“Lavoro 11 ore al giorno e guadagno zero euro” da:violapost di massimo malerba

Lawyer Exiting a Law Library
11/11/2015 | by violapost
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Sono un praticante legale. O meglio, date le circostanze in cui lavoro, sarebbe meglio dire praticante illegale. Dal lunedì al venerdì, e alle volte pure il sabato, vado nello studio legale del mio avvocato per compiere la pratica forense. Passo lì la mia giornata, dalle 08,45 alle 19,30, quando va bene. Spesso si sforano le […]

Sono un praticante legale. O meglio, date le circostanze in cui lavoro, sarebbe meglio dire praticante illegale.

Dal lunedì al venerdì, e alle volte pure il sabato, vado nello studio legale del mio avvocato per compiere la pratica forense.

Passo lì la mia giornata, dalle 08,45 alle 19,30, quando va bene. Spesso si sforano le 8 di sera.

All’inizio faccio fotocopie, deposito atti e aspetto in interminabili code presso gli sportelli degli uffici giudiziari (Tribunale, Procure…).

Poche volte ho tempo per studiare, ogni tanto scrivo qualcosa. Prevalentemente mail.

E’ raro che mi vengano offerte delle spiegazioni, degli approfondimenti sulle tematiche trattate. Dovrei semplicemente apprendere direttamente dal modus operandi del mio Dominus.

Sì perché in gergo forense l’avvocato presso cui un praticante compie il tirocinio si chiama dominus. Dominus, termine dal latino che si traduce con signore, sovrano. Questo è il livello.

Quando divento un po’ più bravo e indipendente nel lavoro, inizio a scrivere interi atti, e succede anche che mi rapporti direttamente con il cliente. Però non so nulla di costi e prezzi della mia opera intellettuale. Solamente quando vedo le parcelle che l’Avvocato consegna al cliente conosco il valore economico del mio lavoro.

E quindi, quanto prendo per questo?

Zero euro. Questa è la mia retribuzione. Il mio salario è sempre zero euro. Può succedere che ogni tanto, en passant e senza alcun legame logico con quanto da me prodotto riceva qualcosa, una sorta di mancia.

Ma come mai non prendo nulla?

Semplicemente perché il legislatore (e in Parlamento gli scranni occupati da avvocati sono davvero tanti) è stato molto fumoso nel definire le modalità del tirocinio forense, soprattutto per quanto concerne la retribuzione. Non è fissato un compenso minimo, e nella sostanza non ci sono obblighi per l’avvocato di retribuire il praticante. Inoltre, gli avvocati sanno che posso attingere da un mare enorme di laureati in giurisprudenza che, usciti dall’università e non sapendo cosa fare, iniziano il tirocinio forense.

Ma allora perché un laureato dovrebbe fare il tirocinio forense e lavorare gratis?

Perché è l’unico modo, la condizione necessaria per poter accedere al concorso per diventare avvocato.

E quanto dura il tirocinio? Un anno e mezzo. Di lavoro completamente gratuito.

Ma quindi si tratta praticamente di una scuola? Assolutamente no. Può essere che l’avvocato insegni qualcosa al praticante, ma è tutto discrezionale. Dipende solamente dalla volontà dell’avvocato stesso. Non vi è alcun controllo sulle modalità in cui viene svolta la pratica. I praticanti sono totalmente nelle mani dei propri dominus.

In sostanza, gli avvocati possono usufruire di una infinita manodopera ben qualificata (tutti i praticanti hanno la laurea magistrale in Giurisprudenza). Manodopera completamente gratuita.

Lavorare gratis fa schifo. Lavorare gratis è un’offesa alla propria dignità. Lavorare gratis annulla qualsiasi volontà di miglioramento, qualsiasi interesse. Lavorare gratis annienta la passione. Lavorare gratis è masochismo puro che corrode il nostro essere. Lavorare gratis ci fa odiare la professione che vorremmo esercitare e l’ambiente in cui vorremmo operare.

Sto studiando per fare l’avvocato. Per difendere i diritti degli altri. Ma non sono capace difendere me stesso dai soprusi.

Dovrei imparare a tutelare i diritti degli altri. Ma non sono neppure in grado di difendere i miei diritti.

Federico Ticchi (Bologna)

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Padova, il Comune nega sala a Michela Marzano: “E’ pro-gender” da: l’espresso

Doveva presentare il suo ultimo libro, “Papà, mamma e gender”, ma il sindaco Massimo Bitonci ha messo il veto: «È in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’amministrazione»

di Luca Sappino
Padova, il Comune nega sala a Michela Marzano: E' pro-gender
Michela Marzano

«Si precisa che il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinché non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità».

