In occasione dell’anniversario della Rivoluzione sovietica proponiamo la visione del film di Mikhail Romm, Lenin in Ottobre, del 1937 da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – urss e rivoluzione di ottobre – 04-11-15 – n. 563

 

Videoteca

Romm

Lenin in ottobre
1937

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Siamo nel 1917. La Flotta del Baltico e le unità dell’Esercito sono incitate alla ribellione contro il governo Kerensky e a unirsi alle voci di protesta di operai e contadini che esigono la pace, ovvero l’uscita della Russia dalla Guerra mondiale. Lenin arriva a Pietrogrado a bordo di un treno proveniente dalla Finlandia e nella riunione del Comitato centrale del 10 ottobre, sconfigge la resistenza di Zinoviev, Kamenev e Trotsky che si oppongono a far deflagrare l’insurrezione. Allo stesso tempo, le forze contro-rivoluzionarie organizzano una caccia all’uomo per uccidere il capo dei bolscevichi. Gli eventi precipitano rapidamente, fino al momento finale quando, sotto le bandiere di “Pane, Pace e Terra!” e “Tutto il potere ai soviet!”, la Rivoluzione d’Ottobre trionfa!

Dieci anni dopo “Ottobre” di Eisenstein, in cui il protagonista sono le masse lavoratrici, Romm accetta la sfida di individualizzare e dare vita alla figura di Lenin. Nel 1927, con la sua teoria dell’eroe collettivo e le limitazioni del cinema muto, Eisenstein mostra Lenin nel film, ma non riesce a inserirlo nel processo rivoluzionario da lui guidato. Realizzato per le celebrazioni del 20° anniversario della Rivoluzione nel 1937 su iniziativa di Stalin, il film di Romm è il primo in cui Lenin parla, pensa e interagisce come un essere in carne e ossa.

l film “Lenin in Ottobre” si conclude con il trionfo della Rivoluzione, ma il suo consolidamento richiederà ancora tre anni. Solo nel marzo 1918, dopo aver isolato l’opposizione di Bucharin e Trotsky, Lenin sarà in grado di rispettare l’impegno di ritirare la Russia dalla guerra imperialista, pur dovendo cedere territori alla Germania. L’atto sigilla la fiducia dei lavoratori, dei soldati e dei marinai nei bolscevichi e garantirà appoggio sicuro al potere sovietico quando le truppe d’intervento anglo-francesi-giapponesi-polacche rafforzeranno le armate bianche per ripristinare il vecchio ordine. La guerra civile, durata più di 30 mesi, si conclude nel mese di novembre 1920. Il successivo film di Romm, “Lenin nel 1918” si basa sull’attentato subito da Lenin il 30 agosto 1918 a Mosca nel cortile della fabbrica Michelson, dove Lenin stava tenendo un discorso agli operai.

Da notare che tutte le immagini di Stalin in “Lenin in Ottobre” e nel suo seguito “Lenin nel 1918” furono eliminate dopo il 1956 sulla scia del processo di revisione avviato dal “rapporto segreto” di Cruscev al XX Congresso del Pcus.

LENIN V OKTYABRE (1937)
Regia di Mikhail Romm (1901-1971)
Sceneggiatura originale: Aleksei Kapler (1903-1979)
Musica originale: Anatoly Alexandrov (1888-1982)
Attori principali
Boris Shchukin – Lenin
Nikolai Okhlopkov – Vasily
Vasili Vanin – Caposquadra Matveyev
(…)
Stalin è interpretato da Semyon Goldshtab
* * *
Mikhail Romm Ilich nasce nella città siberiana di Irkutsk. Presta servizio nell’Armata Rossa durante la guerra civile, nel 1925 si laurea in scultura presso l’Istituto tecnico-artistico di Mosca. Nel 1931 entra a far parte degli Studi Mosfilm dove lavora come produttore e regista. Nell’Istituto di Cinematografia Gerasimov (VGIK) dal 1962, è professore di cineasti di primo piano come Andrej Tarkovskij, Grigory Chukhray, Gleb Panfilov, Elem Klimov. Realizza in totale 18 lungometraggi, tra cui Pyška (1934) commedia grottesca liberamente tratta da Palla di sego di Guy de Maupassant , 13 (1936), “Lenin in ottobre” (1937), “Lenin nel 1918” (1939), Sogno (1941), “La ragazza numero 217” (1945), “Missione segreta(1950), Nove giorni in un anno” (1962), “Il fascismo ordinario (documentario, 1965). Riceve il Premio Stalin negli anni 1941, 1946, 1948, 1949, 1951.

