Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad Fonte: Lettera43Autore: Francesca Buonfiglioli

Toni Negri

«Siamo in guerra», ha detto il presidente francese François Hollande dopo le stragi di Parigi . Una guerra «giusta», si è sostenuto, perché siamo stati attaccati. E ogni attacco legittima una difesa, come prevede la comunità internazionale dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite all’articolo del Trattato Nato.
Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico?
UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l’Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall’uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad.
ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l’orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l’assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.

 

DOMANDA. Professore, esiste una ‘guerra giusta’?

RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiale.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.

«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu…»

D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur , di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…

«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»

D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici .
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
D. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
R. Quando è saltato?
D. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.

Isis: guerra mondiale o miopia globale? Fonte: Il ManifestoAutore: PAOLO ERCOLANI

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Il clima apocalittico di questi giorni spinge molte persone, ma anche organi di informazione e di opinione, a parlare di III se non addirittura IV guerra mondiale.

Mediaticamente efficace (e già questo per tanti è molto, se non tutto), tuttavia tale espressione si rivela assai scorretta e inutile. Sintomo evidente di un etnocentrismo, prima europeo e poi anche americano, che è duro a morire.

GUERRE MONDIALI A COMANDO

Non è possibile, infatti, accorgersi della «guerra mondiale» soltanto quando essa provoca morti e terrore sui nostri territori, ignorando come «anime belle» che il dominio occidentale sul resto del mondo, appunto a suon di guerre sanguinose e virulente, potrebbe esser fatto cominciare simbolicamente da quel lontano 1492 in cui Cristoforo Colombo iniziò la «conquista» del Nuovo Mondo.

E da quel momento non si è mai interrotto.

Non per caso, chi si è occupato di fornire una lettura globale della storia politico-economica degli ultimi secoli (penso per esempio a Giovanni Arrighi), ha parlato del XVI secolo come il secolo spagnolo, del XVII come secolo olandese, del XVIII come secolo francese, del XIX come secolo inglese, per giungere infine al «lungo XX secolo» (sostanzialmente in vigore ancora oggi) in cui a esercitare un dominio imperialistico pressoché incontrastato sono gli Stati Uniti d’America.

In buona sostanza, è l’Occidente cristiano e capitalista, economicamente benestante e militarmente preponderante, ad aver esercitato attraverso l’avvicendarsi dei suoi paesi principali un dominio su tutte le altre nazioni e popolazioni del mondo. Costruendo la propria ricchezza e il proprio benessere sullo sfruttamento di terre, sulla schiavizzazione di persone, sulla sottomissione e in certi casi sullo sterminio di intere etnie.

Intendiamoci bene, però, occorre evitare ogni tipo di moralismo o di demagogia.

Il predominio occidentale è stato il frutto di una costante guerra secolare che, se l’avessero vinta gli «altri» (per esempio i turchi dell’Impero Ottomano, che ci provarono eccome, a vincerla), incapaci fondamentalmente di unirsi in nome di ideali e valori (e interessi) condivisi, non è per nulla da escludere che si sarebbero comportati come noi se non peggio.

Ma la Storia non si fa con i «se», e quindi si impone un lucido realismo per chiunque abbia a cuore la comprensione (e magari la soluzione) del problema specifico cui ci troviamo di fronte.

OCCHIO NON VEDE

Allora bisogna sapere che a partire dal 1815 (data che segnò la fine delle guerre napoleoniche sul territorio europeo), salvo rare eccezioni (fra cui i due conflitti mondiali), quella costante ineliminabile della vicenda umana che chiamiamo «Guerra» ha smesso di spargere i suoi frutti sanguinosi e avvelenati sulle terre europee e nordamericane.

Ciò, però, è stato possibile grazie al fatto che i paesi occidentali hanno spostato i conflitti armati lontano dai propri confini, prima attraverso secoli di colonialismo e imperialismo, e in giorni più vicini ai nostri tramite guerre per esportare la democrazia, per mantenere la «pace», o magari per colpire i grandi dittatori del mondo che, peraltro, spesso e volentieri erano stati imposti e finanziati dallo stesso Occidente per proprio tornaconto.

Il nostro mondo cristiano e liberale ha pulito il proprio terrazzo gettando la sporcizia (ossia la guerra) sui terrazzi sottostanti, facendo scintillare e risuonare armi, bombe e missili all’interno di territori a noi geograficamente lontani.

