Medici uniti contro Renzi: il 16 dicembre sciopero di 24 ore da: il manifesto.it

Legge di stabilità. La protesta contro i tagli stabiliti dalla legge di stabilità: «Basta con la gestione contabile della salute e alla precarietà». “Mettere fine alla caccia alle streghe che prevede solo sanzioni e multe contro i medici”. Contro il governo si annuncia un secondo sciopero generale e altre iniziative di lotta

Scio­pero di 24 ore di tutte le cate­go­rie dei medici mer­co­ledì 16 dicem­bre. Tutte le sigle più rap­pre­sen­ta­tive, dalla fede­ra­zione dei pedia­tri (Fimp) a quella dei medici di base (Fimmg), dall’Anaao che rap­pre­senta i diri­genti ai sin­da­cati con­fe­de­rali, scen­de­ranno in piazza con­tro il «grave e per­du­rante disa­gio cau­sato ai cit­ta­dini» dai tagli decisi dal governo i sin­da­cati non esclu­dono un secondo scio­pero gene­rale e altre ini­zia­tive di pro­te­sta. Sono que­ste le prime con­se­guenze con­crete dei tagli alla Sanità con­si­de­rata solo «come una gestione con­ta­bile». I medici chie­dono inol­tre di «met­tere fine all’intollerabile cac­cia alle stre­ghe che pre­vede, pana­cea di ogni pro­blema legato all’erogazione delle pre­sta­zioni sani­ta­rie, sem­pre e solo san­zioni e multe a nostro carico». Alla gestione tec­no­cra­tica cor­ri­sponde infatti una visione puni­tiva e iper­di­sci­pli­nante della pro­fes­sione medica che altera e dram­ma­tizza il rap­porto con i cit­ta­dini. I sin­da­cati col­gono un altro aspetto della tra­sfor­ma­zione in corso: que­sta poli­tica, ormai con­so­li­data negli anni, pre­vede «l’uso inten­sivo del lavoro pro­fes­sio­nale, l’abuso dei con­tratti ati­pici che elu­dono gli obbli­ghi pre­vi­den­ziali e ridu­cono la sicu­rezza delle cure».

I tagli alla sanità pro­du­cono pre­ca­rietà. Non solo: mira allo sfrut­ta­mento inten­sivo degli assunti, e al rispar­mio sui loro sti­pendi, come in tutta la pub­blica ammi­ni­stra­zione. Nella legge di sta­bi­lità il governo intende rea­liz­zare due mosse: da un lato, blocca il tur­no­ver e così «lascia al palo le spe­ranze dei gio­vani e dei pre­cari»; dall’altro lato, pro­roga il blocco dei con­tratti di lavoro e delle con­ven­zioni «sotto le men­tite spo­glie di un finto finan­zia­mento». Que­sta gestione del lavoro si inse­ri­sce nel qua­dro dei tagli e della dismis­sione del ser­vi­zio pub­blico sani­ta­rio. I medici par­lano di «defi­nan­zia­mento pro­gres­sivo che tagli ser­vizi e per­so­nale, riduce l’accesso alle cure» e di «fede­ra­li­smo inap­pro­priato che ha fatto la sanità a pezzi».

«Il motivo prin­ci­pale dello scio­pero — argo­menta Mas­simo Cozza, segre­ta­rio nazio­nale Fp Cgil Medici — è il taglio delle risorse della sanità, che porta una sem­pre minore pos­si­bi­lità di rispon­dere ai biso­gni dei cit­ta­dini. Que­sto è ini­ziato da diversi anni, e con que­sta nuova legge invece di 115 miliardi per la sanità ce ne sono 111. A que­sto si aggiun­gono i tagli pro­gram­mati dal 2017 al 2019 per le Regioni, che si riper­cuo­te­ranno sulla sanità». Oltre al pro­blema del sot­to­di­men­sio­na­mento, il fondo sani­ta­rio nazio­nale è già impe­gnato per i nuovi Lea, per il piano vac­cini e per altri pro­getti varati dal mini­stero. E que­sto com­prime ancora di più le già esi­gue risorse a dispo­si­zione del sistema, In più dal fondo andranno tro­vate le risorse per il rin­novo dei con­tratti. «Gli altri anni quando c’era il rin­novo nel pub­blico impiego i fondi per medici e infer­mieri erano aggiun­tivi rispetto al fondo sani­ta­rio — aggiunge Cozza -, men­tre in que­sta legge di sta­bi­lità c’è un mec­ca­ni­smo per­verso per cui si tol­gono soldi che sareb­bero neces­sari alle pre­sta­zioni per il rin­novo del con­tratto. È dif­fi­cile dire quante risorse ser­vi­reb­bero, ma per il pub­blico impiego la cifra chie­sta dal sin­da­cato è 150 euro».

