LO SCANDALO DELL’ACCOGLIENZA ”Mafia capitale”, Rea, Ferrarello e Venditti ecco le carte sul Cara dei “Peter Pan” da: lasicilia.it


di Mario Barresi

CATANIA. Parla di tutto e di tutti. Nomi, molti nomi. Alcuni dei quali (non si sa quanto involontariamente) storpiati. Parla dell’incontro con «l’onorevole Rea del Pd» e con «il segretario della Cgil di Catania, Venditti». Parla della forza elettorale di Giuseppe Castiglione sul territorio, ereditata dal suocero, «il senatore Ferrarello». Luca Odevaine, da ieri alla sbarra nel processo–show di “Mafia Capitale” ha riempito centinaia e centinaia di pagine di verbali degli interrogatori in carcere. Gli ultimi quattro dei quali, fra settembre e ottobre, resi ai pm di Catania (ancora secretati) e di Roma (depositati ieri sera). In queste carte più recenti, secondo quanto anticipato da Repubblica, ci sarebbe, oltre alla «piena ammissione delle proprie responsabilità», una «chiamata di correo che spalanca le porte dell’abisso al sottosegretario all’Agricoltura di Ncd Giuseppe Castiglione». L’attenzione, adesso, è sui due verbali romani, che oggi saranno consegnati alle parti.

 

Luca Petrucci, legale di Odevaine, da noi sollecitato su quanto questa ricostruzione possa essere attendibile risponde laconico: «Abbastanza». Castiglione, fra gli indagati per turbativa d’asta a Catania, s’è sempre detto estraneo a qualsiasi accusa. Ma, in attesa di conoscere gli ultimi sviluppi, agli atti del processo di “Mafia Capitale” c’è già molto di siciliano. E moltissimo del Cara di Mineo. Si parla soltanto del centro di accoglienza per rifugiati, ad esempio, nelle 153 pagine del lungo interrogatorio dello scorso 11 luglio, nel carcere di Torino, davanti al procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, e ai sostituti Paolo Ielo e Giuseppe Cascini. Un Odevaine sfuggente come un’anguilla, più volte ripreso dai suoi interlocutori: «Perché per come lo racconta lei – lo incalza Prestipino – è il mondo di Peter Pan, non è il mondo reale».

 

E, quando la raffica di domande e risposte s’inceppa sui “sottintesi”, è uno dei magistrati a metterlo in riga.

Pm Ielo: «Attenzione, cerchiamo di chiamare le cose con nome e cognome».

Odevaine: «Chiamare le cose con nome e cognome in Sicilia non è semplicissimo. Lo sa meglio di me».

I: «Sono nato in Sicilia».

O: «E allora lo sa meglio di me».

 

Siparietti a parte, il “Facilitatore” racconta la verità sugli affari di Mineo. La sua verità. O una prima parte. Con alcuni passaggi, quelli più delicati, già diffusi. Tra cui le «gare cucite su misura» per gli appalti del Cara e gli «stretti contatti con La Cascina (la coop bianca, ndr) », che «finanziava quest’operazione dell’Ncd», citando, oltre a Castiglione, il ministro Angelino Alfano e l’ex ministro Maurizio Lupi. Odevaine rivela però anche altre circostanze, di minore rilievo per le testate nazionali, inedite. Nomi e cognomi, gli chiedono i magistrati.

 

E Odevaine li fa. Partendo dall’ex presidente della Provincia e soggetto attuatore del Cara. Il quale, appena uscito da Palazzo Minoriti, racconta l’imputato di “Mafia Capitale”, «va a prendere il posto designato da Berlusconi», il «posto di suo suocero», una «persona di grandissimo potere». Suo suocero chi? «Il senatore Ferrarello», risponde alla domanda (quasi retorica) dei pm, storpiandone il nome. Il riferimento è a Pino Firrarello, ex senatore, del tutto estraneo a qualsiasi indagine sui centri per immigrati.

 

“Peter Pan”–Odevaine parla dell’ormai famoso “pranzo con la sedia vuota” perché «aspettavano quello che doveva vincere la gara di Mineo», già oggetto di un’intercettazione dei Ros e di un precedente interrogatorio dei carabinieri dopo l’arresto. «Era una battuta», prova a ridimensionare Odevaine all’inizio del confronto dell’11 luglio. Ma poi, pressato dai pm, rettifica: «Era una battuta nel contesto in cui l’ho fatta, però sostanzialmente si è rivelata una verità». Il suo racconto: «Ci sediamo a un tavolo apparecchiato per tre. Quindi intuisco che c’è una terza persona e chiedo al presidente Castiglione: “aspettiamo qualcuno? ” e lui mi disse: “sì, aspettiamo una persona che ti voglio presentare”». Quella persona è Salvo Calì, ex presidente del consorzio Sisifo, che oggi ha cambiato amministratori, non coinvolto nelle indagini. I magistrati chiedono più volte a Odevaine se il sottosegretario gli avesse detto chiaramente che Sisifo doveva vincere l’appalto di Mineo. «Riaccompagnandomi all’aeroporto mi fece anche un ragionamento dicendo: “guarda, io ritengo che loro siano i migliori. Peraltro non avrei neanche interesse a promuoverli perché sono di centrosinistra”», si limita a dire.

 

Sta di fatto che Sisifo è il capofila dell’Ati che si aggiudica l’appalto di Mineo. Per due volte di fila. Ma Castiglione ha preso soldi? «No, tenderei a escluderlo», ribatte. Ha avuto altri vantaggi? A questa domanda, Odevaine risponde secco: «Sì». E poi esplica il concetto, parlando di benefici «di natura elettorale», di «uno scambio di voti». Perché «il tema fondamentale di tutta questa vicenda di Mineo sono le assunzioni, le assunzioni di personale». Non gestite direttamente dal capo degli alfaniani di Sicilia, ma da Paolo Ragusa (ex presidente di Sol. Calatino, una delle coop vincitrici) che «è in contatto diretto continuamente con Castiglione sulle strategie politiche della zona». Quando il pm Cascini gli chiede se abbia mai parlato di assunzioni con il sottosegretario, Odevaine frena: «No. Il mio rapporto con Castiglione si è un po’… diciamo, sostanzialmente, interrotto a un certo punto».

 

Ragusa come “facilitatore del Facilitatore”, dunque. Il ruolo del capo delle cooperative locali porta dritti alla cosidetta “pista rossa”, della quale s’è parlato anche degli interrogatori dei pm etnei Raffaella Vinciguerra e Marco Bisogni. «Ma è tutto secretato, a Catania ci stanno ancora lavorando», precisa l’avvocato Petrucci. Ma nel carcere di Torino, ai magistrati romani, Odevaine racconta: «Tra la prima e la seconda gara, quindi nel 2011, prima del dicembre 2011, io fui convocato da Paolo Ragusa. (…) Mi chiese: “puoi venire con me? Ti vuole incontrare un deputato della regione siciliana”». L’imputato ricostruisce in modo confuso l’incontro nella prima parte del verbale. Tant’è che questi passaggi, alla fine del verbale, vengono riassunti dai pm romani assieme all’indagato.

Pm Cascini: «Chiariamo questo punto. Mi sembra che lei abbia detto che Paolo Ragusa le dice che lei avrebbe fatto il direttore generale ovviamente in caso di aggiudicazione a loro della… ».

Odevaine: «Sì».

C: «È così? Abbiamo capito bene? ».

O: «Sì, sì. Beh, Ragusa non era solo lui, c’è stata una riunione con altri soggetti… questo nell’ottica della creazione del consorzio, che in quel momento ancora non c’era».

C: «Chi era presente a quella riunione? ».

O: «Allora, erano presenti… mi pare che si chiami Onorevole Rea, però potrebbe… grossomodo… comunque era presidente della commissione ambiente del Pd all’assemblea regionale siciliana».