Il mito Pasolini Fonte: micromegaAutore: Walter Siti

Vorrei partire dalla definizione di «mito» che viene data da Roland Barthes in Mythologies: il «significato mitico» si ha quando il significante e il significato di un’icona culturale diventano a loro volta il significante di qualcosa di più vasto, che è per l’appunto un «mito». L’esempio che lui dà è l’immagine di un soldato nero che saluta la bandiera francese: il significante (il colore della pelle e la divisa del legionario, il bianco il rosso e il blu eccetera) e il significato esplicito (appunto un ragazzo delle colonie che si è arruolato nell’esercito francese) diventano a loro volta il significante di un significato più vasto e impreciso (la lealtà delle colonie, l’universalità dei valori di libertà uguaglianza fraternità, la sicurezza un po’ paternalistica del vecchio colonialismo) che costituisce il mito della «superiorità francese».

Se proviamo ad applicare questa nozione all’immagine di Pasolini, ecco che abbiamo, come «significante», la sua opera intera, sia letteraria che cinematografica e pittorica, ma anche le fotografie che lo ritraggono, o gli spezzoni di video in cui compare; come «significato», quello di uno degli intellettuali più intelligenti e coraggiosi della seconda metà del Novecento in Italia, le tesi che ha sostenuto, la bellezza che è riuscito a creare, ma anche un uomo nevrotico e contraddittorio, e un artista che ha spesso sprecato il suo talento in testi ridondanti e non esenti dal kitsch. Tutte queste cose, significante e significato, diventano a loro volta il significante di quel «mito Pasolini» che si è cristallizzato in Italia durante trent’anni, e di cui cercherò di analizzare le componenti. (Per il mito, leggere effettivamente le opere di Pasolini non è affatto necessario, né è necessario confrontarsi con la critica che ha cercato di capirle: non più di quanto, per usare la parola «casa» in un nostro discorso, abbiamo bisogno di analizzare i movimenti che fa la lingua nel pronunciare i singoli fonemi).

La prima componente del «mito Pasolini» è certamente quella della poesia assassinata dalla società. Le parole che Moravia gridò al funerale («La poesia è una cosa rara, e hanno assassinato un poeta») hanno smesso di essere l’omaggio commosso da parte di un amico che sapeva di appartenere a una razza completamente diversa e che presentava le armi a questa diversità, e sono diventate la pietra angolare di un edificio mitico. Pasolini è diventato, per la massa, il «Poeta» per antonomasia; e i Poeti, si sa, devono essere assassinati. La poesia (nell’immaginario massificato) non esiste più nel mondo contemporaneo: sono i «poeti estinti» che Robin Williams, professore improbabile, fa amare a una classe del 1959, o sono le metafore che in uno sperduto paesetto di mare Neruda insegna a un postino. Pasolini, Poeta assassinato, ci vendica della spoetizzazione del mondo. Pasolini ha disseminato la poesia anche fuori dai suoi versi, aveva il «fisico» del Poeta. Non importa quello che ha scritto. Pasolini ci regala la soddisfazione di amare la poesia senza la noia di leggerla.

La seconda componente del mito è la certezza che esistono i profeti, che intuiscono e vedono per noi. «Che direbbe di questo Pasolini?». «Ah, se ci fosse ancora Pasolini!», si sente invocare spesso, anche sugli autobus o in coda per la posta. Di nessun altro scrittore, in Italia, si sente dire (forse qualche volta di Sciascia, ma solo nelle feste al Salone del libro). In realtà Pasolini non ha previsto praticamente niente del futuro italiano e mondiale: il «Processo» al Palazzo non prefigura Mani Pulite, è piuttosto una riscrittura di Todo modo con altri mezzi; dell’omologazione e della Borghesia Totale avevano già parlato i francofortesi; sulla rovina ecologica e sullo strazio dei monumenti avevamo letto Cederna. Là dove ha azzardato delle profezie (le meraviglie dell’Unione Sovietica negli anni Novanta, la sparizione delle differenze locali, la fine della religione, il benessere occidentale uniformemente crescente) le ha generalmente sbagliate, com’è giusto e umano. Lui, certo, ha visto con straordinaria precocità cose che stavano già accadendo, e le ha viste con quella chiarezza e quella prontezza perché per lui non erano solo dati sociologici, erano questione di vita o di morte. Ma il mito di massa preferisce pensare che in lui fosse all’opera, invece che un’ossessione dolorosa, una misteriosa capacità di veggente (forse da relazionare, ancora una volta, con la Poesia Mitica). Se ci sono i Profeti, noi possiamo smettere di sforzarci.

