mercoledì 25 novembre -Ridisegniamo la fontana della stazione- da: la ragna-tela

Cattura

Se il Vaticano processa i libri da: antimafia duemila

nuzzi fittipaldi papafrancescodi Lorenzo Fazio*
Gianluigi Nuzzi (“Via Crucis”) e Emiliano Fittipaldi (“Avarizia”) oggi sui banchi degli imputati davanti ai giudici pontifici per aver pubblicato libri che sarebbero frutto della sottrazione di documenti riservati… – Su ilLibraio.it il commento di Lorenzo Fazio (editore di Chiarelettere): “Non era mai successo che il Vaticano processasse due giornalisti per un reato che riguarda la libertà di pensiero. Meglio: qui non è in gioco il pensiero ma la verità…”.

Nell’anno del Giubileo straordinario della misericordia, il Vaticano manda a processo due giornalisti italiani, Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis e Emiliano Fittipaldi, autore di Avarizia, rei di aver diffuso documenti riservati. Con loro alla sbarra ci saranno anche Francesca Immacolata Chaouqui, monsignor Lucio Vallejo Balda e il suo collaboratore, Nicola Maio.  Non era mai successo che il Vaticano processasse due giornalisti per un reato che riguarda la libertà di pensiero. Meglio: qui non è in gioco il pensiero ma la verità.

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32), dice Gesù nel Vangelo. Una verità incontestabile, quella dei documenti che liberamente sono stati passati ai due giornalisti: come avrebbero potuto non pubblicarli? Come si può tenere in un cassetto e nascondere una realtà che tocca tante persone?

Quest’anno è anche l’anno degli attentati di Parigi, ai valori che maggiormente contraddistinguono quella Repubblica – liberté, égalité, fraternité – e a cui si richiama la civiltà occidentale intera.  Ed ecco che, in contraddizione con il Vangelo e con i principi democratici, il Vaticano, spostando la lancetta del tempo indietro di più di due secoli, dimostra coi fatti che tutte le religioni sono uguali: nessuna chiesa può accettare la libertà come principio assoluto, la verità è pericolosa e va contingentata, se è il caso negata. Ciò peraltro avverrebbe in tutti gli stati – verità e libertà sono un binomio rivoluzionario, incandescente, che fa paura a qualsiasi potere – se nelle democrazie non ci fossero la magistratura e quei principi costituzionali che il Vaticano non ha (in Italia l’art. 21 tutela la libertà di pensiero e la giurisdizione ha sempre fatto prevalere l’interesse pubblico su quello privato).

Questo è il tempo della misericordia dice il Papa.”È il tempo favorevole per curare le ferite, per non stancarci di incontrare quanti sono in attesa di vedere e toccare con mano i segni della vicinanza di Dio, per offrire a tutti, a tutti, la via del perdono e della riconciliazione”. Sarebbe strano che il Vaticano dimenticasse queste parole e anzi le contraddicesse. Ma viviamo in questo tempo sbandato, direbbe Fossati, in cui le contraddizioni sono enormi, insostenibili per chi come Francesco vuole cambiare la chiesa e avvicinarla ai dettami del Vangelo. Come conciliare il suo messaggio rivoluzionario con un processo alla verità? Forse un po’ per caso, l’appuntamento di oggi diventerà un fatto storico e sarà un banco di prova per lo stesso Papa, chiamato a risolvere in una volta sola contraddizioni storiche secolari. La sua grazia, se sarà necessaria in caso di condanna, non sarà solo un gesto misericordioso, ma l’inizio di una nuova chiesa aperta al mondo, al libero pensiero e alla civiltà degli uomini.


Tratto da: illibraio.it

L’autore* – Lorenzo Fazio è editore di Chiarelettere (la casa editrice che pubblica il libro di Gianluigi Nuzzi).