C: «Onorevole del Pd, che era presidente…? ».

O: «Presidente della commissione ambiente del Pd all’assemblea regionale siciliana in quel momento. Poi uno era il segretario della Cgil, che mi pare si chiama Venditti, se non sbaglio… ».

Pm Ielo: «Provinciale? ».

O: «Provinciale di Catania. E l’altro era il sindaco di Ramacca, che si chiama… va beh, il sindaco di Ramacca, l’attuale sindaco di Ramacca».

In seguito, con la collaborazione dei Ros, i pm hanno dato un’identità ai presenti a quell’incontro: Concetta Raia (attuale deputato regionale del Pd, all’epoca componente della commissione Ambiente all’Ars), Angelo Villari (oggi assessore comunale a Catania, in quel periodo segretario della Cgil etnea) e Franco Zappalà (sindaco di Ramacca). Nessuno di loro è indagato, né coinvolto nelle inchieste di Roma e Catania.

 

I pm domandano a Odevaine se «il deputato del Pd» abbia preso tangenti o contribuito a pilotare le gare sotto inchiesta: la risposta dell’imputato è sempre negativa. Questa parte dei rapporti siciliani di Odevaine emerge anche da un’intercettazione ambientale del 3 febbraio 2014 all’interno degli uffici della sua fondazione “Integrazione” in cui parla con Salvatore Buzzi, ras delle coop romane. Luca Odevaine: «Anche perché politicamente lì è successo pure un po’ di casino perché prima… il Pd… e… faceva blocco… su… anche su Sisifo… e quindi di conseguenza con tutto il gruppo, adesso invece… è successo che loro un giorno m… m’ha chiamato il segretario della Cgil… quindi… Stefania… ».

Salvatore Buzzi: «Uhm».

O: «… e m’ha fatto…… inc… sono andato da… questa Presidente di commissione regionale del Pd… che era quella che all’inizio appunto aveva… inc… la vicenda per… per Sisifo… e mi… e mi sono ritrovato questo di Connecting People… Capito? M’hanno portato questo di Connecting che diceva: “A me… a noi ce dovete fa entrà… o ci fate entrare nell’Ati… ”. dopodiché… so che si… (inc.)… con Sisifo e non sono riusciti a chiudere… (inc.)…, oppure vi famo un culo così o sennò dobbiamo vincere noi… (…) ».

B: «Scusa cerchiamo di infilasse noi co Pizzarotti e Cascina e ci infiliamo… perché non ci possiamo infilare?».

O: «Sì… bisogna lasciare una quota siciliana per… sul territorio chiaramente perché sennò lì… ci fanno un culo così… però Sisifo potrebbe pure… ».

Non è dato sapere se l’incontro di cui si parla nell’interrogatorio sia lo stesso dell’intercettazione, dove compare il nome di “Connecting People”. Un consorzio di Castelvetrano nel cui Cda siede un familiare di uno dei presenti all’incontro di cui parla Odevaine con i pm. Il consorzio, al di là del tentativo di “ingresso” (vero o presunto) evocato nel colloquio ascoltato dalle microspie, non ha mai avuto un ruolo a Mineo. E anzi diventerà poi uno dei più acerrimi nemici del “sistema Cara”: escluso dalla gara, si lancia in ricorsi e denunce contro Sisifo & C. Quindi: non hanno concluso affari. E allora perché Pd e Cgil chiedono quell’incontro? La risposta, in perfetto stile Odevaine, è emblematica: «Ora, la presenza di Paolo Ragusa in questo contesto non è casuale, perché finché è una parte politica che me lo chiede è un conto, ma Paolo Ragusa era uno dei gestori, era anzi il collante di tutte le cooperative della zona. Okay? ». È Ragusa il link che unisce tutti: coop rosse e bianche, Pd e Ncd, sindaci e prefetti. Ma possono davvero ricadere soltanto sull’iperattivo cooperante di Mineo, al netto delle «piene assunzioni di responsabilità» da parte di Odevaine, tutte le colpe di quello che è successo negli ultimi anni al Cara? Bisognerebbe chiederlo al diretto interessato. Ma i pm di Catania – così come quello di Caltagirone, che indaga sulla parentopoli nelle assunzioni – sono convinti di saper già rispondere all’ interrogativo.

twitter: @MarioBarresi

Domenica 8 novembre tutte e tutti a Bologna per dire mai con Salvini da: rifondazione comunista

Domenica 8 novembre tutte e tutti a Bologna per dire mai con Salvini

Domenica 8 novembre Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni riuniranno tutto il centrodestra nazionale a Bologna in una manifestazione caratterizzata dal linguaggio sempre più fascistoide, razzista e violento di una Lega Nord che ha sdoganato persino il neonazismo di Forza Nuova.

Non ci stupisce che Salvini abbia scelto Bologna per lanciare il suo assalto al Governo e avviare la campagna elettorale per le amministrative 2016, perché questa città ha saputo mettere in atto forme di resistenza al razzismo e alla guerra fra poveri innescata dalla Lega Nord capaci di dimostrare come la giustizia sociale possa essere il filo rosso che deve orientare le politiche ai tempi dell’austerity.

La logica della Lega Nord è, infatti, sempre la stessa: mettere gli ultimi contro i penultimi, il disoccupato contro il migrante, il metalmeccanico contro l’impiegato pubblico, l’operaio contro l’artigiano. Una guerra tra poveri condotta in modo scientifico evitando accuratamente di toccare i nodi delle disuguaglianze e senza mettere in discussione l’austerità imposta dal neoliberismo, e che sul palco di Piazza Maggiore sarà ben rappresentata da un Berlusconi in cerca di un nuovo rilancio.

Per questo diciamo mai con Salvini, ben sapendo che oltre al razzismo della Lega Nord va combattuto contemporaneamente anche il neoliberismo di Renzi per affermare che esiste un’altra opposizione oltre a quella leghista e che mette al centro la proposizione di politiche antiliberiste e antiausterity fondate su uguaglianza, giustizia sociale e diritti per tutte e tutti.

Per questo Rifondazione Comunista partecipa alla manifestazione “Mai con Salvini” che una vasta rete di organizzazioni sociali e politiche ha promosso per domenica 8 novembre e invita tutte e tutti nella città medaglia d’oro della Resistenza per dire che Bologna non si Lega.

Per le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista il concentramento è alle ore 9 in Piazza Medaglie d’Oro (davanti alla stazione centrale) nei pressi della lapide che ricorda la strage fascista e di stato del 2 agosto 1980 per proseguire in corteo verso Piazza XX Settembre.

Maurizio Acerbo, segreteria nazionale PRC-SE
Stefano Lugli – Segretario regionale PRC Emilia Romagna
Simone Gimona – Segretario Federazione PRC Bologna

La partigiana comunista Nori Brambilla Pesce da: rifondazione comunista

La partigiana comunista Nori Brambilla Pesce

4 anni fa ci lasciava la nostra compagna Onorina Brambilla Pesce. La ricordiamo proponendovi il racconto della sua storia partigiana pubblicato su Triangolo Rosso, Giornale a cura dell’Associazione nazionale ex-deportati nei Campi nazisti, N. 7-9 ottobre – dicembre 2013. 

Accanto a “Visone” nella lotta per la libertà. Onorina Brambilla, “Sandra” e il 3° Gap di Milano

di Franco Giannantoni

Avrei preferito andare in montagna, in una formazione “Garibaldi” magari con “Cino” Moscatelli ma quando si offrì la possibilità di dare una mano alla Resistenza entrai in un Gap, il 3° quello costituito da Egisto Rubini, morto suicida in carcere per non parlare. Era la primavera del ‘44.

