Intervista a Lorenza Carlassare: La Costituzione ferita da: comitatoperlacostituzionevenezia

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Lorenza Carlassare alla conferenza “La legge (è) fondamentale”

1.Il fondamento di legittimità di un ordinamento giuridico, cioè di uno Stato, è sempre un fatto storico, una Grundnorm extragiuridica. Per la Repubblica italiana questo fatto, questa Grundnorm, è la Liberazione, la sconfìtta definitiva del fascismo grazie all’avanzata alleata e alla Resistenza, la cui insurrezione vittoriosa del 25 aprile è diventata non a caso festa nazionale. Le sembra che da questi elementi discenda che, in un orizzonte democratico, Resistenza e antifascismo costituiscano e debbano costituire l’elemento essenziale e irrinunciabile dell’identità italiana? O si deve «andare oltre» e «archiviare»?
Resistenza e antifascismo non si possono archiviare perché costituiscono il fondamento del nostro ordinamento repubblicano. La Costituzione è costruita sui princìpi, valori, interessi delle forze che le diedero vita e in essa trovarono condivisa composizione. Princìpi, valori e interessi che, secondo la teoria elaborata da Costantino Mortati è tuttora valida, formano la «Costituzione materiale», vale a dire il nucleo essenziale che identifica l’ordinamento giuridico ed è perciò immodificabile anche attraverso le procedure stabilite per la revisione costituzionale. La modifica sarebbe illegittima – una vera e propria rivoluzione nelle vie legali – determinando la rottura del sistema, che, mutate le sue basi e perduta la sua identità, non sarebbe più il medesimo. La Corte costituzionale in varie sentenze – fondamentale è la n. 1146 del 1988 – ha confermato che la Costituzione italiana «contiene alcuni princìpi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale». Non si tratta soltanto dei princìpi esplicitamente posti come limite alla revisione (la forma repubblicana, art. 139), ma anche di quelli, non menzionati, che «appartengono all’essenza dei valori supremi su cui si fonda la Costituzione repubblicana»: ad esempio la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo (art. 2), la dignità della persona, il diritto di ricorrere a un giudice; i princìpi di laicità, eguaglianza, solidarietà e altri ancora, taluni già compresi nell’unico limite espresso – la «forma repubblicana» – sintesi di vari princìpi. Un’importante sentenza dell’autunno scorso (n. 238 del 2014), chiudendo una questione discussa, ha chiarito che le stesse consuetudini internazionali (cui l’art. 10 conferisce rango costituzionale) si arrestano di fronte al «nucleo inviolabile» che forma una barriera invalicabile al loro ingresso nell’ordinamento italiano. I valori in contrasto, in quel caso, erano la dignità della persona e il diritto alla tutela giurisdizionale.
2.Molti dei protagonisti, ma anche molti studiosi, hanno parlato di «spirito della Resistenza», per indicare un mood di valori e atteggiamenti, al di là delle diverse ideologie dei gruppi e delle formazioni partigiane che l’hanno animata. In che cosa consiste secondo lei questo «spirito della Resistenza», e c’è qualche settore o formazione di essa che lo incarna meglio di altri?
Lo «spirito della Resistenza», comune a gruppi e formazioni partigiane diverse per ideologia, provenienza e cultura sta in primo luogo nella voglia di libertà, nella voglia di scrollarsi di dosso obblighi e divieti imposti dal regime, di costruire un sistema nuovo con al centro la persona umana e non più lo Stato, di vivere in pace senza guerre, morti, distruzioni e violenze; di vivere nel mondo, di uscire da un dominio chiuso, di aprirsi a culture diverse. Diffusa, insieme alla voglia di libertà, era l’aspirazione all’eguaglianza: sia come fine delle discriminazioni pesanti che la legislazione fascista aveva introdotto fra cittadini in base alle opinioni politiche, al sesso, alla razza, alla religione, sia – soprattutto nelle formazioni cattoliche, comuniste e azioniste – come aspirazione a una maggiore eguaglianza di condizioni economiche e sociali, a una diversa distribuzione della ricchezza. Dominava su tutto il desiderio forte di riprendersi la vita e il futuro, di partecipare alle decisioni collettive, di scegliere i governanti, di non essere dominati dall’alto. La voglia, insomma, di democrazia.
3.Quanto della lotta di liberazione e dello «spirito della Resistenza» è davvero penetrato nel testo e nello spirito della Carta costituzionale? Quali sono invece gli eventuali aspetti che ne risultano estranei o addirittura in confitto?
Il testo della Carta costituzionale è permeato dallo spirito della Resistenza e ne riflette i valori quali risultano dall’accordo (indispensabile in democrazia) fra le diverse ideologie e culture che l’hanno animata. Essendo il risultato di una necessaria mediazione, un punto d’incontro, la nostra Carta non riflette compiutamente le
idee delle diverse forze politiche presenti in Assemblea costituente, soprattutto in materia economica dove le distanze erano maggiori e, in definitiva, prevalente è il pensiero cristiano-sociale, combinato con apporti altrui. E significativo ad esempio che nel primo articolo sia posto come unico fondamento della Repubblica il lavoro, proclamato subito come «diritto» (art. 4) e che le discussioni, abbastanza accese, riguardassero più la formula della norma (sulla quale si giunse a una mediazione) che la sostanza. Per quanto riguarda libertà e diritti – oggetto di attenzione forte e condivisa – netta è l’impronta del pensiero liberale, non tanto per il peso di quella componente politica in Assemblea costituente, quanto perché dopo una ventennale esperienza di soppressione delle libertà (che in molti avevano vissuto sulla propria pelle), la tutela della persona, dei suoi diritti, della sua sfera libera corrispondeva a un’ideale da tutti condiviso costituendo una delle basi forti della Resistenza.
La nostra Costituzione, diceva Bobbio, «è il risultato della confluenza dell’ideologia socialista e di quella cristiano-sociale con quella liberale classica» che ne costituisce la base, perché «le forze morali preminenti erano quelle dell’antica tradizione liberale soffocata dalla dittatura e rinata nell’impulso liberatore della Resistenza europea».
La Costituzione repubblicana riflette significativamente lo spirito della Resistenza; ne resta fuori soltanto l’aspirazione alla distruzione totale del capitalismo che del resto in pochi ritenevano possibile. Che i valori della Resistenza stiano a fondamento della Carta è fuori dubbio; ma il problema vero viene dopo, al momento della loro attuazione.
4.Alla luce dei settant’anni che ci dividono dal giorno della Liberazione, ha senso parlare di «Resistenza tradita» o si tratta di una forzatura retorica? E nel caso, funzionale a quale retorica? Perché, comunque, il tema della «Resistenza tradita», presente a lungo sia nella polemica politica che nella ricerca storiografica, è scomparso dal dibattito pubblico?
Parlare di «Resistenza tradita» ha senso, oggi più che mai. Il pensiero antiautoritario che l’animava sembra sostituito – almeno nei vertici politici – dalla volontà di concentrare la decisione e il comando, congiunta a una crescente insofferenza per la democrazia e le istituzioni rappresentative. Quanto al progetto sociale, fortemente recepito dalla Costituzione, il suo abbandono progressivo, se non verrà efficacemente contrastato, sembra condurre alla sua totale negazione (si veda risposta n. 6).
La ragione per la quale di «Resistenza tradita» non si parla o si parla poco è la medesima ragione per la quale la Resistenza è stata tradita: le potenti forze contrarie che fin dall’inizio hanno ostacolato (e talora fermato) l’attuazione della Costituzione, espressione della Resistenza, vogliono che l’argomento sia il più possibile ignorato. E certamente non mancano dei mezzi necessari a realizzare questo volere; il mezzo più potente, l’informazione nelle sue varie forme, nel complesso è abbastanza docile e spesso addirittura è nelle loro mani.
5.La Resistenza è stata dapprima oggetto di commemorazione rituale, tendenzialmente agiografica e insieme banalizzante. Poi di revisione critica, anche grazie all emergere di una nuova generazione di studiosi e al Sessantotto, revisione che della Resistenza riaffermava però motivazioni e valore. E infine subentrata, al posto di una rilettura storico-critica, un revisionismo ideologico che tende a delegittimare la Resistenza, e che si è fatto sempre più aggressivo e liquidatorio. Sotto il profilo della « verità» storica (fra virgolette solo perché le varie metodologie storiografiche ne intendono diversamente il senso e l’approssimazione possibile), come giudica queste tre fasi e quale ritiene l’atteggiamento storico-storiografico da seguire mentre ci si avvicina al secolo di distanza dagli eventi?
La prima e la terza fase nell’atteggiamento verso la Resistenza, pur diverse nella forma, corrispondono a un medesimo intento: neutralizzare la Resistenza e nei limiti del possibile rimuoverla dalla coscienza degli italiani. La commemorazione agiografica, caratteristica dei primi tempi, e la stanca ripetizione dei riti tendono ad allontanare l’interesse, soprattutto dei giovani: la banalizzazione è un’arma potente ed è stata usata a lungo, a piene mani.
La riaffermazione del valore della Resistenza e dei suoi ideali dopo il Sessantotto era difficile da contenere, forse addirittura impossibile data la potente carica che animava i giovani di allora e le loro speranze. Appena la situazione lo ha consentito, la lotta non più sotterranea contro la Resistenza e ciò che rappresenta è ripresa in forma diversa: nella forma appunto di un’aperta delegittimazione. Sull’atteggiamento storico-storiografico da seguire a un secolo di distanza mi è difficile rispondere. In astratto dovrebbe esserci una seria attenzione ai fatti, agli orientamenti politici e culturali, evitando superficialità frequenti per indagare in profondità, dietro gli accadimenti, gli assetti sociali nelle loro dinamiche; in particolare cogliendo nel profondo l’essenza del fascismo, con le pesanti motivazioni economiche (e le forze) ad esso sottostanti; ma anche le frustrazioni e le speranze che in esso si concentrarono per l’illusione di molti, alimentata dall’apparente «novità» delle sue forme, che esso potesse costituire un contenitore idoneo ad accoglierle per realizzare davvero la «rivoluzione» (in realtà la controrivoluzione) di cui Mussolini e i suoi parlavano tanto e ad altissima voce.
6.Delle tre «guerre» costitutive del fenomeno «Resistenza» – quella di liberazione nazionale, quella sociale e quella civile – quale ritiene sia la fondamentale, sia nella realtà del fenomeno sia nel suo lascito storico auspicabile?
Delle tre «guerre» costitutive del fenomeno «Resistenza» tutte importanti – restano fondamentali quella sociale e quella civile, che stanno insieme e non possono venire disgiunte. Se per «civile» intendiamo la lotta per le libertà e i diritti civili e politici negati dallo Stato autoritario, e per «sociale» intendiamo la lotta per una società basata sulla giustizia sociale, la riduzione delle diseguaglianze e delle fratture esistenti, è evidente che la seconda è indispensabile alla realizzazione della prima. Le libertà civili e politiche non possono vivere senza i diritti sociali: l’ignoranza è un ostacolo insormontabile al loro effettivo godimento, così come la miseria e la malattia. La libertà di stampa – si ripete giustamente – non ha senso per chi non sa leggere e per chi non può comperarsi i giornali o accedere ad altri mezzi d’informazione, così come non ha senso per chi non è in grado di curarsi; in tutti i casi, insomma, di esclusione sociale.
Una società meno disomogenea tuttavia non si è raggiunta nonostante costituisse l’essenza del progetto disegnato dalla Costituzione, in particolare all’art. 2 che parla di diritti inviolabili e di solidarietà, e all’art. 3 che impone alla Repubblica il «compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione». Si può veramente parlare di Resistenza tradita e di Costituzione tradita.
7.Nella contestazione della Resistenza ha avuto un posto importante la polemica anticomunista: il Pci è stato accusato di amplificare il proprio ruolo nella lotta di liberazione, di essere la sola forza politica a trarre vantaggio da quella fase storica, di avere da ciò lucrato una lunga egemonia culturale nel paese. Le sembra che tali accuse abbiamo fondamento, anche solo parziale?
La polemica anticomunista non è che uno dei tanti modi usati per screditare la Resistenza nella quale ebbero parte fondamentale pensieri e orientamenti diversi, dal liberalismo laico al cristianesimo sociale, al socialismo nelle sue diverse componenti. Che molti partigiani fossero comunisti credo sia vero; neppure gli altri però erano pochi. Unire Resistenza a comunismo è operazione comoda e fruttuosa: per molti infatti la parola «comunista» era, e forse continua a essere, ingiuriosa.
8.Nelle polemiche revisionistiche odierne i partigiani sono sotto accusa, presentati per lo più come volgari banditi, e la loro azione come ininfluente all’esito, ossia la caduta delfascismo: le sembrano giudizi accettabili? Se dovesse tracciare un ritratto del partigiano, che cosa direbbe?
«Banditi» venivano definiti i partigiani nei numerosi cartelli dei tedeschi che, durante la guerra, costellavano campagne e colline con la scritta: «Achtung!, Banditen». Del resto anche oggi, in modo non dissimile, insieme ai terroristi veri, più che mai feroci, vengono definiti «terroristi» tutti coloro che nei diversi luoghi della terra lottano per difendere la propria libertà, la dignità, l’ambiente o la stessa vita con mezzi inadeguati, senza poter disporre di eserciti organizzati e armi di distruzione di massa.
9.Nelle stesse polemiche affiora in modo prepotente il tema della «resa dei conti»: si afferma come elemento cruciale che furono compiute vendette, che si sparse sangue innocente, in particolare nel cosiddetto «triangolo rosso» e nella vicenda delle foibe e dell’esodo dalle terre orientali. Quanto c’è di onesto, quanto di pretestuoso, quanto di rimosso sugli antecedenti (la violenta oppressione italiana della minoranza slava, ad esempio), quanto infine di menzognero, in queste critiche?
Penso che nei discorsi su rese dei conti e vendette qualcosa di vero ci sia, da entrambe le parti: quando si scatena la violenza non è facile porle confini. E le violenze erano state troppe e troppo forti per poterle dimenticare facilmente. Credo anche, riguardo al nostro passato, che molto sia stato rimosso: gli italiani sono buoni per definizione, persino nelle guerre coloniali del fascismo quando usavano i gas, o quando, nelle province di lingua tedesca, cambiavano nome e cognome alle persone mediante cervellotiche traduzioni, travolgendo la loro identità e la loro dignità insieme.
10.Che significato deve avere la «memoria condivisa» che tutti sostengono essere essenziale per l’identità nazionale? Questa «memoria» si sceglie, tra gli infiniti dati tutti fattualmente veri (“Notre héritage n’est précédé d’aucun testament”, scrive René Char)? L’identità francese considera memoria patria, cioè di tutti, la Rivoluzione dell’89, non sia i rivoluzionari che la Vandea; la Resistenza, non tanto la Resistenza quanto Vichy. In Italia il richiamo a una «memoria condivisa» sembra di tutt’altro genere: riconoscere motivazioni, buonafede e coraggio di entrambi i fratricidi. Per un futuro di democrazia, quale le sembra la versione da preferire?
«Memoria condivisa» sa di retorica. L’unica versione accettabile è il rispetto per tutti, unito però a una posizione ferma nel distinguere con chiarezza chi lotta per la democrazia, la libertà e la dignità umanità e chi invece si schiera con l’autoritarismo, la discriminazione, la sopraffazione.
La comprensione è doverosa soltanto quando le scelte individuali sono determinate dall’ignoranza: è questa il primo nemico della democrazia, è questa che la democrazia deve eliminare se non vuole sopravvivere solo come vuoto nome.