In entrambi gli emisferi del nostro pianeta, l’Occidente a guida statunitense ha condotto guerre mosse da interessi economici e di potenza, ha imposto e deposto dittatori (ogni volta a spese delle popolazioni locali inermi e innocenti), ha perfino giocato con le alleanze, spesso appoggiando materialmente gruppi violenti e fondamentalisti, pur di continuare a esercitare un controllo incontrastato su terre tanto ricche di materie prime (il petrolio su tutte) indispensabili per la macchina del nostro progresso.

Ecco che, allora, pretendere di numerare (I, II, III, IV) l’«eterna guerra mondiale» combattuta da quella belva anche disumana che è l’uomo, soltanto in base a quando essa colpisce drammaticamente le nostre terre e i nostri concittadini, si rivela come un’operazione stolta e crudele al tempo stesso, buona per riempire le pagine dei giornali, per regalare il quarto d’ora di celebrità a Tizio e Caio, ma assolutamente sterile se l’obiettivo è quello di provare a superarla, o almeno a contenerla quanto più possibile.

L’ETERNA LOTTA DI CLASSE

E’ sufficiente leggere le biografie dei «terroristi» islamici per vedere che essi sono figli anche del disagio sociale, di quella disperazione esistenziale propria di chi appartiene (per geografia o condizione sociale) alla parte di mondo che ha perso la secolare guerra mondiale e, per ciò stesso, risulta privato anche solo della speranza di una vita degna di essere vissuta.

Mai come oggi nascere dalla parte sbagliata del pianeta può spingere a vestire i panni del terrorismo, perché l’alternativa sarebbe quella di restare nudo.

È su questo terreno di disperazione che molti giovani non riescono a vedere altra via di uscita che non sia quella della sottomissione e partecipazione a ideali e progetti ispirati al fondamentalismo più violento.

Oggigiorno è l’Isis, fondato sull’ideologia wahhabbita (che all’interno dell’Islam costituisce uno scisma e ne è rappresentativo quanto il Ku Klux Klan del Cristianesimo), a rappresentare per tante persone una via di uscita dalla miseria e dall’irrilevanza garantite, esattamente come accade per la Mafia nel meridione del nostro Paese.

Ma è doveroso sapere che quella miseria e quell’emarginazione, che spingono molti a votarsi alla causa terrorista e mortale dell’Isis, sono il prodotto tanto delle nostre politiche imperialistiche e guerrafondaie, quanto di un sistema economico (quello della tecno-finanza odierna), che ispirandosi al liberismo più spinto sta allargando in maniera sempre più inaccettabile la forbice tra i pochissimi che hanno sempre di più e i molti che si trovano di fronte allo spettro della povertà.

Ma anche a volersi concentrare sul dato marginale della cultura religiosa, su cui troppi insistono per rimuovere i due elementi ben più significativi e legati fra loro (economia e guerra), risulta sciocco illudersi di essere noi occidentali la parte buona dell’umanità, magari perché, per esempio, consentiamo l’edificazione di Moschee sui nostri territori, quando in realtà, contemporaneamente, bombardiamo e manipoliamo impunemente le terre martoriate di chi crede in Allah.

Così come si rivela ipocrita e crudele accorgerci che esistono gli islamici moderati (che sono la stragrande maggioranza, ma ancora per quanto?!), soltanto quando pretendiamo da loro di insorgere contro le frange estremiste.

Con quale autorità, infatti, possiamo invocare la reazione degli islamici moderati, quando sappiamo benissimo (e loro lo sanno di sicuro!) che in seguito a un complesso gioco di potere sono stati Arabia Saudita e Stati Uniti (con l’indifferenza della penosa Europa), in nome della lotta al baathismo, a finanziare e armare quello stesso Isis che oggi uccide gli islamici che non si sottomettono al suo dogma?!

Bisogna dirlo una volta per tutte: è stato l’Occidente, con la complicità della fondamentalista e reazionaria monarchia saudita, a ricostruire la potenza dell’Isis, ossia di una deviazione violenta rispetto allo stesso Islam, il cui testo sacro (Corano: Sura II, versetto 256) recita chiaramente «non vi sia costrizione nella fede».

UNA LEGA MONDIALE DELLE CIVILTA’

Se i governanti occidentali fossero realmente intenzionati a uscire da una situazione che in realtà alimenta le nostre economie e i profitti di varie multinazionali (a cominciare da quelle delle armi), comincerebbero a lavorare qui ed ora alla costruzione di una «Lega mondiale delle civiltà» (cioè un organismo politico globale, visto che a essere globale oggigiorno si rivela soltanto l’economia…), in cui includere tutti i paesi (compresi quelli islamici) e con lo scopo di pensare e deliberare misure in favore del dialogo inter-culturale, contro ogni elemento che alimenti lo scontro fra le civiltà.