Onorina Brambilla, appena ventenne, impiegata, la madre Maria operaia alla Agretta una fabbrica di bibite, il padre Romeo operaio alla Breda Aeronautica di Bresso e per una breve parentesi alla “Bianchi” prima di essere licenziato per la sua attività antifascista, una sorella più giovane, la Wanda, l’irresistibile richiamo della lotta l’aveva avvertito sin dai primi giorni dopo l’8 settembre del ’43 quando, con altre compagne di lavoro, aveva risposto, senza purtroppo individuare il luogo del concentramento, all’appello di Poldo Gasparotto, il comandante militare di “Giustizia e Libertà” fucilato a Fossoli il 22 giugno 1944, che avrebbe voluto organizzare una Guardia Nazionale, una sorta di esercito popolare per combattere i tedeschi e difendere Milano dall’imminente occupazione.

Onorina Brambilla con la sua “Bianchi” azzurro cielo, dono del padre, non aveva retto all’emozione di quel patriottico messaggio e aveva battuto in lungo e in largo il centro di Milano, già segnato dai micidiali bombardamenti alleati, per presentarsi e mettersi a disposizione.

Ma il luogo del ritrovo, una cantina-deposito di una fabbrica di medicinali in via dell’Annunciata, una laterale di via Manzoni, non l’aveva trovato e, come lei, le sue compagne.

Alla fine era tornata nella storica casa di ringhiera, il luogo dove abitava, di via Alfonso Corti 30 di Lambrate, ai “Tre Furcei” (da “Tre Forchette”, il nome di un piccolo ristorante della zona), in attesa che le si presentasse un’altra occasione Onorina Brambilla aveva già nel sangue il comunismo, la stella cometa che la guiderà in tutta la sua vita. Ne aveva sentito parlare per la prima volta alla “Paronitti”, l’azienda in cui lavorava dall’età di 14 anni, da Delfina Della Seta, la matura archivista. Questa le aveva presentato Giulio Pastore, un quarantacinquenne, passato più volte dalle carceri fasciste che, giorno dopo giorno, aveva raccontato la lunga storia di lotte della classe operaia, la Rivoluzione d’ottobre, la battaglia per la difesa dei diritti dei lavoratori, la violenza del fascismo, il carcere, il Tribunale Speciale, il confino. Onorina, attenta, aveva incamerato tutte quelle nozioni comparandole con lo stile di vita della sua famiglia, l’antifascismo, le speranze in un’Italia migliore.

Con questa struttura ideologica, forte delle sue convinzioni mediate dal dibattito coi genitori e, con tutte le precauzioni del caso, sul luogo di lavoro, Onorina aveva potuto vivere da vicino il 25 luglio, il giorno della caduta di Mussolini, la ribellione popolare, la reazione alle brutalità del governo di Badoglio. Si era fatta un’idea precisa su quello che stava accadendo. Aveva visto coi suoi occhi Anna Gentili, una bella ragazza toscana, salire con un gesto di estremo coraggio su un carro armato di Badoglio che cercava di frenare la folla che avrebbe voluto marciare, come poi fece, in direzione del carcere di San Vittore per liberare i detenuti politici reclusi dal fascismo.

Il sogno di Gasparotto era frattanto tramontato. Il generale Vittorio Ruggero, comandante militare della Piazza di Milano, tradendo gli impegni assunti con il Comitato Militare antifascista di Alfredo Pizzoni, Girolamo Li Causi, Giovanni Grilli, Luigi Gasparotto e altri, si era consegnato al nemico. L’aria a Milano si era fatta immediatamente pesante.

Erano cominciati i primi rastrellamenti, c’erano stati i primi arresti. San Vittore boccheggiava, colma di prigionieri politici. Occorreva sapere rispondere. I primi gesti di Resistenza eran venuti dalla 3a Gap di Egisto Rubini. Attentati ai mezzi tedeschi, qualche ordigno nei luoghi di raccolta delle truppe nemiche, sulle montagne prealpine i primi gruppi armati, in maggioranza di matrice militare ma anche integrati da ragazzi

sfuggiti ai primi bandi di Salò, avevano cercato di fronteggiare l’esercito del Reich pagando prezzi altissimi. Onorina Brambilla era tornata al suo lavoro d’impiegata modello e di superveloce stenodatti lografa, poi, per una questione “sindacale”, si era licenziata dalla Paronitti, trovando in poco tempo un nuovo impiego in una fabbrica che produceva binari per le ferrovie.

Una nuova esperienza e un buon salario rispetto al precedente impiego che avevano premiato la sua bravura già messa in mostra alla Scuola professionale frequentata con profitto.

L’attesa di potersi battere, di mettere in pratica le nozioni apprese da Pastori, dando il suo apporto alla causa, era apparsa bruciante.

Dopo una prima esperienza al Gruppo Difesa delle Donne, accanto a Francesca Ciceri, “Vera”, la sua nuova “maestra”, nei primissimi giorni del giugno del ’44 era giunta la svolta tanto attesa. Per mezzo dell’amica, Onorina Brambilla aveva conosciuto Giovanni Pesce giunto da Torino per assumere il Comando del 3° Gap al posto di Rubini. Per lei quell’uomo non alto di statura, leggermente stempiato, dai tratti anonimi, rassomigliante più a un rappresentante di commercio che a un esperto di armi e strategie militari, era appunto “Visone” e tale sarebbe stato per un po’ di tempo. “Visone” era il nome del paese vicino ad Acqui Terme dove era nato questo partigiano.

Fra i due era nata un’immediata simpatia: il sorriso, la tranquillità, quel parlare una lingua un pò francese (era emigrato in Francia con la famiglia quando era un bimbo), un po’ spagnola (era stato combattente nelle Brigate Internazionali), un po’ italiana, aveva provocato un che di divertente.

“Visone”, tornato in Italia nel ’40, era stato arrestato, condannato, spedito al confino a Ventotene dove aveva conosciuto i massimi dirigenti del Partito. Il 2 giugno del ’44 Pesce, protagonista di azioni leggendarie, aveva dovuto lasciare Torino dove era “Ivaldi” (il nome di un vecchio operaio) perché messo sotto tiro dai nazifascisti. C’era il pericolo che, dopo la sanguinosa azione contro la radio fascista della Stura, in cui erano stati catturati e poi impiccati i gappisti Valentino e Bravin e Dante Di Nanni che si era suicidato, che Pesce fosse catturato. Da qui l’immediato spostamento a Milano rimasta scoperta, nel frattempo, della guida per la caduta dell’ufficio di comando. Fu in questa fase della lotta che Onorina lasciò il suo nome naturale per diventare “Sandra” ed entrare nella semi clandestinità.

La ragazza, graziosa, elegante nei vestitini preparati dalla mamma che le davano un’aria da studentessa modello più che di una guerrigliera in erba, mostrò subito di che pasta era fatta. Coraggio, abnegazione, rispetto delle regole e degli ordini, disponibilità assoluta al punto che, dopo pochi mesi da “staffetta”, la categoria in cui era confinata solitamente la figura femminile, si era guadagnata i galloni di ufficiale di collegamento, un ruolo riconosciuto dopo la fine della guerra ed equiparato a quello di tenente dell’esercito italiano.

Poco prima di andarsene il 6 novembre di due anni fa, era riuscita nell’impresa, accompagnata per mano da Roberto Farina, uno studioso serio, di raccontare in “Pane bianco”, in parte una fiaba del bel tempo andato e in parte un racconto aspro della guerra partigiana, la sua storia. Un bel lavoro, anche una confessione dei momenti bui, delle incertezze ma soprattutto un canto sopraffino delle tante imprese compiute. Paura? Si certo che ne avevo-rispondeva-chi non ha paura è un folle destina- to prima o poi a lasciarci le penne. Così, quando nell’agosto del ’44 aveva portato a termine l’azione forse più rilevante della sua militanza partigiana, il senso del rischio che stava correndo, non l’aveva mai abbandonata.