La terza componente del mito è quella del coraggio delle proprie idee, fino alla morte. Pasolini ha affrontato uno scandalo dopo l’altro, un processo dopo l’altro; si è fortificato con gli scandali (visto che all’inizio non ha potuto evitarli), e ha accettato una continua accelerazione della propria vita. Coraggiosamente, certo, ma anche inevitabilmente. Ha detto quello che pensava su riviste e giornali, senza temere inimicizie; e la situazione dei media era tale che una singola voce poteva ancora farsi sentire. Pasolini ha dato spesso l’impressione di combattere a mani nude contro il Potere. Ma non sarebbe morto per quello: l’apologo di Porno Teo Kolossal, del poeta che col suo pessimismo disperato spinge tutti gli altri a morire, ed è il solo che non muore, ha una grana oscuramente e atrocemente autobiografica. Le ragioni del suo assassinio sono probabilmente da ricercare nei rischi della sua vita privata. Invece il mito di massa preferisce la tesi del complotto politico, è bello avere anche da noi un martire come quelli che possono vantare la Birmania o il Sudamerica. Pasolini è l’eroe morto per le sue idee, non quelli che davvero sono stati fatti fuori dalla mafia. Potenza del mito.

La quarta componente è la prova che basta la passione per capire. Pasolini pensava «con amore»; pensava in grande, senza perdersi nell’erudizione e nelle minuzie. Ha divulgato sui media concetti semplici. «Usava» la cultura, rubacchiava qua e là. Per la sua ossessione erotica, non aveva «sublimato» la cultura facendola diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue (leggete le lettere di Primo Levi, o di Leone Ginzburg, per capire cosa intendo); era rimasto un «selvaggio», e se ne vantava; per lui la cultura era una pellicola che si poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del consumismo, ne era un modello. Questo segmento del «mito Pasolini» dà a chi lo coltiva la soddisfazione di avere delle opinioni forti senza bisogno di controllarle sui libri. (E senza pagare questo vantaggio col peso di un’ossessione erotica, come invece violentemente lo pagava Pasolini).

La quinta componente, anche se può apparire paradossale in un paese sostanzialmente omofobo come l’Italia, è proprio l’omosessualità esemplare di Pasolini. Pasolini non ha mai nascosto la sua omosessualità, almeno a partire da una certa data. Ma l’ha sempre declinata molto «virilmente»: il suo disprezzo per le «checche» traspare in tutti i suoi romanzi, da Ragazzi di vita a Petrolio. Non ha mai preso posizioni da omosessuale militante. È stato, insomma, un «omosessuale a cui si può stringere la mano». E soprattutto, essenziale per il nostro mito di massa, l’ha pagata. È un eroe, d’accordo, ma un eroe che ha una magagna, e a cui possiamo sentirci superiori. Da perfetto capro espiatorio, ha peccato ed è stato punito per tutti. Questo segmento del mito dà la soddisfazione di sentirsi tolleranti, e superiori in qualcosa a un mito.

La sesta e ultima componente, tra quelle che posso far emergere in una riflessione superficiale come la mia, è la testimonianza che si stava meglio prima. Anche questa apparentemente paradossale, in uno sperimentatore inesausto e in un rivoluzionario in pectore come Pasolini. Ma il «colore» in cui il mito Pasolini si trova immerso è certamente il colore della nostalgia; nostalgia della sua nostalgia, nostalgia per gli anni Sessanta, nostalgia per i suoi ragazzi di vita. Tutti a dire che i suoi sottoproletari erano adorabili mentre quelli di adesso fanno schifo; ma chi lo dice avrebbe trovato che facevano schifo anche quelli di una volta, se solo ci fosse capitato in mezzo. Forse come ogni mito, anche quello di Pasolini è un modo per evadere dal Tempo.