Sembrerà strano, ma anche il dialogo, esattamente come la guerra, lo si costruisce in due, e soprattutto lo si costruisce in tempi e situazione di relativa pace, non quando scopriamo di pretendere quel dialogo soltanto perché a essere minacciati dalla morte siamo anche noi, i privilegiati della terra.

Il terrore, come ogni fenomeno della nostra esistenza, si compone di più piani, ma fermarsi a considerare soltanto quello più superficiale non aiuta per nulla i tentativi di superarlo.

Il piano superficiale è quello degli attentati, certo, che devono vederci uniti e reattivi contro un «nemico» che attenta alle nostre vite. Se non altro per istinto di sopravvivenza, oltre che per l’opportuna difesa della nostra cultura e civiltà.

Ma ignorare che oltre a quel piano di superficie vi sono anche i piani dell’eterna guerra mondiale, di un nostro dominio crudele e spietato su quelle terre e popolazioni sconfitte dalla secolare guerra stessa, di un disequilibrio di sicurezza e benessere sociale che ormai si rivelano intollerabili a più livelli (sia nei singoli paesi sia a livello globale), significa porre le basi più drammatiche per uno scontro fra oppressi e oppressori (prima ancora che fra civiltà) da cui non uscirà vincitore nessuno.

Se non coloro che, da una parte e dall’altra, hanno interesse ad alimentare la guerra e l’odio, riducendo o annullando le libertà dei rispettivi cittadini per scopi unicamente economici e di potenza.

Mai come in questa epoca globalizzata, si tratta di scegliere e di lavorare per il tipo di mondo che vogliamo. Ben consapevoli che se a prevalere saranno gli interessi economici e di potenza dei pochi oppressori (di entrambe le parti), si tratterà di un mondo di cui non sapremo più che farcene.

Perché esso sarà fatalmente destinato a implodere sotto la furia e la follia conquistatrice di chi, in nome della profitto e della volontà di potenza, ha smarrito il senso profondo e radicale di cosa sia l’Umanità.

Ferrovie dello Stato, pioggia di critiche da parte di Cgil, Prc, M5S contro la privatizzazione:”A rimetterci saranno gli utenti”.Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Al via procedura di privatizzazione delle Ferrovie dello Stato. L’obiettivo è quello di “eliminare le attuali distanze tra i servizi ad alta velocità e i servizi ai pendolari”. Così ha annunciato il provvedimento in Consiglio dei Ministri il Ministro dei Trasporti Graziano Delrio: sul mercato, “a un azionariato diffuso e investitori istituzionali”, andrà il 40% della società, ma l’infrastruttura di rete rimarrà pubblica. Sul fronte utenti, invece, Trenitalia conferma l’obbligo di prenotazione del posto per gli abbonati AV a partire dal 1° gennaio 2016. La Filt-Cgil solleva forti dubbi sulle reali intenzioni del Governo. “Cosa succede dell’integrità aziendale? Il 40% di cessione prevede lo scorporo di RFI con tutti i danni conseguenti per la tenuta dell’intero gruppo? Il Governo chiarisca le reali intenzioni sulla privatizzazione del Gruppo Fs”, dice il segretario generale della Filt-Cgil Franco Nasso sottolineando che “troppa confusione ed i tanti annunci sono motivo di grande preoccupazione”
Secondo quanto sostiene il numero uno della Filt Cgil “l’azienda va bene, negli ultimi anni i risultati sono positivi e l’integrità del Gruppo è stato l’elemento fondamentale. Il processo di risanamento ha funzionato ed i lavoratori e il sindacato hanno fatto fino in fondo la loro parte, attraverso un intenso ed ininterrotto processo negoziale”.
“C’è – spiega Nasso – un problema di mancata corrispondenza tra le aspettative degli utenti del trasporto regionale ed il servizio offerto. Le ragioni sono dovute principalmente ai tagli operati da tutti gli ultimi governi su questo fondamentale servizio universale che, per essere erogato, ha bisogno del contributo pubblico perché senza risorse la promessa di miglioramento del servizio, basata sulla privatizzazione, non potrà mai essere realizzata. Per il dirigente sindacale della Filt “da quanto si può capire dagli annunci la privatizzazione non darà risorse al trasporto regionale, anzi finirà per limitare fortemente la capacità industriale di Trenitalia, limitandosi, come è del tutto evidente, a fare un incasso dalla vendita che, viste le condizioni e la fretta, potrebbe sostanzialmente consistere in una svendita”. “Il Governo ed il Ministro – chiede infine Nasso – ci spieghino come da tutto ciò possa originare sviluppo, qualità dei servizi, mentre si privatizzano dei fondamentali asset che verrebbero consegnati al mercato”.
Contro la privatizzazione si scagli anche il Movimento 5 Stelle. “La privatizzazione delle Ferrovie dello Statova in direzione opposta alle dichiarazioni d’intenti del ministro Del Rio sulle misure atte ad incentivare e potenziare il trasporto pubblico, nazionale e locale, anche in funzione di una seria politica per la riduzione delle emissioni inquinanti”, affermano i deputati M5S della commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera.
“Se queste sono le azioni con cui il Governo intende presentarsi al tavolo internazionale della Cop 21”, rincarano la dose i grillini, “farebbe meglio a starsene a casa”.
Critiche alla privatizzazione anche dal Prc. “La privatizzazione delle FS – scrive Paolo Ferrero in una nota – è l’ennesima svendita dei gioielli di famiglia: Renzi usa i soldi per tagliare servizi e welfare a chi ne ha bisogno, toglie risorse allo Stato solo per fare un regalo ai ricchi. Ricordiamo che si tratta di un’azienda in attivo, e la privatizzazione non farà altro che convogliare nuove risorse sull’alta velocità mentre di sicuro non saranno fatti investimenti per i pendolari e i trasporti regionali, che continuano a versare in condizioni disastrose”.