da Micromega del marzo 2015 “Ora e sempre Resistenza”

Noi non dimentichiamo l’eccidio dei fratelli Cervi

Dopo Parigi Attenzione, con i bambini stiamo sbagliando tutto da: vita

Il pedagogista Daniele Novara lancia l’allarme: «Stiamo assistendo a un totale default psicopedagogico». A genitori e insegnanti dico «Cambiate canale»

Daniele Novara è seriamente preoccupato, anzi lui dice «agghiacciato». Madri che inventano inesistenti allarmi pur di tenere i figli in casa, insegnanti che parlano a bambini di prima elementare della differenza tra Islam e Isis, genitori orgogliosi di non aver mai cambiato canale in tv in una settimana in cui il flusso di immagini è stato costante: «In questi giorni stiamo assistendo a un totale default psicopedagogico, una disseminazione del terrore che sta purtroppo passando dalle scuole, insegnanti e genitori hanno fatto molte mosse sbagliate», commenta il pedagogista.

Perché pensa che le scuole abbiano una colpa?

Lei ha letto l’invito del ministro Giannini? Quello con cui ha invitato tutti gli insegnanti a dedicare un minuto di silenzio alle vittime della strage di Parigi e almeno un’ora alla riflessione sui fatti accaduti, lunedì scorso? Non distingue per grado di scuola, né per fasce di età. Forse intendeva che alla scuola dell’infanzia si doveva parlare di terrorismo e dei morti di Parigi? Il nostro primo compito è evitare di terrorizzare i bambini col terrorismo. Invece è proprio quello che sta succedendo. Abbiamo dimenticato una cosa importantissima, rispettare i bambini secondo la loro età.

Quindi lei cosa consiglia?

Fino in terza elementare i bambini sono immersi nel pensiero magico, credono che la parola possa generare cose reali. Su di loro le nostre parole possono compiere danni enormi. Il ministro Giannini ha detto di non cambiare canale, io invece dico che la prima cosa da fare deve essere proprio cambiare canale, evitare di esporre inutilmente i più piccoli alla brutalità e alla crudezza delle immagini che i media continuano a trasmette.