Il mito Pasolini è, politicamente, un mito trasversale. Mentre il mito Pavese, fin che è durato, era tipicamente un mito di sinistra, il mito Pasolini è bipartisan. La televisione può fare trasmissioni su Pasolini senza doverle ascrivere a una parte politica, non ha bisogno di controbilanciarle per par condicio. I fruitori di massa del mito sono rassicurati dal sapere che tra gli ammiratori di Pasolini ci sono intellettuali di destra e di sinistra, da Goffredo Fofi a Marcello Veneziani. La sua situazione bipartisan lo rende particolarmente caro agli assessori alla cultura, perché è un fiore all’occhiello e un sicuro richiamo: le piazze si riempiono e se qualcuno si oppone in Consiglio ci fa lui una brutta figura.

Lo amano i parlamentari e i rivoluzionari eversivi. Lo amano a destra perché ce l’aveva coi capelloni e con gli studenti che occupavano le università, e perché negli ultimi anni esaltava la disciplina. Perché era atletico e giocava a calcio, lo confondono con Mishima. Lo amano a sinistra perché era un compagno di strada, una «coscienza critica»; perché era pieno di contraddizioni, perché era gay; perché era un po’ antiquato e predicava Gramsci. Lo ama Maurizio Costanzo, perché era un supergiornalista che aveva scoperto le borgate, e perché vendeva al «Corriere» una cultura che di solito i giornali non possono permettersi. Lo amano i cineasti, perché non apparteneva alla confraternita. Lo amano i registi teatrali, perché «fa colto» ma mettendolo in scena si possono mostrare i corpi nudi. Nudo e poesia.

Il suo mito può contare, insomma, su quelli che in Italia promuovono la cultura.

Che fare? Difendere Pasolini dal suo mito? Rimproverare a Pasolini di essersi «prefabbricato» per il mito (certo, fin dalle infantili imitazioni cristologiche, c’era in lui una vocazione all’esibizione «corporale» molto più forte di un semplice esibizionismo nevrotico, qualcosa che stava più vicino al teatro e alla santità, in un triangolo approssimativo tra Artaud, Karol Wojtyla e Marilyn)? Auspicare che in tivvù, invece di cervellotici documentari in cui una telecamera posta sul lunotto posteriore di un’auto mostra strade in fuga, mentre a squarci Pasolini pronuncia frasi pensose tratte dalle sue interviste, si vada a leggere e a discutere seriamente l’opera sua? Temo che il mito e la critica tengano strade diverse, o addirittura appartengano a mondi separati. C’è un Pasolini che appartiene ai letterati italiani, e un Pasolini che appartiene a un microcapitolo di storia delle religioni. E non è affatto detto che il Pasolini del mito, tra i due, sia il meno interessante.

Turchia, ha perso la democrazia Fonte: micromegaAutore: Ozlem Onder

“The Sultan is back”. Erdogan con il suo partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) ha ottenuto il 49,5% dei voti e si è  ripreso la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento turco, 315 su 550. Ha stravinto. Ma su questo non c’erano dubbi. Era esattamente ciò a cui mirava quando alle elezioni del 7 giugno non ottenne i voti desiderati per incoronare il suo sogno di un sistema presidenziale con poteri illimitati. Ha deciso di interrompere una probabile coalizione con il partito filo-curdo HDP, e quindi di boicottare un processo di pace interno, indicendo nuove elezioni.

La maggioranza assoluta ha permesso al partito del presidente Recep Tayyip Erdogan di governare da solo al governo ma non avendo raggiunto la maggioranza qualificata di 330 seggi non è in grado di cambiare la costituzione in senso presidenzialista. Infatti al Presidente mancano 14 deputati per avviare la modifica costituzionale.