Così il sindaco di Padova, Massimo Bitonci, ha argomentato – tramite il suo gabinetto – la decisione di negare una sala di Palazzo Moroni all’Arcigay, che aveva organizzato una presentazione dell’ultimo libro della filosofa e deputata del Pd Michela Marzano. “Papà, mamma e gender” – questo è il titolo del saggio – non è dunque gradito in sala Paladin.

E il sindaco non ha timore di rivendicare la censura: «L’iniziativa da voi promossa», scrive ancora il comune, «per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’, si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica».

Fortuna, dunque, che Marzano è attesa – sempre sabato 14 novembre, ma più tardi, alle 18 – anche da Libratì, la libreria delle donne di Padova, che ora invita tutti alla sua iniziativa: «Incontreremo la bravissima Michela Marzano. Parleremo di libertà, di amore e di rispetto, gli ingredienti indispensabili per costruire una società più giusta (altroché famiglia “naturale”)», scrivono sul loro sito, «comunque sia l’affannarsi di coloro che, appellandosi ad una fantomatica teoria del gender, tentano di frenare l’apertura verso le differenze, la legittimazione dell’amore in tutte le sue forme, la lotta contro gli sterotipi di genere, è inutile, si tratta di una lotta vana destinata al fallimento. Non basterà negare gli spazi pubblici, bandire libri dalle scuole, fare proclami per impedire un cambiamento che è già in atto nella nostra società. La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no».

vedi anche:

Marzano, docente di filosofia morale della Sorbona di Parigi e anche collaboratrice di Repubblica, è così vittima di un nuovo caso di censura, fatta nel nome di una battaglia contro la fantomatica teoria gender, dopo le note crociate del sindaco di Venezia.

Proprio presentando il suo libro, in una recente apparizione televisiva, Marzano aveva così spiegato il mito della teoria gender: «C’è molta preoccupazione in giro, probabilmente perché c’è scarsa informazione o peggio disinformazione. In questi ultimi mesi è circolato moltissimo materiale messo in giro attraverso Facebook o Whatsapp, in cui si annunciava che si sarebbe presto insegnato ai bambini che potevano scegliere se essere maschi o femmine, o come praticare la masturbazione precoce, e così via». «Tutto questo non è vero», spiegava a Giovanni Floris, Marzano: «quando si parla di educazione di genere si tratta solo di aprire gli orizzonti dei bambini, lottare contro gli stereotipi sessisti o omofobi e cercare di fare in modo che diminuisca ad esempio il bullismo». Si tratta di spiegare, ad esempio, la differenza tra sesso, genere e orientamento sessuale, come fa benissimo Marzano, in questo video di La7.

L’ombra della ‘ndrangheta sul Tav, che succede a Chiomonte? da: ilmanifesto.info

Tav. Improvvisamente i fan del mega tunnel tra Torino e Lione innestano la retromarcia. Anche perché le inchieste della magistratura rivelano veri interessi criminali sulla grande opera

Il cantiere Tav a Chiomonte

Quando negli scorsi giorni il senatore Stefano Esposito ha sollevato una polemica sull’aumentato costo della Tav, fino a dichiarare che a quel prezzo è inutile farla, chi come me è contrario da sempre alla realizzazione di quell’opera è rimasto sorpreso.

Come se il noto capitano in un improvviso raptus rinnegasse il noto bastoncino dicendo: costa troppo! (vedi anche Chiamparino, ndr)

Del super treno è un ultrà, non vi è notizia, convegno di LTF, dichiarazione di Virano a cui lui non partecipi, manifestazione, iniziativa, o singolo tweet di questo o quell’altro attivista del movimento che lui non denigri e su cui non intervenga.

Sorprende la sorpresa, infatti che i costi della Tav sarebbero cresciuti non lo dicono i maldicenti, ma il bollettino di guerra delle grandi opere: addirittura la realizzazione dell’alta velocità in Italia doppiò le previsioni.
Quindi ha fatto bene Sel a chiedere immediatamente di interrompere la realizzazione dell’opera, rilanciando la necessità di una commissione di inchiesta.

Ma ad essere in discussione è solo il costo finale di questa opera? Il rapporto da sempre molto sbilanciato fra investimento e utilità?