Ci sta consigliando di “nascondere” la realtà e fare finta che vada tutto bene?

Scusi, ma se lei dovesse separarsi da suo marito, direbbe ai suoi figli che lo ha trovato a letto con un’altra donna? No. È la stessa cosa. Non si tratta di nascondere la realtà ma di non coinvolgere i bambini in cose più grandi di loro, in questioni che li destabilizzerebbero perché al di fuori della loro misura. Se i bambini fanno spontaneamente delle domande, rispondete, ma non devono essere genitori o insegnanti a tirare fuori l’argomento, facendosi prendere dall’ansia di dire a tutti i costi qualcosa. Le nostre risposte devono essere orientate a rassicurare, ad affermare che nulla cambierà nella vita dei bambini. Ricordando che per un bambino la tonalità emotiva conta molto più delle parole. Ripeto, non è un ingannare o un eludere la realtà, ma un rispettare i tempi e le tappe evolutive.

E con i più grandi?

Mai fermarsi alle sole parole. Fare qualcosa assieme agli altri permette condividere il dolore, di sentire l’appartenenza a una comunità, di sentirsi uniti per proteggersi e anche di costruire qualcosa assieme, che liberi dalla paura.

Foto Jeff J Mitchell/Getty Images

Turchia: Erdogan, uguaglianza tra uomini e donne è contro natura da: adnkronos

‘Bisogna parlare di equivalenza, non di uguaglianza’

Turchia: Erdogan, uguaglianza tra uomini e donne è contro natura

“Non si possono mettere gli uomini e le donne nella stessa posizione. E’ contro la natura, perché la loro natura è differente”. Ne è convinto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha partecipato a un evento sui diritti e sulle libertà delle donne, a Istanbul. Secondo Erdogan, si deve parlare di “equivalenza” fra uomini e donne e non di “uguaglianza”, una precisazione che rischia di sollevare un’ondata di polemiche tra attivisti e associazioni per i diritti delle donne.

“A volte – ha detto il presidente, in un evento organizzato dall’Associazione Donne e Democrazia (Kadem) – le donne rivendicano uguaglianza tra uomini e donne. Ma il modo corretto di porre la questione è ‘uguaglianza tra gli uomini’ e ‘uguaglianza tra le donne'”. “L’uguaglianza – ha continuato Erdogan , fondatore e a lungo leader del partito islamico Akp al governo in Turchia – trasforma la vittima in carnefice e viceversa. Quello di cui le donne hanno bisogno è di essere equivalenti , non uguali”.

Contributo all’ottavo congresso di Medicina Democratica, 19-21 novembre – Firenze da: www.resistenze.org – proletari resistenti – salute e ambiente – 22-11-15 – n. 566


Michele Michelino

novembre 2015

Di seguito il contributo del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio al congresso di Medicina Democratica.

Sfruttamento, “monetizzazione della salute” e delega

Le lotte per migliorare le condizioni di vita e gli ambienti di lavoro degli operai e dei lavoratori, contro la nocività, per il miglioramento degli ambienti di lavoro insalubri, contro la riduzione dei salari sono un patrimonio della lotta più generale della classe operaia.

Da sempre gli operai, insieme con la lotta sindacale, hanno lottato anche per cambiare leggi ingiuste che legittimano il sistema sociale fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le lotte per la salute cominciano con l’avvento del capitalismo e i lavoratori hanno imparato a loro spese che i morti sul lavoro non sono mai una fatalità, ma il costo pagato dagli operai alla realizzazione del profitto.

I morti sul lavoro sono parte della brutalità e della violenza del sistema capitalista.

Protetti da leggi che tutelano la proprietà privata dei mezzi di produzione, lo sfruttamento e il profitto, i capitalisti anche nel ventunesimo secolo continuano a godere dell’ impunità e della licenza di uccidere.

La maggior parte degli infortuni sul lavoro, i morti sul lavoro e di lavoro causati dalle sostanze cancerogene impiegate nei processi di produzione dai padroni sono spesso imputati alla disattenzione degli operai. La realtà è che datori di lavoro senza scrupoli, pur di risparmiare pochi centesimi, non esitano a far lavorare operai e lavoratori senza fornire adeguati dispositivi individuali e collettivi di protezione e molti infortuni gravi o mortali non dipendono dal “destino crudele” ma dalle sete di guadagno.

Noi operai nel sistema capitalista non siamo altro che forza-lavoro: carne da macello. Tuttavia non possiamo rassegnarci di essere delle semplici merci in balia del padrone di turno, Non possiamo accettare che sia il mercato a decidere quando e come dobbiamo lavorare costringendoci a salari da fame, alla disoccupazione o a pensioni miserabili dopo una vita di lavoro in cui abbiamo arricchito dei parassiti.

La morte di tanti nostri compagni di lavoro “colpevoli” solo di aver usato sostanze cancerogene nei luoghi di produzione senza essere a conoscenza dei rischi e dei pericoli che correvano ci ha portato alla consapevolezza e alla voglia di giustizia.

Noi continuiamo a lottare contro tutte le morti “innaturali”, anche se siamo coscienti che, solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi completamente dallo sfruttamento.

Lotte operaie e organizzazione capitalistica del lavoro

In Italia gli anni che vanno dal 1965 al 1970 hanno visto il movimento operaio protagonista di dure lotte che hanno messo in discussione – tra le altre cose – anche gli ambienti di lavoro insalubri e ponevano con forza la necessità e l’urgenza di sottrarre il lavoratore al lento massacro cui era sottoposto. In quegli anni scioperi, fermate improvvise e spontanee di operai e di gruppi di lavoratori costretti a lavorare in ambienti angusti e nocivi, nelle fonderie, nelle forge e in ambienti a caldo, nelle miniere, nei cantieri e nelle campagne, soprattutto nei mesi estivi quando la temperatura sul posto di lavoro diventava intollerabile,

erano la prima forma di difesa e di ribellione. Nelle piattaforme – insieme al salario – si rivendicavano obiettivi che riguardavano l’organizzazione e l’ambiente di lavoro.

Gli obiettivi delle lotte non sempre erano raggiunti. La conclusione della lotta evidenziava lo scollamento che si manifestava tra quello che gli operai rivendicavano e i risultati raggiunti dai “loro” rappresentanti sindacali che, pur di non ostacolare la produzione, si accontentavano di “difendere” i lavoratori monetizzando la salute.

La crescente combattività operaia è stata spesso smorzata dal sindacato nel tentativo di controllare la lotta, non dimentichiamo che la linea ufficiale delle organizzazioni sindacali per anni è stata quella della monetizzazione della salute.

Il sindacato e i partiti politici che lo controllavano, sotto la pressione e le lotte spontanee contro la nocività dei lavoratori, sono quindi stati costretti a interessarsi della salute assumendosene la “delega”, anche se nessuno l’aveva loro concessa, nel tentativo di togliere il protagonismo ai lavoratori.

Nello scontro col padronato i lavoratori sono stati costretti a sperimentare nuove forme di lotta e una propria, autonoma e indipendente capacità critica della complessiva organizzazione capitalistica del lavoro.

Per il padrone e gli istituti da lui chiamati a controllare la salubrità degli ambienti di lavoro la concentrazione di polvere di sostanze cancerogene, gas e fumi, il calore, la rumorosità, la luminosità, i ritmi e la fatica del lavoro, la situazione è sempre normale o “sotto la soglia”; per i lavoratori la situazione invece è molto diversa e sentono, che questi istituti apparentemente neutri ma pagati del padrone, li imbrogliavano e continuano a imbrogliarli.

Medicina preventiva, rapporto medico-lavoratore

Le visite periodiche, da parte dei medici di fabbrica si svolgevano in questo modo: «Si va all’infermeria, si viene pesati, viene fatto firmare un documento senza che nessuno spieghi cosa vi sia scritto. Il medico interroga il lavoratore sulle malattie subite nel recente passato, ausculta i polmoni, prova la pressione del sangue: la durata media della visita non supera i 6-7 minuti. Molte volte non c’è neppure fatta togliere la giacca».

Il lavoratore si reca alla visita per pura formalità e ieri come oggi: non conoscerà l’esito reale della visita, sa che quella “visita” non c’entra nulla con la tutela della sua salute, essa fa parte di un rapporto privato tra il medico e la Direzione volto ad accertare unicamente l’efficienza produttiva del lavoratore. Col medico di fabbrica (oggi medico competente) ci si confida il meno possibile per il timore di essere dichiarati inidonei al proprio attuale lavoro e di essere spostati in un altro reparto, subendo una decurtazione di salario.

Nel frequente caso di disturbi e malattie ci si rivolge al proprio medico curante, ma questi, per la cultura professionale che gli è stata generalmente impartita all’università, non conosce minimamente le condizioni di lavoro cui è sottoposto il suo paziente e quindi, non essendo in grado di stabilire un rapporto tra disturbi denunciati e ambiente di lavoro, non ha, in linea di principio, la possibilità di formulare una diagnosi corretta.