Il Comando Gap aveva deciso che l’avvocato Domenico De Martino, funzionario dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, fra i più pericolosi agenti della Rsi, andasse colpito. A “Sandra” era stato chiesto di identificare questo personaggio perché nessuno lo aveva mai potuto vedere. L’unica soluzione era quella di andare a casa sua e incontrarlo con uno stratagemma.

Impresa non da poco (ecco la paura in agguato) che “Sandra” af frontò con assoluta freddezza.

Suonò al portone di casa De Martino in via Telesio 8, fu accompagnata da una cameriera nello studio dell’agente politico, raccontò la storiella di sua sorella che avrebbe voluto riconoscere il figlioletto nato da un ufficiale caduto in Albania, ebbe dei consigli e a quel punto con le gambe che stavano cedendo se ne andò. Missione compiuta. I tratti del De Martino erano stati fissati nella mente di “Sandra”. La Gap non aveva avuto problemi qualche giorno dopo nel liquidare il conto.

La prima vera azione militare a cui aveva preso parte, era stata condotta da Franco Conti, comandante della Gap di Niguarda, contro un maresciallo delle SS italiane. Il gappista aveva spara- to per strada nel momento in cui il fascista era apparso e lei -era il compito specifico di ogni staffetta- aveva preso in consegna l’arma infilandola nella borsetta e si era dileguata per la strada opposta percorsa dallo sparatore.

Da quel giorno la serie di azioni non si interruppe mai. “Sandra” quando ricordava quelle ore, si faceva pensierosa. Pietà? Nessuna- rispondeva – quando loro ci prendevano eravamo carne da macello, ci sterminavano. Perché avremmo dovuto comportarci diversamente? Era la guerra.

Ebbe, come tutti i coraggiosi, in qualche occasione anche la sua buona dose di fortuna come in quel giorno di primavera del ’44 quando avrebbe potuto cadere nelle mani dei marò della “San Marco”, una delle quattro Divisioni della Rsi addestrate in Germania. Ma si salvò. Era in bicicletta dalle parti di piazza Ludovica, nel paniere di vimini della “Bianchi”, sotto pane e verdura, aveva nascosto due pistole. Dovevano servire a “Visone”. “Sandra”, quando da lontano intravvide il posto di blocco, non fece l’errore di cambiare strada. Sarebbe stata notata nell’incauta manovra, inseguita, arrestata. Continuò a pedalare come se niente fosse accaduto e, all’ultimo metro, mentre le forze le stavano mancando e il terrore l’aveva paralizzata, sentì esclamare al marò di turno: “vai vai pure, bella”.

Più o meno la stessa avventura l’aveva vissuta quando, tornando da Mazzo-Rho con dell’esplosivo in una valigia utile per un attentato a Greco-Pirelli contro i treni diretti in Germania carichi di parti industriali trafugate nelle fabbriche italiane, venne avvicinata sul tram da due poliziotti attirati dalla sua graziosa figura. L’esplosivo era di una decina di chili.

I poliziotti, galanti, l’aiutarono a trasportare la valigia una volta giunta al capolinea del “33”. Ma come è pesante!, esclamarono i due. Verdura e frutta, vengo dalla campagna commentò “Sandra” tranquillamente. Poi insistette nel tentativo di seminarli. Faccio da sola e loro di rimando: Vediamoci domani, andiamo al cinema, e porti un’amica bella come lei! Affare fatto con gran sorriso. “Sandra” per un’altra volta si era salvata da una trappola.

Fra un’azione e un’altra era sempre in contatto con “Visone”. Gli incontri avvenivano nella base di via Macedonio Melloni dove la portinaia Maria faceva finta di non sapere che quello era lo snodo operativo dei gappisti.

Intanto con il passare del tempo la simpatia si trasformò in amore. Quando dissi a mia madre- confessò Onorina nel suo libro- che quella sera non sarei tornata a casa per un impegno importante, fu un piccolo dramma. Ma la lotta riservava per fortuna spazi di vita privata, momenti nei quali allentare la tensione e poter pensare al proprio futuro. Per noi fu così. “Sandra” giunta a quel punto non aveva compiuto l’errore di sovrapporre la sfera strettamente privata della propria vita a quella partigiana. “Visone” era rimasto sempre il suo comandante.

Lei l’ufficiale di collegamento senza mai sottrarsi ad alcun impegno cui dovesse assolvere. Fra i più pericolosi, il trasporto dell’esplosivo il 30 agosto del ’44 che sarebbe servito a Clemente Azzini, “il soldato”, per far saltare per aria, cosa che avvenne, il posto ristoro delle truppe tedesche alla Stazione Centrale.

Conclusa l’azione “Sandra” era risalita sulla “Bianchi” celeste con cui era arrivata ed era sparita nel ventre della città dilaniata dalla guerra.

Venne il fatale pomeriggio del 12 settembre 1944. Per “Sandra” fu la fine dell’avventura partigiana. Venne infatti arrestata con la “staffetta” Narva (Dosolina De Ponti) in piazza Argentina davanti al cinema omonimo. Avrebbe dovuto dire a Giovanni Jannetti alias “Arconati” che “Visone” non si sarebbe presentato all’appuntamento perché impegnato a liberare al policlinico un compagno partigiano ferito in uno scontro a fuoco. “Arconati” non era mai piaciuto a “Visone”. Voleva sapere troppe cose diceva. Infatti, non appena “Sandra” si era presentata all’incontro, era stata circondata da militi fascisti e SS mentre il provocatore “Arconati” era filato via.

Trasferita a Monza alla Casa del Balilla, sede delle SS del famigerato Wernig, era stata interrogata da militi italiani e, al silenzio che ne era seguito, messa nelle mani di un boia ucraino, colpita a sangue con il “gatto alle sette code”, un frustino tempestato da anelli di ferro.

Un vero supplizio affrontato senza aprire bocca. In un’occasione poté incontrare la madre. Un progetto studiato da “Visone” per poterla liberare si era rivelato inattuabile. L’11 novembre, dopo un breve soggiorno al V° raggio di San Vittore, fu trasferita in auto- bus con altri 78 prigionieri, di cui sette donne, nel campo di “polizia e di smistamento” di Bolzano-Gries di via Resia, l’anticamera dei lager, in funzione dopo l’abbandono di Fossoli Carpi per l’avanzare delle truppe alleate.

Triangolo rosso, simbolo dei prigionieri politici, numero di matricola 6087, Blocco “F” Onorina Brambilla non si fece schiacciare dall’angoscia.

Soffrì la solitudine, patì la fame, curò l’immagine per quanto potesse. Non fu percossa. Vide brutali pestaggi dei due aguzzini Michael Seifert e Otto Sein agli ordini di Haage e Thito, i comandanti. Mantenne dignità e fierezza. Rimase partigiana. Poi, quando Carlo Milanesi, un comunista, costituì con il figlio Delio, Ada Buffulini e altri compagni, una sezione interna del Cln e poi del Pci, con tanto di tessera, Onorina Brambilla riprese fiato. Si sentì viva. Era orgogliosa. Ebbe anche modo di uscire dal campo per andare con Ermelinda Rocco, “Katia”, partigiana del luogo e detenuta con altre tre sorelle, a fare le pulizie nelle caserme della Wehrmacht della città.

Era diventata, svelando doti nascoste del carattere, l’anima del gruppo dei “lombardi”, aveva esteso i contatti interni conoscendo gente straordinaria come la dottoressa Lidia Borelli dell’Ospedale di Garbagnate vittima pure lei di “Arconati”, aveva diffuso il verbo comunista, aveva incitato i compagni a resistere. Un solo sogno non si era avverato, se non in casi rarissimi, quello di poter apprezzare, al posto di quel pane nero, indigeribile, amarognolo, una bella pagnotta di farina bianca. Mamma mandami del pane bianco, dicono le lettere, miracolosamente salvate dall’inferno. Il “pane bianco” partì dalla periferia di Milano, ma il più delle volte si perse per strada.