Erdogan ha trionfato ma la democrazia ha perso. Il Sultano è dovuto ricorrere infatti a brogli elettorali in un clima di tensione ai seggi e poca trasparenza. Si è passati per il sangue dei civili, il tutto sotto il vergognoso silenzio della comunità internazionale. La Turchia per 5 mesi è stata sotto uno scenario di guerra e di disordini interni specialmente nel Kurdistan turco. Il primo atto fu il 20 luglio scorso con l’attentato nella città curda di Suruc, in provincia di Sanliurfa al confine siriano: le vittime erano esponenti della Federazione dei giovani socialisti da Istanbul che sostenevano la ricostruzione di Kobane. Si erano radunati nel centro culturale Amara per una conferenza stampa dove furono poi vittime di un attentato suicida.  33 morti .

La dichiarazione di guerra e la ripresa degli scontri con il Pkk il 24 luglio, che hanno causato più di 230 morti tra civili e forze di sicurezza, mentre l’esercito turco ha annunciato l’uccisione di più di 2000 ribelli separatisti.

Il coprifuoco nelle città curde come Cizre, Silvan, Yuksekova in cui sono morti civili tra cui bambini e anziani. A Cizre in provincia di Sirnak al confine iracheno è stato imposto con decreto del governo turco il coprifuoco dal 3 al 12 settembre, in cui sono stati evidenti violazioni dei diritti umani consentito dal governo e nell’indifferenza della comunità internazionale. Sono morti 32 civili e nella città non potevano entravano né cibo ne ambulanze per soccorrere i feriti.

Infine  la strage di Ankara del 10 ottobre con 102 morti. Senza dimenticare le ondate di arresti, destituzioni di politici e sindaci democraticamente eletti, attacchi militari, attentati contro la popolazione civile. Arresti di giornalisti locali ed esteri e censure televisive.

Anche durante le votazioni ci sono state forte repressioni contro la popolazioni soprattutto nelle città curde, dove veniva impedito il regolare svolgimento degli osservatori internazionali. A Lice ad esempio nel distretto di Diyarbakir durante le elezioni alla gente veniva impedito di recarsi a votare con militari che bloccavano le strade. Stessa cosa avvenne  in altri villaggi dove fu difficile raggiungere la sede per votare.

Diyarbakir è conosciuta come la capitale del Kurdistan turco. In curdo chiamata Amed. Qui il coprifuoco è stato dichiarato tre volte dalle elezioni di giugno, quando il partito filo curdo ha ottenuto la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento e impedito la maggioranza assoluta a Erdogan. Nelle ultime settimane di campagna elettorale è stata una città in guerra. Poiché qui si concentra la maggiore presenza di curdi.

Non mancava la presenza costante dei militari, erano dentro e fuori ai seggi elettorali per impedire alla gente di votare liberamente, sono state anche trovate delle schede validamente votate  nell’immondizia. E non torna il tempo del conteggio degli scrutini troppo veloce per aver chiuso le urne alle 16. In due ore infatti già 98% delle urne erano scrutinate e i risultai dei voti evidenti con la vittoria del AKP.

Inoltre 10 milioni di voti sono stati dichiarati nulli in tutta la Turchia di cui circa 8 milioni  sono annullati soltanto a  Istanbul, nella capitale della Turchia Europea  dove la maggior parte degli elettori sono laici, moderatamente di sinistra e curdi.

Non tutta la Turchia è in festa, queste elezioni hanno scioccato un numero significativo di persone che, oltre alla rabbia, hanno paura. Tra questi i curdi, che per primi, dopo il risultato elettorale, hanno comunque trovato il coraggio di scendere in piazza per protestare contro i brogli ai seggi.
Ora ci chiediamo cosa succederà. Siamo un po’ spaventati perché non sappiamo in quale direzione vuole andare Erdogan con i suoi discorsi ambigui a doppie facce. Cita e parla di democrazia ma poi bombarda civili. Di certo, se invoca processi di pace e stabilità – come in queste ultime ore – deve accettare il popolo curdo come legittimo interlocutore.

Intanto a questo vergognoso risultato si aggiunge la complicità dell’Occidente che, per tenere lontana dall’Europa  la crisi dei profughi della Siria e del medio Oriente, ha sancito un accordo con il Sultano: 3 miliardi alla Turchia per l’accoglienza dei profughi. Il destino dei curdi si frantuma nelle loro mani. In quella stretta di mano tra Merkel e Erdogan. A Bruxelles nella capitale del Parlamento Europeo in cui dovrebbero battersi e far rispettare i diritti fondamentali dell’uomo e invece giocano sporco su una minoranza che sta subendo da anni e anni.