Il medico si trova di fronte a malattie di cui non è in grado di controllare le cause e quindi la sua sfera d’intervento è limitata ad alleviare il dolore del paziente con dei farmaci.

Questo vale per il passato, quando pensiamo all’Italia delle grandi fabbriche diffuse su tutto il territorio, con le centinaia di migliaia di operai che ci lavoravano, ma purtroppo anche per il presente.

E’ quindi necessario istituire un’efficiente medicina preventiva che, ricercando scientificamente il rapporto di causalità tra malattie tipiche della società industriale moderna (disturbi cardiaci, reumatismi, bronchiti, tumori, ecc.) e ambientale, intervenga sull’ambiente di lavoro e nella società per rimuovere le vere cause delle malattie.

Controversie legali e prestazione sanitaria, registro esposti amianto

Gli ex lavoratori esposti all’amianto costretti a lavorare in fabbriche e reparti lager, come altri lavoratori e cittadini sottoposti alle fibre killer, hanno un’attesa di vita minore di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione.

Per questo, dopo dure lotte dei lavoratori, fu approvata nel 1992 la legge 257 che metteva al bando l’amianto, stabiliva la sorveglianza sanitaria e risarciva i lavoratori concedendo loro alcune agevolazioni in materia pensionistica poiché morivano prima.

La legge fu approvata grazie alla mobilitazione dei lavoratori che manifestarono giorni e notti davanti al Parlamento che doveva approvare la legge. Allora i finanziamenti previsti dalla legge non riguardavano tutti i lavoratori esposti all’amianto, ma solo i lavoratori addetti alle miniere e fabbriche di cui si prevedeva la chiusura (circa 4.500 unità) e la legge era intesa come un ammortizzatore sociale.

Anche il registro dei lavoratori esposti o ex esposti amianto era limitato. Esso riguardava solo i lavoratori residenti nei territori, comuni e città, dove avevano sede le fabbriche, ma ignorava completamente i luoghi dove, invece, i lavoratori di queste aziende vivevano.

Ad esempio, la maggioranza dei lavoratori delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni, Ansaldo, Breda, Falck, Marelli, Pirelli, non abitava a Sesto San Giovanni ma in città e paesi delle provincie di Bergamo, Brescia, Milano, Varese, Piacenza, Pavia, oppure nei comuni limitrofi come Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Bresso, Segrate, Monza.

A tutt’oggi i pochi studi epidemiologici fatti, come lo studio Sentieri, sono falsati perché non tengono conto di dove era situata la fabbrica in cui lavoravano, ma solo del territorio dove abitavano.

L’INAIL e l’INPS (gli enti preposti istituzionalmente a certificare l’esposizione ed erogare la pensione corrispondente) con cavilli burocratici di ogni genere continuano a non applicare la legge, negando in molti casi la certificazione che permetterebbe ai malati professionali e ai lavoratori ex esposti all’amianto indennizzi e rendite o di andare prima in pensione, nonostante la loro esposizione sia certificata dai documenti del datore di lavoro e dall’ASL.

L’INAIL in molti casi si comporta peggio di un’assicurazione privata. Per far valere i loro diritti, i lavoratori e i cittadini sono così costretti a lottare e sostenere lunghe e costose cause in tribunale – con i loro scarsi mezzi – contro l’atteggiamento dell’INAIL lesivo della dignità, della salute, e dei diritti dei lavoratori.

Invece di indennizzare gli infortunati e le malattie professionali aumentando le rendite, l’INAIL risparmia i soldi (dei lavoratori) sulla loro pelle, usandoli per scopi non certo nobili come la speculazione finanziaria, nel più totale e complice silenzio di partiti e sindacati e istituzioni.  Questo ente ha accumulato un “tesoretto” di 30 miliardi di euro, e invece di usarli per le vittime, per i lavoratori infortunati e malati aumentando le quote previste per risarcire gli infortuni e le malattie professionali, li usa per altri scopi.

L’INAIL è anche un ente in palese conflitto d’interessi, essendo quello che deve riconoscere l’esposizione all’amianto e le malattie professionali ma anche quello che deve indennizzarle.

Per far riconoscere i diritti delle vittime e stanchi delle lungaggini burocratiche, il nostro Comitato e altre associazioni più volte hanno portato la loro rabbia e la loro protesta direttamente dentro e fuori dei palazzi del “potere”. I lavoratori e le lavoratrici, insieme con i famigliari delle vittime, “armati” di fischietti, coperchi di pentole, campanacci e sirene hanno “esposto” con forza le loro ragioni, perché il tempo non gioca a favore dei malati, e delle vittime e questi enti lo sanno molto bene.

Le proteste e le lotte sono servite per fare riaprire trattative interrotte con l’INAIL e anche far sentire e vedere ai giudici nei Tribunali la voglia di giustizia delle vittime.

L’esperienza – nostra e d’innumerevoli altri comitati e associazioni di vittime presenti su tutto il territorio nazionale – ha dimostrato che la partecipazione alle lotte dei diretti interessati in prima persona senza delegare è l’aspetto vincente e che LA LOTTA PAGA!

Di lavoro si continua a morire: prevenzione primaria e sanzioni.

Nell’Italia “democratica” nata dalla resistenza, i lavoratori continuano a morire. La modernità del capitalismo continua a uccidere i lavoratori come nell’ottocento. Nel 2015 diminuiscono i lavoratori occupati ma aumentano i morti sul lavoro. Nel nostro paese ogni anno avvengono più di un milione d’infortuni sul lavoro, 1.200 di questi sono mortali. Ogni giorno in Italia ufficialmente muoiono in media 3 lavoratori per infortuni sul luogo di lavoro e molti altri a causa delle malattie professionali, cifre volutamente sottostimate dal governo a dall’INAIL. Omicidi “bianchi”, veri e propri crimini contro l’umanità che avvengono nel più assoluto silenzio dei media salvo quando la notizia può essere spettacolarizzata. La morte sul lavoro è raccontata solo quando fa notizia.

Dal 1° gennaio al 20 ottobre 2015 sono morti sui luoghi di lavoro 564 lavoratori, e con le morti sulle strade e in itinere si superano le 1180 morti.. Inoltre da questi conteggi sono escluse anche diverse categorie come per esempio le Partite Iva Individuali, Vigili del Fuoco, lavoratori in nero, pensionati in agricoltura e tanti altri che non rientrano tra i morti per infortuni conteggiati dall’INAIL.

Davanti a questo bollettino di guerra il governo non va oltre le frasi di circostanza e lacrime di coccodrillo ogni volta che succedono stragi di operai, (come alla TyssenKrupp) tacendo sulle decine di morti silenziose per malattie professionali che avvengono ogni giorno, non intervenendo a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, ma solo a difesa del profitto.

Nel 2014, inoltre, i circa 350 ispettori dell’Inail hanno controllato 23.260 aziende e l’87,5% è risultato irregolare. Sono stati regolarizzati 59.463 lavoratori (meno del 15% rispetto al 2013), di cui 51.731 irregolari e 7.732 in nero. Anche se esistono leggi a tutela della sicurezza e della salute, la strage di lavoratori continua.

Una società che ha il suo fondamento nella Costituzione Repubblicana, Costituzione che nell’art. 32 recita “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività“, arrivando a dichiarare che la stessa iniziativa privata – pur essendo libera – “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 II comma cost.) richiederebbe norme e leggi adeguate. Una medicina veramente al servizio degli esseri umani per prevenire questi “disastri”, cosa che non avviene.

Ormai il mondo scientifico è in grandissima maggioranza ben cosciente che non esistono soglie di sicurezza o di tolleranza alle sostanze cancerogene.

Sebbene sia necessario, non basta predisporre dispositivi di protezione individuali o collettivi per la riduzione del rischio, ma bisogna adoperarsi affinché il pericolo sia ridotto a zero.

Le lotte del movimento operaio, dei lavoratori e dei cittadini organizzati in Comitati e Associazioni, hanno contribuito a rompere il muro di omertà e complicità con i responsabili di questi assassinii, facendo pressione sulle istituzioni, “costringendole” in alcuni casi a perseguire i responsabili. In questi anni abbiamo visto una giustizia che, spesso, difendeva solo una parte dei cittadini: quella degli industriali.

Di solito, vediamo governi e istituzioni (di qualsiasi colore politico) che – mentre proclamano di essere al di sopra delle parti – riconoscono come legittimo il profitto e legalizzano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dimostrando di essere in realtà dei “comitati d’affari”, arrivando nella migliore delle ipotesi a punire con una semplice ammenda gli omicidi e i morti sul lavoro e di lavoro.

Nel nostro paese i diritti sanciti nella Costituzione sono tuttora subordinati ai poteri forti e sono applicati solo se compatibili con essi.

