ANPI news 180

 

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

NOI, COMPAGNE DI COMBATTIMENTO… I Gruppi di Difesa della Donna, 1943-1945”: il 14 novembre a Torino, nel Teatro Carignano, convegno nazionale promosso dall’ANPI

 

► “LA STORIA, LA MEMORIA, LA GIUSTIZIA, TRA GUERRA E DOPOGUERRA. Il caso del Friuli e della Venezia Giulia”: il 18 e 19 novembre a Udine e Trieste convegno nazionale. Interverrà, tra gli altri, il Presidente nazionale ANPI

 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

I diritti fondamentali sono una priorità

 

Legge elettorale e riforma del Senato

 

ANPINEWS n.180

Il fascio va al famedio all’unanimità da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 08-11-15 – n. 564


Tiziano Tussi

Luogo: il Famedio del cimitero Monumentale di Milano. Famedio significa “città della fama”. Il luogo di sepoltura di personaggi famosi che hanno dato lustro alla città o che si sono distinti in attività ed impegno morale e culturale di alto profilo.

Decisione della commissione per il Famedio della Città di Milano: dare sepoltura a Franco Servello, autorevole esponente dell’MSI (Movimento Sociale Italiano) di trascorsa memoria, in pratica un fascista convinto, in quel luogo.

Scheda da Wikipedia (riassumo): è stato consigliere comunale di Milano dal 1951 al 1963. Nel 1958 è stato eletto Deputato nelle file dell’MSI e riconfermato fino al 1994. Nel 1996 è stato eletto Senatore e capogruppo di AN (Alleanza Nazionale) alla Bicamerale. Nel 2002, rieletto Senatore. Nel maggio del 2006 è nominato Grand’Ufficiale della Repubblica (fine presidenza Ciampi, ndr.). Il 19 maggio 2006 il sindaco di Milano, Gabriele Albertini, gli conferisce l’Ambrogino d’oro. È presidente del terzo ed ultimo congresso di AN (21-22 marzo 2009).

I componenti della Commissione suddetta: a capo c’è il Presidente del Consiglio comunale, Basilio Rizzo, ex Democrazia Proletaria e poi in vari gruppi Verdi e similari in seguito, da decenni in Consiglio comunale. Gli altri componenti si dividono tra minoranza e maggioranza, due assessori, quindi maggioranza e due burocrati, debitori della maggioranza attuale di centro-sinistra. Perciò il centro destra decisamente sotto rappresentato nella Commissione ed il voto finale a favore dell’ex fascista è stato preso però preso all’unanimità.

Esponenti autorevoli della Giunta Pisapia si sporgono politicamente a favore della controparte in Comune, ma in vista di che cosa? Forse delle prossime elezioni politiche. Forse questa pseudo sinistra pensa che una sorta di equilibrio fra le parti possa farle guadagnare un po’ di voti, considerando forse che tutta la sinistra milanese voterà comunque per la compagine che Pisapia aveva messo assieme cinque anni fa. In quel periodo, lo stesso sindaco attuale, che dice continuamente che non si candiderà più, aveva girato per tutti gli ambiti delle organizzazioni di sinistra per raccogliere voti. Anche il Congresso regionale dell’ANPI lo vide intervenire con il solito discorso elettorale, raccogliendo applausi che si dovevano tradurre poi in voti. La stessa ANPI che non lo ha visto partecipare, pochi giorni fa, alle esequie di Tino Casali, morto circa una settimana fa, all’età di 92 anni, storico ed indimenticato Presidente dell’organizzazione dei partigiani di sinistra, comunisti nella maggior parte. Forse Pisapia ha dato per acquisito tale tribuna di simpatia politica.

L’ANPI, l’unica organizzazione partigiana che ha mandato lettere di protesta per la decisione pilatesca della Commissione sul Famedio mentre altre, la Fiap ad esempio, che riunisce i partigiani socialisti e affini, ha tenuto a marcare la propria differenza dalla critica espressa dall’ANPI ricordando la sua differenza con la stessa. E smarcandosi dalle posizioni antifasciste a tutto tondo della più grande Associazione partigiana italiana. Con ciò avvalorando nelle cose la tesi del superamento delle ragioni della scelta che allora i partigiani tutti fecero, comunisti e tutti gli altri non comunisti, verso il fascismo.