L’unico spiraglio a cui aggrapparsi per sperare nel cambiamento è nel risultato dell’Hdp. I partiti filo curdi non avevano mai superato la soglia del 10% nella storia. Quest’anno, invece, in un clima terrificante di coprifuoco e attacchi alle sedi, è successo due volte in 5 mesi. Abbiamo eletto 59 deputati tra cui 24 donne..

È il voto della paura ma anche della speranza, siamo in Parlamento ed è sufficiente per uno come Salahattin Demirtas  impostare una strategia di opposizione parlamentare in questa Turchia, dove la democrazia non esiste.

“Il dopo Expo per ora assomiglia a un qualcosa a metà tra un film con Fantozzi e un film di Fellini”. L’analisi di Mario Vitiello Fonte: comune.info

A qualche giorno dalla fine dell’Expo, è possibile iniziare a fare alcuni bilanci dell’evento che ha occupato la scena politica e sociale milanese (e a tratti anche nazionale) negli ultimi cinque anni. Expo è un evento complesso, che riguarda la città di Milano e probabilmente l’intera nazione, che interessa molti settori, e ancora oggi sono tante le domande aperte, molti i rischi incombenti – non tutti noti – e innumerevoli le ferite che si devono ancora rimarginare. Per questo è necessario premettere qualche informazione riguardo gli assetti delle società che governano Expo, per comprendere quali siano le criticità e le contraddizioni presenti sullo scenario milanese (ma non solo) per i prossimi anni.
La proprietà delle aree è di Arexpo Spa, la società che ha comperato il milione di metri quadri su cui si sta svolgendo l’evento. Li ha acquistati da Cabassi, da Fondazione Fiera e da Poste Italiane, pagandoli uno sproposito (grazie ad una speculazione tipo “mani sulla città” garantita dalla giunta Moratti), indebitandosi con le banche (principalmente Intesa San Paolo per circa 160 milioni) e con la stessa Fondazione Fiera (per circa 50 milioni di euro). La gara indetta negli scorsi mesi per trovare un compratore per le aree del sito è andata deserta, e in molti stanno pensando a cosa fare di queste aree, che per il momento sembrano interessare a tutti ma che nessuno vuole.

A meno che non intervenga un soggetto “forte”, sia sotto il profilo politico sia sotto quello finanziario, che garantisca la realizzazione di nuove opere, nuove infrastrutture Expo Spa è la società che ha costruito l’Expo e che sta gestendo lo show.
I compiti di Expo S.p.A. sono in sintesi: organizzare e gestire l’Evento; redigere il piano finanziario dettagliato delle opere essenziali; gestire i finanziamenti pubblici degli enti finanziatori; stipulare i contratti relativi alla gestione operativa dell’Evento ed acquisire i proventi, nel rispetto del dossier di candidatura e successive modificazioni; redigere alla chiusura dell’Evento un rendiconto finanziario generale, da sottoporre all’approvazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze; (da wikipedia).
Expo Spa ha realizzato il sito e ha gestito il processo costruttivo dei padiglioni “standard”, ha stipulato i contratto con i paesi ospiti, sta gestendo il management di tutto lo svolgimento, sta percependo proventi di vario tipo (pubblicità,merchandising, …) e sta incassando il denaro proveniente dalla vendita dei biglietti. Ad oggi non è chiaro a nessuno quale sia il bilancio definitivo di Expo Spa. Certo è che erano attesi 29 milioni di visitatori, e forse si arriverà a 20 milioni. Il masterplanprevedeva che l’accesso costasse 30-32 euro, mentre fin dal mese di aprile erano sul mercato biglietti a 20 euro, che diventavano 10 euro per le scuole.
Dal mese di giugno i visitatori serali (comunque contati nel conto complessivo) entrano con 5 euro. Molti paesi non stanno pagando i creditori, tra cui gli Stati Uniti. Si può affermare, senza timore di grosse smentite, che Expo produrrà un importante passivo che dovrà essere ripagato dall’unico soggetto capace di una operazione di questo genere e portata: il ministero dell’Economia, cioè lo Stato tramite Cassa Depositi e Prestiti. Questa voragine inoltre avrà sicuramente ripercussioni sul bilancio del comune di Milano, sull’economia dell’intera regione ed in generale sul “sistema paese”.
Sul piano politico (e delle politiche) Expo è una specie di buco nero. Tutti si sono improvvisamente scoperti “expottimisti”, a partire ovviamente dal Pd e dalla giunta del sindaco Pisapia, che ha ereditato l’Expo quando ne avrebbe volentieri fatto a meno ma che non a saputo dire l’unico “no” che avrebbe dato un senso al suo mandato. L’euforia da Expo è stata venduta con gran dispiegamento di forze, ed alla fine il mantra che ripete ossessivamente “Expo è un successo” si è affermatocon modalità orwelliane.