Lo scorso luglio quasi nel silenzio ed inosservata, a Torino, dopo quella Minotauro del 2011, scattava la seconda vasta operazione contro la Ndrangheta denominata San Michele, chiamata così proprio perché concentrata geograficamente in Val Susa.

A leggere gli atti di queste due ordinanze ci sarebbe da farsi alcune domande e sopratutto da pretendere importanti risposte dai protagonisti gestionali del Cantiere Tav: LTF e il commissario Mario Virano. Quest’ultimo, recentemente, è stato audito dalla Commissione Legalità della Città di Torino di cui faccio parte, ed ha preferito non rispondermi.

Quando il 27 giugno del 2011 le forze dell’ordine hanno sfondato i cancelli della Maddalena davanti a loro vi era una ruspa marchiata Italcoge, il cui dominus è Ferdinando Lazzaro, assorto agli onori delle cronache agli inizi degli anni duemila per reati di turbativa d’asta negli appalti per opere pubbliche e con una serie di fallimenti alle spalle.

Ripristinata la legalità con cotanta qualificata testa di ponte, bisognava costruire il cantiere e sopratutto recintare “l’area di interesse strategico nazionale”, quindi LTF nell’estate del 2011 decise di spacchettarne in due lotti la realizzazione, rendendo così l’importo sotto soglia e potendo quindi procedere ad affidare direttamente i lavori senza gara d’appalto.

Per un così delicato compito vengono chiamate da LTF la stessa Italcoge e la Martina Service Srl.

Di Italcoge, abbiamo già accennato in precedenza, bisognerebbe però aggiungere che nel maggio del 2011 a Torino era scattata l’operazione Minotauro ed era circostanza oramai nota (io stesso avevo pubblicato on line gli atti dell’inchiesta) che la Italcoge aveva dato lavoro a Bruno Iaria, Ndranghetista, capo della locale di Courgnè. Martina invece era una società costituita pochi mesi prima e con soli 10.000 euro di capitale sociale che aveva per unico socio ed amministratore Emanuela Cattero moglie e di fatto prestanome del marito Claudio Pasquale Martina. Anche la famiglia Martina era caratterizzata da un passato turbolento, fatto di fallimenti fraudolenti.

Un rapporto del nucleo investigativo dei carabinieri di fine dicembre 2011 definisce questi legami ed estende ombre nuove su appalti pubblici.

Nel dossier il colonnello Domenico Mascoli inserisce uno schema dei lavori aggiudicatisi da un altra azienda, fallita nel 2010, la Foglia Costruzioni e condivisi con Italcoge spa dei Lazzaro.

Vi spiccano interventi sull’autostrada Salerno Reggio Calabria e su acquedotti calabresi oltre ad altri lavori in Valsusa per RTI mai ultimati. I carabinieri sottolineano uno snodo societario a loro dire cruciale: «L’acquisto della fallita Foglia da parte di Finteco», altre società che riconducono al controllo occulto di Giovanni laria, zio del già citato Bruno, arrestato come esponente di spicco della Ndrangheta subalpina.

Gli investigatori informano che per lungo tempo ha fatto la spola fra il Canavese e Santo Domingo. E nel 2007 fotografano 14 imprenditori e un dipendente Sitaf (concessionaria autostradale in Valle Susa) mentre entrano in casa sua, a Cuorgné, per un incontro di affari. Nel gruppo si nota Claudio Pasquale Martina.

Insomma dai rilievi degli inquirenti in realtà Martina ed Italcoge apparterrebbero pressoché allo stesso sodalizio e risulta incredibile che siano stati scelti da RTF al di fuori di procedure di gara.

A dare però uno spaccato ancora più chiaro dell’interesse dell’onorata società per il cantiere sono i subappaltatori scelti da Italcoge e prontamente autorizzati da LTF, infatti per le bitumazioni delle strade sterrate su cui devono passare i mezzi di cantiere e i blindati della polizia viene chiamato Giovanni Toro, arrestato poi nel 2013 per concorso esterno in associazione mafiosa.

In una intercettazione dell’estate del 2011 dirà: “minchia bisogna che prendiamo noi Chiomonte”. Sarà proprio così, infatti quando nelI’agosto del 2011 Italcoge e Lazzaro fallirà per l’ennesima volta, LTF non solo non revocherà l’appalto ma addirittura accetterà che una nuova società, la Italcostruzioni (ancora una volta controllata da Lazzaro) affitti il ramo di azienda della ex Italcoge ritornando nel cantiere, O meglio non uscendone mai. Infatti nel dicembre 2012 Lazzaro e Toro intercettati sul consorzio Valsusa diranno: “Nando, che bel consorzio, prendiamo tutto noi!”