Ora va molto di moda dichiarare che la dicotomia destra-sinistra sia superata. Molti lo sbandierano, da Renzi a Salvini. Ma se così fosse non si capisce perché la destra insista nel proporre i suoi uomini, anche da morti, quali segno di indifferenza politica, cercando di trasformare uomini di destra, marcatamente di destra, fascisti, quali padri della Patria. Come se la nostra storia recente, la Costituzione, nella testualità, la XII disposizione transitoria e finale, fosse acqua corrente. Ma allora vuoi vedere che tale contraddizione sia valida solo per la sinistra che deve dimostrarsi succube della destra per essere considerata democratica? Vuoi vedere che la destra spinge la sinistra nel baratro dell’indifferentismo per potere poi emergere quale parte di governo? Cosa significa cercare di mettere vicini un fascista ad esponenti partigiani e gappisti? Che senso ha volere sciogliere in un abbraccio comune chi è stato su barricate avverse in vita?

La Giunta Pisapia, con questa propaggine commissariale, si è dimostrata ancora una volta il clone di posizioni da pensiero unico che non hanno nessun nesso di raccordo valoriale con tutta la nostra storia, almeno dei suoi momenti più importanti. La Resistenza e le lotte sociali del secondo dopoguerra, una evoluzione  costante, delle ultime dalla precedente. La nostra modernità è stata raggiunta attraverso fatiche e lotte politiche estenuanti. Meglio per tutti se si pensa che ora non si debba più avere necessità di scontri acuti, al di là delle diverse analisi e posizioni sui tempi moderni, ma dimenticarsi che, in ogni caso, l’oggi si basa sullo ieri non pare veramente intelligente.

Dopo tutti i decenni degli anni della strategia della tensione, del terrorismo, della paura di manifestare in piazza, della repressione poliziesca, delle morti eccellenti, dei tentativi di colpi di stato, dei morti di piazza e delle bombe fasciste, dopo tutti questi pesantissimi avvenimenti non possiamo veramente pensare che l’oggi debba diventare una grande melassa all’insegna di un abbraccio senza volto. Per di più con l’unico discrimine la capacità di cogliere le cose giuste (?) da quelle non giuste.

L’intelligenza fa parte del patrimonio di ognuno di noi. Ma la sua messa in pratica definisce il nostro agire politico, e lo dico in senso aristotelico, di uomo come animale politico, che lavora materialmente per raggiungere i fini che crede opportuni e positivi per lui e per altri come lui. Non può essere egemone una tendenza al superamento della scelta di campo. Non è indifferente prendere posizione. La scelta, qualsiasi sia, è alla base della nostra vita. Non è una novella DC (Democrazia Cristiana) il nostro futuro destino. Renzi, Pisapia e Basilio Rizzo dovrebbero saperlo. Specialmente l’ultimo del gruppo. Non è indecente prendere posizione, ma salutare.

 

Neruda: un Poeta contro la dittaura da: www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 10-11-15 – n. 564

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Simone Cumbo

10/11/2015

Chiederete: perché la tua poesia
Non ci parla del sogno, delle foglie,
Dei grandi vulcani del paese dove sei nato?

Venite a vedere il sangue per le strade,
Venite a vedere
Il sangue per le strade,
Venite a vedere il sangue
Per le strade!

Pablo Neruda

Ha scritto Pier Paolo Pasolini “Io so…ma non ho le prove…”, frase che poteva benissimo essere usata, fino a pochi giorni fa, per raccontare la morte di un grande Poeta, Pablo Neruda.
Un Poeta, un Comunista inviso alla dittatura fascista di Pinochet, la sua morte per un “cancro alla prostata”, non ha mai convinto, troppi gli omissis e troppi i lati oscuri.