A valeria che sia di esempio per il mondo intero

Non un addio Valeria perchè sarai per sempre nel cuore di tutti noi
Sarai di esempio per tutte le ragazze e i ragazzi perchè gli insegnamenti dei tuoi genitori il rispetto, l’amore verso il prossimo e la cultura della Pace tu li hai eseguiti alla lettera.image image (1)
Non un addio ma ti vedo già che voli a fianco di una colomba e con la bandiera della pace nello spazio infinito

I funerali di Valeria Solesin, la lezione dei genitori: cosa vuol dire “essere laici” da: l’espresso.it

Una cerimonia laica, ma in cui hanno parlato i rappresentanti di tutti i credo di questo Paese. Mostrando, nel momento del dolore, cosa vuol dire laicità: continuare a proteggere le idee degli altri. Senza cedere a un “fanatismo che vorrebbe nobilitare il massacro con dei valori”

di Lara Crinò

24 novembre 2015

I funerali di Valeria Solesin, la lezione dei genitori: cosa vuol dire essere laici

Piazza San Marco era piena di sole, ventosa, bellissima. E invasa dalla gente comune, dai veneziani e dalle autorità per i funerali di Valeria Solesin, vittima italiana della strage al teatro Bataclan del 13 novembre. E’ stata una cerimonia di Stato, una cerimonia laica. Così l’hanno voluta i suoi genitori, per educazione familiare ma non solo. Hanno fatto sapere che la scelta è stata motivata dal desiderio di avere, in quella piazza, persone di tutte le religioni.

 
“La nostra dignità è dovuta e dedicata a tutte le Valerie che lavorano, studiano, soffrono e non si arrendono”. Lo ha detto Alberto Solesin, padre di Valeria, durante i funerali laici e di Stato della ragazza uccisa al Bataclan. “Ripensando a Valeria non voglio isolare la sua immagine dal contesto in cui lei viveva a Parigi. L’università, l’Istituto nazionale di studi demografici, i bistrot, le birrerie dove amavano incontrarsi tante ragazze e ragazzi come Valeria. Gioiosi, operosamente rivolti a un futuro che tutti, mi pare, assieme a lei vogliono migliore”

E così è stato. Il patriarca della città ha benedetto la bara, il presidente della comunità islamica ha espresso il suo cordoglio, ha parlato di “atti barbarici” compiuti non certo in nome di “Allah o Javhe che in fondo sono lo stesso Dio” e l’iman di Venezia ha chiesto ad Allah di “pacificare le nostre anime”.

 
L’inno italiano e quello francese hanno aperto in Piazza San Marco, a Venezia, i funerali solenni di Valeria Solesin, la 28enne italiana uccisa il 13 novembre scorso al Bataclan, nel corso degli attacchi terroristici a Parigi. Alla cerimonia laica è presente anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Il rappresentante dell’Ucoi ha ringraziato pubblicamente il padre di Valeria: “Caro Alberto, il tuo invito all’iman di partecipare ai funerali ha dato un contributo a far fallire il piano diabolico dei terroristi”, mentre il rabbino capo di Venezia, Scialom Bahbout‏, ha ricordato come sia necessario opporsi al progetto dei terroristi che, dal Mali a Parigi alla Nigeria, vorrebbero un mondo “uniformato alle loro idee”.

Chiamare sul palco le voci dei diversi credo di questo Paese è stato un gesto di grande dignità ma soprattutto un gesto intelligente e lungimirante, fatto dallo stesso uomo che durante le esequie ha detto “Ringrazio i rappresentanti delle religioni, cristiana, ebraica e musulmana presenti in questa piazza e simbolo del cammino degli uomini, nel momento in cui il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con il richiamo ai valori di una religione”, mostrando, invece, da che parte stiano i valori senza dichiarazioni altisonanti.

Gli amici di Valeria, chiamati a raccontarla, hanno descritto una ragazza sincera, persino ruvida, determinata e piena di passione civile. Una ragazza cresciuta “tra i campi e le vie di Venezia, che ci hanno permesso di non perderci di vista”. Un luogo in cui ci si incontra, si parla, ci si confronta.