Il 1° maggio 1945, venti- quattro ore dopo la liberazione del campo e l’arrivo degli Alleati, Onorina Brambilla con un gruppo di amici fra cui Carlo e Delio Milanesi, Serafina Casati, partigiana valtellinese,

gente di Genova, non attese gli autobus di soccorso. Decise di raggiungere Milano a piedi, libera, sotto la neve, prima attraverso il Passo della Mendola, poi la Val di Non indi il Tonale.

Una trasferta massacrante, con soste in pagliai, non sempre assistiti dai contadini. Dopo una sosta a Ponte di Legno e a Lovere, l’arrivo a casa. Era il 7 maggio 1945. Il giorno prima c’era stata la grande sfilata dei partigiani. Onorina era apparsa in via Corti come piovuta dal cielo.

Era scesa dal tram, per prima aveva visto Wanda, la sorella, al ballatoio, che paralizzata dall’emozione, si era abbandonata in una risata isterica, interminabile.

Poi l’abbraccio con i genitori e con “Nino”, il suo “Visone” che pochi mesi dopo, il 14 luglio 1945, la ricorrenza della presa della Bastiglia, diventerà suo marito.

Una data non casuale, singolare dono di nozze non potendo fare altro per le ristrettezze economiche, all’amato compagno che in Francia visse, lavorò, costruì la sua coscienza di comunista.

C’è una fotografia  di quel matrimonio celebrato con un discorso che non finiva mai dal sindaco della Liberazione Antonio Greppi poco lontano da Palazzo Marino semidistrutto dalle bombe che illustra il clima di felicità, solidarietà e di libertà. Immortala “Sandra” e “Visone” coi genitori di lei (la madre di Giovanni Pesce era rimasta a La Grand’ Comb nelle Cevennes, il padre era scomparso da anni) raggianti, con attorno tutta la Resistenza milanese, dai massimi dirigenti ai semplici gappisti, anche alla staffetta della Valtellina, la Serafina Casati compagna di prigionia a Bolzano-Gries.

Ecco Pietro Vergani “Fabio”, comandante militare regionale delle “Garibaldi”, poi Francesco Scotti, ispettore garibaldino in Spagna, Alessio Lamprati, responsabile delle Garibaldi a Milano, Giovanni Nicola, compagno di Gramsci all’Ordine Nuovo a Torino, il commissario politico del 3° Gap Giuseppe Ceresa “Pellegrini”, Giovanni Brambilla confinato con Pesce a Ventotene, i gappisti Franco Conti, Gustavo Bellini, Mario Bellavita, Mauro Bosetti, Bruno Feletti Ispettore delle “Garibaldi”, Delio Milanesi il compagno nel lager trentino.

Gli anni che seguirono non furono sempre facili. Il lavoro al Partito, al sindacato Fiom, al Gruppo Difesa delle Donne, all’Anpi. Poi il trasferimento a Roma al seguito di Giovanni Pesce nominato responsabile della commissione di Vigilanza, una specie di scorta armata al segretario Togliatti vittima il 14 luglio 1948 dell’attentato Pallante. Onorina Brambilla Pesce si era ricavata un posticino a Botteghe Oscure nella segreteria di Pietro Secchia. Il soggiorno nella capitale durò circa un anno. Pesce non tollerava il comportamento troppo disinvolto di Giulio Seniga, il suo vice, uomo di Secchia, ex partigiano nell’Ossola. Fu l’occasione per tornare nell’amata Milano. Pesce infatti abbandonò l’incarico perché i suoi rilievi su Seniga non erano stati valutati con il rigore dovuto dai vertici del Partito. Nel 1954 i sospetti di Pesce si sarebbero rivelati esatti. L’uomo di Secchia era sparito con la cassa del Partito e i documenti. Per chi non si è mai saputo e molto fantasticato.

Era cominciata frattanto la stagione della repressione. Il carcere per i partigiani, i licenziamenti per gli operai. La “guerra fredda” stava lasciando il segno in quella parte del Paese che si era battuta per la libertà. Non era la povertà ma certo la situazione si fatta difficile per tutti. Era nato il Msi, il partito dei fascisti. Il gover- no Parri era caduto alla fine del ’45. Per Onorina e Giovanni Pesce un raggio di sole: Giovanni trovò lavoro come rappresentante di commercio per il Caffè Kluzer, una grande società svizzera. La vita fu più serena. Nel 1951 nacque Tiziana. I Pesce aprirono anche il Bistrot, un locale di liquori e vini. Onorina, divisa fra Partito e il sindacato, cominciò a battere in lungo e in largo le scuole portando a migliaia di ragazzi le voce alta della Resistenza. Una missione vissuta con passione e con coraggio. Ai giovani crede- va. Non aveva mai perso la speranza. “Vostro dovere è sapere”, diceva loro. E non mancava mai all’impegno di questa didattica di base, a questo rito quotidiano.

Il 27 luglio 2007 Giovanni, il marito, il compagno, il maestro, il comandante partigiano, se ne andò. Ricordo Onorina il giorno dei funerali, tre giorni dopo, a Palazzo Marino nella Sala Alessi, ritta, fiera davanti alla bara di “Visone” salutato dal presidente della Camera dei deputati Bertinotti, dal sindaco Moratti e da una grande folla di compagni e amici. C’era anche il picchetto militare a rendere gli onori dovuti ad una medaglia d’oro. S’era levato il canto dell’Internazionale e poi quello di Bella Ciao.

Gli stessi che il 9 novembre di due anni dopo avevano accompagnato alla Camera del Lavoro i funerali civili di Onorina Pesce. “Sandra” aveva sofferto molto la morte di “Visone”. “Quando cala il sole – diceva – chiudo le persiane perché non amo il buio della notte”.

Ora riposa al Famedio, il tempio dei milanesi illustri, accanto al compagno della vita.

NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA da. rifondazione comunista

NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA

Pubblichiamo il documento sul processo unitario a sinistra che è stato elaborato e condiviso da Act!, Altra Europa con Tsipras, Futuro a Sinistra, Partito della Rifondazione Comunista, Possibile, Sinistra Ecologia Libertà. Alle riunioni del tavolo hanno partecipato Sergio Cofferati e Andrea Ranieri. 

1. NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA

Riteniamo non solo necessario ma non più procrastinabile avviare ORA il processo costituente di un soggetto politico di sinistra innovativo, unitario, plurale, inclusivo, aperto alle energie e ai conflitti dei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dell’ambientalismo, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale.

Un soggetto politico in grado di lanciare in modo autorevole e credibile la propria sfida al governo Renzi e a un PD ridotto sempre più chiaramente a “partito personale del leader”, in rappresentanza del variegato universo del lavoro subordinato e autonomo, degli strati sociali che più soffrono il peso della crisi, dei loro diritti negati e delle loro domande inascoltate, orientato a valorizzare la funzione dei governi territoriali e dei corpi intermedi.

Dobbiamo rispondere in modo adeguato – con la forza, il livello di unità e la chiarezza necessarie – alla domanda sempre più preoccupata di quel popolo di democratici e della sinistra che non si rassegna alla manomissione del nostro assetto democratico-costituzionale, alla liquidazione dei diritti del lavoro e alla cancellazione del residuo welfare.

L’obiettivo è lavorare fin d’ORA, in un contesto di dimensione europea contro le politiche neoliberiste, all’elaborazione di un programma comune con cui candidarsi alle prossime elezioni politiche alla guida del Paese, con una proposta politica autonoma e in competizione con tutti gli altri poli politici presenti (la destra, il M5S e il PD), nella consapevolezza che in Italia la stagione del centro-sinistra è finita. In Europa è evidente la crisi profonda delle tradizionali famiglie socialiste.