La situa­zione, già cao­tica, sarà pre­sto aggra­vata dal rece­pi­mento della diret­tiva euro­pea sugli orari dei medici che stabilirà11 ore di riposo sulle 24 ore di lavoro e un monte straor­di­nari set­ti­ma­nale non supe­riore alle 48 ore. In que­sto qua­dro «ser­vi­reb­bero 4-5mila nuove assun­zioni» cal­cola il sin­da­ca­li­sta, men­tre il governo blocca di nuovo le assunzioni.

Nel mara­sma ieri si è fatta sen­tire la mini­stra della salute Bea­trice Loren­zin. L’esponente di Ncd si è detta «dispia­ciuta» per la pro­te­sta e si augura che si possa fer­mare. Non si è pro­nun­ciata sul modo però e, anzi, ha aggra­vato la situa­zione poi­ché ha con­fer­mato la fidu­cia nell’operato del suo governo. «Non mi stan­cherò mai di dire che in que­sti anni di crisi eco­no­mica in cui il Ser­vi­zio Sani­ta­rio Nazio­nale è stato for­te­mente stres­sato, il com­parto abbia dato tan­tis­simo e si sia dimo­strato estre­ma­mente respon­sa­bile». Que­sta leg­gen­da­ria capa­cità di auto-controllo sta venendo meno davanti ai tagli lineari che inci­dono sulle cure, sulle per­sone e sulle professionalità.

*** Dos­sier tagli alla Sanità

Sanità agli sgoc­cioli per tagli (21 gen­naio 2015)

La Camera ha votato 2,35 miliardi di tagli alla Sanità (5 ago­sto 2015)

Tagli alla sanità, pazienti dop­pia­mente fre­gati (7 ago­sto 2015)

Le Regioni: «Basta tagli alla sanità» (11 set­tem­bre 2015)

Tonino Aceti: «Renzi taglia le pre­sta­zioni sani­ta­rie per finan­ziare l’abbattimento delle tasse» (24 set­tem­bre 2015)

Lo strappo delle regioni sulla Sanità. E spunta l’aumento di tasse e tic­ket (23 otto­bre 2015)

«Una nuova sinistra, non una cosa rossa» da: il manifesto

Democrack. Ufficializzato l’addio di D’Attorre, Galli, Folino: «Pd di centro, da dentro non si incide più. La minoranza dem è d’accordo anche sui tagli alla sanità. Gruppi alla camera e al senato, è un inizio»

Carlo Galli, Alfredo D’Attorre e Vincenzo Folino, i tre deputati che hanno lasciato il Pd

Rima­nere non ha più senso, non si ha più la pos­si­bi­lità di inci­dere. La deci­sione di lasciare viene dopo un lungo tor­mento ma mi è sem­brato che non ci fos­sero alter­na­tive per la piega che ha preso il Pd con Renzi». Nella saletta stampa di Mon­te­ci­to­rio affol­lata per l’occasione, Alfredo D’Attorre uffi­cia­lizza il suo lento addio al Pd. Con lui lasciano anche il poli­to­logo bolo­gnese Carlo Galli e il depu­tato lucano Vin­cenzo Folino. Dal Pd altri segui­ranno, ne sono con­vinti. Per­ché, scri­vono nel docu­mento «Rico­struire la sini­stra» inviato ai cir­coli Pd a cac­cia di con­sensi, «restare signi­fi­che­rebbe soste­nere il pro­getto ren­ziano nei tre appun­ta­menti cru­ciali dei pros­simi mesi: le ammi­ni­stra­tive, il refe­ren­dum costi­tu­zio­nale e le poli­ti­che che vi faranno seguito. Il rischio è che l’Italia diventi l’unico grande paese euro­peo in cui la sini­stra viene cancellata».

D’Attorre ha il viso tirato, la deci­sione non è stata un pranzo di gala per lui, allievo diletto di Ber­sani. «Pier Luigi ha espresso rispetto per la mia scelta pur non con­di­vi­den­dola. Lui più di tutti vuole bene al Pd e sarà l’ultimo a ras­se­gnarsi». Dal Tran­sa­tlan­tico l’ex segre­ta­rio lo ricam­bierà con affetto: i tre che se ne vanno, dice ai cro­ni­sti, «sono tutti bra­vis­simi». Vogliono dar vita a un sog­getto di cen­tro­si­ni­stra «che affondi le radici nell’ulivismo»? «Io — risponde — lavoro per la stessa cosa ma den­tro il Pd. Se poi il Pd diventa un’altra cosa…».