Ora, un documento ufficiale del ministero dell’interno cileno pubblicato dal quotidiano spagnolo El Pais, fa luce sulle vere cause della sua morte. Ovvero che “risulta chiaramente possibile e altamente probabile l’intervento di terzi”.

Pablo Neruda è morto alle 22.30 del 23 settembre 1973 nella clinica Santa María di Santiago a 69 anni. Era in partenza per il Messico. Dodici giorni prima, l’11 settembre, l’esercito guidato dal generale Augusto Pinochet aveva preso il potere e il presidente Salvador Allende si era suicidato nel suo ufficio del palazzo della Moneda. Prese avvio la sanguinaria dittatura e le persecuzioni contro gli oppositori che colpirono molti amici del Poeta cileno. In quei giorni Neruda non era a Santiago, ma nella sua casa di Isla Negra, sulla costa, attraverso i mezzi di informazione seguiva gli avvenimenti ed aveva in programma un viaggio a Città del Messico per raggiungere altri amici in fuga dalla repressione e per denunciare i crimini della dittatura.

Il 19 settembre, è stato costretto però ad un ricovero urgente nella Capitale.
E da lì comincia il mistero…

Il certificato medico imputa il decesso alle metastasi del tumore alla prostata. Ma nel 2011 si riapre il caso, quando l’autista del poeta, Manuel Araya, disse che Neruda era stato ucciso. Il Partito comunista cileno presentò una denuncia e l’8 aprile del 2013 venne riesumato il cadavere, per cercare tracce di veleno nel corpo.

Poi scese il silenzio fino a pochi giorni fa quando un documento ufficiale del Ministero dell’Interno informa che “di fronte ai persistenti dubbi sulla causa della morte di Neruda il governo, attraverso il suo dipartimento sui diritti umani  ha costituito due commissioni di esperti internazionali e interdisciplinari per produrre perizie che permettano di arrivare ad una conclusione scientifica”.

Il Governo cileno ha confermato l’esistenza e la veridicità del documento e il giudice per le indagini preliminari Mario Carroza,  ha dichiarato al quotidiano El Pais, che i documenti dei periti  portano a credere all’omicidio: “noi abbiamo sempre pensato che ci fosse qualcosa di strano. Neruda aveva il cancro, ma non era in agonia e nemmeno in fase terminale. Eppure, quel 23 di settembre la sua malattia peggiorò di colpo e in sei ore è morto. Gli fu applicata un’iniezione o gli fu somministrato qualcosa per via orale che ha fatto precipitare la sua prognosi in appena sei ore”.

Sempre il giudice Carrozza ha poi aggiunto un agghiacciante particolare:
“sto aspettando il risultato di un’ultima analisi scientifica. Nel corpo del poeta è stato trovato un batterio, il germe dello stafilococco dorato”.
Una sostanza che non si usa nei trattamenti contro i tumori e che, se alterata e somministrata in dosi massicce, può essere tossica e mortale…

www.simonecumbo.it

 

Scuola, in piazza il primo sciopero generale dell’anno. Sindacati di base protagonisti: “La lotta contro la 107 non è finita” Autore: fabio sebastiani