Ogni giorno che passa aumenta il disagio e il disastro nel Paese. Renzi ha declinato il tema della vocazione maggioritaria come politica dell’uomo solo al comando, alibi per un partito trasformista pigliatutto in realtà dominato dall’agenda liberista dell’Eurozona. Noi vogliamo al contrario costruire una sinistra in grado di animare un ampio movimento di partecipazione popolare e di realizzare alleanze sociali e politiche che mettano radicalmente in discussione le “ricette” nazionali ed europee che hanno caratterizzato il governo della crisi da parte di Popolari e Socialisti.

Sappiamo perfettamente che non è sufficiente unire quel che c’è a sinistra del Partito Democratico, o autoproclamarsi alternativi, per costruire un progetto all’altezza della sfida, davvero in grado di cambiare la vita delle persone. Ma siamo altrettanto convinte/i che senza questa unità il processo nascerebbe parziale, o non nascerebbe affatto.

Per questo noi questa sfida la lanciamo oggi. Insieme.

 2. DEFINIZIONI DEL SOGGETTO

Il Soggetto politico che vogliamo sarà:

DEMOCRATICO, sia nel suo funzionamento interno (una testa un voto regola guida, strumenti e momenti di partecipazione diretta e online, pratiche di co-decisione tra rappresentanti istituzionali e cittadini, costruzione dal basso del programma politico) sia perché deve essere il punto di riferimento e di azione di tutte/i i democratici italiani

DI TUTTE E TUTTI, perché deve essere il luogo in cui tutte/i coloro che si contrappongono alle politiche neoliberiste, alla distruzione dell’ambiente e dei beni comuni, alla svalutazione del lavoro, alla crescente xenofobia, alle guerre, all’attacco alla democrazia possono ritrovarsi e organizzarsi in un corpo collettivo capace di superare antiche divisioni nell’apertura e nel coinvolgimento delle straordinarie risorse fuori dal circuito tradizionale della politica.

ALTERNATIVO e AUTONOMO rispetto alle culture politiche prevalenti d’impronta neoliberista che ci condannano al declino sociale e culturale, di cui oggi il PD tende ad assumere il ruolo di principale propulsore e diffusore.

INNOVATIVO sia nelle forme sia per la rottura con il quadro politico precedente, così come sta avvenendo in molti paesi europei. Differente dal sistema politico corrotto e subalterno di cui siamo avversari.

EUROPEO in quanto parte di una sinistra europea dichiaratamente antiliberista, che, con crescente forza e nuove forme, sta lottando per cambiare un quadro europeo insostenibile.

3. L’anno che verrà – Il 2016

Il 2016 ci presenta passaggi politici di grande importanza: le amministrative che coinvolgono le principali grandi città, il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e la possibile campagna referendaria contro le leggi del governo Renzi. In coerenza con il nostro obiettivo principale per la scadenza delle amministrative vogliamo lavorare alla rinascita sociale, economica e morale del territorio, valutando in comune ovunque la possibilità di individuare candidati, di costruire e di sostenere liste nuove e partecipate in grado di raccogliere le migliori esperienze civiche e dal basso e di rappresentare una forte proposta di governo locale in esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo. Fondamentale è la costruzione di una forte campagna per il NO nel referendum sulla manomissione della Costituzione attuata dal governo Renzi e il sostegno alle campagna referendarie in via di definizione contro le leggi approvate in questi 2 anni.

4. QUINDI…

Al fine di avviare il processo Costituente di questo soggetto politico, convochiamo per il 15-16-17 gennaio 2016 una assemblea nazionale aperta a tutti gli uomini e le donne interessati a costruire questo progetto politico. Da lì parte la sfida che ci assumiamo e lì definiremo la nostra carta dei valori.

L’assemblea darà avvio alla Carovana dell’Alternativa, individuando le forme di partecipazione al progetto politico. Si tratta di definire il nostro programma, le nostre campagne e la nostra proposta politica in un cammino partecipato e dal basso che con assemblee popolari e momenti di studio e approfondimento coinvolga movimenti, associazioni, gruppi formali e informali unendo competenze individuali e collettive.

Entro l’autunno del 2016 ci ritroveremo per concludere questa prima fase del processo e dare vita al soggetto politico della sinistra.

Roma, 3 novembre 2015

Renzi, una forza del passato Fonte: Il ManifestoAutore: Michele Prospero

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La stra­te­gia di medio periodo del par­tito della nazione, inteso come spon­ta­nea con­fluenza degli elet­tori di destra nelle acco­glienti sigle del Pd, viene pre­ci­sata negli edi­to­riali che Angelo Pane­bianco sta pub­bli­cando sul Cor­riere. Impe­gnan­dosi in una stre­nua difesa dell’Italicum, cele­brato come una garan­zia certa di gover­na­bi­lità, il poli­to­logo ha affer­mato che ogni ripen­sa­mento sulla via del tra­guardo delle grandi riforme è assurdo e che i peri­coli paven­tati da poli­tici esi­tanti sono sem­plici pro­dotti di fantasia.

Egli ha così accre­di­tato la sicura affer­ma­zione elet­to­rale di Renzi ricor­rendo a un teo­rema che in verità pog­gia su basi labili. La destra, sostiene, non potrà mai votare in massa per il M5S al secondo turno e, inol­tre, il sog­getto di Grillo è desti­nato a sgon­fiarsi in pros­si­mità del bal­lot­tag­gio. La apo­dit­ti­cità di que­ste sue asser­zioni Pane­bianco le ricava da un postu­lato (in realtà un canone meta­fi­sico o un pio desi­de­rio) che crede inop­pu­gna­bile. E cioè che gli elet­tori votano con il por­ta­fo­glio sal­da­mente cucito nelle tasche. Motivo per cui i bar­bari sogna­tori non pas­se­ranno, a meno che alle urne si rechino degli attori irra­zio­nali dispo­sti a com­piere atti di auto­le­sio­ni­smo economico.

Secondo il Cor­riere il voto al M5S andava bene nel 2013, quando occor­reva orga­niz­zare (e anche via Sol­fe­rino con­tri­buì all’impresa) lo «sber­leffo ai poteri costituiti».

Ora che il ser­vi­zio dei gua­sta­tori è stato garan­tito, non serve più a nulla il soste­gno al movi­mento che pren­derà «molti meno voti del 2013». A col­pire il M5S, sino a ridi­men­sio­narne le ambi­zioni, è la per­ce­zione del nudo inte­resse eco­no­mico che vieta a chi ha i conti in banca di mar­ciare verso l’ignoto. Gratta il libe­rale e vien fuori un mate­ria­li­sta vol­gare. E, pro­prio su que­ste basi molto pro­sai­che, Pane­bianco indica in maniera peren­to­ria le ragioni dell’inevitabile suc­cesso di Renzi: «Un gril­lino a palazzo Chigi sca­te­ne­rebbe il panico in tutte le piazze internazionali».

Più che a una demo­cra­zia com­pe­ti­tiva egli pensa a un sistema rigi­da­mente pro­tetto che va messo sotto osser­va­zione dai custodi dell’ordine del mer­cato mon­diale. Biso­gna scon­giu­rare che dalle fra­gili menti dei cit­ta­dini escano strane pre­fe­renze, in com­pleta vio­la­zione della dot­trina dell’utilità e dell’interesse bene inteso for­mu­lata da Ben­tham o Mill. Dalla difesa dei pre­cisi cal­coli mone­tari, visti come movente prin­ci­pale della scelta razio­nale di voto, Pane­bianco fa discen­dere la sua pro­spet­tiva poli­tica con un fer­reo auto­ma­ti­smo, e cioè il soc­corso scon­tato della destra al Pd per sal­vare i depo­siti ban­cari altri­menti violati.