La saldatura tra Comunione e Liberazione e Pd nella gestione di tutta l’area metropolitana è oramai definitiva. Sotto i profilo culturale Expo si è rivelato essere esattamente quello che molti avevano sempre temuto: la materializzazione di una specie di Disneyland in versione padana, con una dose rilevante di kitch e una enorme capacità di imporre il pensiero unico dell’”Expo felice”. In questo ambito, occorre riconoscerlo, ha dato una grossa mano il contribuito di (pare) circa 50 milioni elargito da Expo alle maggiori testate e giustificato sotto la voce “comunicazione istituzionale”. Gli effetti sul turismo sono contraddittori, in città il flusso dei turisti è sicuramente aumentato e le statistiche dicono che i visitatori sono raddoppiati rispetto al 2014.
Però Milano non è una città turistica, e raddoppiare un numero piccolo non è un gran risultato … È ormai chiaro però che Expo si è rivelato un competitore con la città. Expo ha funzionato da attrazione verso il sito espositivo, con grandi afflussi concentrati nei weekend e lunghe code agli accessi, e da dissuasione rispetto alla città: molti ristoratori lamentano un calo delle presenze in centro, molti esercizi commerciali fuori dalle rotte verso Expo non hanno registrato alcun incremento di clientela. Sul piano della legalità Expo ha avuto il pregio di far emergere il peggio del peggio della corruzione, della connivenza tra settori dello stato, con manager incaricati di gestire la cosa pubblica e criminalità organizzata. Soprattutto ha dimostrato, per quanto fosse già chiaro, che la macchina del “grande evento”, così come è pensata, genera un diffuso agire criminale. Ormai è chiaro che non esiste una “grande opera” sana e pulita, le grandi opere per definizione sono un precipitato di criminalità e di connivenza tra impresa, stato ed organizzazioni malavitose, tanto da rendere difficile distinguere i confini tre questi soggetti.

Il dopo Expo per ora assomiglia a un qualcosa a metà tra un film con Fantozzi e un film di Fellini. Sicuramente subiremo con violenza la narrazione del successo di Expo, e si userà il numero di visitatori per giustificarlo. Invece i numeri reali del bilancio verranno tenuti nascosti almeno per tutta la campagna elettorale, che si svolgerà nella prossima primavera.
L’unico soggetto che ne uscirà bene sarà, come al solito, Fondazione Fiera Milano (Ffm) che venderà la sua quota in Areepo allo Stato, incasserà le plusvalenze e non dovrà nemmeno preoccuparsi delle bonifiche, delle dismissioni e di qualsiasi cosa riserverà il dopo-sito. L’area di Expo rischia di rimanere abbandonata a se stessa per i prossimi mesi e forse per i prossimi anni. Tutti resteranno fermi in attesa che vengano definiti gli accordi tra i poteri forti, che per l’area milanese in questa fase significano l’intreccio tra Fondazione Fiera, Ferrovie dello Stato, che sta per trasformare gli ex scali ferroviari in nuove speculazioni edilizie, Aler, che procederà con la svendita del patrimonio immobiliare pubblico, l’Università, che tenterà di diventare l’ennesimo agente del Real Estate. Uno scenario ad elevato rischio di bolla speculativa, perché a Milano non esiste nessun bisogno reale, cioè capace di suscitare mercato, di nuove edificazioni o di nuovi interventi, che finiranno per moltiplicare i fallimenti di Santa Giulia o di City Life.