Lo stesso Toro attraverso la fornitura di cocaina convinceva un altro imprenditore ad affidargli altri lavori del cantiere e sopratutto a indicare la cava di Toro presso Sant’Ambrogio come cava per i terreni di scavo, con buona pace del bravo e NoTAV sindaco Fracchia che intanto ingaggiava con questa banda una lotta serrata a difesa del suo territorio.

In realtà dalle indagini risulta che Toro non abbia realizzato gli asfalti ad opera d’arte, infatti intercettato rimarca che invece dei 12 cm di asfalto previsti ha posato solo pochi centimetri, ma Lazzaro lo rassicura, tanto è “d’accordo con Elia di LTF su dove faranno i carotaggi di controllo”.

Possibile che le scorribande di Toro e Lazzaro non agitino i sonni dei dirigenti di LTF, di Virano e dei sostenitori dell’opera?

Come può essere che quel perimetro definito “sito strategico nazionale” sia così permeabile agli interessi criminali?

Va ricordato che chi per protestare contro la Tav ha aggredito quel cantiere oggi è accusato di terrorismo.

A infittire i miei dubbi ci pensano ancora Toro e Lazzaro, Toro: “minchia.. sti cazzo di 4 assi non hanno i permessi! … senti una cosa riesci tu a fargli fare un permessino a questi 4 assi? veloce…” Lazzaro: “si, gl..gli.. e lo faccio fare attraverso la Prefettura, gli … gli dico che dobbiamo asf.. asfaltare è urgente”.

A sentir loro era chiaro, chi decide e chi entra.

Questi fatti sono del 2011–2012, cosa è successo dopo?

Ci si fermi subito e si indaghi presto

* Michele Curto è il Capogruppo di Sel al Consiglio Comunale di Torino

Comune di Ragusa ‘No Muos’. Palazzo dell’Aquila si oppone al ricorso del Ministero da: ragusa24.it

Il Comune di Ragusa quindi interviene a sostegno dei ricorsi promossi dal Comune di Niscemi e dal Movimento No Muos come aveva già fatto negli altri procedimenti. Zanotto: “Continuiamo la battaglia contro l’installazione”

Ragusa No Muos
 

Il Comune di Ragusa proporrà interventi ad opponendum avanti al Cga Sicilia nel ricorso proposto da Ministero della Difesa che ha richiesto l’annullamento della sentenza resa dal TAR Palermo relativamente all’installazione del Muos.

Il Comune di Ragusa quindi interviene a sostegno dei ricorsi promossi dal Comune di Niscemi e dal Movimento No Muos come aveva già fatto negli altri procedimenti. A deciderlo nella seduta di oggi stata la Giunta Municipale che ha autorizzato il sindaco pro tempore a proporre interventi ad opponendum.

“Interesse precipuo dell’Amministrazione Comunale – dichiara l’Assessore all’energia ed ambiente, Antonio Zanotto – è quello di continuare la battaglia intrapresa contro l’installazione della stazione satellitare di Niscemi. Per questo motivo la Giunta Municipale ha quindi deciso di intervenire anche nel giudizio di appello, tuttora pendente davanti al Cga proposto dal Ministero della Difesa”.