 
Bandiere a mezz’asta e piazza blindata per i funerali di Valeria Solesin, la ragazza deceduta negli attentati di Parigi. Un bar della piazza ha appeso un tricolore listato a lutto e uno striscione in ricordo di Valeria

A Venezia, capitale ante litteram dell’est e dell’Ovest, città di mare tollerante e piena di gente di tutto il mondo, hanno vissuto per secoli cristiani ed ebrei. Venezia, porta d’Oriente, è stata l’avamposto dell’Occidente verso l’impero Ottomano e tutto il Mediterraneo. Qualcosa di quella eredità di apertura e cultura è rimasto nel dna di questa famiglia di veneziani. Che ora indica una strada a questo Paese. Che non è espellere le religioni e le diversità dal nostro orizzonte, pena smettere di comprendere tutta quella parte di mondo – intorno a noi, con noi – che crede in un Dio.

Restare laici è anche sapere proteggere il credo degli altri senza snaturarsi. Restare laici è essere come la famiglia di Valeria in questa piazza: in piedi, nonostante il dolore, lucidi e intelligenti.  Non più deboli, ma più forti di chi invoca scorciatorie identitarie. Qui, oggi, si è vista l’Italia migliore. E non è retorica.

La violenza non è la nostra cultura da: CGIL e ANPI Catania

La violenza non è la nostra cultura
La CGIL, il Coordinamento Donne CGIL e l’ANPI di Catania lanciano un messaggio di forte contrasto alla violenza. Un manifesto creato dalle donne del sindacato catanese a disposizione della comunicazione “contro ogni violenza”. Annunciata l’apertura di un nuovo sportello a sostegno delle donne
“Sappiamo agire, sappiamo dove andare, sappiamo sperare, sappiamo toccare il cuore”. Il coordinamento Donne della Cgil di Catania e l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) lanciano un messaggio di forte contrasto alla violenza in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E scelgono un messaggio visivo per interagire con la comunità: un manifesto autoprodotto e composto da immagini fotografiche scattate da donne “normali” nella quotidianità delle loro vite, tra impegno, lavoro, affetti, cultura e tempo libero, e composto con la tecnica del collage.
Il manifesto, dal titolo “La violenza non è la nostra cultura”, sarà messo a disposizione di tutti coloro (singoli cittadini, associazioni, movimenti, scuole ecc) che volessero utilizzarlo nella veicolazione del messaggio contro il femminicidio e la violenza in genere a danno delle donne, ma non solo. In occasione del 25 novembre, inoltre, sarà lanciato uno “Sportello antiviolenza” promosso dalla Cgil e sito in via Crociferi 40 , dove le donne potranno trovare il sostegno di un pool di psicologhe professioniste.
Spiegano Angela Battista, responsabile del Coordinamento donne Cgil e Margherita Patti, segretario confederale Cgil: “In un momento storico così duro, impregnato di paure e da episodi di grave violenza, le donne continuano a fare la loro parte. Il femminicidio resta un’emergenza mondiale e il lavoro delle donne contro questo fenomeno prosegue su ogni fronte, compreso quello sindacale. L’impegno della Cgil e del Coordinamento donne va avanti quotidianamente, ma oggi vogliamo lasciare un segno nell’ambito della comunicazione ‘al femminile’. Abbiamo costruito un manifesto a più mani, e abbiamo riassunto in poche frasi alcune verità importanti sulle donne: il nostro essere contro la violenza prima di tutto, ma anche la nostra incrollabile volontà, la nostra sensibilità, il nostro saper fare e saper leggere le cose del mondo attraverso un codice diverso da quello ordinario”.
Anche la Cgil nazionale punta sul 25 novembre e veicola il messaggio contro la violenza sui social attraverso l’hashtag Twitter #laLibertànonsiferma.
“Lo sportello anti violenza avrà un carattere di alta professionalità e alto valore sociale -concludono Battista e Patti- e si integrerà con la rete di altri sportelli presenti nel territorio. Si tratta di un servizio fortemente voluto dal Coordinamento donne e dalla Cgil, nel segno di un sindacato che crede nei diritti. Tra questi, l’avvalersi di un sostegno concreto e di facile fruibilità sul territorio, nel più completo rispetto della privacy”.
Una donna su tre in Italia, ricorda la Cgil, subisce violenza soprattutto in casa e sul lavoro. Calano le denunce ma non i femminicidi. Le vittime di violenza, sia fisica che sessuale, perpetrata soprattutto dai partner o dagli ex partner infatti, stando alla recente indagine effettuata dall’Istat e dal Ministero, ammontano a quasi 7 milioni.
In Italia le leggi sulla violenza contro le donne sono in linea con gli standard europei, ma le tutele effettive no. Tanto da spingere l’Onu, nelle osservazioni formulate nel quarto rapporto periodico pubblicato nei giorni scorsi, a lanciare un monito al nostro Paese al fine di assicurare effettiva tutela alle donne.