C’è chi la inter­preta come una crepa nel gra­ni­tico muro dell’appartenenza dem. Per D’Attorre il dis­senso nel Pd «non è nep­pure preso in con­si­de­ra­zione» e «se la mino­ranza è d’accordo anche con i tagli alla sanità» — allude al gover­na­tore della Toscana Rossi che si è auto­can­di­dato alle pri­ma­rie con­tro Renzi — «vuol dire che la dia­let­tica interna ormai è ridotta a una fin­zione». Ora «un nuovo ini­zio». Sabato 7 novem­bre al tea­tro Qui­rino di Roma verrà pre­sen­tato il nuovo gruppo alla camera: i 25 di Sel, i 5 ex Pd (oltre ai tre usciti ieri ci saranno anche Ste­fano Fas­sina e Monica Gre­gori), Clau­dio Fava di ritorno a casa. Civati non sarà della par­tita: resta nel misto a cer­care di atti­rare gli ex gril­lini di sinistra.

Ma in realtà il fon­da­tore di Pos­si­bile avrebbe ancora molte per­ples­sità sul per­corso comune in atto a sini­stra, spie­gano i suoi. Di qua invece lo aspet­tano a brac­cia aperte con­vinti «che i nostri per­corsi si riunificheranno».

Per ora il nome del gruppo resta coperto. Potrebbe essere «Sini­stra ita­liana» o «La sini­stra». Nascerà anche una nuova com­po­nente del gruppo misto del senato: con i sette di Sel, due ex M5S (Cam­pa­nella e Boc­chino), Cor­ra­dino Mineo. «Met­tiamo il nuovo gruppo a dispo­si­zione di una nuova forza non resi­duale, larga, plu­rale, non iden­ti­ta­ria o set­ta­ria», dice D’Attorre. Ma mai dire ’cosa rossa’: «Invi­tiamo i gior­na­li­sti a supe­rare que­sto cli­ché. Noi pen­siamo a una forza della sini­stra di governo, che possa essere un rife­ri­mento per quelli che sono usciti o che inten­dono uscire dal Pd». «Il ter­mine ’cosa rossa’ è fol­klore», rin­cara Galli, «è vel­lei­ta­ri­smo, avven­tu­ri­smo. Noi avremo un nome e un cognome». E un’analisi: Renzi per il pro­fes­sore «non è di sini­stra, il suo modello è una demo­cra­zia ple­bi­sci­ta­ria e priva di con­trap­pesi». I nuovi gruppi debut­te­ranno alle camere la pros­sima set­ti­mana, poi ver­ranno pre­sen­tati nelle città come il brac­cio par­la­men­tare di un nuovo sog­getto. Che sarà ispi­rato anche alle «radici uli­vi­ste». Cita­zione non casuale: la prima crea­tura di Prodi non è nel dna di tutta la sini­stra fuori dal Pd, non tutti gradiranno.

Infine c’è il nodo delle ammi­ni­stra­tive, altro punto deli­cato sul quale il tavolo della ’cosa rossa’ ha tro­vato una qua­dra che dovrebbe — il con­di­zio­nale è d’obbligo — essere siglata pro­prio oggi. Nelle città sono in corso grandi scos­soni. A Bolo­gna l’alleanza Pd-Sel è agli sgoc­cioli, così come a Torino; a Milano incombe la can­di­da­tura di Giu­seppe Sala, impo­ta­bile a sini­stra. «Cer­che­remo un rap­porto posi­tivo con la mino­ranza Pd e lavo­re­remo ovun­que per spo­stare la barra più a sini­stra», annun­ciano gli ex dem. «A Roma per esem­pio si può met­tere insieme una can­di­da­tura da offrire all’intero campo delle forze sane di sini­stra, demo­cra­ti­che e pro­gres­si­ste». Cir­cola già il nome di Ste­fano Fassina.

Ma anche in que­sto caso le opi­nioni in fami­glia sono varie­gate. Pro­prio ieri Civati ha ’endor­sato’ l’ex sin­daco Igna­zio Marino. «Se dovesse chie­derci una mano, anche in una sua nuova corsa a sin­daco di Roma, sicu­ra­mente la tro­ve­rebbe tesa».

La crisi di civiltà investe Roma e Vaticano di Sergio Cararo | contropiano.org

Sono molti e insidiosi i segnali che vedono la Capitale al centro di malevole attenzioni e tentazioni ancora inconfessate. Da quello che accade in Campidoglio fino al Vaticano, tutto sembra convergere verso una messa all’indice di Roma come “centro” politico del paese e “centro” spirituale del mondo. La tentazione, inconfessata ma ormai evidente, è quella di “spostare” la Capitale de facto da Roma a Milano. Sbaracchiamo subito il campo da ogni velleità campanilista. Le recenti sconfitte sul campo delle due squadre romane con quelle milanesi sembrano confermare il “presagio” di alcuni mesi fa che vide una colomba bianca lanciata dal balcone del Vaticano aggredita da due rapaci metropolitani.