Legge di stabilità, colpo di mano del governo nella sanità: Asl accorpate con le università. Insorgono i medici ospedalieri Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La proposta contenuta nella legge di stabilità, divenuta ormai una legge omnibus, che mira a unificare le Aziende Ospedaliere Universitarie con le Aziende Sanitarie Locali è, secondo i medici, “da bocciare senza appello”, in quanto modifica la architettura istituzionale del SSN inaugurando un meccanismo consociativo non previsto dalle leggi istitutive. ”Con l’alibi, e il nobile proposito, di ridurre le poltrone – si legge in un comunicato di Anaao-Assomed – si estende l’influenza delle Facoltà di Medicina su bacini di servizi più vasti, rendendo la sanità pubblica ostaggio degli accordi tra Magnifici e Governatori di turno, in balia dei loro umori. Con pesanti conseguenze anche sull’organizzazione del lavoro e sui costi. A cominciare dal trasferimento dei rilevanti disavanzi delle Aziende Universitarie su strutture che magari hanno i conti in ordine”. Il 16 dicembre prossimo, i medici hanno già in programma uno sciopero per protestare contro i tagli al sistema sanitario pubblico.Secondo i medici ospedalieri, a legislazione invariata, si tratta di un affare a costo zero per le 43 Facoltà di Medicina che affollano il nostro Paese. Basti ricordare che i pochi posti apicali, ospedalieri e distrettuali, sopravvissuti alla cura degli standard, saranno a disposizione di personale universitario cui sia preclusa la carriera accademica. “E, alla faccia del rapporto fiduciario, che per le Regioni è un dogma quando si tratta di personale ospedaliero, senza neppure il fastidio di una selezione o di una valutazione della coerenza del curriculum con l’incarico da svolgere. Una intesa verbale è sufficiente per affidare la direzione di strutture assistenziali, e la formazione dei futuri medici-chirurghi, anche a chi ha scarsa dimestichezza con le sale operatorie o con la disciplina di attività. Senza dimenticare i “programmi ad personam” che attribuiscono lo stipendio di primario a personale universitario senza le responsabilità connesse alla funzione direttiva. E’ per mantenere questo sistema che le Regioni battono cassa al Governo?”
I medici non credono alla favola del risparmio per il SSN, “visto che il salario accessorio (quasi la metà dello stipendio) dei professori che clinicizzano le strutture ospedaliere è tutto a carico dei bilanci aziendali e che l’orario destinato all’assistenza è la metà di quello di un ospedaliero per un personale che, non di rado, non è soggetto agli stessi obblighi di controllo”.
Per Anaao-Assomed, è intollerabile che un Governo “così avaro con i propri dipendenti sia così generoso con personale convenzionato, per il quale, nel silenzio generale, ha già ripristinato gli automatismi degli scatti di anzianità”. I medici fanno appello al Parlamento affinchè cancelli questo colpo di mano o, perlomeno, modifichi le norme che lo rendono appetibile, “abrogando ingiustificati privilegi a scapito del merito e delle competenze e riportando la gestione del personale all’interno delle regole comuni”. “Non è accettabile – concludono – che l’assistenza ai malati venga affidata a una istituzione che ha una mission diversa, quella della didattica e della ricerca, sottraendola al personale dipendente del SSN”.

Intrecci tra mafia e politica. Il pm Di Matteo senza freni: “Serve una nuova guerra di liberazione nazionale”Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Oggi deve essere prioritaria una nuova forma di resistenza per vincere una nuova e particolarmente insidiosa e pericolosa guerra di liberazione. Una guerra di liberazione contro le mafie, contro la mentalita’ mafiosa, contro la diffusione di questa mentalita’ anche nell’esercizio del potere”. E’ l’appello lanciato dal pm Antonino Di Matteo, ieri a Bologna per ricevere la cittadinanza onoraria da parte del Comune emiliano.
Di Matteo invoca una “guerra di liberazione contro la corruzione, contro le lobby, le massonerie, il predominio del concetto di appartenenza rispetto al merito, l’illegalita’ diffusa che a tutti i livelli sta progressivamente erodendo e sfaldando come un cancro il tessuto sociale del nostro Paese, una guerra di liberazione contro la rassegnazione a convivere con quei fenomeni criminali”. Tutti, “ciascuno con il suo ruolo e le sue capacita’, abbiamo il dovere di promuovere e sviluppare questa nuova forma di resistenza e liberazione”, afferma il magistrato. Allo stesso tempo, per Di Matteo e’ necessaria “una seria riflessione su che cosa oggi e’ diventata la mafia, sul pericolo che rappresenta per il sistema democratico. Vorrei che diventasse un momento di onesta riflessione su quale oggi sia, al di la’ delle parole e dei facili proclami, la risposta della politica al gravissimo problema rappresentato dalla criminalita’ organizzata e, permetterete, dalla diffusione del metodo mafioso nell’esercizio del potere”. Questo sapendo che “e’ nel Dna della mafia, in particolare di Cosa Nostra, l’organizzazione siciliana- sottolinea Di Matteo- la ricerca del rapporto con la politica, con le istituzioni, con il mondo dell’economia, dell’impresa e della finanza”. Loro, i mafiosi, “hanno la consapevolezza della decisivita’ di questi rapporti esterni.

Ancora lo Stato, le istituzioni politiche nel loro complesso non hanno invece dimostrato con i fatti di volere definitivamente puntare a recidere quei legami. E’ questo il principale motivo per il quale, pur avendo vinto alcune importanti battaglie contro le organizzazioni mafiose- rileva Di Matteo- non riusciamo ancora a vincere la guerra, ad intravedere il momento nel quale il fenomeno verra’ finalmente debellato”.