“Studentessa disabile ostacolata nel proseguire gli studi”, la denuncia dell’Unione degli studenti Autore: redazione da: controlacrisi.org

Grave caso di violazione del diritto allo studio presso il “Liceo Artistico Statale” di Imperia, dove una studentessa disabile e in gravidanza è stata ostacolata nel proseguire il suo percorso di studi e nel partecipare alle attività didattiche. A segnalarlo è l’Unione degli studenti. Secondo Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell’Uds “a tale situazione, che non ha ricevuto risposte da parte della dirigenza, si aggiunge una totale assenza di trasporti pubblici adeguati e la presenza di barriere architettoniche. Riteniamo illegittimo ed illegale, nonché un inaccettabile negazione del diritto allo studio e del rispetto della persona tale rifiuto della dirigente scolastica. Nonostante le numerose segnalazioni da parte dei familiari della ragazza si continua a rinviare il problema senza ricercare soluzioni.””Si scavalca non soltanto un diritto costituzionale ma si ignora di fatto la Legge 104 del ’92 che sancisce di l’obbligatorietà dell’assistenza, dell’integrazione sociale e la garanzia dei diritti delle persone portanti disabilità” – continua Francesca Picci, responsabile per l’esecutivo nazionale della vertenza – “Come sindacato studentesco richiediamo che la ragazza sia reinserita all’interno della scuola, che le venga garantito un adeguato percorso di recupero e adeguati mezzi di trasporto, senza ulteriori ostacoli che scavalcano i principi costituzionali ed umani di questo paese. In seguito alla denuncia esposta presso l’ Ufficio Scolastico Regionale Ligure attendiamo una risoluzione immediata, diversamente procederemo con una segnalazione presso il Ministero della Pubblica Istruzione e, qualora le circostanze lo rendessero necessario, addiremo le vie legali.”

“Cara Luciana Littizzetto, il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne. E alla coop?”. Intervento di Francesco Iacovone da: controlacrisi.org

Mancano pochi giorni al 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e gli avvenimenti di questi ultimi giorni che hanno come scenario la Coop mi fanno riflettere, mi fanno riflettere a lungo.Penso al licenziamento di Sara Catola, delegata sindacale presso l’Ipercoop di Livorno. Mamma single di 3 bambini e licenziata dall’azienda dopo 12 anni di lavoro in Coop. Sara non aveva mai ricevuto neanche una lettera di contestazione disciplinare.

Penso alle cassiere dell’Ipercoop di Roma, quasi tutte part-time con salari da fame, che non riescono più a gestire la quotidianità; che non hanno più tempi di vita e non possono programmare neanche una visita medica. Donne atterrite dalla paura di rivendicare il sacrosanto diritto di vivere una vita dignitosa e che un paio di giorni fa si sono ribellate ed hanno denunciato all’ispettorato del lavoro la loro difficile condizione.

Perché la violenza sulle donne non è soltanto quella brutta cosa per la quale si muore o si viene stuprate; è anche quella violenza silente che origina dagli squilibri nei rapporti di genere, che si alimenta nei rapporti di ‪potere‬ presenti all’interno delle ‎relazioni‬, siano esse ‪‎familiari‬ o‪‎ di lavoro‬. Quella ‪‎violenza‬ che parla della volontà di controllo, dominio, possesso degli ‪uomini‬ sulle ‪donne‬.