“Mala tempora currunt in America Latina”. L’analisi del voto in Argentina di Marco Consolo da: controlacrisi.org

Festeggia la destra argentina e quella continentale. Con una differenza di meno del 3% e uno stretto margine di 700.000 voti, al ballottaggio vince il suo candidato, Mauricio Macri, il “Berlusconi argenino” che ha battuto Daniel Scioli, il candidato del Frente para la Victoria che in certo modo rappresentava il continuismo (51.6 % a Macri, 48,3 % a Scioli, 22 % di astensionismo). L’insediamento di Macri è previsto per il 10 dicembre. E’ la prima volta dal 1998, anno in cui Hugo Chavez vinse le elezioni in Venezuela, che le urne riconsegnano alla destra il governo di un Paese che stava cercando un’alternativa.

Fattore decisivo della vittoria è stato il voto del peronismo conservatore, che al primo turno aveva votato per Sergio Massa, piazzatosi terzo. Fiutata l’aria, Massa aveva chiesto un segnale di “cambiamento”, implicitamente garantendo il suo appoggio “critico” alla destra di Macri che è riuscito a sommare i voti di una parte importante dell’elettorato conservatore del peronismo. Massa oggi mette a disposizione gli eletti nelle diverse Province ed i suoi voti in Parlamento.
Nel risultato ha giocato anche l’appoggio alla destra da parte dei “socialdemocratici” dell’Unión Cívica Radical, passati armi e bagagli con la destra sin dal primo turno.

Le ragioni della sconfitta
Una sconfitta prevista con molteplici cause. Innanzitutto l’erosione del consenso dopo 12 anni di gestione ininterrotta con diversi errori, una alta inflazione che ha eroso il potere d’acquisto dei salari, alcuni casi eclatanti di corruzione, la difficoltà nel rispondere agli attacchi dei poteri forti internazionali, il dover far fronte alle contraddizioni interne, proprie di un processo di trasformazione, uno stile autosufficiente di governo.Determinante è stata la permanente offensiva dei grandi mezzi di comunicazione (internazionali ed argentini) contro il governo e contro la Legge anti-monopolio sui Media, con il gruppo Clarin in prima fila. Il governo non è riuscito a smontare la “narrazione” dei “latifondi mediatici”, che davano per scontata una vittoria di Macri (con una distanza di ben 16 punti), convincendo i settori più conservatori che il “gioco era fatto”. Più avanti, la destra politica dovrà restituire il favore a quella mediatica: la Legge sui Media sarà un altro degli obiettivi della restaurazione conservatrice.