Stoppiamo qui le suggestioni, che un loro immaginario però lo dipingono, e prendiamo di petto le contraddizioni che stanno emergendo intorno ai simboli del potere temporale, sia nella sua versione statuale che religiosa. Roma Capitale e Città del Vaticano sono infatti legati da una connessione che affonda nei secoli e ne ha legato i destini, i fasti e i nefasti.

Marx sottolinea profeticamente come il capitalismo nella sua continua e contraddittoria ansia da prestazione (per usare un eufemismo), punti continuamente a travolgere e ridefinire le strutture esistenti per crearne di nuove e funzionali alle proprie esigenze di valorizzazione. Questo processo diventa ancora più detonante dentro la crisi. E nessuno può negare che oggi il capitalismo – o meglio, i capitalismi- sono dentro una crisi sistemica che si riverbera anche come crisi della civiltà storicamente prodotta dal suo incedere ma anche dai temporanei compromessi o arretramenti che hanno subito nel XX Secolo (dal socialismo reale al welfare state).

Dentro questo violento processo di adeguamento e sopravvivenza, tutte le strutture e le sovrastrutture della civiltà vengono sollecitate bruscamente e rimesse in discussione. Questo riguarda sia la democrazia rappresentativa – che per decenni è stata spacciata come indissolubile dalla primazia del mercato – sia i monopoli spirituali (e temporali) che ne hanno criticato gli eccessi (il Vaticano, ad esempio).

Se una parte delle vecchie classi dominanti, e il ceto politico che ne era espressione, pensavano di uscire indenni dai contraccolpi della crisi in corso, la medesima illusione è stata coltivata per anni anche dalla Curia di Roma, ossia dalle ultime vestigia del potere temporale del papato. Ed invece ormai ce n’è per tutti.

La governance autoritaria, che dalla gerarchizzazione imposta da Bruxelles discende fino alle amministrazioni statali e locali imponendo piloti automatici e prefetti/commissari, sta ridefinendo completamente le regole della democrazia rappresentativa sostituendole con il dogma della governabilità. Renzi è l’espressione piena di questo modello.

Ma anche in Vaticano – una struttura che per ammissione di almeno due pontefici non è una democrazia nè un parlamento – l’aria non poteva che cambiare bruscamente.

L’apparenza ci lascia intravedere uno scontro tra conservatori e progressisti, la realtà ci dice invece che la crisi di civiltà sta bussando prepotentemente anche alle porte di San Pietro, illuminando nefandezze e bassezze note a molti ma finora sussurrate a mezza bocca o facilmente bypassabili dai diktat e dai desideri della vita reale degli uomini e delle donne, soprattutto di quelli che contano.

A uno squalo della finanza multinazionale quanto può interessare se il Sinodo si divide sulla comunione ai divorziati o sulle aperture verso l’omosessualità? Niente di niente. E per una classe dominante resa incerta e spietata dalla ricerca di uno spiraglio di uscita dalla crisi che l’attanaglia, quanto possono interessare la pertinenza delle unioni civili con la dottrina della Chiesa di Roma? Ancora meno. Del resto, come ha scritto Giuliano Amato, di diritti civili la società liberale ne può concedere a vagonate perchè non costano nulla, mentre i diritti sociali – che un costo ce l’hanno – vanno ridotti.

Dentro questa contraddizione si muove un mondo che non riesce più a stare al passo con i tempi dettati dalla crisi di civiltà del capitalismo, sia sul piano politico che su quello spirituale.

E allora cosa c’entrano in tutto questo i destini di Roma? C’entrano, perchè Roma è stata per un secolo e mezzo la Capitale di un mondo antico sottoposto bruschi scossoni e sede di un Vaticano capitale spirituale di un mondo ancora più antico e più vasto.

I tecnocrati che reggono le sorti dell’occidente capitalista ragionano con altri parametri, e se la costruzione di una struttura sovrastatale come l’Unione Europea deve realizzarsi appieno, anche le vecchie strutture devono adeguarsi. Il partito dell’Expo non è affatto bendisposto a convivere ancora con il partito del Giubileo “vecchio stile”. Una Milano vicino all’Europa (come cantava Lucio Dalla) in questo senso, diventa una Capitale più funzionale al modello di “civiltà” capitalista oggi dominante di quanto lo possa essere ancora una Roma troppo avviluppata ad un Vaticano che sa di antico e di inadeguato. Volendo usare un linguaggio corrente dopo la vicenda di Mafia Capitale, possiamo dire che è il Mondo di Sopra che vuole superare e distruggere il Mondo di Sotto togliendosi di torno anche buona parte del Mondo di Mezzo.