Penso, penso a lungo, ma non trovo le parole, il linguaggio giusto, il punto di vita di una donna. Allora i ricordi corrono al 25 novembre di tre anni fa, proprio alla denuncia di un manipolo di donne della Coop, determinate a portare a galla la realtà ben diversa dall’ambiente “accattivante e simpatico” descritto negli spot della “Lucianina” nazional-popolare, testimonial della Coop di allora.

Quella lettera aperta inviata a Luciana Littizzetto che con poche e semplici parole scritte di pancia da quelle donne, determinate e “terribilmente incazzate”, è riuscita nell’intento di evidenziare tutte le contraddizioni di uno degli spot pubblicitari più azzeccati degli ultimi anni. Che ha scoperchiato la condizione femminile nei luoghi di lavoro del commercio. Già, perché quanto descritto non accade soltanto alla Coop, ma è il quotidiano di molte lavoratrici di tutte le catene commerciali, alle prese con autoritarismo ed omertà.

Lascio alla deliziosa lettera la mia denuncia; la mia rabbia; la mia voglia di cambiare questo stato di cose, almeno un po’…

Cara Luciana,

lo sai cosa si nasconde dietro il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno? Una busta paga che non arriva a 700 euro mensili dopo aver lavorato sei giorni su sette comprese tutte le domeniche del mese. Le nostre famiglie fanno una grande fatica a tirare avanti e in questi tempi di crisi noi ci siamo abituate ad accontentarci anche di questi pochi soldi che portiamo a casa. Abbiamo un’alternativa secondo te?

Nei tuoi spot spiritosi descrivi la Coop come un mondo accattivante e un ambiente simpatico dove noi, quelle che la mandano avanti, non ci siamo mai. Sembra tutto così attrattivo e sereno che parlarti della nostra sofferenza quotidiana rischia di sporcare quella bella fotografia che tu racconti tutti i giorni.

Ma in questa storia noi ci siamo, eccome se ci siamo, e non siamo contente. Si guadagna poco e si lavora tanto. Ma non finisce qui. Noi donne siamo la grande maggioranza di chi lavora in Coop, siamo circa l’80%. Prova a chiedere quante sono le dirigenti donna dell’azienda e capirai qual è la nostra condizione.

A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo. Ti facciamo un esempio: per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare.

Il lavoro precario è una condizione molto diffusa alla Coop e può capitare di essere mandate a casa anche dopo 10 anni di attività più o meno ininterrotta. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle.

Prendi il caso dei turni: te li possono cambiare anche all’ultimo momento con una semplice telefonata e tu devi inghiottire. E chi se ne frega se la famiglia va a rotoli, gli affetti passano all’ultimo posto e i figli non riesci più a gestirli.

Denunciare, protestare o anche solo discutere decisioni che ti riguardano non è affatto facile nel nostro ambiente. Ci è capitato di essere costrette a subire in silenzio finanche le molestie da parte dei capi dell’altro sesso per salvare il posto o non veder peggiorare la nostra situazione.

Tutte queste cose tu probabilmente non le sai, come non le sanno le migliaia di clienti dei negozi Coop in tutta Italia. Non te le hanno fatte vedere né te le hanno raccontate. Ed anche a noi ci impediscono di parlarne con il ricatto che se colpiamo l’immagine della Coop rompiamo il rapporto di fiducia che ci lega per contratto e possiamo essere licenziate.

Ma noi non vogliamo colpire il marchio e l’immagine della Coop, vogliamo solo uscire dall’invisibilità e ricordare a te e a tutti che ci siamo anche noi.

Noi siamo la Coop, e questo non è uno spot. Siamo donne lavoratrici e madri che facciamo la Coop tutti i giorni. Siamo sorridenti alla cassa ma anche terribilmente incazzate.

Abbiamo paura ma sappiamo che mettendoci insieme possiamo essere più forti e per questo ci siamo organizzate. La Coop è il nostro posto di lavoro, non può essere la nostra prigione.

Crediamo nella libertà e nella dignità delle persone. Cara Luciana ci auguriamo che queste parole ti raggiungano e ti facciano pensare.

Ci piacerebbe incontrarti e proporti un altro spot in difesa delle donne e per la dignità del lavoro.

Con simpatia, un gruppo di lavoratrici Coop