Milano, i poteri forti che stanno con Giuseppe Sala da. lettera43

Piace a coop rosse e bianche. Oltre a Cl, Mediobanca, Intesa, Telecom e Pirelli. Sala è la chiave bipartisan per Milano. Con lui Renzi archivia il modello Pisapia.

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Giuliano Pisapia, Matteo Renzi e Giuseppe Sala.

(© Ansa) Giuliano Pisapia, Matteo Renzi e Giuseppe Sala.

A distanza di 12 anni da quel Meeting di Rimini (era il 2003) dove Pierluigi Bersani lodò Comunione e liberazione come modello «per riformare la sinistra», e dopo decine di inchieste della magistratura in tutta Italia, quell’incrocio armonioso tra cooperative bianche e rosse torna a parlarsi.
Questa volta non solo di affari, ma anche di politica.
Succede a Milano in vista delle elezioni amministrative 2016, dove il Partito democratico – che sta per lanciare l’amministratore delegato di Expo 2015 Giuseppe Sala per la corsa a Palazzo Marino – ha trovato una sponda importante proprio tra le leve di Cl in vista della campagna elettorale.
MAJORINO ANCORA DUBBIOSO. Mentre i democratici milanesi e l’ala vicina all’ormai ex sindaco Giuliano Pisapia, quella più a sinistra del Pd, s’interrogano sul da farsi – in particolare Piefrancesco Majorino che continua a chiedere di andare alle primarie e sfidare il manager – nel Nuovo centrodestra di Angelino Alfano fanno sentire la loro voce in Lombardia sia Roberto Formigoni, l’ex governatore, sia Maurizio Lupi, ex ministro ai Trasporti.
CONVERGENZA AL CENTRO. Non è un caso. Entrambi hanno annunciato che potrebbero appoggiare la corsa dell’ex city manager di Letizia Moratti per la poltrona più importante di piazza della Scala.
Da mesi nel capoluogo lombardo si ragionava su uno schema di questo tipo per incoronare Sala a sindaco: mettere fuori dai giochi la sinistra e trovare sponde in una lista civica di centro composta appunto da molti ex berlusconiani e cattolici.
CL SERVE AL GOVERNO RENZI. Del resto, la candidatura dell’amministratore delegato di Expo ha un effetto benefico pure sul governo Renzi, perché l’ala ciellina – da mesi in fermento dentro Ncd – adesso potrebbe riappacificarsi con il segretario Alfano garantendo la tenuta dell’esecutivo almeno fino al 2018.
E iniziando subito a tenere le bocce ferme sulle legge di stabilità.

Sala ha rapporti con cooperative rosse e bianche

Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo 2015.

(© GettyImages) Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo 2015.

È un gioco a incastri che attraversa Roma, ma si consuma soprattutto a Milano.
Sala, del resto, è un candidato perfetto.
Piace molto, forse troppo, ai poteri forti.
D’altra parte è stato lui a gestire gli appalti dell’esposizione universale.
Ha avuto a che fare con la Cmc di Ravenna, forse una delle ultime cooperative rosse non in amministrazione controllata, vincitrice di appalti importanti in Expo, da sempre con uno stand d’estate al Meeting di Rimini.
Ma Sala ha consolidato pure un rapporto, già collaudato ai tempi della Moratti, con il mondo delle cooperative bianche, quelle legate alla Compagnia delle Opere di Giorgio Vittadini.
PIACE PURE A BERLUSCONI. Sala piace a tutti.
Alla finanza, alle banche, agli ultimi salotti rimasti della borghesia milanese, alle grandi aziende pubbliche e a quelle private rimaste sul territorio.
Piace persino a Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia che si guarda bene dal commentare la discesa in campo di quello che il fidato Bruno Ermolli portò da Telecom a Palazzo Marino sotto l’ultima giunta di centrodestra in città.
EX BERSANIANI CON L’AD. Sala trova apprezzamenti, non a caso, nella vecchia guardia lombarda dell’ex segretario Pierluigi Bersani, ovvero nella corrente “Sinistra e cambiamento” del ministro per l’Agricoltura Maurizio Martina e del tesoriere del Pd alla Camera Matteo Mauri.
Sono politici nati e cresciuti alla corte di Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, dimenticato dopo le indagini della magistratura, ma comunque tutt’ora ascoltato dalla base dei democratici.
SEL PUÒ SOTTRARRE VOTI. D’altra parte è proprio questo gruppo di ex penatiani che deve garantire a Sala quell’appoggio che potrebbe venire a mancare nel caso in cui Majorino dovesse rompere, magari appoggiato da Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola.
La candidatura dell’amministratore delegato di Expo è la congiuntura perfetta, bipartisan, di un mondo economico e politico che si è radunato sotto l’esposizione universale e che adesso trova la sua quadratura del cerchio su Palazzo Marino.

Obiettivo Regione Lombardia nel 2018 per Renzi

Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni.

(© Ansa) Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni.