Usi obbedir tacendo… «L’arte della guerra» da: www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 03-11-15 – n. 563

Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

03/11/2015

Un con­vo­glio di spe­ciali tir por­ta­con­tai­ner è par­tito il 26 otto­bre dalla base ita­liana di Pog­gio Rena­tico (Fer­rara), dove è stato costi­tuito il Cen­tro rischie­ra­bile di comando e con­trollo aereo della Nato, la prima unità del suo genere. Dopo aver per­corso oltre 2500 km attra­verso Austria, Repub­blica Ceca, Polo­nia, Litua­nia e Let­to­nia, col sup­porto mili­tare anche della Ger­ma­nia, è giunto nella base let­tone di Liel­vārde, a ridosso del ter­ri­to­rio russo, appena ristrut­tu­rata per ospi­tare i droni Pre­da­tor e altri veli­voli mili­tari Usa. Qui, con le sofi­sti­cate appa­rec­chia­ture tra­spor­tate dall’Italia, è stato atti­vato il Dars, «punta di lan­cia» del Cen­tro rischie­ra­bile Nato di Pog­gio Renatico.

Fino al 27 novem­bre, nel qua­dro dell’esercitazione seme­strale Ram­stein Dust, il Dars effet­tuerà «mis­sioni aeree dal vivo e simu­late nello spa­zio aereo bal­tico», ossia prove di guerra con­tro la Rus­sia. Agli ordini del gene­rale ita­liano Roberto Nor­dio, coman­dante del Cen­tro rischie­ra­bile Nato di Pog­gio Rena­tico, a sua volta agli ordini del gene­rale sta­tu­ni­tense Frank Gorenc che dirige il Comando aereo della Nato, a sua volta agli ordini del gene­rale sta­tu­ni­tense Phi­lip Breed­love, Coman­dante supremo alleato in Europa nomi­nato, come i suoi pre­de­ces­sori, dal Pre­si­dente degli Stati uniti.

Men­tre da Pog­gio Rena­tico parte la mis­sione aerea nel Bal­tico a ridosso del ter­ri­to­rio russo, la prima effet­tuata al di fuori del ter­ri­to­rio ita­liano, sem­pre da Pog­gio Rena­tico ven­gono dirette le ope­ra­zioni aeree tat­ti­che della Tri­dent Junc­ture 2015, con la par­te­ci­pa­zione di oltre 160 cac­cia­bom­bar­dieri, aerei per il rifor­ni­mento in volo, eli­cot­teri e droni che ope­rano da 15 basi aeree in Ita­lia, Spa­gna e Portogallo.

La Tri­dent Junc­ture è una evi­dente eser­ci­ta­zione di guerra diretta con­tro la Rus­sia la quale – ha dichia­rato a Tra­pani Birgi il vice­se­gre­ta­rio della Nato, lo sta­tu­ni­tense Ver­sh­bow, capo­vol­gendo i fatti – «ha ille­gal­mente annesso la Cri­mea, appog­gia i sepa­ra­ti­sti in Ucraina ed è entrata nella guerra in Siria dalla parte di Assad», creando «una situa­zione poten­zial­mente più peri­co­losa di quella della guerra fredda».

Scom­parsa l’Urss, pre­sen­tata allora come potenza aggres­siva che mirava a inva­dere l’Europa occi­den­tale, a Washing­ton si crea ora il nuovo «nemico», la Rus­sia, attuando in Europa la poli­tica del «divide et impera». E si mobi­lita la Nato (este­sasi a tutti i paesi dell’ex Patto di Var­sa­via e a tre dell’ex Urss) in pre­pa­ra­tivi di guerra che ine­vi­ta­bil­mente pro­vo­cano con­tro­mi­sure mili­tari da parte russa.

L’Italia di nuovo si trova in prima linea, con un governo che obbe­di­sce agli ordini di Washing­ton e una mag­gio­ranza par­la­men­tare che segue il vec­chio motto (ora in disuso anche tra i cara­bi­nieri) «usi obbe­dir tacendo». L’opposizione par­la­men­tare (salvo qual­che voce dis­so­nante) fini­sce spesso col fare il gioco di chi ci sta por­tando alla guerra. Emble­ma­tico il recente docu­mento di un par­tito di oppo­si­zione, in cui non si nomina la Tri­dent Junc­ture né la Nato, ma si attri­bui­sce il dram­ma­tico ritorno della guerra in Europa in primo luogo ai sogni di glo­ria e di ege­mo­nia della Rus­sia e, in subor­dine, di Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Tur­chia e, per ultimo, anche degli Stati uniti.