Certamente ha giocato a sfavore del governo la crisi internazionale, il cui impatto sulle economie latinoamericane ha significato, tra l’altro, dover rivedere l’implementazione dei piani sociali e ridistributivi.
Importante capitolo a parte è il nuovo “ceto medio”, che ha votato per il cambiamento (così come in Brasile) nonostante l’evidente miglioramento delle sue condizioni di vita e del potere d’acquisto. E’ un dato che si ripete in diversi Paesi del continente e che deve far riflettere. Nel caso argentino, negli ultimi decenni il comportamento del ceto medio ha oscillato tra posizioni radicali e periodi reazionari, anche filo-golpisti. Ma più in generale, la lezione delle urne è che non basta tirare fuori dalla povertà ampli settori della popolazione per avere consenso elettorale. Il nuovo ceto medio ha fatto propri i diritti sociali acquisiti, evidenziati da una maggiore capacità di consumo. Non crede si possa davvero tornare indietro, perché gli ultimi anni lo hanno convinto della irreversibilità dei processi. Non solo. In molti casi il nuovo ceto medio rivendica per sé le risorse destinate a favore dei meno abbienti in una sorta di “guerra tra ex-poveri e ancora poveri”.

Last but not least il candidato del governo uscente, Daniel Scioli, governatore ancora per poco della Provincia di Buenos Aires, inviso ai settori più militanti del “kirchnerismo” per la sua gestione moderata ed i suoi vincoli passati con l’ex-Presidente Carlos Menem. Un candidato con poco carisma, la cui immagine è più vicina al peronismo degli anni passati, che al “kirchnerismo” del XXI° secolo. E Cristina Fernandez ha preferito tenersi a distanza di sicurezza dall’agone elettorale. Ma in questi 12 anni, sia Nestor, che Cristina non sono riusciti a fare spazio a nessun successore, in grado di rappresentare un’alternativa credibile e vincente. Una scelta che ha pesato in diversi settori che hanno deciso per il voto in bianco, nonostante Scioli abbia recuperato circa 3 milioni di voti dal primo turno.

Ed è così che le peggiori previsioni della vigilia si sono avverate senza sorprese. La clamorosa performance di Macri al primo turno, aveva messo in allerta i militanti “kirchneristi” che hanno condotto una generosa campagna porta a porta, di cui l’Argentina non aveva ricordi recenti. Ma non è stato sufficiente. I 12 anni di governo “kirchnerista” (Prima Nestor Kirchner e dopo la sua scomparsa Cristina Fernandez) non sono bastati a consolidare una base sociale organizzata che garantisse la continuità delle trasformazioni sociali dell’Argentina.

Il volto moderno della destra
In linea con i suggerimenti degli spin doctors del marketing elettorale, Macri saputo reinventarsi. Ha fatto tutto il possibile per allontanare da sè l’immagine della destra dei “dinosauri golpisti” del passato, del “becchino” delle conquiste sociali, presentandosi con un cartello di forze dall’accattivante nome di “Cambiemos”. Durante la campagna ha dovuto riconoscere alcune trasformazioni positive del governo di Cristina Fernandez, arrivando ad affermare di “credere nel ruolo di uno Stato forte”. Ma fedele al motto veltroniano del “ma anche…”, in campagna elettorale ha promesso Stato e mercato, multinazionali e patria. Una svalutazione della moneta, l’eliminazione dei sussidi statali al trasporto luce, gas, e un taglio dei programmi sociali generalizzati a favore dei meno abbienti. In altre parole, il panorama del futuro è quello di una caduta verticale del potere d’acquisto dei salari.
E poche ore dopo il risultato elettorale, ha promesso che l’economia sarà guidata da un gruppo di “6 tecnici”, ribadendo la necessità di accordo con i “Fondos Buitre”, per recuperare la “competitività necessaria” per l’economia del Paese.
Gongolano i “mercati finanziari” e soprattutto i “fondi avvoltoio”, che grazie a un giudice statunitense compiacente, hanno messo una pesante ipoteca sui loro profitti stratosferici per l’acquisto a prezzi stracciati del debito estero e che non hanno mai voluto accogliere le proposte di ristrutturazione del debito del governo.
In pericolo sono anche le politiche a difesa dei Diritti Umani, una delle bandiere del governo, con centinaia di processi ai responsabili militari e civili del genocidio della dittatura e che oggi organizzano la loro rivincita.
Complesso per Macri il quadro parlamentare, dove non ha la maggioranza né alla Camera, né al Senato (quest’ultimo in mano al “kirchnerismo”). Ma controlla molte delle province più importanti, tra cui quella di Buenos Aires, la più grande del Paese, ex-roccaforte peronista che concentra quasi il 40% degli elettori, espugnata al primo turno proprio a Daniel Scioli.