Si tratta di una prima zampata del potere renziano in vista della battaglia per conquistare la Regione Lombardia?
Può darsi, perché potrebbe essere la regione più ricca d’Italia, ora in mano alla Lega Nord di Roberto Maroni, il vero obiettivo del premier.
Milano è quindi un primo cantiere.
BANCHE GIÀ ‘ALLINEATE’. Il mondo bancario, da Mediobanca a Intesa SanPaolo, appare già allineato sulla figura di Sala.
Così come una buona parte della finanza, o di quel che ne rimane, con una grossa fetta di banchieri d’affari da tempo legati al nuovo corso renziano.
Sala è stato un manager in Telecom e Pirelli, anche lì trova sponde.
APPOGGIO DI SCARONI. Persino l’ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, lusingato dal centrodestra come candidato, alla fine ha dato il suo endorsement.
Non solo. Nel suo team della comunicazione c’è Marco Pogliani, storico spin doctor di aziende come Enel, Ibm, Olivetti e Mondadori.
E ancora al fianco di Sala, dai tempi di Expo, c’è Roberto Arditti, ex autore della trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa, nonché ex portavoce di Claudio Scajola, ex ministro dell’Interno del governo Berlusconi.
ADDIO MODELLO PISAPIA. Ci sono tutti. C’è pure il Corriere della Sera con cui Sala ha sempre avuto un rapporto privilegiato.
Nei salotti della borghesia si segnala qualche malumore, ma legato soprattutto all’addio di Pisapia, che nel 2011 fece il miracolo di riunire «i movimenti con i banchieri» nella vittoria ‘arcobaleno’.
Quel modello però ormai è il passato.
Lo stesso Sala, nella sua chiacchierata con il Corriere, lo ha spiegato alla perfezione, sottolineando di «non essere Pisapia».
MA MILANO NUTRE DUBBI. Nel 2016, in sostanza, a vincere potrebbe essere quel mondo economico e politico di cui tanto si è fatto cenno sui giornali, per le inchieste su Expo 2015, per quelle sul Mose di Venezia, persino per il sistema Grandi Opere di Ercole Incalza.
È una vecchia regola della politica italiana che qualcuno spiega così: «Si rispetta l’articolo quinto, chi ha il grano ha vinto».
Ma Milano sarà davvero pronta per Sala? Un candidato che non si è mai sporcato le mani nelle periferie, che piace soprattutto al centro e ai ‘poteri forti’.

Dalla guerra nascono i fior da: ndnoidonne

‘Le farfalle di Ebensee’, il libro di Maria Pia Trevisan, edizioni La memoria del mondo

Tiziana Bartolini

Il passato, soprattutto per chi non si è sottratto all’appuntamento con la Storia, non passa mai del tutto. E può capitare che, tornando, sveli pezzi di verità rimaste nell’ombra per le contingenze del momento. Le sofferenze che il professor Stefano Rovati, il protagonista dell’intenso romanzo di Maria Pia Trevisan, ha vissuto per quindici mesi nel campo di sterminio nazista di Ebensee non hanno cancellato la sua capacità di amare e la convinzione che bisogna trovare comunque il modo di esprimere il proprio senso civico. Stefano per anni porta un messaggio di pace testimoniando ai giovani la sua esperienza di sopravvissuto al lager, sempre intimamente accompagnato dal senso di colpa verso i compagni di lotta morti per conquistare la libertà e la democrazia. È una sottile sofferenza che non lo ha mai abbandonato, nonostante l’affetto che lo circonda nella sua famiglia. “Per troppo tempo…si era raccontato, e aveva raccontato, una storia di sé molto parziale. Una storia vera, certo, vissuta in prima persona, ma il racconto molto spesso si limitava all’esposizione dei fatti memorizzati. Difficilmente varcava la soglia dei suoi sentimenti…”. Dopo cinquanta anni un incontro casuale in occasione di uno dei tanti ‘Viaggi della memoria’ lo riporta sulle tracce della giovane partigiana Rosalena, all’epoca sua fidanzata, che aveva creduto morta durante la Resistenza. L’intrigante costruzione narrativa crea suspence e porge via via nuove e inaspettate ipotesi sui ruoli che i protagonisti sembravano aver avuto all’epoca dei fatti. A partire Frank Gabel, l’ufficiale della Wehrmacht che gioca un ruolo centrale nella vicenda. Come ‘Le farfalle di Ebensee’, titolo del libro (ed la Memoria del mondo, pagg119, euro 12,00), la memoria si libra, finalmente non più fardello. La sospirata e personale riconciliazione con il passato consente a quei ‘giovani di ieri’ di godere pienamente ‘dell’eredità dell’amore’ – sottotitolo del libro – che loro stessi avevano custodito per tanto tempo.

La Corte dei Conti boccia il bilancio della Sicilia. Sanità: debiti fino al 2045 da:tp24.it

La Corte dei Conti boccia il bilancio della Sicilia. Prevista una diminuzione delle entrate tributarie tra i 400 e i 500 milioni. A rischio i programmi comunitari. Sanità: debiti fino al 2045.  E Baccei conferma il blocco della spesa per il 2015.

“Il deficit tra entrate e spese tendenziali nel documento finanziario, si attesterebbe a un miliardo e mezzo in ciascuno degli anni del triennio”. Lo dice presidente delle sezioni riunite della Corte dei conti, Maurizio Graffeo, parlando in Commissione Bilancio all’Ars. Nella relazione della Corte dei Conti illustrata in commissione emergono i problemi economici della Sicilia. ” Le previsioni sembrano improntate ad ottimismo, ma di solito all’incremento del pil per le entrate, dovrebbe conseguire un adeguamento alle previsioni, anche a livello regionale e questo non avviene. Il documento non è pertanto coerente, come avrebbe dovuto essere, con l’andamento del pil nominale e programmatico”, dice Graffeo, che ha anche parlato di una “forte criticità della situazione finanziaria a causa delle entrate tributarie che, con una stima prudenziale, ma attendibile, da parte del dipartimento delle finanze, a fine esercizio subirebbero una contrazione ulteriore, rispetto a quella di 65 milioni di euro, già contabilizzata nel 2015, di un importo compreso tra 400 e 500 milioni di euro”. Una “decurtazione delle entrate nel bilancio della Regione siciliana di altri 500 milioni potrebbe arrivare verosimilmente dalle entrate di Ire, Ires, Iva e Irap”, si legge nella relazione della Corte dei Conti regionale.  La Corte dei Conti  inoltre “stronca” il Dpef 2016-2018 approvato dal governo Crocetta su proposta dell’assessore all’Economia Alessandro Baccei, ritenendolo “non conforme” al sistema contabile adottato dal governo centrale per la stesura del Def nazionale e perché elude “i nuovi principi della programmazione”