Senza una parola sulle gravi respon­sa­bi­lità del governo ita­liano che, die­tro false dichia­ra­zioni disten­sive, con­tri­bui­sce ai pre­pa­ra­tivi di guerra della Nato verso Est e verso Sud. Igno­rando che, tra­mite la Nato e i patti segreti sti­pu­lati al suo interno con le oli­gar­chie euro­pee, Washing­ton influi­sce non solo sulla poli­tica estera e mili­tare, ma sugli indi­rizzi poli­tici ed eco­no­mici della Ue.

Impos­si­bile pen­sare a una nuova Europa senza libe­rarsi dalla stretta sof­fo­cante della Nato.

Delocalizzare l’economia: Perché gli Stati Uniti sono sulla via del Terzo Mondo da:www.resistenze.org – osservatorio – economia – 02-11-15 – n. 563

Paul Craig Roberts | counterpunch.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/10/2015

Il 6 gennaio 2004, il Senatore Charles Schumer ed io ci confrontammo sull’erronea idea che la delocalizzazione del lavoro fosse libero mercato in un’editoriale del New York Times. Il nostro articolo lasciò gli economisti così allibiti che in pochi giorni Io e Schumer fummo chiamati in una conferenza della Brookings Institution in Washington DC per spiegare la nostra eresia. In quel convegno trasmesso in TV su scala nazionale, dichiarai che la conseguenza della delocalizzazione della manodopera sarebbe stata quella che gli Stati Uniti sarebbero diventati una nazione del Terzo Mondo in 20 anni.

Questo accadde 11 anni fa, ed oggi gli Stati Uniti sono sulla via discendente per divenire una nazione del Terzo Mondo prima che i rimanenti nove anni della mia previsione siano trascorsi.

Le prove sono ovunque. Nel Settembre l’Ufficio Federale per il Censimento dei Redditi ha pubblicato il suo rapporto sul reddito delle famiglie americane per quintili. Ogni quintile, compreso il 5% più alto, ha sperimentato un declino nel reddito reale familiare, dai precedenti picchi. Il quintile più basso (il 20 per cento più basso) ha avuto un declino del 17,1% del reddito lordo dal picco del 1999 (da 14.092 dollari a 11.676  dollari). Il quarto quintile ha avuto una caduta del 10,8% del reddito reale dal 2000 (da 34.863 a 31.087 dollari). Il quintile di mezzo (il terzo n.d.r.) ha avuto un declino del 6,9% dal 2000 (da 58.058 a 54.041 dollari) Il secondo quintile ha avuto una caduta del 2,8% dal 2007 (da 90.331 a 87.834 dollari). Il quintile più alto ha avuto un calo di reddito reale dal 2006 dell’1,7% (da 197.466 a 194.053 dollari). Il 5% dei redditi più alti ha sperimentato un calo del 4,8% del reddito reale dal 2006 (da 349,215 a 332,347 dollari). Solo l’un per cento più alto o meno (prevalentemente lo 0,1 %) ha avuto un incremento di reddito e ricchezza.

L’ufficio per il censimento dei redditi utilizza i valori ufficiali di inflazione per determinare il reddito reale. Questi valori sono sottostimati. Se fossero utilizzate misurazioni più accurate dell’inflazione (come quelle disponibili da shadowstats.com), il declino del reddito reale delle famiglie sarebbe più grande e sarebbe diminuito da più tempo. Alcune misurazioni mostrano che il reddito reale mediano delle famiglie è sceso al di sotto dei livelli degli ultimi anni ’60 e dei primi ’70.

Si noti che questi cali si sono verificati all’interno di un asserito piano di rilancio dell’economia in sei anni dal 2009 ad oggi ed in un periodo in cui la forza lavoro si stava riducendo a causa di un declino continuo del tasso di occupazione. Il 3 aprile 2015, l’Ufficio federale per le statistiche del lavoro ha annunciato che 93.175.000 americani in età da lavoro non sono occupati, un record storico. Normalmente, un piano di rilancio dell’economia viene seguito da un incremento del tasso di occupazione. John Williams ha riferito che se i lavoratori che hanno rinunciato ad occuparsi fossero inclusi nei non occupati, il tasso di disoccupazione degli USA sarebbe oggi del 23%, non del 5,2 come viene figurativamente rapportato.

In un recente rapporto pubblicato, l’Autorità per la Sicurezza Sociale ha misurato il reddito annuale su base individuale. Siete pronti per questo?

Nel 2014, il 38% di tutti i lavoratori americani ha guadagnato meno di 20.000 dollari, il 51% ha guadagnato meno di 30.000, il 63% meno di 40.000 e il 72% ha guadagnato meno di 50.000 dollari.