Peronismo in disputa

Non c’è dubbio che il risultato elettorale apre la disputa sul controllo e la rappresentanza del Partito Justicialista, il partito peronista, serbatoio storico in termini elettorali, di potere, di clientelismo e di consenso.
Al ballottaggio la vera sorpresa è stato il voto di Cordoba, in mano al governatore peronista José Manuel De la Sota, che ha garantito a Macri quasi il 70% dei voti della Provincia, facendo molta della differenza nel risultato finale.
Le due figure emergenti oggi sembrano quindi quelle di Sergio Massa (vero e proprio ago della bilancia) e quella di José Manuel De la Sota. Entrambi dichiarano l’appoggio “critico” al governo di Macri e contano su diversi parlamentari. Non è da scartare che qualche deputato eletto con Massa possa ingrossare le file del “macrismo”.
Come è noto, nel passato il complesso fenomeno peronista ha avuto la capacità di tenere insieme opzioni contrastanti e stridenti tra loro (dalla sinistra radicale dei “Montoneros”, fino agli squadroni della morte delle “Triple A”) e la figura di Juan Domingo Perón e di Evita ne ha rappresentato il collante storico. Con Nestor Kircher prima e con Cristina Fernandez poi, all’interno del peronismo era nata una sorta di “terza via”, con il tentativo di costruirne l’ala “kirchnerista” con organizzazioni di massa, soprattutto tra i giovani.

L’incognita principale riguarda appunto quelle organizzazioni, cresciute nei 12 anni di governo. I settori più militanti avevano storto la bocca sulla candidatura di Scioli, e fino all’ultimo hanno mantenuto una posizione critica. Sarà da vedere se sapranno reggere l’urto dello spiazzamento da posizioni di potere garantite dall’ombrello del governo “kirchnerista”. E se il movimento sindacale, fortemente diviso, riuscirà a ritrovare un suo protagonismo autonomo dal governo.

Il quadro internazionale
Il risultato avrà ripercussioni sul panorama politico latinoamericano caratterizzato negli ultimi 15 anni dalla presenza di governi progressisti e di sinistra, che avevano scommesso sull’unità e l’integrazione regionale, allontanandosi dall’orbita statunitense.
Anche se pragmaticamente dichiara di voler continuare a fare affari con la Cina, Macri ha confermato di volersi riavvicinare agli Stati Uniti (e a Israele, con l’occhio rivolto alla importante comunità ebraica del Paese) al Fondo Monetario Internazionale, e ai suoi amici prediletti come l’ex-Presidente colombiano Álvaro Uribe, (che lo aveva definito “una speranza per tutti i latinoamericani… che hanno bisogno di leader brillanti”), al Partido Popular spagnolo di Rajoy, e all’opposizione venezuelana, al suo fianco in campagna elettorale.

Il neo-Presidente ha ribadito che chiederà la sospensione del Venezuela dal Mercosur, accusata di non rispettare la cosiddetta “Clausola Democratica” per “abusi contro gli oppositori e la libertà di espressione”. Una clausola ispirata da quella in vigore nella Organizzazione degli Stati Americani (OEA).
La clausola prevede la possibilità di sanzioni come la chiusura totale o parziale delle frontiere terrestri, la sospensione o la limitazione del commercio, del traffico aereo o marittimo, le comunicazioni, la somministrazione di energia e servizi.
L’attacco frontale al Venezuela è venuto nei giorni scorsi anche dalla stessa OEA, quella che “Che” Guevara definì come “ministero delle colonie” degli Stati Uniti. L’attuale Segretario Generale, l’uruguayano Luis Almagro, qualche giorno fa ha attaccato pesantemente le autorità elettorali venezuelane, provocando la presa di distanza pubblica dell’ex-Presidente “Pepe” Mujica.
Le destre latino-americane (e gli Stati Uniti) adesso puntano a potenziare al massimo “l’effetto domino” in tutto il continente, a partire dalle prossime elezioni del 6 dicembre in Venezuela, per poi attaccare a fondo il governo di Dilma Rousseff in Brasile. E via via gli altri.

Mala tempora currunt per i processi di trasformazione in America Latina. Serve a poco discutere del passato neo-liberista, con vecchie risposte a nuove domande. I giovani non hanno conosciuto nè le dittature, nè la lunga notte neo-liberista. Oggi la chiave sta nel futuro, che si preannuncia turbolento.