Singolari i  conti della Sanità, con debiti fino al 2045. La Regione siciliana si è indebitata per un importo di 2,4 miliardi : “Gli oneri restitutori per estinguere i debiti sanitari a tutto il 2013 arrivano pertanto a 224 milioni annui e vincoleranno l’isola fino al 2045”. La Corte di Conti siciliana dice un chiaro no, inoltre, allo spostamento dai fondi della Sanità previsto nel Def 2016-2018, di oneri attualmente gravanti sul bilancio regionale, che dovrebbero servire per pagare precari e finanziare le società regionali in deficit. “Appare non sostenibile finanziariamente lo spostamento di ulteriori oneri per precari e società regionali – si legge nel documento – sul già precario bilancio del settore sanitario, nè appare ipotizzabile che le aziende sanitarie, che non sono in grado di onorare i debiti commerciali contratti per spese correnti, possano far fronte, con gli utili esposti nei conti economici, a quei debiti con lo Stato contratti per tamponare la crisi di liquidità delle casse regionali”.

“Confermiamo il blocco della spesa per il 2015 mentre saranno previste altre misure per limitare al massimo le minori entrate” ha detto invece  l’assessore all’Economia Alessandro Baccei, sentito anche lui oggi in commissione Bilancio Ars.. L’assessore ha ipotizzato un incremento delle entrate per due miliardi sul prossimo bilancio che dovrebbero arrivare in parte dalla chiusura dei tavoli romani. Ha poi ribadito che “non si andrà all’esercizio provvisorio che comporterebbe una serie di problemi che vogliamo evitare. Pensiamo di preparare un bilancio con le sole spese obbligatorie portando avanti intanto la negoziazione con lo Stato. L’impianto del bilancio del 2016 sarà impostato sulla base di una norma pattizia nelle more dell’iter avviato della negoziazione di quanto lo Stato ci darà”. Le riforme più complicate, come quelle delle Ipab, degli Iacp e del settore agricolo, ha aggiunto Baccei, “non saranno incluse nella legge di stabilità, ma in percorsi paralleli, prevedendo nuova spesa sulla base di nuovi risparmi. Mi rendo conto che si tratta di un lavoro faticoso per le commissioni e si creerà disagio sociale, ma non vedo per il 2016 alternative”.

Jobs Act, la Cgil prepara il referendum abrogativo da: ilmanifesto.it

I segretari Susanna Camusso (Cgil) e Maurizio Landini (Fiom)

Il Direttivo della Cgil ha deciso, con un voto a maggioranza, che consulterà i propri iscritti per ricevere il mandato a indire un referendum abrogativo delle parti del Jobs Act che contraddicono il nuovo Statuto dei lavoratori (il cui testo sarà presentato al Direttivo a dicembre, e che sarà pure sottoposto al voto degli iscritti). Il voto si terrà dal 15 gennaio a fine febbraio.

Il Direttivo ha approvato anche un ordine del giorno di critica alla legge di Stabilità: nel testo la Confederazione assume tutte le manifestazioni programmate dalle categorie, a partire da quella indetta dalla Fiom per il prossimo 21 novembre a Roma. Respinto un emendamento che chiedeva lo sciopero generale.

Ma intanto sui Caf è allarme: quasi la metà dei contribuenti italiani rischia di rimanere senza assistenza fiscale. La Consulta nazionale dei Caf, visti i tagli previsti nella legge di Stabilità, teme il tracollo e la chiusura dei centri. Sarebbero a rischio, secondo il calcolo del consorzio, i servizi che i Caf garantiscono a oltre 17 milioni di utenti.

«Se verrà confermata la riduzione dei compensi di cento milioni di euro annui prevista dal Disegno di legge di Stabilità non avremo altra scelta che ridurre i costi, ma potrebbe non bastare», dichiara il coordinatore della Consulta nazionale dei Caf Valeriano Canepari.

Il taglio di cento milioni di euro all’anno a partire dal 2016, contenuto nell’articolo 33 del Disegno di legge di Stabilità, spiegano i Caf, è pari a un terzo dei compensi spettanti ai Caf per i servizi di assistenza fiscale resi ai cittadini. La previsione di spesa per il 2016 era già stata tagliata di altri 4 milioni e mezzo a fine 2014.

«È evidente che con un taglio così importante dei compensi — commenta Canepari — avremo difficoltà a garantire i servizi di assistenza fiscale resi a una vasta platea di contribuenti. Solo quest’anno sono state oltre 17 milioni le dichiarazioni che sono pervenute all’Agenzia delle Entrate attraverso i nostri canali».