Oggi 13 novembre, sarà in piazza il mondo della scuola. Gli insegnanti e il personale tecnico in sciopero, gli studenti e i cittadini in lotta contro la legge 107, la cosiddetta “Buona scuola”. L’iniziativa è stata indetta dai Cobas, Unicobas e da Anief.“Contemporaneamente – si legge in un comunicato dei Cobas – ci batteremo contro la grottesca “offerta” governativa di rinnovo contrattuale (un aumento medio di 8 euro lorde al mese), richiedendo un consistente recupero salariale per docenti ed Ata, nonché la stabilizzazione di tutti i precari abilitati o con 36 mesi di servizio, ingiustamente esclusi dalla 107”.
I Cobas accusano i cinque sindacati (Cgil-Cisl-Uil, Snals e Gilda) di non aver dato alcuna risposta “ai nostri ripetuti inviti a lottare e scioperare insieme come a maggio e giugno”. Cgil, Cisl e Uil hanno convocato una manifestazione del pubblico impiego a fine novembre, senza sciopero, “in cui la lotta contro la 107 svanisce, inviando al governo Renzi e a docenti ed Ata un segnale di resa incondizionata”. Secondo i Cobas in realtà il conflitto contro la 107 è ancora apertissimo e in pieno svolgimento, e necessita, non potendosi giocare isolatamente scuola per scuola, di un forte sostegno nazionale e globale”. “Perché, se è vero che su furbesco suggerimento ministeriale i presidi hanno rinviato la formazione dei Comitati di valutazione e il varo dei PTOF-Piani triennali, la “tregua” terminerà tra dicembre e gennaio, quando i capi di istituto tenteranno di imporre ai docenti il loro strapotere padronale su assunzioni, licenziamenti, premi e punizioni, oltre alla aziendalistica “alternanza scuola-lavoro” (400 ore per gli studenti dei tecnici e professionali e 200 per i licei fuori dalla normale attività didattica)”.
La protesta del popolo della scuola pubblica andrà dal MIUR (V.le Trastevere, ore 10) al Parlamento (P. Montecitorio, ore 12),alla quale parteciperanno anche gli studenti romani che si oppongono alla 107,mentre in varie altre città si svolgeranno manifestazioni studentesche.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Vito Meloni, responsabile nazionale scuola Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano: “Avevamo auspicato che nelle mobilitazioni di questo autunno venisse ripreso e rafforzato lo spirito unitario che ha segnato positivamente le lotte che hanno accompagnato l’iter parlamentare della legge”, si legge in un comunicato. “Ci rammarichiamo che ciò, per il momento, non sia avvenuto e continueremo ad operare con ancor maggiore determinazione perché l’unità si realizzi.
Lo sciopero del 13, indetto da numerosi sindacati di base, rappresenta una occasione importante per una significativa ripresa delle lotte nelle scuole. Rifondazione Comunista sostiene lo sciopero così come tutte le altre iniziative di lotta programmate per le prossime settimane”.

Sotto attacco i docenti di sostegno e l’integrazione nella scuola da: rifondazione comunista

Sotto attacco i docenti di sostegno e l’integrazione nella scuola
di Luca Cangemi*
Era facile prevedere quello che sta accadendo: la delega sul “sostegno” contenuta nella legge 107 (più nota con l’assurda definizione renziana di “buona scuola”) viene usata come strumento di un violento attacco all’integrazione scolastica degli alunni con disabilità. E’ bene chiarire che l’integrazione scolastica dei ragazzi e delle ragazze con disabilità è uno dei punti forti, riconosciuti e studiati sul piano internazionale della scuola pubblica italiana (la scuola privata, ancora una volta finanziata in questi giorni dal governo, accoglie l’1% del totale degli alunni con disabilità!).Invece di fare leva su questo punto di forza i governi dell’ultimo decennio si sono impegnati a smontarlo. La cabina di regia, come in tanti altri aspetti dell’attacco alla scuola pubblica, va ricercata nei poteri forti e nei loro strumenti, in particolare l’”associazione Treelle” (espressione del mondo delle banche ed in specie del gruppo San Paolo) e la fondazione Agnelli (il nome dice tutto). Questi gruppi hanno investito molte energie (pubblicazioni, ricerche, convegni) nel tentativo di demolire i risultati del modello italiano di integrazione e i suoi stessi presupposti culturali, eredità di una stagione di lotte e cambiamenti della società italiana che si vuole ad ogni costo archiviare.I governi hanno prontamente accolto questi suggerimenti dei loro padroni: nascono così innovazioni perverse come i BES (un calderone informe e ingestibile in cui vengono riversati numerosi alunni privati dell’ insegnante di sostegno) e soprattutto parte un progressivo e devastante taglio delle ore di sostegno, nonostante innumerevoli sentenze contrarie della magistratura, in ogni grado di giudizio.