Non si può subordinare la salute e la vita umana alla logica del profitto, ai costi economici aziendali o ai bilanci dello stato. Una società che mercifica tutto, e che trasforma in profitto la malattia, la vita e la morte, senza rispetto per la vita umana, è una società barbara, in cui gli operai e i lavoratori continueranno a morire sul lavoro e di lavoro e le sostanze cancerogene presenti in fabbrica e sul territorio, se non si eliminano, continueranno ad uccidere gli esseri umani e la natura.

Libertà, legalità, giustizia per tutti” rimangono parole astratte, principi vuoti di significato se le classi sottomesse non hanno i mezzi economici e politici per farli rispettare.

Anche se le leggi e la Costituzione Repubblicana affermano che l’operaio e il padrone sono uguali e hanno gli stessi diritti, la condizione di completa subordinazione economica fa si che la “libertà” e l'”uguaglianza” dei cittadini sia solo formale.

Sorveglianza sanitaria e tutela della salute

La lotta per pretendere e imporre condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e nella società riguarda tutti.

Lottare per ambienti salubri e un mondo pulito significa lottare contro chi – pur di fare soldi sulla pelle dei lavoratori e cittadini – condanna a morte migliaia di esseri umani, anteponendo i suoi interessi privati a quelli collettivi della società come succede in ogni regione del nostro paese, dal Nord al Sud. In una società civile la salute viene prima di tutto.

La sorveglianza sanitaria prevista dalla legge 257/92 per i lavoratori esposti o ex esposti amianto in molte regioni italiane non è ancora applicata. In Lombardia abbiamo dovuto lottare per anni contro la Regione Lombardia e l’Asl per far valere questo diritto previsto dalla legge. Dopo anni di lotte, manifestazioni davanti alle sedi Asl e alla Regione, chiedendo l’applicazione della legge, siamo riusciti a farla applicare. E’ stata un’importante vittoria, perché insieme con quella dei lavoratori abbiamo ottenuto la sorveglianza sanitaria anche per i familiari degli esposti all’amianto.

Grazie alle lotte dei lavoratori, dei comitati e delle associazioni, la Regione Lombardia già nel 2007 aveva previsto la sorveglianza sanitaria anche per il coniuge o la compagna/o della persona esposta.

“Prevenzione” è sempre stata la parola d’ordine del nostro Comitato e – insieme alla prevenzione primaria che riguarda le bonifiche dell’amianto e delle sostanze cancerogene e nocive in tutto il territorio nazionale, e non solo – ci siamo posti anche l’obiettivo della sorveglianza sanitaria per i familiari degli esposti all’amianto. Noi abbiamo voluto partire dalle mogli, quelle più a contatto con l’amianto portato in casa dai mariti, estendendo anche a loro i controlli sanitari ed è motivo di orgoglio per tutti noi aver raggiunto anche questo risultato.

E’ cominciata così la sorveglianza sanitaria anche per le donne che non hanno mai indossato una tuta blu, ma hanno lavato per anni quelle dei mariti.

* * *

Nascita del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

In questi anni migliaia di lavoratori italiani, i loro familiari e intere famiglie sono state sterminate dal pericoloso e silenzioso killer (amianto), e da molti altri cancerogeni.

La giustizia per i proletari non arriva quasi mai. In molti casi le cause si trascinano per anni, e per i processi penali questo significa prescrizione e quindi impunità per i datori di lavoro e i dirigenti responsabili della morte di centinaia di lavoratori, a parte pochi episodi in cui sono stati riconosciuti colpevoli.

L’unico diritto riconosciuto è quello di fare profitti, a questo sono subordinati tutti gli altri “diritti umani”. Le leggi, le norme, una giustizia che protegge in ogni modo i padroni, un intero sistema economico, politico e sociale fa sì che la salute e la vita umana, davanti ai profitti, passino in secondo piano.

Da anni combattiamo il killer che per noi si chiama amianto. Ma in altri luoghi si chiama PVC, si chiama diossina, si chiama disastro ferroviaviario (strage di Viareggio) e ha tanti altri nomi ancora, veleni delle Terre dei fuochi” in Campania, TAV in Val di Susa, ecc.

Tuttavia, anche se le situazioni sono diverse, la causa principale è una sola: il sistema capitalista dove la logica del profitto prevale su tutto.

Il diritto alla salute è disatteso e va peggiorando sempre di più, sia nei luoghi di lavoro che in generale nella società perché, con la scusa della crisi, i primi tagli che vengono fatti sono quelli legati alla sicurezza sui luoghi di lavoro e del territorio. Lo stesso avviene a livello sociale: stanno privatizzando tutto, in primo luogo la sanità.

I padroni e i manager delle fabbriche di morte sapevano di mandare a morte i lavoratori, ma il problema della competitività aziendale, il problema della logica del profitto, veniva prima della pelle dei lavoratori. Quando noi lavoratori abbiamo scoperto che di questo erano complici tutti – perché c’era un sistema sociale, economico, politico, giuridico, che legittimava lo sfruttamento degli esseri umani e metteva in conto che noi dovevamo morire per ingrassare i padroni ecco che, allora, la paura è diventata prima rabbia e poi coscienza e organizzazione.

Quando si scopre che tutti sapevano e non hanno fatto niente per impedire queste morti annunciate, allora chiunque capisce che se sono tutti d’accordo è perché tutti hanno i loro vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori ed è a questo sistema che bisogna opporsi.

La nostra lotta ci ha fatto comprendere che non esistono istituzioni neutrali.
Ha dimostrato a molti lavoratori che la frase, scritta nelle aule dei tribunali italiani “la legge è uguale per tutti” non corrisponde a verità.  In questa società chi non ha soldi difficilmente può far valere le sue ragioni.

La lotta per ottenere giustizia contro lo Stato Italiano e l’INAIL, che hanno permesso che migliaia di operai subissero gravi malattie a causa del lavoro, tutelando in nome del profitto la produzione di morte, è stata oggetto anche di una causa presentata alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo dalle associazioni (fra cui la nostra) che da anni si battono per la difesa della salute e della vita umana, per ottenere giustizia per tutte le vittime dell’amianto per tutelare la salute quale fondamentale diritto dell’individuo, per il diritto alla vita, perché crediamo che ogni persona abbia diritto a un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole.

Cause lunghissime di anni, che spesso terminano per la sopraggiunta morte dei lavoratori già minati nel fisico. Processi penali che durano decenni e che, anche in casi di condanna

dei padroni e dirigenti per omicidio colposo, con la prescrizione concedono l’impunità ai responsabili della morte di centinaia di migliaia di lavoratori.

La nostra esperienza ci ha però insegnato che non basta avere ragione. Bisogna avere la forza e i numeri per farla valere.

Delega e auto-organizzazione

In questi anni abbiamo assistito impotenti alla morte di tanti compagni, versato lacrime sulle loro tombe senza  poter far nulla per aiutarli, se non stargli vicino fino alla fine con la nostra presenza, ma questo ha aumentato la nostra rabbia, e la voglia di giustizia. Siamo cresciuti nella lotta.

La nostra lotta per la giustizia sociale si è scontrata sempre con tutte le istituzioni e questo ha fatto comprendere a molti che il problema non era dovuto solo all’amianto, ma che questo era il problema di una società che trasforma la salute e la vita umana in una fonte di profitto, che privatizza tutto compreso la salute. Una privatizzazione della sanità dove solo chi ha i soldi può permettersi cure adeguate.

Anche con il sindacato  – CGIL-CISL-UIL – siamo entrati in conflitto.

Eravamo iscritti in maggioranza alla Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) e quando abbiamo scoperto che c’erano questi rapporti dei Servizi di Medicina Ambientale e del Lavoro (SMAL) e che FIOM-FIM-UILM e la stessa Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici (FLM) ne erano da tempo a conoscenza e che lo sapevano tutti meno gli operai, siamo entrati in contrasto anche con il sindacato e molti di noi sono stati espulsi, ma ci siamo auto-organizzati e siamo andati avanti.

Per il capitalista il profitto viene prima di tutto

Per questo sistema sociale è normale che gli operai muoiano in nome del profitto, l’unico problema è che il numero dei morti ogni anno sia contenuto.

Negli ultimi anni Confindustria, INAIL, governi, i Capi dello Stato hanno gridano vittoria perché gli infortuni sono scesi sotto il milione e i morti sul lavoro sono passati da 1.200 a poco meno di 1.000, dimenticando spesso di dire che nel frattempo oltre 3 milioni di persone sono stati espulsi dai posti di lavoro, licenziati o cassintegrati.

Per i padroni e le istituzioni che i morti sul lavoro stiano sotto quota mille è un limite accettabile, è tollerabile.
Per noi non è tollerabile neanche un morto sul lavoro, perché lo consideriamo un crimine contro l’umanità, per questo chiediamo che sui morti sul lavoro e sui morti di lavoro o da lavoro, venga abolita la prescrizione.