«A soffrirne sarebbero maggiormente le persone anziane e i ceti più deboli che non hanno gli strumenti per orientarsi nella materia fiscale», continua il coordinatore della Consulta.
Il taglio rischia di compromettere, inoltre, una delicata funzione sociale che da sempre svolgono i Caf: il contributo che offrono per la compilazione del modello Isee, necessario per godere delle prestazioni sociali agevolate per i cittadini economicamente svantaggiati.

Ripercussioni potrebbero registrarsi anche sul progetto 730 precompilato. «Nel tentativo di evitare la chiusura, non saremo in grado di garantire le attività che quest’anno hanno determinato il buon esito dell’operazione — conclude Canepari — Nel 2015, attraverso i Caf, è pervenuto il 93% delle dichiarazioni, mentre quelle inviate direttamente all’Agenzia delle Entrate, senza passare per un intermediario, sono state solo il 7%».

Attivata su Change​.org la petizione Non rimaniamo #SenzaCaf, e sui social è #SenzaCaf.

Il pacifista Vaccaro con un martello sulla parabola MUOS da: ilsetteemezzomagazine

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Ph Giuliana Buzzone

Il silenzio del bosco di contrada Ulmo questa mattina è stato tagliato dal rumore battente del martello che il pacifista Turi Vaccaro ha portato con se.  Ha dormito all’interno della sughereta ed alle prime luci del giorno, lo storico attivista non violento ha superato la prima recinzione esterna e poi  anche la seconda della base Nrtf di Niscemi, si è arrampicato su una delle parabole del sistema MUOS ed ha cominciato a rompere le lampadine che la sera illuminano l’installazione, calata le luci è rimasta al buio a differenza delle altre due. I primi ad accorgersi del suo ingresso,  quando oramai era troppo tardi per fermarlo, sono stati i militari americani che hanno avvisato le Forze di Polizia, sono giunti successivamente una  autoambulanza e i vigili del fuoco che hanno montato appena sotto la parabola un grande materasso gonfiabile.
Turi Vaccaro che ha portato con se oltre lo stretto necessario per alimentarsi, un disegno, un cuore arancione fattogli dalla nipotina, che vorrebbe consegnare al comandante della base è entrato eludendo la sicurezza militare della base, non è la prima volta che  si cimenta in azioni di incursione silenziosa e non violenta, una ultima occasione risale alla primavera di questo anno. Partito da Partinico (Palermo) a piedi scalzi, emulando il “cammino del sale” compiuto da Mahatma Gandhi e passando per diversi paesi tra cui Caltagirone, è giunto a Niscemi presso la base militare. L’intenzione allora era di scalare l’antenna più alta, 150 metri, del complesso di antenne Nrtf (Naval Radio Transmitter Facility) ma la pericolosità lo fece desistere per arrampicarsi poi in un albero adiacente.

Il pacifista ha il foglio di via per cui il fatto che si sia avvicinato a Niscemi e sia entrato nella base potrebbe causargli non pochi problemi avendo anche violato i sigilli, il cantiere MUOS è stato posto sotto sequestro l’1 aprile di questo anno dal Gip del Tribunale di Caltagirone.

Non sappiamo quanto resisterà ma ancora una volta ha lasciato attoniti chi sorveglia la base Muos niscemese.

 

Giuliana Buzzone

Di lavoro si continua a morire da: www.resistenze.org – proletari resistenti – lavoro – 08-11-15 – n. 564


Michele Michelino *

10/11/2015

Nel 2015 record di morti sul lavoro

In Italia è quindi in corso una vera e proprio guerra di classe in cui ogni anno migliaia di donne e uomini sono sacrificati nella ricerca del massimo profitto.

Nell’Italia “democratica” nata dalla resistenza, i lavoratori continuano a morire. La modernità del capitalismo continua a uccidere i lavoratori come nell’ottocento.

Nel 2015 diminuiscono i lavoratori occupati ma aumentano i morti sul lavoro. Nel nostro paese ogni anno avvengono più di un milione d’infortuni sul lavoro, 1.200 di questi sono mortali. Ogni giorno in Italia ufficialmente muoiono in media 3 lavoratori per infortuni sul luogo di lavoro e molti altri a causa delle malattie professionali, cifre volutamente sottostimate dal governo e dall’INAIL. Li chiamano omicidi “bianchi”, ma sono veri e propri crimini contro l’umanità che avvengono nel più assoluto silenzio dei media salvo quando la notizia può essere spettacolarizzata.

Le varie “riforme” delle pensioni fino a quella del governo Monti (con la “riforma” Fornero), hanno innalzato fino a 70 anni l’età lavorativa, aumentando il precariato e il lavoro nero insieme al ricatto della disoccupazione.

Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, oltre a una perdita di diritti e imbarbarimento della condizione lavorativa pesa molto anche per quanto riguarda la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Far lavorare degli esseri umani fino a 65/70 anni nei cantieri, costringendone alcuni a salire sui tetti, nelle miniere, o fonderie in età cosi avanzata, insieme a persone che entrano ed escono da un’impresa con contratti a termine ogni tre, sei o ogni 12 mesi espone questi lavoratori a notevoli rischi.

Secondo i dati riportati da tre diversi istituti nel 2015, gli infortuni e i morti sul lavoro sono cresciuti a ritmi impressionanti. Secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro, l’Anmil (associazione nazionale mutilati ed invalidi sul lavoro), e l’Osservatorio Vega Engineering di Mestre sono un vero record. Secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro fondato da Carlo Soricelli metalmeccanico in pensione, “I morti per infortuni sui luoghi di lavoro non sono mai stati così tanti da quando nel gennaio 2008 è stato aperto l’osservatorio“.