Tutto ciò ha portato a gravi conseguenze dotando alunni con serie problematiche di un orario di sostegno assolutamente insoddisfacente. Inoltre l’aumento del numero di alunni per classe, frutto di altri tagli, ha fatto il resto: classi di oltre trenta alunni in cui vengono inseriti alunni disabili (le norme ne prevedono al massimo venti) e lo scandalo di classi “differenziate di fatto”: l’anno scorso abbiamo denunciato il caso di una classe in provincia di Catania che aveva 7 (!) alunni disabili certificati, ma i casi che superano il limite di due, previsto dalla normativa, sono molto numerosi.

A ciò si aggiunga che l’attività di integrazione nelle scuole soffre del ridimensionamento di altre strutture pubbliche, che dovrebbero lavorare in sinergia con le istituzioni scolastiche. Basti pensare, ad esempio, alle gravi carenze di risorse e personale delle strutture socio-sanitarie e degli Enti Locali.

Invece di affrontare questi nodi il governo, ancora una volta, nascondendo i suoi veri scopi sotto una coltre di menzogne, tenta di colpire al cuore il diritto allo studio delle persone disabili e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola.

Il centro della proposta del governo è l’espulsione dall’attività didattica del sostegno per confinarlo in una terra di nessuno. Che significa infatti, la proposta assurda e demagogica di specializzare i docenti sulla tipologia di handicap? Significa appunto medicalizzare (una medicalizzazione per forza di cose improvvisata, tra l’altro) il ruolo dell’insegnante di sostegno separandolo dalla funzione docente. I signori del governo ovviamente non si pongono neanche il problema che programmare “l’offerta” sul complesso spettro delle situazione di disabilità sarebbe compito impossibile con la conseguenza di avere docenti senza alunni e alunni senza docenti. Quanti sarebbero, infatti, disposti a specializzarsi su disabilità importanti ma percentualmente meno diffuse come ad esempio quelle sensoriali (sordità, cecità) con il rischio di diventare continuamente “soprannumerari”? Quanti su disabilità ancora più rare?

Anche le misure punitive proposte contro gli insegnanti specializzati (dieci anni obbligatori sul sostegno anziché cinque e un concorso per passare dal sostegno al curriculare) sono esemplificative di questa volontà di operare una frattura tra disabilità e scuola oltre che del più generale indirizzo di colpire i diritti e le tutele dei lavoratori e delle lavoratrici.

La bandiera della continuità didattica agitata a copertura di queste misure è una vergognosa menzogna, sventolata senza pudore da un governo che con tagli e deportazioni forzate di insegnanti è il responsabile primo dell’assenza di continuità e di programmazione.

Si punta nella realtà a smantellare il cuore del modello di integrazione nella scuola: il diritto allo studio per tutte le persone con disabilità, da esercitare intervenendo sulle condizioni di difficoltà con strumenti pedagogici e didattici, certo coordinandosi con interventi socio-sanitari che però restano nella responsabilità di altre istituzioni.

In questo quadro il pieno inserimento dell’insegnamento di sostegno nell’attività didattica quotidiana è un punto di reciproco vantaggio, che tra l’altro crea le condizioni di innovazioni che nascano dal confronto di esperienze che si incontrano sullo stesso campo e possono essere vissute da posizioni diverse nell’ambito della stessa carriera professionale.

Il vero obiettivo è rompere il nesso scuola-integrazione, fino a ventilare un insegnante di sostegno che sia fuori dalla classe (e dal consiglio di classe), un cosiddetto tutor, che coordini l’attività di integrazione dall’esterno (uno per tutta una scuola o per una rete di scuole?)

Di fatto è in gioco la fine del diritto dello studio per i ragazzi disabili, un altro attacco ai diritti dei docenti, l’apertura di un mercato speculativo (con soldi pubblici) a false associazioni no-profit che si “prenderanno cura” dei ragazzi disabili abbandonati nelle scuole e dalle scuole.

Di fronte a questa prospettiva che farebbe arretrare di decenni la scuola e la vita civile del paese è necessario rompere il silenzio, aprire una discussione, coinvolgendo in prima persona le associazione delle famiglie delle persone disabili nei cui confronti il governo sta svolgendo una opera di propaganda ingannevole, iniziare a costruire una mobilitazione che salvi l’integrazione nelle scuole italiane.

* direzione nazionale PRC-SE