiche (e le forze) ad esso sottostanti; ma anche le frustrazioni e le speranze che in esso si concentrarono per l’illusione di molti, alimentata dall’apparente «novità» delle sue forme, che esso potesse costituire un contenitore idoneo ad accoglierle per realizzare davvero la «rivoluzione» (in realtà la controrivoluzione) di cui Mussolini e i suoi parlavano tanto e ad altissima voce.
6.Delle tre «guerre» costitutive del fenomeno «Resistenza» – quella di liberazione nazionale, quella sociale e quella civile – quale ritiene sia la fondamentale, sia nella realtà del fenomeno sia nel suo lascito storico auspicabile?
Delle tre «guerre» costitutive del fenomeno «Resistenza» tutte importanti – restano fondamentali quella sociale e quella civile, che stanno insieme e non possono venire disgiunte. Se per «civile» intendiamo la lotta per le libertà e i diritti civili e politici negati dallo Stato autoritario, e per «sociale» intendiamo la lotta per una società basata sulla giustizia sociale, la riduzione delle diseguaglianze e delle fratture esistenti, è evidente che la seconda è indispensabile alla realizzazione della prima. Le libertà civili e politiche non possono vivere senza i diritti sociali: l’ignoranza è un ostacolo insormontabile al loro effettivo godimento, così come la miseria e la malattia. La libertà di stampa – si ripete giustamente – non ha senso per chi non sa leggere e per chi non può comperarsi i giornali o accedere ad altri mezzi d’informazione, così come non ha senso per chi non è in grado di curarsi; in tutti i casi, insomma, di esclusione sociale.
Una società meno disomogenea tuttavia non si è raggiunta nonostante costituisse l’essenza del progetto disegnato dalla Costituzione, in particolare all’art. 2 che parla di diritti inviolabili e di solidarietà, e all’art. 3 che impone alla Repubblica il «compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione». Si può veramente parlare di Resistenza tradita e di Costituzione tradita.
7.Nella contestazione della Resistenza ha avuto un posto importante la polemica anticomunista: il Pci è stato accusato di amplificare il proprio ruolo nella lotta di liberazione, di essere la sola forza politica a trarre vantaggio da quella fase storica, di avere da ciò lucrato una lunga egemonia culturale nel paese. Le sembra che tali accuse abbiamo fondamento, anche solo parziale?
La polemica anticomunista non è che uno dei tanti modi usati per screditare la Resistenza nella quale ebbero parte fondamentale pensieri e orientamenti diversi, dal liberalismo laico al cristianesimo sociale, al socialismo nelle sue diverse componenti. Che molti partigiani fossero comunisti credo sia vero; neppure gli altri però erano pochi. Unire Resistenza a comunismo è operazione comoda e fruttuosa: per molti infatti la parola «comunista» era, e forse continua a essere, ingiuriosa.
8.Nelle polemiche revisionistiche odierne i partigiani sono sotto accusa, presentati per lo più come volgari banditi, e la loro azione come ininfluente all’esito, ossia la caduta delfascismo: le sembrano giudizi accettabili? Se dovesse tracciare un ritratto del partigiano, che cosa direbbe?
«Banditi» venivano definiti i partigiani nei numerosi cartelli dei tedeschi che, durante la guerra, costellavano campagne e colline con la scritta: «Achtung!, Banditen». Del resto anche oggi, in modo non dissimile, insieme ai terroristi veri, più che mai feroci, vengono definiti «terroristi» tutti coloro che nei diversi luoghi della terra lottano per difendere la propria libertà, la dignità, l’ambiente o la stessa vita con mezzi inadeguati, senza poter disporre di eserciti organizzati e armi di distruzione di massa.
9.Nelle stesse polemiche affiora in modo prepotente il tema della «resa dei conti»: si afferma come elemento cruciale che furono compiute vendette, che si sparse sangue innocente, in particolare nel cosiddetto «triangolo rosso» e nella vicenda delle foibe e dell’esodo dalle terre orientali. Quanto c’è di onesto, quanto di pretestuoso, quanto di rimosso sugli antecedenti (la violenta oppressione italiana della minoranza slava, ad esempio), quanto infine di menzognero, in queste critiche?
Penso che nei discorsi su rese dei conti e vendette qualcosa di vero ci sia, da entrambe le parti: quando si scatena la violenza non è facile porle confini. E le violenze erano state troppe e troppo forti per poterle dimenticare facilmente. Credo anche, riguardo al nostro passato, che molto sia stato rimosso: gli italiani sono buoni per definizione, persino nelle guerre coloniali del fascismo quando usavano i gas, o quando, nelle province di lingua tedesca, cambiavano nome e cognome alle persone mediante cervellotiche traduzioni, travolgendo la loro identità e la loro dignità insieme.
10.Che significato deve avere la «memoria condivisa» che tutti sostengono essere essenziale per l’identità nazionale? Questa «memoria» si sceglie, tra gli infiniti dati tutti fattualmente veri (“Notre héritage n’est précédé d’aucun testament”, scrive René Char)? L’identità francese considera memoria patria, cioè di tutti, la Rivoluzione dell’89, non sia i rivoluzionari che la Vandea; la Resistenza, non tanto la Resistenza quanto Vichy. In Italia il richiamo a una «memoria condivisa» sembra di tutt’altro genere: riconoscere motivazioni, buonafede e coraggio di entrambi i fratricidi. Per un futuro di democrazia, quale le sembra la versione da preferire?
«Memoria condivisa» sa di retorica. L’unica versione accettabile è il rispetto per tutti, unito però a una posizione ferma nel distinguere con chiarezza chi lotta per la democrazia, la libertà e la dignità umanità e chi invece si schiera con l’autoritarismo, la discriminazione, la sopraffazione.
La comprensione è doverosa soltanto quando le scelte individuali sono determinate dall’ignoranza: è questa il primo nemico della democrazia, è questa che la democrazia deve eliminare se non vuole sopravvivere solo come vuoto nome.

da Micromega del marzo 2015 “Ora e sempre Resistenza”

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