In particolare, “continua ad esistere una, a mio parere, ingiustificata e dannosa divaricazione tra la efficacia e giusta severita’ della repressione dell’ala militare delle organizzazioni mafiose- continua il pm- e la sostanziale inadeguatezza degli strumenti legislativi a nostra disposizione per colpire i rapporti esterni delle organizzazioni mafiose con il potere”. Ad oggi il quadro normativo in vigore “garantisce ai corrotti, ai collusi, ai facinorosi delle classi piu’ ricche- afferma Di Matteo- spazi troppo ampi di sostanziale impunita’, in particolare attraverso il sistema della prescrizione che nella grande maggioranza dei casi estingue quei reati, quei delitti che costituiscono le manifestazioni piu’ tipiche della delinquenza dei colletti bianchi prima della definitivita’ del giudizio”. Inoltre si impone ancora “una amara, molto amara, riflessione su come nel nostro Paese il problema del rapporto tra la mafia e la politica- continua Di Matteo- sia stato per troppo tempo considerato di esclusivo interesse del giudice penale”, mentre “non e’ piu’ concepibile la delega esclusiva alla magistratura per sanzionare il rapporto tra la mafia e la politica”.

Da cittadino, prima ancora che da magistrato, “auspico che la politica si riappropri di un ruolo di prima linea nella lotta alla mafia”, e’ l’esortazione del pm, che rievoca i tempi in cui esistevano “singoli esponenti politici che sapevano fare i nomi dei mafiosi e dei potenti in combutta con i mafiosi, quando ancora quei nomi non erano consacrati e contenuti nemmeno nei rapporti delle forze di polizia e tantomeno nelle sentenze della magistratura”.

Liberarono i beagle di Green Hill, i cui proprietari furono condannati. E il tribunale di Brescia sanziona tredici attivisti animalisi autore fabrizio salvatori da. controlacrisi.org

Ieri, presso il Tribunale di Brescia, si è concluso il processo ai 13 attivisti imputati a vario titolo per furto, rapina, lesioni e resistenza al pubblico ufficiale per aver salvato piu’ di una sessantina di cani beagle dall’allevamento per la vivisezione Green Hill a Montichiari (Brescia) il 28 aprile 2012, poi posto sotto sequestro per il delitto di maltrattamento ed uccisione di animali il 17 luglio 2012.

Per due di loro la pena, sospesa, è di dieci mesi e 450 euro di multa. Gli altri dieci invece sono stati condannati a 8 mesi e una multa di 300 euro. Tra gli imputati solo una ragazza è stata assolta

La Lav ricorda che i titolari dell’allevamento e il medico veterinario di Green Hill sono stati condannati il 23 gennaio 2015 per i reati di uccisione e maltrattamento e l’allevamento ha poi definitivamente chiuso anche a seguito dell’approvazione della nuova normativa sulla sperimentazione animale che vieta allevamenti di cani allevati per la sperimentazione.

La difesa degli attivisti in questo processo ha contestato fino in fondo che potessero essere ritenuti colpevoli coloro che hanno liberato animali allevati in una struttura in cui e’ stato successivamente accertato, dallo stesso Tribunale, il maltrattamento e la morte, sottolineando la titolarita’ in capo all’animale di posizioni giuridiche tutelate dal diritto e l’impossibilita’ di considerare la vita di un animale al pari di un bene mobile oggetto di furto ed invocando, comunque, la legittima difesa dei ragazzi nell’interesse degli animali. Seppur rispettiamo quelle che sono le decisioni dell’Autorita’ giudiziaria, riteniamo che questa sentenza vada a confliggere con il riconoscimento dell’animale quale soggetto, essere senziente e non res, e la conseguenza che gli attivisti coinvolti non hanno assolutamente rubato qualcosa ma piuttosto salvato vite animali da maltrattamenti e uccisioni, come poi confermato successivamente dallo stesso Tribunale di Brescia con la storica sentenza di condanna per l’azienda del 23 gennaio scorso: “per questo auspichiamo che la Corte d’Appello possa valutare diversamente i fatti, alla luce dei successivi accadimenti nella struttura e relative vicende processuali, nonche’ un intervento legislativo che intervenga a chiarire una volta per tutte che un animale non puo’ essere considerato mera proprieta’ privata”.