Anche nei rari casi di condanna, non si è mai visto un padrone andare in galera in Italia, al limite lo mettono agli arresti domiciliari, nelle loro ville che sono grandi come una cittadina, per cui pensate un po’ che fatica che fanno a scontare la pena. Nei processi penali, i padroni cercano quasi sempre di comprarsi l’impunità risarcendo le vittime.

Pur comprendendo che i famigliari delle parti offese possano accettare un risarcimento economico per il danno subito, noi consideriamo molto grave che le istituzioni (Inail, Asl, Regione, sindacati) accettino transazioni economiche mercanteggiando sulle malattie e sulla vita umana come si fosse al mercato delle vacche. I cavilli legali e le trattative private fra istituzioni e padroni responsabili degli assassini di lavoratori servono solo ad avvicinare la prescrizione garantendo l’impunità ai colpevoli.

Per noi la salute e la vita umana non sono in vendita e non hanno prezzo.
Gli assassini devono subire condanne e sanzioni esemplari che servano da monito a chi non rispetta le norme di sicurezza, perché sulla salute e la vita non si tratta.

Noi siamo da sempre contro la monetizzazione della salute e della nocività. Per noi la salute non si paga, ma si tutela e la nocività e le sostanze cancerogene si eliminano dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro e dalla società.

Noi non vogliamo solo giustizia per i lavoratori e i cittadini morti e malati, ma vogliamo una società civile, dove la salute e la vita umana e l’ambiente siano salvaguardati mettendoli prima del profitto.

* Michele Michelino, Presidente del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
Email: cip.mi@tiscali.it – Sito Internet del Comitato: comitatodifesasalutessg.jimdo.com

Nota: Alcuni spunti del presente scritto sono inseriti nel libro “Operai, carne da macello” di Michelino – Trollio e nel libro “1970 – 1983 la lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni” di Michele Michelino e sono reperibili gratuitamente in internet.

 

Chi supporta lo Stato Islamico (Isis)? da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 25-11-15 – n. 566


L’Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar, Israele, il Regno Unito, la Francia e gli Usa.

Prof. Tim Anderson | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

20/11/2015

Lo schema grafico qui rappresentato è fornito dal Prof. Tim Anderson. Riassume dettagliatamente le informazioni che riguardano l’ISIS contenute in un libro di prossima pubblicazione dal titolo “La sporca guerra alla Siria”

Chi supporta l’Isis e come?

Arabia Saudita
2006: sotto la direzione di Washington, crea lo Stato Islamico dell’Iraq (Al Qaeda) al fine di prevenire il riavvicinamento dell’Iraq all’Iran.
2011: armato l’insurrezione islamista a Daraa, in Siria. Finanzia e arma tutti i gruppi armati islamisti in Siria, mantenendone la frammentazione al fine di limitare il potere e l’indipendenza di ciascuno.

Turchia
Apre un passaggio sicuro per far entrare gli islamisti nel nord della Siria. Con l’Arabia Saudita crea e dirige l’ “Esercito di conquista” Jabhat al Nusra (Al Qaeda) per invadere la Siria nel 2015. Da ospitalità ai loro leader islamisti. Coordina la vendita del petrolio siriano rubato dall’Isis. Fornisce supporto medico all’Isis.

Qatar
2011-2013: sponsorizza con miliardi di dollari i Fratelli Musulmani perché si aggreghino a gruppi islamisti come Farouq (Fsa). Dopo il 2013 il Qatar supporta la coalizione dell’ “Esercito di conquista” e l’asse turco-saudita.

Israele
Fornisce armi e supporto medico a tutti i combattenti islamisti in Siria, inclusi Nusra e l’Isis. Coordina i loro punti al confine del Golan.

Regno Unito e Francia
Forniscono armi ai ribelli islamisti che agiscono in stretto contatto con i gruppi di Al Qaeda, inviando sistematicamente armi e supporto.

Usa
Dirigono e coordinano tutti i paesi suddetti, facendo uso delle proprie basi militari in Turchia, Giordania, Qatar, Iraq e Arabia Saudita. Armano i “ribelli siriani” che poi fanno ingresso nell’Isis. Spinge l’Isis fuori dalle zone di influenza curda ma poi lascia che attacchi la Siria. Fonti ufficiali irachene affermano che gli Stati Uniti provvedono a rifornire direttamente l’Isis tramite lanci paracadutati.

Per la documentazione dei fatti qui indicati consultare il libro di prossima pubblicazione: “La guerra sporca in Siria, di Tim Anderson”

 

Svincolarsi subito dai pericolosi piani imperialisti da: Svincolarsi subito dai pericolosi piani imperialisti

www.resistenze.org – pensiero resistente – imperialismo – 24-11-15 – n. 566


Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

23/11/2015

Dichiarazione dell’Ufficio Politico del CC del KKE

Il KKE ha condannato gli attacchi mortali e criminali di Parigi e ha espresso le sue più sincere condoglianze alle famiglie delle vittime e la sua solidarietà con il popolo francese.

Oggi, pochi giorni dopo, vediamo in atto un tentativo di utilizzare questi attacchi, in nome della lotta contro il terrorismo, come alibi per l’ulteriore coinvolgimento imperialista in Siria e allo stesso tempo per l’ulteriore rafforzamento delle misure di stato di polizia, la repressione, il razzismo e la xenofobia in Europa.

Per quanto riguarda questi sviluppi, che richiedono la vigilanza da parte dei lavoratori e lo sviluppo della lotta popolare, è per noi necessario presentare le seguenti questioni:

1. La guerra che sta infuriando in Siria da 5 anni, costata la vita di centinaia di migliaia di persone e lo sfollamento dalle loro case di milioni di altre, è parte dell’aggressività imperialista e della competizione inter-imperialista. Dimostra che il capitalismo, che accresce la ricchezza di un pugno di sfruttatori, crea allo stesso tempo le crisi, i problemi sociali, le guerre, i rifugiati, con conseguenze dolorose per milioni di persone comuni.

Il KKE, fin dal primo momento, e quando gli altri partiti borghesi e opportunisti celebravano la cosiddetta Primavera Araba, ha sottolineato che la barbarie capitalista era il terreno su cui si dispiegava la guerra in Siria. Ha inoltre evidenziato il tentativo organizzato delle potenze imperialiste, gli Stati Uniti e l’Unione europea, e dei loro alleati nella regione, Israele, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, di intervenire negli affari interni della Siria.

2. Gli obiettivi di questo intervento sono la promozione del piano per il “Grande Medio Oriente”, che, come avevamo affermato tempestivamente, è legato alla salvaguardia dell’accesso dei monopoli statunitensi ed europei alle fonti di energia e ai nuovi giacimenti di energia nel Mediterraneo orientale, per il controllo di una grande regione che è un “crocevia” per il commercio e trasporto.

Allo stesso tempo, questi interventi hanno lo scopo di ricostruire i regimi borghesi al fine di assicurare le basi più stabili possibile per l’espansione dei gruppi monopolistici nei mercati della regione.

Questi piani entrano in forte opposizione con gli interessi monopolistici delle altre potenze nella regione, come quelli della Russia, della Cina, ed i loro alleati regionali.

3. Il cosiddetto Islam politico è stato utilizzato dagli imperialisti euro-atlantici per raggiungere gli obiettivi di questo intervento, come avevano precedentemente utilizzato i talebani nel 1980 in Afghanistan. Diversi gruppi di questo genere sono stati sostenuti, organizzati e armati dagli imperialisti durante il loro intervento in Siria.

L’intervento imperialista in Siria, insieme a quelli che lo hanno preceduto negli ultimi anni, come ad esempio l’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq, lo smantellamento della Libia, hanno condotto alla mostruosa e criminale creazione del cosiddetto Stato Islamico.

4. L’intervento militare russo nella regione alla fine di settembre 2015 è stato un ulteriore segno dell’acuirsi delle contraddizioni. Stiamo parlando di feroci contraddizioni per il controllo delle materie prime, le vie di trasporto delle merci, delle quote di mercato, l’acquisizione di posizioni geopolitiche e militari nella regione del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente.

Il sanguinoso attacco a Parigi, che viene utilizzato dalla Francia e gli altri Stati capitalisti per aumentare il loro intervento militare, può avere conseguenze tragiche, come lo smembramento della Siria o di uno scontro militare più generalizzato o un falso compromesso di pace, “con la pistola puntata alla tempia dei popoli”.

I lavoratori non devono essere fuorviati dai pretesti del “diritto internazionale”, di una “crisi umanitaria”, dell'”ondata di rifugiati-immigrati “, ecc., che ogni potenza imperialista utilizza per far avanzare i propri piani. Essi non devono permettere che i loro figli diventino carne da cannone nella rivalità inter-imperialista e di versare il loro sangue per interessi estranei ai propri, vale a dire per gli interessi delle varie alleanze dei monopoli.

5. Gli operai in Grecia e negli altri paesi europei devono esaminare cosa si cela dietro i criminali armati, vale a dire quelli che pianificano, creano, armano, riforniscono, addestrano e alla fine utilizzano queste forze al fine di far avanzare i loro piani.