Dal 1° gennaio al 20 ottobre 2015 sono morti sui luoghi di lavoro 564 lavoratori, e con le morti sulle strade e in itinere si superano le 1180 morti.

Questa cifra in realtà è sottostimata perché nelle statistiche delle morti sul lavoro lo Stato e l’INAIL non tengono conto di molti lavoratori che muoiono sulle strade e in itinere. Inoltre da questi conteggi sono escluse anche diverse categorie come per esempio le Partite Iva Individuali, Vigili del Fuoco, lavoratori in nero, pensionati in agricoltura e tanti altri.

Nelle statistiche dell’Osservatorio Indipendente di Bologna si afferma che: “Il 30,7% dei morti sui luoghi di lavoro ha un’età superiore a 60 anni. Il 32,5% è in agricoltura, di questi 116 sono stati schiacciati dal trattore, oltre il 20% sul totale di tutte le morti per infortuni. In sostanza un morto su 5 di tutte le morti sui luoghi di lavoro sono state provocate dal trattore (è così tutti gli anni). L’edilizia 22,5%. Oltre il 50% di tutte le morti per infortuni sono in queste due categorie. Gli stranieri sono stati il 10,3% sul totale. I romeni sono come tutti gli anni la comunità con più vittime“.

Davanti a questo bollettino di guerra il governo non va oltre le frasi di circostanza e lacrime di coccodrillo ogni volta che succedono stragi di operai, (come alla TyssenKrupp) tacendo sulle decine di morti silenziose che avvengono ogni giorno, non intervenendo in modo efficace a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, ma solo a difesa del profitto.

Dai dati ufficiali risulta che nel 2014, i circa 350 ispettori dell’Inail hanno controllato 23.260 aziende e l’87,5% è risultato irregolare. Di questi sono stati regolarizzati 59.463 lavoratori (meno del 15% rispetto al 2013), di cui 51.731 irregolari e 7.732 in nero.

Da sempre la borghesia, le classi imprenditoriali e i gruppi politici a essi collegati, ha cercato di diminuire le tutele legislative per i lavoratori.

In particolare negli ultimi anni con l’inizio della crisi attraverso il Testo Unico del 2008, il governo Berlusconi, quello di Letta e oggi il governo Renzi sono intervenuti con decreti peggiorativi, modificandone in parte i contenuti e diminuendo in tal modo le tutele per i lavoratori.

Nonostante il peggioramento Il Testo Unico prevede norme di carattere penale e obblighi per il “datore di lavoro” il cui mancato adempimento comporta un reato penale perseguibile.

Nonostante questo, anche se esistono leggi a tutela della sicurezza e della salute, la strage di lavoratori continua. Nel sistema democratico borghese, sotto la dittatura del capitale, la lotta del movimento operaio può riuscire a imporre anche leggi a tutela degli sfruttati, ma non dobbiamo mai dimenticare che il governo è un “comitato d’affari” della grande finanza e delle multinazionali capitaliste-imperialiste, che tutela la proprietà privata e il profitto e volutamente non fa niente per fare applicare le leggi sulla sicurezza se non è costretto dalla mobilitazione dei lavoratori.

*) Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio.
Mail: cip.mi@tiscali.it  –  http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

La struttura della forza lavoro mondiale da: www.resistenze.org – osservatorio – economia – 10-11-15 – n. 564


Prabhat Patnaik | peoplesdemocracy.in resistir.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

25/10/2015

L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) fornisce dati utili sulla forza lavoro mondiale. Il concetto di “forza lavoro” include sia gli occupati che i disoccupati. La parte impiegata della forza lavoro è composta da: lavoratori salariati e stipendiati (che sono chiamati “dipendenti”); i lavoratori autonomi con “dipendenti” (che sono chiamati “datori di lavoro”); ed i lavoratori autonomi senza “dipendenti” (tra i quali vi sono “lavoratori in proprio, coadiuvanti familiari non retribuiti ed i soci lavoratori delle cooperative di produttori). Si scopre che la percentuale dei lavoratori dipendenti che percepiscono uno stipendio o un salario all’interno dell’occupazione nel mondo intero ammonta oggi a circa il 48 per cento.

L’ILO ha anche un’altra classificazione. Comprende i “lavoratori in proprio” e i coadiuvanti familiari non retribuiti, i quali insieme costituiscono la categoria dei “occupati vulnerabili”; mentre i “datori di lavoro”, insieme ai lavoratori salariati e stipendiati, vanno a costituire la categoria dei “occupati non vulnerabili”. La composizione della forza lavoro mondiale sulla base di questa classificazione può essere data come segue: la percentuale di coloro che sono disoccupati è di circa il 6 per cento; coloro che sono “occupati vulnerabili” costituiscono il 47 per cento (tra questi, i coadiuvanti familiari non retribuiti sono il 14 per cento, e i “lavoratori in proprio” sono il 33 per cento); gli “occupati non vulnerabili” sono un altro 47 per cento (tra questi, i  lavoratori salariati e stipendiati sono il 45 per cento e i “datori di lavoro” o lavoratori autonomi con “dipendenti” sono il 2 per cento).