La scarsità di impieghi e le paghe basse sono la diretta conseguenza della delocalizzazione del lavoro. Sotto la pressione degli “azionisti di riferimento” (Wall Street) e della grande distribuzione, la manifattura USA ha spostato all’estero le sue fasi di produzione in paesi dove il bassissimo costo della manodopera genera un aumento nei profitti societari, nei bonus per obiettivo dei managers e nel prezzo delle azioni.

La delocalizzazione di lavori ben pagati nelle manifatture USA è stata subito seguita dalla delocalizzazione del software engineering e da altri impieghi nei servizi professionali.

Studi economici viziati da scarsa competenza e curati da economisti senza scrupoli come Michael Porter ad Harvard e Matthew Slaughter a Dartmouth hanno concluso che l’emorragia di grandi numeri della produttività USA e di lavori ad alto valore aggiunto in paesi stranieri è stato un grande vantaggio per l’economia USA.

Ho confutato in articoli e libri queste assurde conclusioni, dove tutte le evidenze economiche provano la correttezza della mia analisi. I promessi impieghi migliori che la “new economy” avrebbe dovuto creare per rimpiazzare i lavori delocalizzati all’estero non sono mai comparsi. Al contrario, l’economia ha creato impieghi a tempo parziale pagati poco come camerieri, baristi, addetti vendita dei supermercati e servizi ambulatoriali mentre i lavori a tempo pieno con garanzie si sono ridotti ad una percentuale sempre più piccola degli impieghi totali.

Questi lavori a tempo parziale non forniscono reddito sufficiente per formare una famiglia. Di conseguenza, come riferisce uno studio della Federal Reserve, “A livello nazionale, quasi la metà dei venticinquenni vive con i genitori nel biennio 2012-2013, molto di più dello scarso 25% del 1999.

Quando la metà dei venticinquenni non riesce a formare una famiglia, il mercato delle case e dell’arredamento crolla.

La finanza è l’unico settore in crescita dell’economia americana. La quota del PIL riferita alla finanza è aumentata da meno del 4% nel 1960 all’8% di oggi. Come ha dimostrato Michael Hudson, la finanza non è un’attività produttiva. E’ un’attività di saccheggio (Killing The Host).

Oltretutto, una straordinaria concentrazione di capitali, gli investimenti azzardati e la cartolarizzazione dei debiti hanno fatto del settore finanziario una grave minaccia per l’economia.

L’assenza di crescita nel reddito reale dei consumatori significa che non c’è crescita nella domanda aggregata che possa spingere l’economia. I limiti all’indebitamento dei consumatori limita la loro capacità di spesa a credito. Questi limiti di spesa sui consumatori comporta che i nuovi investimenti abbiano scarsa appetibilità sul mercato. L’economia non può andare ovunque, soprattutto se gli imprenditori continuano ad abbassare i loro costi sostituendo lavori a tempo pieno con lavori part-time e impiegando lavoratori all’estero anziché in patria. Il governo è ultraindebitato ad ogni livello e le pratiche di quantitative easing hanno inflazionato l’offerta di valuta sovrana.

Questa non è la fine della storia. Quando gli impieghi nella manifattura vengono delocalizzati all’estero, la ricerca, lo sviluppo, il design e l’innovazione li seguono. Un’economia che non fabbrica le cose non innova. L’intera economia viene così perduta, non solo le catene di fornitura.

L’infrastruttura economica e sociale è al collasso, comprese le stesse famiglie, il ruolo della legge e dell’affidabilità finanziaria del governo.

Quando i laureati del college non trovano lavoro perché i loro impieghi sono stati delocalizzati o affidati a stranieri con visto per lavoro, la domanda per l’educazione superiore crolla. Indebitarsi solo per trovare lavori che non possano ripagare i prestiti d’onore diventa una cattiva scelta economica.

Noi abbiamo già una situazione in cui le amministrazioni delle Università e dei colleges spendono il 75% del budget per assumere supplenti che tengono corsi alle classi per poche migliaia di dollari. La domanda per corsi a tempo pieno con la carriera come obiettivo è collassata. Prima che le conseguenze di preferire i profitti a breve termine abbiano investito in pieno gli Americani, la domanda per l’educazione universitaria sarà già collassata, e con essa anche la scienza e la tecnologia degli Stati Uniti.