Que­sta ana­lisi, che esi­bi­sce un rea­li­smo cinico in fondo è solo un ten­ta­tivo di auto ras­si­cu­ra­zione. Tra­scura peral­tro che gli inte­ressi mate­riali che il governo ha inco­rag­giato con le sue mano­vre sono quelli delle imprese, che pesano molto nella con­fe­zione delle leggi di bilan­cio ma meno impatto hanno nel con­teg­gio delle schede elet­to­rali. L’allargamento della soglia del paga­mento in con­tanti mira ad ampliare la coa­li­zione sociale gover­na­tiva coin­vol­gendo nella festa per la mitica ripresa anche set­tori del com­mer­cio, delle libere pro­fes­sioni. Ma, come in un gioco a somma zero, ciò che gua­da­gna verso il mondo delle imprese e del lavoro auto­nomo, l’esecutivo lo perde nel campo del lavoro dipen­dente pub­blico e pri­vato, delle pen­sioni, del pre­ca­riato, della disoc­cu­pa­zione, del voto di opinione.

Con pen­sioni di soprav­vi­venza, il sud abban­do­nato al declino irre­ver­si­bile, il pub­blico impiego per­se­gui­tato con acca­ni­mento tera­peu­tico, il ricatto del licen­zia­mento che pre­sto peserà sui nuovi assunti a tutele cre­scenti, l’universo poten­ziale di chi ritiene di non avere pro­prio nulla da per­dere da un atto di ribel­lione par­rebbe ster­mi­nato. E a nulla val­gono gli scon­vol­gi­menti sul piano degli averi che Pane­bianco agita allo scopo di incu­tere tre­more. La difesa dell’ordine costi­tuito sulla base dell’interesse eco­no­mico minac­ciato rischia di fare cilecca. Ser­vi­rebbe un sup­ple­mento di poli­tica.
Ed è soprat­tutto per ragioni poli­ti­che e cul­tu­rali che l’assioma del suc­cesso ren­ziano come dato acqui­sito non regge. Lo stile di governo che intende diver­tirsi con le regioni e stra­paz­zare il lavoro, l’esibizione di arro­ganza nelle riforme costi­tu­zio­nali, il ricorso a com­mis­sari e pre­fetti per gestire i ter­ri­tori sospen­dendo ovun­que la demo­cra­zia, il con­tra­sto sem­pre più palese tra il mito anti­ca­sta delle ori­gini e l’attaccamento a tutti i pri­vi­legi del potere con­qui­stato con astu­zia, creano una sem­pre più rigida oppo­si­zione tra il palazzo e la società.

Lo sce­na­rio pos­si­bile è che si ripeta la rego­la­rità della seconda repub­blica nelle forme di una nuova insor­genza popu­li­sta e che Renzi cada vit­tima del suo stesso imma­gi­na­rio anti­po­li­tico. La sua pre­di­le­zione neo­ri­na­sci­men­tale per i com­plotti, il rego­la­mento dei conti, gli agguati, cui aggiunge come maschere diver­sive le tec­ni­che del comico, del sor­riso, della fin­zione potreb­bero por­tarlo al tra­monto. Con­tro il potere gigliato che mar­cia con sim­bo­lo­gie aggres­sive, potrebbe mobi­li­tarsi una grande resi­stenza dal basso, tale da tra­vol­gere equi­li­bri che affret­tati inter­preti vor­reb­bero con­so­li­dati per un ventennio.

Se, a dispetto della demo­niz­za­zione dei cosac­chi in cam­mino, arriva a strut­tu­rarsi una pola­rità palazzo-società, che mar­cia sino a diven­tare la demar­ca­zione cru­ciale, il voto potrebbe rega­lare sor­prese. Esclusa dalla somma pro cin­que stelle pure la tota­lità dei soste­ni­tori di FI, esi­ste comun­que, tra i votanti della destra radi­cale, della Lega e del M5S un blocco di forze che parte già dalla dota­zione di un buon 45 per cento dei con­sensi. Se ad essi si aggiun­gono al bal­lot­tag­gio anche i voti pre­su­mi­bili di quanti nella sini­stra (non solo radi­cale) rifiu­tano per prin­ci­pio ogni pos­si­bi­lità di sce­gliere Renzi, non è da esclu­dere che dalle urne risuo­nerà il grido «game over», sta­volta rivolto al lea­der del Pd.
Se, come sem­bra ormai accla­rato, il Pd non mol­lerà prima del voto lo sta­ti­sta di Rignano indu­cen­dolo alla riti­rata, la sorte dello scon­tro è rischiosa. E ine­vi­ta­bile sarà il deflusso della com­pe­ti­zione lungo l’asse società-palazzo, essendo, con la bene­di­zione di De Bene­detti, feli­ce­mente stata archi­viata la pola­rità destra-sinistra. Solo un estremo atto di ribel­lione, che disar­cioni Renzi, potrebbe impe­dire ulte­riori col­lassi siste­mici. Ma il corag­gio di un sif­fatto rime­dio libe­ra­to­rio, e la luci­dità stra­te­gica nel cogliere il senso delle ten­denze, man­cano del tutto alle pal­lide com­parse che in par­la­mento dan­zano in attesa del grande crollo incom­bente. Il nuovo sog­getto della sini­stra per­ciò deve guar­dare oltre Renzi, una forza del passato.

Sanità, lo sciopero di massa dei medici. “Basta, non ci stiamo ad essere trattati come numeri. La salute dei cittadini è una cosa seria”. Intervista a Troise (Anaao-Assomed) Autore: fabio sebastiani da. controlacrisi.org

C’è una miscela esplosiva nella sanità e i medici, sorprendentemente, si trovano davanti a questo malcontento. Medici e ospedali si trovano stretti tra i tagli del Governo e la protesta, sotto varie forme, dei cittadini. E per il 16 dicembre ben 18 sigle sindacali hanno proclamato uno sciopero che rievoca quello storico di tre giorni del 1973.

Siete veramente arrabbiati stavolta?
Forse per la prima volta i medici dipendenti e i medici convenzionati, professionisti del servizio sanitario, decidono di mettersi insieme per lanciare un grido di allarme sul presente e sul futuro della sanità pubblica. Mi sembra che questo dica tutto della fase che stiamo attraversando. Oggi non solo la sanità pubblica si trova stretta tra conflitti istituzionali, ma c’è anche un definanziamento progressivo che, nonostante quello che dicono, ci ha confinato all’ultimo posto per spesa pubblica tra i paesi dell’Ocse, e con risultati di gran lunga migliori. Occorre, dall’altro lato far fronte a una sofferenza dei cittadini che hanno a che fare con una diminuzione della qualità e della quantità dei servizi e magari con un aumento delle tasse locali per far fronte al deficit della sanità. Credo che in questa miscela i medici vogliono sviluppare una azione di difesa, che deriva dal loro ruolo di garanzia sia verso lo Stato, della qualità delle prestazioni, che verso i cittadini dell’efficacia delle prestazioni. In fondo si tratta di un elemento di quella passione civile che dal ’73 ci anima.