Il tentativo di creare un clima di paura, di tolleranza agli interventi imperialisti, alle misure repressive contro i popoli, una nuova ondata di xenofobia e di razzismo che si sviluppa e che viene favorita da vari apparati borghesi, non deve avere successo.

I lavoratori devono rifiutare le posizioni promosse dai partiti borghesi e dai mass-media, e anche dai fascisti di Alba Dorata secondo cui “l’Europa è sotto attacco”, che questa è una “guerra di civiltà o religioni” e che dobbiamo tutti “rispondere a questo attacco con uno spirito di unità nazionale (o europeo)”.

Questa fuorviante “retorica” “filo-occidentale”, “filo-europea” e “patriottica” ha una sola missione: avvelenare la coscienza dei lavoratori con il razzismo, la xenofobia, e poi condurli al macello per gli interessi dei gruppi monopolistici degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, della NATO e dei loro alleati, che entrano in conflitto nella regione del Mediterraneo orientale con i monopoli russi e cinesi e i loro alleati.

6. Il governo di SYRIZA-ANEL ha enormi responsabilità perché ha preso il testimone dai governi precedenti di ND e del PASOK, sia in politica estera che interna, e sta attuando una pericolosa linea politica antipopolare.

Dietro il discorso di una cosiddetta politica estera multi-dimensionale e i tentativi di un miglioramento geostrategico, il governo serve gli interessi dei gruppi monopolistici greci. Esprime la sua fiducia nelle unioni euro-atlantiche che hanno portato tanti tormenti al nostro popolo e al paese, alla perdita dei diritti sovrani. Nello stesso modo sta fornendo il territorio, porti, aeroporti e altre infrastrutture del paese alle unioni imperialiste della NATO e dell’Unione europea in modo che continuino gli interventi imperialisti e le guerre. E rafforza anche la cooperazione militare con Israele contro i popoli della regione.

Il governo è stato smascherato dalla decisione unanime del consiglio dei ministri della Difesa dell’Unione europea, che, con il pretesto dell’attacco omicida a Parigi, ha attivato l’articolo 42, comma 7 del trattato UE (trattato di Maastricht) che riconosce il ruolo fondamentale della NATO, vale a dire il ruolo egemonico degli Stati Uniti e prevede la fornitura di assistenza militare negli sforzi per intensificare e generalizzare l’intervento imperialista in Medio Oriente e Nord Africa.

Il nostro popolo deve stare in guardia sugli sviluppi delle relazioni tra la Grecia e la Turchia, le “compensazioni” che la Turchia sta cercando dall’UE per regolare il problema dei rifugiati e dell’immigrazione, che sono anche legati agli sviluppi dei negoziati sulla questione di Cipro, così come i suoi obiettivi permanenti di stabilire forme di “sovranità congiunta” nel Mar Egeo, per espandere le “zone grigie”, ecc.

Allo stesso tempo, il nostro popolo deve essere pronto per quanto riguarda le conseguenze della politica di “chiusura delle frontiere”, che è in corso di attuazione da parte degli Stati della regione, rendendo più facile che mai l’intrappolamento di centinaia di migliaia di profughi e immigrati in Grecia.

7. La lotta del popolo contro la partecipazione del nostro paese negli interventi imperialisti e la guerra deve essere subito intensificata.

Le forze armate del paese non devono essere poste al servizio dei piani imperialisti.

Tutte le basi USA-NATO devono essere chiuse immediatamente.

Nessuna struttura o infrastruttura del paese deve essere data per servire come piattaforma di lancio degli attacchi contro la Siria o in altri paesi.

Il nostro popolo deve essere vigile, non deve tollerare misure autoritarie a sue spese, in nome della “lotta contro il terrorismo”.

L’attacco di Parigi non deve essere utilizzato per implementare misure contro i rifugiati e per intrappolarli nel nostro paese.

Il popolo deve isolare l’organizzazione criminale nazista assassina di Alba Dorata, che sostiene gli interventi militari imperialisti e semina l’odio contro i popoli.

Lo slogan del popolo “Né terra, né acqua per gli assassini del popolo!” deve diventare una realtà.

La lotta popolare deve essere rafforzata contro i monopoli e il capitalismo, per il disimpegno dalle unioni imperialiste dell’UE e della NATO, con il potere operaio-popolare.

L’Ufficio Politico del Comitato Centrale del KKE

20 novembre 2015

 

Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 19-11-15 – n. 566


David Smith | mltoday.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

02/11/2015

Recensione di The Myth of the Good War: America in the Second World War, Revised Edition, by Jacques R. Pauwels. Toronto: James Lorimer and Company, 2015, 326 pp.

La seconda guerra mondiale è stata a lungo interpretata come “la guerra buona”, anche tra le persone di mentalità democratica e progressista. La carneficina quasi inimmaginabile e la ferocia scatenata dal Reich nazista, dai fascisti italiani e dai militaristi giapponesi sono ben note; la guerra degli Alleati contro di loro è stata regolarmente rappresentata come una lotta tra il bene e il male, di civiltà contro la barbarie o di democrazia contro la dittatura.

L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.

Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.

Come sottolinea Pauwels, molti membri della “élite economica, politica e sociale” degli Stati Uniti, così come la leadership della Chiesa cattolica e molte persone di origine italiana e tedesca, ammiravano Mussolini e Hitler. Una sezione importante della classe capitalista negli Stati uniti approvava in particolare l’eliminazione dei partiti comunisti e socialisti e la dissoluzione dei sindacati da parte dello stato nazista. Come osserva Pauwels, l’elite al potere negli Stati Uniti era strenuamente anticomunista ma non antifascista.

Pauwels rileva che General Motors, Ford, Standard Oil, Texaco, IBM, General Electric, DuPont, ITT e altre aziende statunitensi che avevano investito in Germania, videro aumentare il valore dei loro investimenti dopo l’ascesa al potere dei nazisti. Filiali tedesche di società statunitensi giocarono un ruolo importante nel programma di riarmo di Hitler producendo aerei, carri armati, camion e altre attrezzature necessarie per l’aggressione nazista. Le imprese statunitensi spedirono grandi quantità di petrolio in Germania e fornirono al Reich le tecnologie della comunicazioni e dell’informazione.

L’amministrazione Roosevelt sperava che la guerra in Europa potesse essere evitata e provò ad accogliere e poi a placare le aspirazioni naziste e fasciste di territori stranieri. Mentre alcuni funzionari di governo criticarono gli eccessi di Berlino e Roma, la politica degli Stati Uniti verso Hitler e Mussolini continuò ad essere amichevole per anni. I politici di Washington compresero che Hitler, rabbioso anticomunista, era impegnato da tempo nel progetto di distruzione dell’Unione Sovietica. Da parte sua, il fuhrer nazista inizialmente voleva evitare il confronto con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ma la sua invasione della Polonia nel settembre del 1939, provocò le dichiarazioni di guerra di Londra e Parigi.

Al contrario, le tensioni tra gli Stati Uniti e il Giappone crebbero già nel corso degli anni trenta del novecento. L’imperialismo statunitense aveva già acquisito Hawaii, Filippine, Guam e le altre isole del Pacifico e prevedeva di espandere lo sfruttamento alla Cina. Il Giappone, come la Germania e l’Italia, era un ritardatario nel moderno espansionismo imperialista. Aveva precedentemente annesso la Corea, poi lanciato l’offensiva alla Manciuria nel 1931 e iniziato a conquistare la maggior parte della Cina settentrionale e centrale nel 1937, guardando, sulla fine del decennio, alle colonie europee in Asia. Come spiega Pauwels: “Gli Stati Uniti si trovarono a fronteggiare la concorrenza di una potenza rivale aggressiva che cercava di realizzare le proprie ambizioni imperialiste in quella parte del mondo”.

I rapporti tra i due imperi peggiorarono quando si surriscaldò la concorrenza per i mercati e le risorse. Le multinazionali statunitensi intanto, sempre motivate dalla ricerca del profitto, continuarono a vendere a Tokyo grandi quantità di petrolio, rottami di ferro e macchine utensili da cui dipendeva la macchina da guerra giapponese, anche dopo che la guerra in corso contro la Cina era costata milioni di vite umane. Pauwels dimostra che l’amministrazione Roosevelt voleva una guerra con il Giappone, per porre fine alla sfida all’imperialismo statunitense in Asia. Tuttavia, la diffusa opposizione alla guerra nel paese, faceva sì che Roosevelt rispondesse al bisogno di politica interna di garantire che il Giappone sferrasse il primo colpo.