Il crollo dell’Unione Sovietica è la cosa peggiore che è capitata agli Stati Uniti. Le due principali conseguenze del crollo dell’URSS sono state devastanti. Una è stata l’ascesa dell’arroganza neoconservatrice che vuole l’egemonia degli USA sul globo, che ha provocato 14 anni di guerre costate 6 bilioni di dollari. L’altra conseguenza è stato il cambiamento di mentalità nell’India socialista e nella Cina comunista, grandi paesi che hanno risposto alla “fine della storia” aprendo le proprie masse di forza lavoro sottoutilizzate al capitale occidentale, cosa che ha provocato il declino economico americano così come descritto in questo articolo, lasciando un’economia in difficoltà a ripagare l’enorme debito di guerra.

E’ pertanto ragionevole concludere che un sistema economico e sociale così incompetente ed irresponsabile stia correndo a forte velocità verso il Terzo Mondo.

Riferimenti:
https://www.lewrockwell.com/2015/10/tyler-durden/50-25-yr-olds-live-folks-basement/
http://www.advisorperspectives.com/dshort/updates/Household-Income-Distribution.php
http://www.census.gov/hhes/www/income/income.html
http://www.informationclearinghouse.info/article43219.htm
https://www.ssa.gov/cgi-bin/netcomp.cgi?year=2014
http://endoftheamericandream.com/archives/goodbye-middle-class-51-percent-of-all-american-workers-make-less-than-30000-dollars-a-year
http://cnsnews.com/news/article/ali-meyer/americans-not-labor-force-exceed-93-million-first-time-627-labor-force
https://www.stlouisfed.org/on-the-economy/2015/october/millennials-living-home-student-debt-housing-labor?&utm_source=Twitter&utm_medium=SM&utm_term=communities&utm_content=oteblog&utm_campaign=5124
https://en.wikipedia.org/wiki/Financialization

Co2, l’Italia in fondo alla classifica tra i paesi europei Autore: redazione da: controlacrisi.org

L’Italia è tra i paesi Ue che hanno tagliato di meno le emissioni di CO2, restando il quarto maggiore ‘inquinatore’ tra i 28, ma è tra i virtuosi sulla riduzione del consumo energetico e sulle rinnovabili. Sale anche il trasporto merci su rotaia, pur restando inferiore alla media europea. Sono i dati Eurostat relativi al 2012-2013 che illustrano l’andamento dei 28 nella lotta al cambiamento climatico.Rispetto ai livelli del 1990, nel 2012 le emissioni a effetto serra in Italia sono state ridotte solo del 10,1%, rispetto a una media Ue del 17,9% con l’obiettivo di arrivare al 20% nel 2020. A fare molto peggio, però, altri 10 paesi, in particolare Malta (+56,9%), Cipro (+47,7%), Spagna(+22,5%), Portogallo (+14,9%), Irlanda (+7%), Grecia (+5,7%), Austria (+4%) e Slovenia (+2,6%), dove non solo le emissioni non sono diminuite ma sono addirittura aumentate. I più virtuosi, invece, sono stati i Paesi dell’Est e i Baltici che le hanno dimezzato o ridotto di un terzo Lettonia (-57,1%), Lituania (-55,6%), Estonia (-52,6%) e Romania (-52%), Bulgaria (-44,1%), Slovacchia (-41,4%), Ungheria (-36,3%) e Repubblica ceca (-32,7%). In termini assoluti, i più grandi inquinatori di CO2 sono Germania (965 mln di tonnellate), Gran Bretagna (615 mln) e Francia (507 mln), seguiti da Italia (471 mln), Polonia (401 mln) e Spagna (354 mln) che, tutti insieme, costituiscono il 70% di tutte le emissioni serra europee.

L’Italia, invece, nel 2013 non solo ha già raggiunto e superato il suo obiettivo 2020 (153,7 mln di tonnellate contro le 158 stabilite) per la riduzione dei consumi energetici ma è anche l’ottavo Paese Ue più virtuoso (-14,1%): meglio solo Lituania (-27,9%), Grecia (-22,6%), Malta (-20%), Ungheria (-17,3%), Spagna (-16,4%), Romania (-15,8%) e Portogallo (-14,5%).

E’ poi quasi raggiunto anche l’obiettivo sulle rinnovabili, che posizione l’Italia al sesto posto tra i ‘primi della classe’ tra i 28 con il 16,7% (obiettivo 17%). Se Bulgaria, Estonia, Lituania e Svezia hanno infatti già raggiunto e superato i loro target, Romania e Italia sono a meno dello 0,5% dal farlo.

E’ inoltre salito sia il trasporto su rotaia di passeggeri, in linea con il trend Ue, e di merci, che invece nei 28 è calato. L’Italia ha infatti visto un aumento dal 5,5% del 2003 al 6,3% 2013 sul fronte passeggeri e dal 10,4% al 13% per le merci, pur restando però in entrambi i casi sotto la media Ue (rispettivamente 7,6% e 17,8%).