Infine si devono considerare i progetti infrastrutturali, che trovano nuova forza dallo Sblocca Italia, e che incombono sull’area metropolitana e in particolare sul Parco Sud (trivelle, discariche e stoccaggi di idrocarburi). Questi progetti confermano la gigantesca menzogna di Expo rispetto al tema dell’esposizione: cibo, filiera corta, alimenti a km zero, agricoltura sostenibile e periurbana etc., e dimostrano l’inutilità della Carta di Milano, spacciata come “High Agreement” quando in realtà nessuno sa cosa ci sia scritto e finirà dimenticata. Expo è stato e sarà un furto alla collettività. È stato realizzato con risorse pubbliche che hanno drenato le casse del Comune, della Regione e domani anche dello Stato.
Expo inoltre non ha ridistribuito ricchezza. Al contrario ha generato limitatissimi ritorni economici diffusi, mentre invece ha prodotto enormi plusvalenze per pochi soggetti collocati in posizione strategica. Expo infine è stata la vittoria della logica emergenziale, violenta e privatistica di concepire l’economia e più in generale i rapporti sociali in questa fase di crisi. L’unica risposta accettabile, che peraltro potrebbe solo in parte restituire quanto sottratto negli scorsi anni, consiste nel convertire il sito per restituirlo alla città ed al territorio.
Il dopo Expo deve diventare un luogo sociale, deve restituire alla città le aree e le infrastrutture, deve diventare bene comune e patrimonio di tutti i cittadini, deve sdebitarsi per tutto quello che è stato sottratto a Milano e al paese. Ma questo non è ancora sufficiente. È necessario che anche l’intero processo decisionale su cosa fare dell’Expo sia oggetto di una valutazione e di una decisione partecipata. Un dispositivo di partecipazione attiva in cui i cittadini possano esprimere un punto di vista che di sicuro sarebbe differente da quello di Fiera, Expo e Compagnia delle Opere

Sciopero, l’attacco ai diritti è europeo. Un dibattito organizzato a Roma da Usb con alcuni sindacati del Wftu Autore: redazione da: controlacrisi.org

L’USB Trasporti – Dipartimento Internazionale e l’Ufficio Europeo del WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) organizzano il dibattito pubblico “Nell’Unione Europea è vietato scioperare”, che si terrà domani 5 novembre a Roma, presso il Centro Congressi Palazzetto delle Carte Geografiche, in Via Napoli 36, dalle ore 15.00.Al dibattito parteciperanno esponenti dei sindacati Trasporti della CGT (Francia), della RMT (Gran Bretagna), del PA.ME (Grecia), e dell’USB (Italia).

“L’aggressione ai diritti dei lavoratori e allo stato sociale, in atto in tutta l’Unione Europea – si legge in un comunicato Usb – sta passando anche attraverso l’attacco allo strumento con il quale quei diritti e quello stato sociale sono stati conquistati: l’esercizio del diritto di sciopero. I lavoratori e le organizzazioni sindacali dei trasporti sono uno dei principali obiettivi per minare questo diritto, anche perché quello dei trasporti è il settore dove con maggiore ferocia si dispiegano gli effetti delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni e degli appalti”.

Partendo dal recente ed eclatante caso della Gran Bretagna, nei paesi UE sono in progressiva estensione provvedimenti di legge che riducono drasticamente, se non cancellano, gli spazi per l’esigibilità dello sciopero, nei trasporti oltre che in tutti i servizi pubblici. Provvedimenti di legge che l’Unione Europea vorrebbe tradurre in direttive per imporne l’applicazione in tutti gli Stati Membri.

In Italia, dal 1990 in poi, sono stati approvati successivi provvedimenti di legge che hanno ridotto sempre di più l’esercizio del diritto di sciopero, fino ad arrivare alla situazione attuale dove, nei fatti, è quasi impossibile scioperare. Ma evidentemente questo non basta a chi vuole a fermare le lotte dei lavoratori e l’organizzazione del conflitto: la Commissione Lavoro del Senato si appresta a discutere tre proposte di legge che prevedono il trasferimento della titolarità del diritto di sciopero dal singolo cittadino/lavoratore alle Organizzazioni Sindacali, violando uno dei principi basilari della nostra Costituzione.

Il dibattito pubblico, organizzato dall’USB con gli esponenti tra i principali sindacati dei trasporti europei, intende discutere insieme “come costruire un fronte comune per fermare questa aggressione e per rilanciare in tutta Europa le lotte per la difesa dei trasporti e dell’occupazione”.