La sanità oggi è un mero calcolo di costi? 
I medici che si trovano ridotti a macchine banali dentro aziende sanitarie votate al puro controllo dei costi, a fattori anonimi amministrati, controllati e sanzionati come se dovessero lavorare non soltanto secondo scienza su coscienza ma secondo i protocolli di Stato e secondo le norme che decide il Governo o la Regione di turno. Credo che questo è uno di quei momenti in cui i cittadini devono pretendere che si dica chiaramente quale idea hanno le istituzioni della tutela della salute di questo paese, che idea hanno dell’articolo 32 della Costituzione , e di un servizio sanitario pubblico e nazionale che oggi è disarticolato in ventuno servizi diversi, non solo per l’organizzazione ma anche per l’efficacia delle le procedure e per l’efficienza, costringendo ogni anno un milione di cittadini a muoversi dal sud al nord per trovare un risposta alla domanda di salute.E tuttavia la vostra protesta è davvero inedita…
Quello che noi vogliamo con questa azione che ha del clamoroso è in qualche modo mettere il governo di fronte alle proprie responsabilità che dica chiaramente se la sanità pubblica è un lusso per questo paese che non possiamo permetterci malgrado ripeto la spesa che è la più bassa d’Europa, e malgrado, contemporaneamente compra armi da guerra senza dichiarare guerra a nessuno, o se vuole lasciare il cerino acceso in mano ai medici che mettono la loro faccia davanti alla rabbia dei cittadini che hanno una domanda di salute non soddisfatta. Intanto, le risorse anche quelle umane, pensiamo al mancato turn over o al precariato che dilaga,  vanno in diminuzione.

Sembra di capire che i medici vogliono giocare un ruolo più vicino alla lotta dei cittadini. Lo sciopero è stato proclamato con molto anticipo, però. Sperate in una composizione dello scontro?
Noi siamo convinti che la sorte del servizio sanitario pubblico e quindi della esigibilità del diritto alla salute dei cittadini non è separabile dalla sorte dei medici pubblici. Siamo convinti che le due cose o si tengono insieme o insieme andranno a cadere. Noi chiediamo attenzione e rispetto. Vogliamo un interesse della politica rispetto ai problemi della salute almeno pari a quella che ha manifestato rispetto a quello della scuola. Se prendiamo alla lettera quello che ha detto il presidente del Consiglio sul fatto che il futuro dei nostri figli dipende dagli insegnanti che trovano sulla loro strada, è vero che la loro salute dipende anche di medici che trovano sulla loro strada. Il problema della distanza della proclamazione rispetto alla data dello sciopero è per evitare l’affollamento delle proteste, quindi motivi tecnici. Vogliamo preservare un nostro spazio perché crediamo che la tutela della salute abbia un valore intrinseco anche superiore a quello che riguarda le richieste di alcune categorie.

Renzi dice che non ha tagliato il fondo per la sanità.
Si può giocare con le parole. Ma se questo governo ha previsto non più tardi di un anno fa un finanziamento di 113 miliardi per la sanità pubblica ritenendolo adeguato alle necessità è ovvio che quando questo finanziamento scende a 111 possiamo chiamarlo come ci pare ma è una diminuzione dell’apporto dello Stato alla sanità pubblica di due miliardi. In quello che resta dei 110 miliardi, che è la stessa spesa del 2014, occorre trovare lo spazio per i contratti, le convenzioni, la stabilizzazione dei precari, la nuova occupazione, a causa del blocco del turn over, per far fronte alle liste di attesa.

Un altro dei misteri è quello dell’appropriatezza delle ricette mediche.
L’appropriatezza è fare la cosa giusta per il paziente al momento giusto. E non c’è dubbio che oggi qualcuno può ritenere che il numero delle ricette è eccessivo anche se non precisa rispetto a quale standard. Il fatto grave è che la politica intende di definire i criteri dell’appropriatezza medica e imporle al medico, che quindi si vede in qualche modo limitato e impedito. Il rapporto con il paziente si rompe perché se oggi non prescrivo un esame ad un paziente questo penserà che non lo ritengo necessario mentre domani se non lo prescrivo, quell’esame, il paziente penserà che il medico ha paura di essere sanzionato; per cui compromette la tutela della salute di quel paziente e il rapporto si rompe. Questa vicenda è uno di quegli esempi curiosi di come questo paese intende risolvere tutto ciò che attiene alla erogazione della sanità in un unico modo, sanzionando i medici, intimidendoli. Così non otterranno nessuno risultato. I migliori risultati si otterranno con i medici e non contro di loro, con le loro competenze e con i dati della clinica e non con quelli dell’amministrazione.

Vi sentite tutelati dalle Regioni che trattano con Renzi?
Tutelati assolutamente no. Il conflitto che si è aperto tra Regioni e Governo attiene a una pura questione di finanziamento che lascia ai margini il problema delle risorse umane e dei professionisti e del capitale umano. Le regioni sbagliano a ritenere che con un incremento di finanziamento vada tutto a posto in maniera automatica, come dire ‘dateci più soldi e non ci chiedete come li spendiamo’. Il Governo sbaglia a ritenere che si possa rimanere un livello basso di finanziamento mantenendo senza mettere in crisi i risultati che abbiamo avuto. Questa idea autoreferenziale di vedere nella sanità solo un contenitore di costi da comprimere quanto più è possibile senza valorizzare l’aspetto dell’investimento visto che la filiera dell salute vale 12 miliardi, e il capitale sociale, nei confronti del cittadini è la cosa più allarmante. Si confontano e si scontrano non solo sulla pelle dei cittadini ma anche sulla pelle dei medici. Tutti e due pensano che in questa ottica il medico è un fattore da marginalizzare, un autonoma a cui occorre semplicemente dire cosa devono fare.

– Ai simpatizzanti e agli amici del PMLI iscritti nella mailing-list della Cellula “Stalin” della provincia di Catania da: pmli catania

 

Care compagne, cari compagni,
il 7 Novembre cade il 98° Anniversario della Grande rivoluzione socialista d’Ottobre diretta da Lenin e da Stalin. Tutti i sinceri marxisti-leninisti celebrano con spirito rivoluzionario e militante questo anniversario della prima rivoluzione proletaria vittoriosa che, imparando la lezione della Comune di Parigi del 1871, ha spazzato via dal potere lo zarismo e la borghesia, sbaragliato l’intervento armato delle forze imperialiste internazionali e realizzato il potere dei Soviet, ossia la dittatura del proletariato, il socialismo.
In questa occasione vogliamo ribadire l’importanza storica della Rivoluzione d’Ottobre, esaltarne gli insegnamenti universali tuttora interamente validi, farla conoscere ed apprezzare alle nuove generazioni e indicare alla classe operaia e alle masse sfruttate e oppresse italiane che questa è la sola via che la storia abbia dimostrato valida e praticabile per abbattere il capitalismo e conquistare il socialismo.
Celebrare la Rivoluzione d’Ottobre significa capirne l’ideologia, la strategia e la tattica, i contenuti, gli scopi, i metodi e lo spirito e metterli in pratica, agire conseguentemente e coerentemente nel proprio Paese e sostenere attivamente i popoli e le nazioni oppresse nella lotta di liberazione nazionale e antimperialista.
Su quest’ultimo passaggio, nella giornata di domani, sabato 7 novembre, si concentrerà l’assemblea aperta a tutte/i le/i catanesi che vorranno confrontarsi sull’attualità della Rivoluzione d’Ottobre e la lotta antimperialista del PMLI. Il dibattito sarà preceduto dalla proiezione del video realizzato dalla Commissione per il lavoro di stampa e propaganda del CC del PMLI “Seguiamo la via dell’Ottobre per l’Italia unita, rossa e socialista”.
L’iniziativa si terrà presso la Sede locale del PMLI, dalle ore 17.00 e si concluderà con una cena sociale.
Vi aspettiamo!

Il PMLI della provincia di Catania
 

Contatti telefonici: 3393067097 – 3471678186

Sede locale: via Padova 88, Catania

Scarica “Il Bolscevico” in pdf: http://www.pmli.it/bolscevico.php

98° Anniversario della Rivoluzione d’Ottobre
Stalin: “La Rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”

http://www.pmli.it/articoli/2015/20151104_41i_Stalinrivoluzioneottobretatticacomunisti.html