Vi è tuttavia un grosso problema con i dati dell’ILO, vale a dire che c’è sempre un segmento della forza lavoro che non appare né tra gli occupati o tra i disoccupati; e questo segmento non viene conteggiato affatto nelle statistiche ILO, sottovalutando così la grandezza della forza lavoro effettiva. Questo segmento è costituito dai “lavoratori scoraggiati”, quelli che sono economicamente inattivi non perché intendono esserlo, ma perché sono così completamente senza alcuna speranza di trovare un impiego che nemmeno si segnalano come persone alla ricerca di lavoro. Essi sono in realtà disoccupati, ma non vengono contati tra i disoccupati perché non segnalano di essere alla ricerca di un lavoro. E’ naturalmente difficile stimare il loro numero, ma se prendiamo tutta la popolazione mondiale nella fascia di età tra i 25 ed i 54 anni che è economicamente inattiva come appartenente a questa categoria, e quindi alla forza lavoro, allora otteniamo un totale mutamento del totale della forza lavoro mondiale nel 2011 nei termini che seguono (stimati da Bellamy-Foster, McChesney e Jonna, Monthly Review, novembre 2011): i disoccupati più i “lavoratori scoraggiati” sono il 20 per cento; i lavoratori “occupati vulnerabili” il 43 per cento; e gli “occupati non vulnerabili” il 37 per cento.  Tra i lavoratori non vulnerabilmente occupati, i lavoratori dipendenti (salariati o stipendiati) sarebbero circa il 35%, mentre i datori di lavoro, ad esempio lavoratori in proprio con dipendenti, sarebbero il 2%.

Da questi dati sembrerebbe a prima vista che il 35 per cento di tutta la forza lavoro globale è impiegata sotto il capitalismo; ma questa impressione è errata. Tra i “dipendenti” ci sono alcuni che sono impiegati dai lavoratori per proprio conto con dipendenti (che sono “datori di lavoro” in virtù della definizione ILO). Per esempio, una parte del 35 per cento della forza lavoro globale che consiste di salariati verrebbe impiegato da contadini ricchi. Il fatto che essi impieghino operai comporterebbe, agli occhi di alcuni, l’attribuzione della qualità di “capitalista”. Ma una tale categorizzazione è erronea; sulla base di una tale categorizzazione, si potrebbe dire che l’India ha avuto un significante settore capitalista dell’economia per tutta la sua storia, molto prima che il capitalismo sia apparso come fenomeno in Europa.

In effetti un lungo dibattito sulla questione se il fatto di occupare persone dietro il pagamento di salario potesse essere utilizzato per definire il capitalismo aveva avuto luogo in India qualche anno fa; e l’indicazione generale che era emersa era che il semplice impiego di manodopera dietro pagamento dei salari in agricoltura non autorizzava a chiamare “capitalista” il datore di lavoro. Ne consegue che la percentuale della forza lavoro globale che fornisce forza-lavoro direttamente a imprenditori capitalisti non può essere più di un terzo.

Dall’altra parte abbiamo che il 63 per cento della forza lavoro globale, o quasi due terzi di essa, è composta da lavoratori che sono disoccupati, oppure  costituiscono “lavoratori scoraggiati”, ovvero sono lavoratori “occupati vulnerabili”. Bellamy-Foster ed altri autori considerarano tale percentuale il raggiungimento della dimensione massima dell’esercito industriale di riserva nell’economia mondiale. Ma, anche lasciando da parte l’aspetto dell’esercito industriale di riserva, questa proporzione, per definizione, costituirebbe il segmento vulnerabile della forza lavoro mondiale.

Una percezione fuorviante

Ciò però genera una percezione fuorviante. Assumere che l’intero corpo dei lavoratori dipendenti salariati e stipendiati sono “occupati non vulnerabili” è errato. Sappiamo che tra i lavoratori salariati e stipendiati ci sono lavoratori occasionali, lavoratori part-time, precari, lavoratori intermittenti e simili, che sono di fatto un segmento altamente vulnerabile della forza lavoro. Classificarli, come fa l’ILO,  come non-vulnerabili, equivale a una grave mistificazione della realtà.

In India, per esempio, solo circa il 4 per cento della forza lavoro totale o meno non è “vulnerabile” dal  licenziamento istantaneo a sola discrezione del datore di lavoro; il segmento rimanente può essere licenziato senza preavviso, se il datore di lavoro così dispone. Anche così, tuttavia, diversi cosiddetti “ricercatori” hanno sostenuto che la crescita industriale dell’India è ostacolata dalla mancanza di un  potere assoluto da parte dei datori di licenziare i lavoratori; e che “la flessibilità del mercato del lavoro”, vale a dire il potere assoluto dei datori di lavoro di licenziare i lavoratori liberamente e quando vogliono, deve essere introdotta immediatamente per rimuovere tale ostacolo alla crescita industriale dell’India. La grandezza totale di coloro che sono “occupati vulnerabili” quindi supera di gran lunga i due terzi della forza lavoro mondiale menzionata in precedenza.

C’è un ulteriore importante punto che deve essere osservato. Le varie percentuali di cui sopra, dei disoccupati, di coloro che sono economicamente inattivi nella fascia di età dai 25 ai 54 anni, dei lavoratori salariati e stipendiati, e di quelli “occupati vulnerabili”, per la forza lavoro globale, non hanno quasi subito alcun significativo cambiamento negli ultimi anni, soprattutto nell’intervallo tra il 1997 e il 2011, coperti dalle indagini e dai modelli empirici di Bellamy Foster e altri. La percentuale dei lavoratori dipendenti salariati o stipendiati, in rapporto al totale della forza lavoro totale globale, per esempio, è stato del 35 per cento nel 1997 ed è salito al 37 per cento nel 2011 in maniera a malapena percettibile.