I politici statunitensi guardavano con allarme l’occupazione giapponese dell’Indocina francese e dell’Indonesia olandese nel 1940-1941, ricche rispettivamente di gomma e petrolio. Pauwels indica l’embargo sul petrolio e altre sanzioni commerciali degli Usa contro il Giappone nell’estate del 1941 e successivamente il blocco dei patrimoni giapponesi negli Stati Uniti. Nell’autunno del 1941, l’amministrazione Roosevelt chiese al Giappone di riconosce privilegi commerciali agli Stati Uniti in Cina, ma respinse l’insistenza di Tokyo di ottenere privilegi commerciali reciproci in America Latina.

Nel novembre del 1941, Roosevelt chiese ai giapponesi di ritirarsi immediatamente dalla Cina. Pauwels vede queste provocazioni degli Stati Uniti come “tese a provocare la belligeranza di Tokyo”. Egli osserva inoltre che il governo degli Stati Uniti e i capi militari, dopo aver decifrato i messaggi in codice giapponesi, sapevano che forze aeronavali giapponesi avrebbero attaccato Pearl Harbor, ma non lo notificaronno all’esercito statunitense di stanza. L'”attacco a sorpresa” provocò molte morti americane, ma non distrusse le portaerei e le navi da guerra moderne, a cui era stato impartito l’ordine di lasciare la base prima dell’attacco. Pauwels da evidenza così al fatto che “gli Stati Uniti non dichiararono guerra al Giappone a causa di aggressioni gratuite e crimini di guerra di Tokyo in Cina, ma a causa di un attacco contro un possedimento imperiale americano”.

Dal punto di vista dell’autore, la successiva dichiarazione di guerra della Germania contro gli Stati Uniti tirò l’amministrazione Roosevelt in una guerra in Europa che non avrebbe voluto. Pauwels sottolinea che qualche sostegno capitalista negli Stati Uniti verso i nazisti continuò anche dopo l’invasione della Polonia nel settembre del 1939 e la conquista dei Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Francia nel maggio-giugno 1940. Tuttavia, spiega che la simpatia dell’elite al potere negli Stati Uniti declinò da allora. Le crescenti prospettive di un’Europa dominata dalla Germania chiuse a nuovi investimenti USA, volgendo molti capitalisti statunitensi contro il Reich.

Inoltre, il vasto programma di aiuti verso la Gran Bretagna [Lend-Lease – accordo del 1941 attraverso il quale gli USA fornirono equipaggiamento militare e armamenti alla Gran Bretagna inizialmente in cambio dell’uso delle basi, ndt] arricchì in modo significativo molte aziende americane, contribuendo alla fine agognata della Grande Depressione e la crescita della simpatia statunitense per il popolo britannico. Inoltre, l’aggressiva politica commerciale tedesca in America Latina aveva alienato molti esportatori statunitensi. Tuttavia, sostiene Pauwels, anche la “guerra navale non dichiarata” tra i sommergibili tedeschi e i cacciatorpedinieri statunitensi nell’autunno del 1941 non induceva Washington a contemplare la guerra contro i nazisti. Secondo l’autore, solo la dichiarazione di guerra di Hitler nel dicembre 1941 “spinse” gli Stati Uniti nella guerra in Europa. Anche allora, l’esistente “collaborazione affaristica” USA proseguì a sostenere la macchina da guerra tedesca.

Come sottolinea Pauwels, il governo degli Stati Uniti proseguiva vigorosamente la guerra contro il Giappone, ma rifiutava di fare lo stesso contro la Germania. E’ ben noto che l’Unione Sovietica compì la maggior parte dei combattimenti e diede la maggior parte delle vite nella guerra contro i nazisti. Pauwels spiega che molti politici statunitensi speravano nel massimo delle perdite da entrambe le parti sul fronte orientale. Nonostante le ripetute promesse a Joseph Stalin, Roosevelt e Winston Churchill, si rifiutarono di aprire un secondo fronte contro i tedeschi in Europa per due anni e mezzo.

Pauwels sostiene in modo persuasivo che il modesto e disastroso sbarco occidentale a Dieppe, in Francia nell’agosto 1942, era destinato a fallire e contemporaneamente a mettere a tacere le voci alleate che chiedevano un secondo fronte. Fa notare che lo sbarco anglo-americano in Nord Africa nel novembre del 1942 rafforzava gli interessi coloniali britannici e recuperava possedimenti coloniali francesi, ma non poteva servire come trampolino di lancio per un secondo fronte in Europa. Allo stesso modo, l’invasione anglo-americana-canadese in Sicilia e Italia meridionale nell’estate del 1943 ha contribuito a far cadere il governo Mussolini ma non offriva alcuna speranza di avanzata verso la Germania.

L’autore sottolinea che il vero punto di svolta della guerra fu la vittoria sovietica nella battaglia di Mosca nel dicembre 1941 e che la vittoria sovietica a Stalingrado nel gennaio 1943 ha segnato l’inizio della fine del Reich. Quando l’Armata Rossa procedette a liberare le terre sovietiche conquistate dai nazisti e a marciare verso la Germania, i leader americani e britannici si risolsero alla fine ad aprire un secondo fronte.

Come evidenzia Pauwels, la decisione di Roosevelt e Churchill di invadere la Normandia non era dettata dall’urgenza di aiutare i sovietici, ma di evitare che i sovietici vincessero la guerra contro i nazisti da soli. I leader occidentali temevano che l’Armata Rossa sconfiggesse la Wehrmacht prima che le proprie truppe ingaggiassero lo scontro. Questa paura, radicata nel comune impegno di conservare il capitalismo nella maggior parte possibile dell’Europa e del mondo, trovò altre espressioni. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna riconobbero il fascista maresciallo Badoglio come nuovo sovrano d’Italia, appoggiarono il rafforzamento dei collaborazionisti fascisti in Grecia dopo il ritiro degli occupanti tedeschi e sostennero le alternative reazionarie rispetto a quelle popolari guidate dai partigiani comunisti nelle nazioni liberate, Francia e Belgio.

Alla fine del gennaio 1945, i sovietici avevano raggiunto il fiume Oder e si trovarono “all’interno della distanza di attacco di Berlino”. L’autore argomenta in modo convincente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nel cosiddetto bombardamento strategico di Dresda del mese successivo intendevano primariamente ricordare a Stalin che avevano una forza aerea formidabile a loro disposizione in caso di problemi insorti tra gli alleati successivamente al tempo di guerra. Pauwels chiarisce che la volontà sovietica di proseguire la cooperazione con le potenze occidentali dopo la guerra, non trovava corrispondenza.

Harry Truman, che successe alla morte di Roosevelt nel 1945, era molto più antisovietico del suo predecessore. Proprio mentre le armate tedesche si arrendevano ai comandanti sovietici e agli altri alleati a fine aprile, inizio maggio, alcuni funzionari occidentali e capi militari speravano in un nuovo governo tedesco che si sarebbe immediatamente unito a loro in una nuova guerra contro l’Unione Sovietica. Tuttavia, questo era militarmente e politicamente impossibile. In ogni caso, come osserva Pauwels, i capi di governo e i capitalisti degli Stati Uniti stavano già pianificando il modo di garantire la supremazia del potere imperialista statunitense nel mondo del dopoguerra. E c’era un crescente riconoscimento dell’imperativo di “un’economia di guerra permanente” in USA.

Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebillico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.

Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.

L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.

Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti. Oltre all’argomentazione principale, l’autore illumina altre dimensioni significative della società americana dell’epoca. E’ utile il suo esame sull’anticomunismo e il razzismo interno, illuminante il suo resoconto sugli scioperi di massa e la lotta di classe negli USA durante la guerra. La bibliografia comprende numerosi libri e articoli correlati, utili per ricercatori, studenti e tutti coloro che sono impegnati a prevenire che il fascismo minacci di nuovo il mondo.

Inevitabilmente, alcune parti del libro sono aperte a critiche costruttive. Anche se uno dei punti di forza dell’opera di Pauwels è la sua attenzione agli interessi economici capitalisti e all’imperialismo, l’uso da parte dell’autore del costrutto di “elite al potere”, originariamente promosso da C. Wright Mills, oscura di tanto in tanto il primato di classe. Un’altra questione riguarda la rappresentazione fatta da Pauwels di Roosevelt, che vuole la guerra contro il Giappone ma accetta a malincuore quella contro i nazisti.

Vi sono evidenze storiche considerevoli che Roosevelt divenne un crescente detrattore dei nazisti dopo il 1938, visto che la l’espansione tedesca in Europa collideva con gli interessi imperialisti USA e sperava che l’aggressione nazista contro gli Stati Uniti avrebbe guadagnato il sostegno dell’opinione pubblica a una guerra in Europa. Infine, mentre Pauwels riconosce giustamente all’Unione Sovietica il ruolo predominante nello sconfiggere i nazisti, molto di più avrebbe potuto dire circa i cambiamenti rivoluzionari nella patria socialista, che contribuì allo spirito combattivo e al trionfo finale dell’Armata Rossa e del popolo sovietico.

Nonostante queste osservazioni critiche, The Myth of the Good War è un libro importante e illuminante che merita la massima attenzione possibile.