Sappiamo tuttavia che nel corso di questo lungo periodo c’è stato un massiccio attacco ai piccoli produttori, soprattutto contadini, sotto l’egida del neo-liberismo. In effetti si è liberato un vero e proprio processo di ciò che Marx aveva chiamato “accumulazione primitiva del capitale”; e nell’India stessa abbiamo avuto un calo nel numero di famiglie contadine nell’intervallo di tempo compreso tra gli ultimi due censimenti, il che è indicativo del fatto che i piccoli produttori sfollati sono stati costretti ad affollare le città in cerca di lavoro. Dato l’elevato tasso di crescita del PIL nell’economia, ci si sarebbe aspettati una crescente domanda di forza-lavoro da parte del capitale, la quale avrebbe dovuto far crescere la quota dei lavoratori salariati e stipendiati nell’economia indiana, e, quindi, implicitamente (poichè anche altrove ci si aspettava una altrettanto simile fenomenologia) della forza lavoro globale.

Accrescimento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito globale

Il fatto che ciò non sia avvenuto, che cioè le percentuali delle diverse categorie in rapporto alla forza lavoro totale globale siano rimaste più o meno invariate nel tempo, suggerisce che tali fasce di popolazione lavoratrice dall’economia agraria, o dall’economia della piccola produzione in generale, sono ancora una volta entrate nel segmento degli impieghi “vulnerabili” nelle città. Sono cioè migrate da un segmento produttivo ad un altro sempre rimanendo tra gli “occupati vulnerabili”, dall’economia contadina al settore dei servizi nelle aree urbane.

In altre parole, il processo di accumulazione primitiva del capitale che si verifica sotto il neoliberismo, non comporta un aumento della percentuale di forza lavoro assorbita dal settore capitalista. Questo fatto, a livello globale può sembrare a prima vista strano. Anche se la rapida crescita dell’India non ha portato ad un aumento della percentuale della sua forza-lavoro, sempre assorbita quest’ultima nell’esercito industriale attivo impiegato dal capitale, lo stesso non poteva dirsi per la Cina dove anche il londinese Economist ha parlato dell’emergere di un mercato del lavoro ristretto a causa della rapida industrializzazione (sulla base del dato del pagamento dei salari). Tuttavia quanto detto sembra essere vero per l’economia globale nel suo complesso. I piccoli produttori migrati dai settori tradizionali, cioè coloro che  hanno dovuto affrontare in pieno l’assalto esplosivo del capitale, non sono stati assorbiti nelle file dei dipendenti salariati e stipendiati.

La dimensione dell’esercito industriale di riserva può essere identificato in modo diverso in base a criteri diversi.  Bellamy Foster e altri inquadrano la dimensione massima dell’esercito industriale come consistente di: disoccupati, popolazione economicamente inattiva nella fascia di età dai 25 ai 54 anni, e “occupati vulnerabili”; l’esercito industriale di riserva effettivo sarebbe tuttavia inferiore, costituito solamente da una frazione di questa dimensione massima (poichè una parte di esso comprende contadini e piccoli produttori che non sono immediatamente inseriti nell’esercito di riserva). Ma non importa come lo definiamo, la dimensione relativa dell’esercito industriale di riserva nella forza lavoro globale complessiva (che comprende sia la forza attiva che l’esercito di riserva) sembra essere rimasta più o meno invariata nel corso degli ultimi anni.

Ciò riveste critica importanza perché spiega la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito mondiale. La dimensione non comprimibile dell’esercito industriale di riserva assicura che la grandezza assoluta del vettore dei salari reali nell’economia mondiale non aumenti quando aumenta la produttività del lavoro. Ciò comporta un aumento della percentuale di eccedenze della produzione mondiale, vale a dire, nella quota di reddito percepita dai capitalisti e dai loro “parassiti”, che si manifesta come un aumento della disuguaglianza di reddito.

E ciò smentisce anche le teorie che suggeriscono che il ritmo di accumulazione del capitale è limitato dalla crescita delle dimensioni dell’esercito industriale totale (attivo e di riserva). Gli economisti borghesi, naturalmente, ritiengono che ci sia sempre la piena occupazione sotto il capitalismo, e che gli unici disoccupati sono coloro che scelgono di esserlo ovvero sono occupati a ricercare il prossimo lavoro (1); e si ritiene pertanto, di necessità, che il ritmo di accumulazione sia vincolato dalla crescita della forza lavoro. Ma anche tra gli scrittori che rifiutano l’idea che la “piena occupazione” prevalga sotto il capitalismo, c’è qualcuno che potrebbe ancora obiettare che l’accumulazione di capitale sia vincolata dalla crescita delle forze del lavoro; Otto Bauer, il noto marxista austriaco, che Rosa Luxemburg aveva criticato a questo proposito, è stato uno di questi. Le statistiche sulle forze lavoro in materia di economia mondiale non supportano questo punto di vista.

1) n.d.t. l’espressione “between jobs” indica persone di fatto disoccupate nel tempo intercorrente tra la perdita dell’ultimo lavoro e l’acquisizione del nuovo (http://uk.businessinsider.com/what-successful-people-do-between-jobs-2015-2?r=US&IR=T, ed altro che indica l’uso in tal senso di questo idioma).

 

Dietro l’attacco alla Siria, le guerre del gas in Medio Oriente da:www.resistenze.org – pensiero resistente – imperialismo – 05-11-15 – n. 564

 

Adela Sanchez * | mujerfariana.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Dietro la guerra in Siria si “nascondono” gli interessi delle grandi potenze in competizione per il controllo del gas, una delle fonti essenziali di energia per i prossimi anni, alternativa al petrolio per via della tendenza all’esaurimento delle riserve e risorsa meno inquinante e nociva per il pianeta.

In particolare, la Russia sta realizzando il progetto North e South Stream, che hanno come controparte il progetto Nabucco sviluppato dagli Stati Uniti.

Per muoversi in questa direzione la Russia ha focalizzato due obiettivi: promuovere la crescita economica attraverso un’alleanza con il Blocco di Shanghai e ottenere il controllo delle risorse di gas per rafforzare i progetti South e North Stream. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno lanciato il progetto Nabucco, con il pieno sostegno dell’Unione europea, puntando al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian.

Come sono strutturati questi mega-gasdotti?

Il North Stream mira ad unire la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, senza l’utilizzo del suolo bielorusso, mentre il progetto South Stream parte dalla Russia, attraversa il Mar Nero fino in Bulgaria e si divide in due rami: uno che va in Grecia e in sud Italia e l’altro che raggiunge l’Ungheria e l’Austria.

Il suo concorrente americano, il progetto Nabucco, ha origine in Asia centrale, in prossimità del Mar Nero, attraversa la Turchia (dove il gas viene immagazzinato nella zona di Erzurum), prosegue attraverso la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e poi in Austria per andare quindi in Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e alla fine in Italia.

Attualmente ognuno di questi progetti vuole includere nuove aree. Gli Stati uniti mirano al gas dall’Iran e a quello proveniente da Siria e Libano. Tuttavia l’Iran, che nel 2011 ha firmato degli accordi con Siria e Iraq, ha superato le previsioni diventando così la prima sede di produzione e stoccaggio di questa risorsa, strettamente vincolata alle riserve del Libano, dando luogo a una nuova area geografica, strategica ed energetica che comprende l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano stesso.

Il consorzio Nabucco, d’altra parte, è composto da diverse aziende: Rew, OML, Botas, Energy Company Holding e Transgaz, rispettivamente di origine tedesca, austriaca, turca, bulgara e romena. Ha un investimento iniziale di 11.200 milioni di dollari, destinato a raggiungere i circa 21.400 milioni nel 2017. La sua sostenibilità economica è messa in discussione dai ritardi nell’esecuzione a causa della riluttanza della Turchia ad accettare il fatto che il gasdotto attraversi il territorio greco. Questo ha significato perdite di tempo e di intese, a favore del suo concorrente Stream (North e South), fatto partire dalla Russia attraverso la società Gazprom creata negli anni ’90 con il supporto di Hans-Joachim Gornig, un tedesco strettamente legato a Mosca, dando così il via a una alleanza con il capitale tedesco che prevede una partecipazione senza precedenti nelle attività russe. Così BASF e EON controllano circa un quarto dei giacimenti di gas di Lujno-Rousskoie, fonte da cui si alimenta North Stream; e la “tedesca” Gazprom intende aggiudicarsi il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., il cui ruolo principale è lo stoccaggio del gas con prospettive di crescita a Cipro.

Questa proiezione verso Cipro non è stata gradita dalla Turchia, un paese chiave della Nato, ma che non è ancora riuscita a diventare membro dell’Unione europea e pertanto, non può trarre profitto dalla desiderata partecipazione alla produzione, stoccaggio e distribuzione di circa 31.000 milioni iniziali di metri cubi di gas all’anno, che giungeranno nei prossimi anni a 40.000 milioni circa, e ai profitti corrispondenti.

Il progetto North Stream, che coinvolge la Russia e la Germania, è stato recentemente inaugurato con un gasdotto costato 4.700 milioni di euro e presentato al mondo come un progetto europeo, ma che è in realtà russo, che mette nelle mani di Mosca il mercato del gas in Polonia e in altri paesi, secondo la legge della domanda e dell’offerta. Ma la Germania è il trampolino di lancio di cui la Russia ha bisogno per sviluppare la sua strategia a livello continentale, considerato che la Gazprom tedesca condivide più di 20 progetti con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria e altri paesi dell’area. Quindi si prevede che Gazprom possa diventare nel breve periodo una delle più potenti transnazionali del mondo.

Tutti questi elementi, forniti qui sinteticamente, sono utili per analizzare e comprendere la guerra in Siria e la creazione del cosiddetto “Stato islamico”, gli interventi imperialisti in Iraq e la loro pretesa sull’Iran e altri paesi, tanto del Medio Oriente che dell’Asia Centrale. Sono dei mostri imperiali dietro i quali si nasconde l’intervento militare euro-atlantico per la conquista di questa preziosa risorsa del presente e del futuro.

Quindi si possono visualizzare in modo trasparente gli interessi geopolitici in gioco, giacché chi ottiene in un modo o nell’altro il controllo della Siria potrà beneficiare del gas del bacino del Mediterraneo, in cui la Siria è il paese con le riserve più importanti, stimate in 146 miliardi di m³ l’anno solo nella zona di Homs.

I popoli del mondo devono persistere nella denuncia e nella lotta contro l’aggressione imperialista e il saccheggio di energia e di risorse strategiche come il gas. Lo stesso accade in Colombia, dove gli imperialisti e i loro fantocci vogliono imporre una maggiore “riprimarizzazione” [produzione di materie prime e prodotti agricoli, ndt], più sfruttamento e guerre di rapina. Dobbiamo impedirlo moltiplicando la resistenza e la solidarietà internazionalista.

* membro del Partito Comunista Colombiano Clandestino